” Attenzione, attesa, vigilanza” (Mc 13,33-37)



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28 NOVEMBRE 2017 (I Avvento Anno B)


Attenzione, attesa, vigilanza”

(Mc 13,33-37)



L'inizio di un nuovo ciclo liturgico è l'invito ad aprire gli occhi,

a stare attenti e pronti a ciò che senza preavviso sta arrivando, con il suo carico di novità.

di Luca Bucchéri
Il brano consigliato è "L'attesa" di Giorgio Gaber, a cura di Sauro Secci.  

Stasera leggiamo il vangelo della prima domenica di avvento dell'anno B. Sono 3 gli anni liturgici e noi siamo nell'anno B: l'anno di Marco. Infatti questa sera leggeremo un vangelo preso proprio dal vangelo di Marco.


Quando si inizia un nuovo ciclo di solito è bello perché è un invito a percorrere nuovi passi, ad aprirsi al nuovo che può venire e che sta magari per venire e è un invito a farci trovare attenti e pronti per poterlo accogliere, per poterlo ricevere quando arriva. E come sentiremo stasera, arriva, ma arriva senza preavviso.
E c'è un grido tipico dell’avvento e questo grido è “Maranathà” che vuol dire “vieni Signore”. E’ il grido di ogni attesa, di chi attende qualcosa “Vieni Signore, vieni Gesù”. Non è però l'invito al ritorno di Gesù alla fine della nostra vita per giudicare quello che abbiamo fatto ma è il suo venire nella vita attuale, nella nostra attuale esistenza, quindi non dobbiamo pensare a questo ritorno come al ritorno giudicante, ma è il venire quotidianamente nella nostra esistenza.
Nella parabola che leggeremo, si parla di un signore “Kyrios” cioè un signore che è partito per un viaggio. E’ un viaggio evidentemente di lunga durata perché ha dato una consegna, ha impartito degli ordini e ha consegnato la sua “exousìa” in greco cioè la sua autorevolezza, il suo stesso potere. Che cos'è questa exousìa che consegna? E’ la capacità, la forza, il potere di amare e lo dà ai suoi servi, a noi e poi parte per questo lungo viaggio. Quindi parte ma ci lascia con il suo potere divino, con la sua forza.
Ed è bello che ci sia anche questo tema del viaggio perché il viaggio è quello che crea la distanza, che crea degli spazi e dei tempi di attesa, di vuoto. E’ quindi un tempo favorevole per lasciare libera la persona di decidere cosa fare e come vivere in questo spazio, in questo tempo lasciato vuoto.

E’ bello che questo padrone quasi “si ritiri” lasciando i servi nella condizione o meno di utilizzare questa consegna, questa autorevolezza, questo potere che ha dato nelle loro mani.


Ci potremmo chiedere se attendiamo qualcosa, se in questo periodo stiamo attendendo, se stiamo aspettando qualcosa. Certo, la tradizione ci dice che attendiamo Gesù Bambino che nascerà il 25 dicembre ma aldilà di questa nota che a volte sa un po' di folklore, qual è la novità vera che stiamo aspettando?
Allora direi che possiamo leggere questo testo che noi abbiamo intitolato “attenzione attesa e vigilanza” è il testo di Marco capitolo 13 leggeremo però anche il versetto precedente a quello indicato dalla liturgia di domenica prossima cioè dal versetto 32 al 37.
Quanto però a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre. 33Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. 34È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. 35Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; 36fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. 37Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!".

Seguiamo passo passo questi verbi e questo testo molto breve e anche molto semplice come struttura: c'è una cornice con questo invito al vegliare, al vigilare e poi c'è una piccola parabola di questo uomo, di questo signore che parte.

Il primo invito è quello dell’attenzione “state attenti” abbiamo tradotto così il verbo “blepo” che in realtà non vuol dire proprio “stare attenti” ma vuol dire “tenete gli occhi aperti” perché è il verbo dello sguardo, del guardare cioè come dire: state con lo sguardo aperto, con gli occhi attenti. Quindi l'attenzione è una questione di occhi, di sguardo; siamo distratti perché abbiamo gli occhi non aperti, abbiamo gli occhi chiusi, siamo come dormienti e dunque questo essere attenti può essere anche l'invito a non scambiare la realtà per le nostre proiezioni, le nostre illusioni. A volte infatti noi non vediamo le cose come stanno, vediamo la realtà che vogliamo vedere e deformata dalle nostre paure, dalle nostre pretese, dalle nostre aspettative ma non vediamo la realtà. Allora l’invito è ad aprire gli occhi per vedere le cose come stanno, per vedere la realtà.

L'attenzione è aiutata dall’attesa, perché quando attendi qualcosa come una coppia che attende un bambino, come ad esempio Abramo e Sara che aspettavano da una vita un bambino, questa tensione, questa attesa, li rende più attenti alla vita, infatti accoglieranno i 3 angeli, saranno attenti alle visite che riceveranno. Dunque è importante per sviluppare l'attenzione sviluppare questo senso di attesa e dopo entreremo un pochino di più e meglio dentro questo discorso dell’attesa.

Quando” c'è questa domanda sul quando (ecco perché abbiamo letto anche il versetto 32 perché spiega che nessuno conosce il giorno né l'ora). E non dice “quando tornerà” non c'è il verbo del tornare, invece c'è il verbo “venire” ed è al presente: “quando viene”. Ed è una bella differenza chiedersi “quando tornerà” rispetto a chiedersi “quando viene questo signore”. E lo chiamerò “signore” ma non perché gli voglio dare un titolo onorifico ma perché è proprio “Kyrios” il termine che viene utilizzato che vuol dire Signore e che vuol dire anche padrone.

L'attenzione dunque non deve essere tanto proiettata sul futuro oppure sul cercare di fare calcoli cronologici di date come tempo fa c'erano quelli che prevedevano la fine del mondo. No, il versetto 32 che abbiamo letto dice “questo tempo, questo giorno, e quest'ora non lo sa nessuno, nessun essere umano, non lo sanno neanche gli angeli e non lo sa neanche il figlio dell'uomo cioè non lo sa neanche Gesù stesso che è il Messia che deve venire”. Quindi potremmo dire che lo sa solo il Padre e dunque è inutile che noi ci sforziamo di fare calcoli e soprattutto è inutile avere sempre questa proiezione verso il futuro, invece quello che è importante è vivere il presente perché il Signore viene, viene nel presente.

Tra l'altro noi non possiamo conoscere questo “quando avviene” perché qui non si parla del tempo cronologico e qui dobbiamo fare un'importante distinzione: nella Bibbia, sia nell'antico che nel Nuovo Testamento si parla del tempo in due modi: uno è il “krònos”, il tempo dell'orologio, il tempo cronologico, quello che scorre per cui diciamo: ho 50 anni. L'altro invece è il “kairòs”. E qua si sta parlando del kairòs che non è il tempo quantitativo ma è il tempo, potremmo dire, qualitativo, cioè è il tempo favorevole, è l'occasione propizia di cui ti accorgi solo se sei attento, solo se hai occhi aperti quindi è come per Abramo e Sara: passano questi angeli ma non si presentano come angeli, si presentano come esseri umani magari anche bisognosi, però loro che sono in attesa di qualcosa e quindi hanno lo sguardo attento, vedono in questo passaggio, il tempo favorevole, vedono il kairòs, vedono il tempo propizio e non è un caso che subito dopo questo passaggio Sara rimane incinta, dopo 25 anni di attesa, rimane finalmente incinta, lei che era sterile. Ecco il passaggio del kairos, il passaggio di questo tempo favorevole, di questa visita “divina”.

Il fatto di non conoscere il tempo cronologico e di non possedere neanche il mistero di questo tempo favorevole/opportuno/propizio ci mette in una condizione molto bella, secondo me, perché ci mette nella condizione di chi, in qualche modo, deve essere sempre un po' in tensione, deve sempre essere verso una direzione, deve cercare sempre di vivere in questa attitudine e in questa continua prontezza interiore ad accogliere, ad accorgersi. E’ un’attitudine di fondo, un'attenzione che non conosce pause e addormentamenti. L'essere disattenti, addormentati, svogliati quindi non ci permette di cogliere questo tempo favorevole che sono poi le occasioni propizie per un rinnovamento della nostra vita, sono quelle che ci permettono di aprire nuove strade magari insospettate.

Il Vangelo di stasera dice che “questo tempo favorevole viene all'improvviso” all'improvviso è una parola che si usa solo qua nel vangelo di Marco, tecnicamente si chiamano hapax cioè parole che si ripetono una sola volta, per costringerci a questa tensione, è come dire “ è qualcosa che va fuori dai nostri schemi, va fuori dalle nostre aspettative”. Quindi noi non sappiamo il quando quantitativo perché dobbiamo sviluppare invece questa attenzione qualitativa verso la vita, verso le cose, quindi guardare con gli occhiali giusti perché in realtà questa venuta non è proiettata nel futuro ma è ogni volta che noi riusciamo ad entrare veramente in questo tempo speciale che non è cronologico ma qualitativo. Ogni volta che riusciamo a “sospendere” un po' il tempo delle lancette o perlomeno a viverlo senza più quella preoccupazione, entrando in un'altra dimensione, che se volete è la dimensione dell'amore, la dimensione della poesia, della bellezza, dell'arte, della creatività, del silenzio, del mistero, della musica, delle relazioni profonde anche con gli altri esseri viventi, è la dimensione della consapevolezza, del sogno, del desiderio che ci risveglia e ci risveglia nell'attesa. E’ dunque un tempo da dedicare all’essere più che all’ avere/ al conquistare, da dedicare al vivere più che all’usare o allo sfruttare, alla gratuità, a una sorta di inutilità, più che alla produttività e all'efficienza.

E’ un po' quello che per gli ebrei è il vivere il tempo sabbatico, lo Shabbat; è vivere questo tempo fuori dal tempo che però è il vero tempo di cui abbiamo bisogno per ricaricare davvero tutte le nostre pile dell'anima, dell'interiorità, in vista poi di tutto quello che dobbiamo fare nella quotidianità. E’ come un tempo che scorre in modo diverso ma dentro l'altro tempo. E’ importante riuscire a intercettarlo, riuscire ad entrarci dentro e a sostare. Ecco perché abbiamo bisogno di momenti di riposo, di fermarci e di tutte le cose che ci aiutano a entrare in contatto con questo tempo, ad esempio il silenzio è una delle cose che più possono aiutare in questo. Potremmo dire che è il tempo delle sentinelle che fiutano l’aria per avvistare chi sta per venire o il tempo dei portieri, i portieri che non lasciano entrare i ladri.


C'è poi un’insistenza su 2 verbi “vegliate” e “vigilate” che sembrano 2 sinonimi ma in realtà si usano due verbi diversi, molto belli.
Il primo è al vers. 33 “Vegliate”. E’ il verbo agrypnèo composto da “agreo” e da “ipnos”. Agreo è il verbo del cacciare e ipnos è il sonno, quindi è come dire “cacciare di notte, cacciare nel sonno”. E’ il cacciatore nel sonno. Se sei nel sonno non puoi andare a caccia perché rischi grosso, devi tenere gli occhi ancora più aperti se vai a caccia di notte, quindi attraverso l’immagine del cacciare di notte c’è l’invito a stare attento, a tenere gli occhi ancora più aperti, devi stare sveglio come un cacciatore che di notte va a cacciare.

Questo verbo però si riferisce anche a quei pastori che dormivano nel campo con gli animali per vegliarli. Non so se avete mai provato a dormire all'aperto, in un campo magari vicino a un bosco: sicuramente si fa molta fatica a dormire perché si sentono rumori di tutti i tipi. Quindi l'immagine è per dirci “dormite come dormireste in campo quando dormite all'aperto, così dovete essere vigili”.


Ma mi piaceva anche dare un'altra interpretazione a questo “cacciare nella notte” e a questo “cacciare nel sonno”. Sapete che gli indiani nativi americani hanno questi “cattura sogni” i catch-dreamer che sono dei cerchi con delle reti, diciamo che è una sorta di setaccio dei sogni buoni e dei sogni cattivi. Allora è come dire che quella parte del giorno che è la notte e che a noi sembra così improduttiva, in realtà anche quello è territorio di caccia, anche lì si possono catturare dei sogni e i sogni sono importanti perché come diceva Shakespeare “noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”. Quindi abbiamo bisogno di sognare per vivere!

Quindi abbiamo bisogno sicuramente di una buona qualità del riposo e abbiamo bisogno anche di questi sogni da capire, da interpretare, da decifrare magari lasciando andare o interpretando correttamente anche quelli brutti, gli incubi, quelli che sono frutto di blocchi, di rimozioni, ma tenendo soprattutto questi sogni che invece sono intuizioni, illuminazioni, rivelazioni. E non è un caso che la Bibbia è piena di sognatori che attraverso il sogno sentono rivolto loro un messaggio, una rivelazione divina. Pensiamo a Giacobbe, a Giuseppe in Egitto, a Giuseppe il padre di Gesù.. tutte persone che sognano e a cui Dio attraverso il sogno, indica una strada, apre un futuro perché ad esempio gli fa superare delle difficoltà o gli rivela qualcosa.

Allora anche la notte e il sonno può essere un territorio di caccia (questo chiaramente non è un invito a fare le ore piccole, o un inno all'insonnia) ma sicuramente arrivare a catturare un po' quel tesoro che sono i nostri sogni, anche perché i veri sogni sono quelli che ci svegliano. Noi proprio perché siamo fatti della sostanza dei sogni noi dobbiamo tornare a sognare, con gli occhi aperti, cioè non per scappare dalla realtà come faremo con le illusioni, ma anzi per entrare ancora più dentro la realtà e magari aprire delle strade nuove.

I veri sogni al contrario delle illusioni si sporcano le mani, sono molto concreti, non sono quelli dei “gratta nuvole”, non sono i sogni astratti/disincarnati ma sono sogni concreti che aggregano persone e che chiedono appunto di essere svegli, di scuoterci. Quindi i veri sogni, svegliano, ecco il vero sogno, sveglia, non addormenta.

Il secondo verbo “vigilate” ovvero “svegliatevi” è proprio il verbo del “suonare la sveglia”. In greco è il verbo “gregorèo” ed è ripetuto addirittura 3 volte (vv. 34.35 e 37) è il perfetto del verbo “egheiro” che è un verbo incredibile perché è lo stesso verbo della Resurrezione, quando Gesù risorge si usa questo verbo: egherse.

E quindi che cosa vuol dire? Che questo svegliarsi è svegliarsi dal sonno comatoso dell'esistenza, di quando siamo vivi ma in realtà siamo come morti; questo vigilare è un alzarsi, è un risorgere. Ed è molto bello questo perché c'è l'idea che ogni giorno proprio come ci alziamo ogni giorno dal letto e iniziamo una nuova giornata, ogni giorno siamo invitati a risorgere, a “rinascere” ed è un po' come dire che quando viviamo invece da persone addormentate e inconsapevoli, siamo come mezzi morti, siamo come persone morte. Quindi svegliarci significa aprire gli occhi e tornare a vivere. Tra l’altro anche la posizione in piedi è significativa: il morto è orizzontale ma il vivo è in piedi e quindi la posizione eretta è quella di colui che si alza che è risorto quindi anche metaforicamente chi stava giù e si ritira su.

C'è una figura, quella del portiere dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare“ (v.34)

Tra l’altro a Roma ci sono ancora queste figure dei portieri dei palazzi e non solo degli alberghi, che vigilano per vedere chi passa e dove deve andare e controllano chi entra e chi esce. Il portiere è una sentinella, è una persona che vigila sulla casa, sulla sicurezza di quel palazzo, su chi entra e chi esce. E potremmo dire che, in senso metaforico, questo portiere è la nostra coscienza cioè è la nostra parte più intima che deve vigilare per decidere che cosa fare entrare o che cosa non far entrare. Non bisogna far entrare proprio tutto nel nostro cuore, non bisogna far entrare quello che ci inquina, quello che ci fa male, quello che non ci fa bene, quello che viene per illuderci. A quello che viene per rubarci qualcosa gli si chiede gentilmente di accomodarsi fuori, non lo si lascia entrare!!

Quindi è un lavoro, che potremmo dire, mistico, è come quello del pastore: vegliare sul gregge, vigilare su ciò che entra e esce dalla casa è un lavoro mistico e dunque il portiere come anche il pastore non può permettersi di addormentarsi perché ne va proprio della sua sicurezza.

E allora ecco che Gesù ci invita tutti, questa sera, a tenere alta questa coscienza che è il nostro sacrario più intimo, lì dove abita la voce silenziosa di Dio: nei sogni e nella coscienza. Noi non sentiamo la Sua voce se la copriamo con il nostro rumore, con la fretta, con la frenesia che appunto è essere macinati da questo tempo delle cose da fare… adesso poi che arriva Natale, non ne parliamo!!

Non lasciamoci ingannare da questi richiami che vogliono un po' abbindolarci e forse vogliono un po' addormentare le nostre coscienze, non facciamoci fregare nella nostra capacità di stare veramente in piedi!

In questo testo si parla di 4 tempi notturni (v. 35), che corrispondono alle 4 veglie romane della notte che erano più o meno le 21 di sera, la mezzanotte, il canto del gallo cioè le 3 di mattina, e l'alba cioè le 6. Sono anche tutte ore legate a momenti molto forti della passione di Gesù e si rifanno comunque al “poema delle quattro notti” (preso dal Targum dell'Esodo) che indicavano le quattro notti della salvezza: la notte della creazione, la notte in cui Abramo conta le stelle del cielo e della discendenza, la notte della Liberazione dall'Egitto e la quarta notte quella della venuta del messia. E qui siamo appunto in questa quarta notte.

Che cosa ci indica la “notte”? Vuol dire che il Signore viene ma c'è comunque un tempo di oscurità, c'è un tempo di notte, non sappiamo in quale fase arriva ma in qualunque fase della notte ciascuno di noi si trovi: se è una fase iniziale, se è una fase terminale o se è una fase in mezzo all'oscurità, il messaggio dell'avvento e di questo vangelo è che c'è un Signore che viene, viene e in qualche modo, illumina e ricordiamoci sempre, che prima di ogni giorno c'è una notte, prima della luce c'è un'oscurità e questo passaggio notturno ci aiuta, ci educa ad un cuore sveglio, a uno sguardo attento e a una coscienza vigilante.

Infine troviamo il tema dell’attendere, dell’attesa. L'attesa è qualcosa di bello. Quando attendiamo qualcosa siamo più felici perché l’attesa è anche preparazione: la mente e il cuore si preparano a qualcosa o a qualcuno che deve venire. Direi che l’attesa è imparentata col desiderio e attendere ciò che uno desidera. E il desiderio è forse più importante della sua realizzazione, è più importante il desiderio piuttosto che il desiderio si realizzi perché è il desiderio che ci mette in movimento, che ci fa sentire vivi. Luisa Muraro (una filosofa napoletana) diceva “è il desiderio che ci tiene in vita

E l’attesa tra l’altro è completamente diversa dall’aspettativa, perchè l'aspettativa prevede tutto nei dettagli: tu devi fare così,cosà… l’attesa invece è più aperta: mi apro a quello che verrà, accolgo quello che sarà, anche ciò che è imprevisto, anche ciò che si manifesterà in modo diverso da come io me lo sono immaginato. Cioè in pratica l'aspettativa è chiusa: è dentro uno schema stretto, mentre l’attesa è aperta, l’attesa ci spinge all'essenziale, a non sprecare il nostro tempo perché potrebbe essere anche l'ultimo tempo utile quindi facciamo solo quello che veramente conta! Magari quella consegna di quell’autorità, di quel potere di amare: usiamolo!

L'attesa poi ci apre allo stupore come i bambini, verso tutto ciò che è nuovo. In genere chi ritiene di sapere già tutto non è capace di attendere, è impaziente. Infatti la persona che sa attendere è umile: i piccoli, i poveri sanno attendere: loro si mettono in fila mentre i prepotenti saltano le file e Gesù, vi ricordo, che nel battesimo si metterà in fila come tutti, per farsi battezzare da Giovanni.

Infine chi attende è paziente, sa aspettare i tempi di maturazione delle cose, della natura, la legge della gradualità, sa accompagnare i processi anche evolutivi e di trasformazione delle persone che a volte sono molto lenti e quindi necessitano anche di tanta pazienza. E allora non scoraggiamoci neanche per la lentezza della nostra maturazione.

Domanda: e quando verrà?

quando verrà noi non lo sappiamo ma se non ci troverà maturi, pronti, accoglienti cosa succederà? Cosa succederà se saremo ancora cocci duri che non vogliono proprio saperne di svegliarsi, di essere attenti di accogliere le visite di Dio, della vita e di entrare nel tempo kairos, nel tempo favorevole? Cosa farà questo Signore che vuole venire? Probabilmente il Signore tarderà, aspetterà, verrà quando saremo pronti, quando saremo finalmente maturi, quando saremo capaci di accogliere e di riconoscere la sua visita carica di benedizioni.

E concludo con una barzelletta a proposito della differenza tra illusione e la realtà: a volte siamo talmente convinti che quello che noi sappiamo e capiamo delle cose e delle persone, sia la realtà che vi propongo questa barzelletta:

“Due tizi si incontrano: Enrico, come sei cambiato! Eri tanto alto e adesso sei così basso! Eri così magro e ora sei così grasso! Eri tanto biondo e ora sei castano! Cosa ti è successo Enrico? L'altro risponde: Veramente non sono Enrico, sono Giovanni... Oddio hai cambiato anche il nome adesso!!!”


Intervento nella parabola delle 10 ragazze mi aveva molto consolato il fatto che è inevitabile: tutti ci addormentiamo, tutti trascorriamo dei periodi bui in cui dormiamo. Stasera ho colto che anche i momenti in cui sono black-out, sono preziosi perché sono lo spazio in cui qualcosa matura in me, prende forma e il vero sogno si affaccia al mio mondo interiore, e quando mi risveglio è lì, pronto a sospingermi in passaggi di risurrezione

Credo che siano preziosi anche questi momenti di “addormentamento” nel senso di sogno e penso che anche la notte possa essere un terreno favorevole. Quello che comunque dobbiamo sicuramente migliorare (oltre alla qualità del nostro sonno e dei nostri sogni) sia l’intensità della qualità della vita che facciamo quando siamo svegli. E’ lì che dobbiamo cercare di imparare sia dai sogni sia dai quei passaggi bui, è lì che bisogna usare questi tempi per un risveglio, un risveglio interiore che poi è un risveglio mistico perché la mistica è proprio questa capacità di vedere con gli occhi aperti la realtà.


Intervento: quando non si desidera più non potrebbe anche essere che sono semplicemente diventato adulto, grande?

Ma c’è un passo del vangelo che dice “bisogna tornare come bambini” per cui direi che essere adulti va bene ma più che essere adulti, essere maturi, maturi a tal punto da ritornare bambini. E ritornare bambini significa ritornare anche a quello stupore, a quel desiderio, a quella capacità di sognare che non può essere relegata solo all’età infantile o alle persone particolarmente “sognatrici” ma deve essere qualcosa che ci appartiene profondamente e che quindi va riscoperto.

Direi che se essere adulto vuol dire non desiderare più, direi di no. Poi intendiamoci, c’è desiderio e desiderio, c’è il desiderio di attaccamento e poi c’è un desiderio sano che spinge a cercare, ad andare oltre, a partire e se non c’è più desiderio, sei un po' come morto, non hai più il motore, il combustibile dell’esistenza.
Intervento: pur avendo chiarificato con il tempo quello che voglio davvero, anche attraverso scelte di cambiamento, purtroppo non riesco ancora a scrollarmi di dosso incertezze e paure/preoccupazione riconducibili all'aspettativa riferibile al kronos, liberando invece quella attesa che, come tu ben chiarivi è decisamente sul versante del kairos non riuscendo a liberare invece l'attesa

Il kairos non annulla il kronos poichè siamo fatti di carne, di cellule, di tessuti, pensieri e connessioni nervose noi siamo anche immersi nel kronos. Credo che l’importante sia non dimenticare o trascurare completamente questo kairos. Non è che il kronos sia un nemico da abbattere, certo può diventare un motivo di pena, di infelicità se diventa troppo preponderante e allora vuol dire che dobbiamo allargare il respiro oltre quello che ci sta stringendo un po’ e togliendo l’aria.


Intervento: pensavo al momento del sonno: può essere vissuto anche come il momento del sogno? coltivare un sogno, una vita senza sogni, senza desideri è piatta. Ed è qui che inizio a vedere la luce, alzarmi e riuscire a vegliare attivamente.
Il sonno e il sogno sono la stessa parola “ipnos” per tutte e due, quindi è il tempo del sonno che è anche tempo del sogno e quindi un sonno popolato da sogni, da sogni che possono spingere avanti l’esistenza.

Lo ripeto: sogni che però sono sogni concreti, non sogni utopici o astratti o idealisti o illusori! E’ tutto il contrario, il sogno, come dice De’André in San crick “sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso” concreto, la concretezza del sogno è proprio quella: che fa uscire il sangue dal naso e fa scorticare le mani per il lavoro.



Terzelli per esempio, è un sogno, tra l’altro è un sogno collettivo ma è un sogno molto concreto per cui necessita di questo sporcarsi le mani da parte di tutti coloro che vogliono partecipare a questo sogno collettivo.
Questa trascrizione non è stata rivista dall’autore e risente dello stile parlato.



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