§. 1 L’arte e la vita di Andrea Camilleri


§. .1.3 Il viaggio in Camilleri



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§. .1.3 Il viaggio in Camilleri

Uno degli aspetti maggiormente discussi della scrittura di Camilleri è l’uso di un linguaggio ibrido che mescola con grande abilità italiano e dialetto; rimandando al prossimo capitolo l’analisi di questa peculiarità dello scrittore agrigentino, pare interessante qui analizzare un’altra tematica ricorrente nelle opere di questo autore, sicuramente, meno nota perché meno evidente, ovvero dell’idea, costante e ricorrente, del viaggio.

Vigàta, luogo in cui si svolgono, perlopiù, le vicende narrate dal noto scrittore, è una città facilmente identificabile in Porto Empedocle17, ma che grazie al nome inventato si trasforma in una ‘gigantesca variabile’, lasciando ampi spazi e libertà di invenzione che non impediscono comunque la verosimiglianza del racconto; definita da giornalisti in vena di legittimazioni letterarie la ‘Macondo’, oppure la ‘contea di Yoknapatawpha’ dello scrittore siciliano, la città di Vigàta sembra un contrassegno irrinunciabile, una connotazione prepotente e imprescindibile nell’opera di Camilleri18.

In effetti, considerando che Camilleri non ha mai abbandonato l’Italia e che, pur vivendo a Roma, custodisce vivissima la memoria della sua terra natia, può sembrare azzardato abbinare allo scrittore l’idea del viaggio come tematica ricorrente. Tuttavia, Andrea Camilleri può essere identificato in quel tipo di novellatore che, viaggiando con la mente e con l’immaginazione, custodisce in sé, come un mercante, molte mercanzie da mostrare e molti fatti da narrare. È lo stesso Camilleri, di fatto, mutuando un’espressione coniata da Vittorio Nisticò, a definirsi «un siciliano di scoglio» per indicare quella categoria di siciliani che non osano avventurarsi in mare aperto19.

Ne La linea della palma - una sorta di biografia autorizzata sotto forma di dialogo – lo scrittore agrigentino rivela che solo un incidente gli impedì di perseguire il progetto adolescenziale di iscriversi all’Accademia Navale di Livorno; si può, dunque, affermare che tutto sommato Camilleri è un navigatore mancato che ha voluto ugualmente raccontare “questa voglia inappagata di mare” attraverso avventure e personaggi frutto della sua fantasia20.

Analizzando in profondità le opere di Camilleri non si può che concordare sul fatto che il viaggio assuma, per lo scrittore, una valenza decisiva. Si può, ad esempio, interpretare in questa chiave il personaggio di Cecè Collura, protagonista di una breve serie di racconti21 il quale, temporaneamente commissario di bordo su una nave da crociera sulla quale si dipanano vicende di varia umanità, appare, inoltre, strettamente apparentato col commissario Montalbano (che fa anche la guest star in uno degli episodi)22. La differenza più congrua fra i due personaggi consiste proprio nell’ambiente nel quale agiscono; nel primo caso su una nave da crociera, nel secondo nella Vigatà di Montalbano.

Ancora più emblematico è un altro marinaio (presunto), capitan Caci, personaggio molto ben riuscito, ma poco conosciuto, eccentrico protagonista di una ‘voce’ de Il gioco della mosca (1995) e soprattutto del racconto Quel quaquaraquà di Capitan Caci. Il preteso marinaio è in realtà un innocuo millantatore, perché in realtà fa il muratore23, il mare l’ha visto solo in cartolina ma offre racconti densi di imprese guerresche e amorose, nelle quali vengono esaltati coraggio, eroismo, senso dell’onore. Capitan Caci sembra rappresentare, in effetti, la possibilità dell’evasione, una folata di novità nella noiosa quotidianità di paese. Forse, come scrive Camilleri, davvero «… La salvezza è nel bianco di una vela»24.

Come è noto Camilleri, pur essendo profondamente radicato nelle tradizioni siciliane, da oltre cinquant’anni vive a Roma. L’autore racconta dunque di una terra che torna a visitare spesso, ma nella quale non vive più. La Sicilia descritta da Camilleri è, quindi, una Sicilia inattuale, basata sui ricordi del passato, più che sull’esperienza del presente; è narrata proprio attraverso gli occhi di un viaggiatore che ricorda vividamente, ma che non può fare a meno di mescolare il nuovo al vecchio. Sembra, per certi aspetti, che questa lontananza, voluta ma forse anche “forzata” dagli eventi e dalle vicessitudini, abbia fatto sorgere prepotentemente in Camilleri l’esigenza di riproporre i luoghi natii come se questo fosse un suo imperativo morale, un obbligo nei confronti della terra che si è abbandonata.

Non a caso, di fatto, in molti romanzi di Camilleri la Sicilia è descritta come il punto di arrivo di viaggiatori stranieri e che, di conseguenza, si assiste ad una descrizione dell’isola vista (e spesso negativamente) anche attraverso gli occhi di personaggi provenienti da un altrove lontano. Si pensi, ne Il corso delle cose, al vescovo nativo di Alessandria, monsignor Rufino, il quale (“Questo è un rito pagano!”)25 inorridisce di fronte alla celebrazione fra il sacro e il profano della festa di san Calogero. Il suo atteggiamento censorio, che si limita a reprimere senza neanche cercare di comprendere, rappresenta l’incapacità di capire la diversità, la specificità, quella “piemontesizzazione” perpetrata sull’intero territorio italiano sulla quale Camilleri torna più volte.

Molti tra i personaggi non siciliani che si ritrovano a vivere nell’isola si dimostrano chiaramente prevenuti nei confronti di questa terra che li accoglie, anche se temporaneamente. Esemplificativo il caso dei protagonisti de Il birraio di Preston, che formano una vera e propria Babilonia linguistica pur senza danneggiare l’ammirevole coralità del romanzo: lombardi, fiorentini, romani, persino tedeschi, oltre che i soliti piemontesi, quasi tutti mostrano disprezzo verso la Sicilia, scarsa considerazione nei confronti dei suoi abitanti (“I vigatesi non’apiscono un ‘azzo di niente, s’immagini se ‘apiscono di musi’a […] Questi siciliani la son gente che puzza, lo sa o no?”), indifferenza riguardo alla loro dignità, indignazione rispetto ai loro dubbi e alle loro aspettative (“Parlà, discutere, capire, è roba de…” “Vecchi?”)26. In questo romanzo è particolarmente evidente anche la teoria della doppia verità che Camilleri porta dolorosamente avanti nella maggior parte dei suoi romanzi, ovvero che la ricostruzione storica, che spesso appare anche sui manuali ad uso scolastico, è addomesticata dalle istituzioni e non costituisce lo specchio effettivo degli accadimenti. A riprova di ciò, i protagonisti de Il birraio di Preston vengono raccontati attraverso due voci: la narrazione in terza persona, che si propone come quella autentica, effettuata da qualcuno che conosce perfettamente luoghi e persone, non tace su alcun particolare, nemmeno su quelli scabrosi e procede organizzando la materia in maniera apparentemente disordinata, concentrando l’attenzione sui personaggi piuttosto che sulla cronologia degli avvenimenti. E la narrazione in prima persona, quella di un elemento esterno a quella civiltà, disinteressato non solo alla verità, ma anche alla realtà siciliana.

Un’ulteriore conferma che i cambiamenti arrivano dall’esterno è la pagina di apertura de La stagione della caccia, costituita dall’immagine dell’attracco di un altro vapore, il postale da Palermo, dal quale discende un passeggero sconosciuto, Alfonso de’ Liguori, ma sotto la cui falsa identità si cela Fofò La Matina, che rientra nel luogo natio dopo una lunga e forzata assenza. In questo caso l’uomo, dopo essersi fatto riconoscere, viene calorosamente accolto dagli antichi concittadini, ignari di allevare la cosiddetta serpe in seno: Fofò, infatti, si renderà responsabile dello sterminio di una delle più rappresentative famiglie della zona. I cambiamenti, dunque, provengono dall’esterno ma anche dall’interno, e forse non è un caso che Fofò la Matina, che si macchia di tale orrendo crimine, sia stato lontano dall’isola per così tanto tempo e che sia stato contaminato nel continente pare un messaggio neppure eccessivamente velato nel racconto.



Andrea camilleri, l’uomo e lo scrittore


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