È uguale, s’interrompe? Aspetto. No, il tempo di ieri quando saliva l’ascensore, le scale di marmo del conte, ringhiere attorcigliate senza coltelli, che servono? Ma se viene il mattino, le stelle si alzano. Capito



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03.12.2017
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I

Se congiungi un osso puoi al massimo sperare in un respiro sufficientemente profondo a contenere l’allampanato sospiro di un morto gaglioffo, un ladro di peccati, che furono sudati, rappresi di sangue granitico, tristemente scendeva le scale il poeta ingenuo misconosciuto « ciao, ciao » disse rispondendo a sé, sostituendosi a quel rumore che ruba le ore scappate nella stanza dove potresti anche sapere: di là un suono di raggi che sono i ragazzi sulla biciclette, si rompe nell’aria dai vetri s’ode l’aria più scura in basso dentro la ruota, ora è salita in alto, più ombrosa, bianco, fatica se corre in un organo nelle canne dentro al di sopra del tetto, robusta e piena tintinna, no, anzi una fionda ha scrosciato l’intero dietro al fuori tenero, un’angoscia di spazio ristretto, una fuga lunga. Maestr!… un passo, una faccia portata che guarda a sinistra, una panca, rettangolino parallelo si sbianca, di marmo, grido, di rimbalzo, e il bello è che stavo solo guardando, s’infila trasmesso di pelle un pezzo di cosa che cade. Rimbombo si perde, s’infila. Rimbalzo. Acuto e stretto, non c’è spazio, solo di fondo, niente, posso? Potrei scusarmi, non voglio.

È uguale, s’interrompe? Aspetto. No, il tempo di ieri quando saliva l’ascensore, le scale di marmo del conte, ringhiere attorcigliate senza coltelli, che servono? Ma se viene il mattino, le stelle si alzano. Capito? mio caro, era sabato, e anche oggi, sentire papà, mi chiama Nicolò, singulti, ma no, quell’organo è cattedrale, quell’ansia è uomo e pianta e stella bifronte, un doppio animale spellato, muri si incorniciano nella materia, come lo sai? Ma guardati intorno! Sono frangenti! Chi? L’amico con la barba che ha scoperto la colpa. Uscire dal tempo, mi dice. Che scoperta! Se esci riprende l’antico, non c’è violenza, né amaro né sorpresa.

Mi tocco d’ignoto, una campana che suona la mezzanotte e tu voltavi l’angolo della strada, fortuna! c’era quasi nessuno, lampioni immoti, solitari, ragazzi fra loro; ho visto la luna là dietro, un parafulmine, un tetto, che dici? ritorna e continua. Una rivolta, gente che lotta, cavalli di battaglia, martello che batte le ore raccontate da onde magnetiche, dice Corrado, è inerte, sta dormendo al piano di sopra. Perché non sento?

Lucidate le strade da un soffio di pioggia, la mano sorregge la cicca, tra un piano le nocche, nell’altro la mano un bianco comporta. Il fumo sbatte sui fiori. Stella di Natale, ha detto la Paola. Uno stelo s’è rotto, l’ho piantato da solo nel vaso. E sta come prima insieme con gli altri d’inizio, per conto suo, magari straripa, ma no, ora guardo. L’han tolto. Forse Rosangela. Non poteva stare, quindi che bella scoperta pensare! Un piccola pancia in fuori, incinta, aspetta, feconda, un mento prominente, la testa, due orecchie all’insù, uno spazio uguale, il corpo tra il mento, un taglio preciso, si sente? Sì, forte, è di là, due linee fanno rumore? No, eppure si scatena il limbo di quiete. Nicolò lo tocca, è vicino. Guarda. Una pistola giocattolo in mano, le ciglia folte e sporgenti, incantato, muove la mano. Mi guarda, un sospiro, cammina intorno. Le linee si congiungono? No, di traverso, di dietro un incavo, rotondo, si tocca e scende, colando materia calda. È la dea della fecondità. « Papà, ciao » ha sostituito l’incontro di loro a casa di un altro, un amico, un ricordo, chiacchiere lontane, stupite di esserci. Eppure … Corrado le sente, il sonno profondo, quello più in là di ogni concetto, se striscia si sente, se parla non dice, se ama, sospetta, e poi, ma va, e poi, ma va, e poi … tranquillo … un pezzo … intero … sordo rotondo facendo le scale rivede la strada, fanciulle coperte di bianco e di verde saltuario, si mischia e fa maturare le pesche sull’albero di noci, che cadono, le raccoglie e s’addormenta di sotto all’ombra nell’erba, un mattino di un giorno di domenica tardi nell’anno trascorso tra un pensiero e l’altro di un’ora pomeridiana seduto su un tram guardando il giornale dell’altro signore di fianco, che volta le pagine, è seduto di fronte, ne volta un’altra è seduto di dietro, sul vetro e lo saluta, se ne è andato col giornale per fargli dispetto, e compralo! barbone! è volato. Corrado lo vede. Un soffio di vento si prende il giornale, la pagina letta. Il signore si arrabbia. E cade per terra. « Lo vuole il mio? » gli dice Corrado, gli apre la mano, gli mostra il palmo. Il signore seduto lo guarda intimorito, è pazzo, si dice, « ma che bel giornale, la notizia dell’ultima ora ». « Ma ora debbo scendere, sa, qui, alla stazione morta. Buongiorno signori. Mi scusi per quell’albero che ho piantato davanti, speriamo che cresca, è tutto ciò che mi rimane. Lo lascio. Siete stati così buoni con me ».

Ritorni grevi con fardelli sulle spalle, continui lamenti, e si infiltrassero, sì dietro, superati soltanto quei miti impressi, una colpa, sorridi … ma sì … sorridi! E ruba fracassi, bambole di tempo, la luna piena, bella invano. Una gemma di albero, fa rumore, non è sulla luna, è rossa, lo lascia a noi, essa si basta, intera e trascorre tra i muri merlati, chiusi di sopra, e s’allontana, la gemma è rimasta per noi. Un rumore? Ma sì, perché lo chiedi? Non fare domande stupide, alzati e guarda, e con questo sei già un’intera persona. Le han detto che sbaglia. Le han detto, (sussurrando s’intende) che è assassina. E lui si strugge, un triangolo senza scampo, perché gli hanno anche detto: è solo pazzo. Facile vero? Ma basta. Che vuoi che si dica, non altro. Ma se rompessi la testa a tutti, sarebbe lo stesso: è ancora vivo, respira pagando l’aria, uno al secondo e poi uno al minuto, è passato un anno. Si è interrotto allora. E adesso che fa? Guarda dentro, gli occhi socchiusi, le palpebre sospese, vetri isolati, pareti e soffitti dentro la testa: un assassino è pazzo. Sono io, fuggire di sotto che cade cadere, taglio, un sussulto, netto. Un colpo della mano spiaccicata in fronte, separata, era in quattro la sera, finito contro. Sai. Futuro di legno.

Rigodòn un ricordo. Rigodòn, Rigodòn! grido.

Un’elegia della pazzia. Ho avuto una crisi, s’è aperta, era stretto il tempo, vero Flavia? Quell’« ora » che ho scritto sentito non lasciava scampo. Aggredita. Allora silenzio.

Come puoi dire, se non parlo nel tempo più largo a capofitto nella testa che ci avvolge e abbraccia di forza e lascia cadere e sottiene senza durare? Ora potresti anche parlare tu, ma voglio parlare io.

Pazzo si è detto, pazzi son detti, schizofrenici sono diagnosticati. È vero. Gli altri normali. Ma sono pazzi i normali, e sono folli i folli.

Scindersi è facile, dissociarsi è facile, ma scindersi è un’arte, dissociarsi disgregarsi è anche un’arte la vita che esplode e si placa su un piatto durevole solido stantio, che vola ed è già là, subito ora passando cent’anni. Chi sei?

Rigodòn, Rigodòn, mi veniva da dire. Uccido dentro il tuo cranio quel toro ammansito, che si mostri e si lasci toccare, morto ammazzato. E poi: avete visto, avevo ragione, ho creato un uomo. Prima: suzione, rumori di bocca, stasi profonda, vortici di spazio pulsante, quattro dimensioni, sopra, sotto, sotto, sopra, di fianco in là dietro di là e di qua sapendo l’affetto non riparativo. Amore che muta strutture formate e incluse dentro di me, le cose. A volte vedere puntiformi stati tra il cielo, il verde, puntini di tanti colori, grossi poi i punti a comprendere tutto, e ancora siamo di là. Altrove sensi di morte, una morte non voluta, fino alla pancia, la testa si abbassa. Che dire? Pensare, una passeggiata a incontrare qualche gente che ti veda. Esisto. Il tabaccaio, il barista di fronte ai treni fermi nella stazione. Frusciare di pensieri e parole scavate, strozzate. Ma lo volete, io voglio sapere, tremare, che scoppi la morte, sono un poco più in pace.

Una crisi, fratello, fratello! Invocavo, senza coscienza di tempo, lo spazio nel sonno, un coma nel cielo dove s’incontra una traccia che è scritta dentro la testa. Ho creato, speravo, mi dico, creato, la Paola mi dice che ha ovulato, se avessimo fatto l’amore, sarebbe nato il figlio. Ma io ero lontano, non ho voluto. La testa mi diceva di scrivere, il corpo eccitato, scontri con gli amici, scherzosi, non voglio parlare e parlavo, quasi gridavo. Bevevo del vino, Bruno era lontano, lo volevo vicino. Poi si placava lo stato, chinavo la testa sul bimbo, più in pace. La colpa comunque non c’era, l’autodistruzione aveva lasciato posto a questa esplicazione: atti, sentire, durare in eterno. Non avere paura, di perdersi? di lasciare? di uccidere? di essere ucciso? Che so, ma niente di tutto questo. Stavo in subbuglio, ma stavo anche bene. Pazzia pura, quella della gente se lasciasse stare etichette, intermediari per parlare, per essere, anche per amare. Prova guardare un bicchiere, prova a non sapere che serve per bere, il non sapere quello che sai, allora perde la forma e va dove si ferma e ti fa vedere ogni singolo strato, arcuato, incurvato, convesso, roteante, salato e quieto, fermo, strutturato senz’essere di più di qualsiasi cosa, che sai, ma sai di quella persona che sente la colpa, la espia, non deve espiarla e allora ha la colpa se ha espiato lo colpa soltanto perché l’ha sentita. Lucia allora ha dietro di sé un’altra Lucia e poi dietro un’altra e poi un’altra, rimoltiplicata di nuovo, ma ognuna ferma di morte, sotto il rudere nel deserto, a starsene in pace.

Ma crepa, spero di no, ma è gia morta. Le han detto che è pazza. L’han presa, rinchiusa, stai attenta a non farti vedere. Allora ogni atto è sbagliare. Passato chiuso in sé, lasciato lì, morto senza fragore, né pianto. È soltanto morto; soltanto.

La presero, tentava di continuo di uccidersi, strapparsi le vene, ingerire barbiturici, fin da bambina. Cercare la morte per sentire la vita. La presero, legata in una stanza imbottita. Costretta, sentiva la notte di un’altra sua compagna dalla stanza accanto gridare e poi di colpo silenzio. Un grido e poi niente. Per otto mesi. La madre venne a prenderla. Sul treno per l’Italia, vedendo un finestrino chiuso, un gesto quasi automatico forse un antico ricordo, prese la maniglia e la alzò. E il vetro si alzava. Un gesto e qualcosa avveniva. Si apriva un atto pensato, forse voluto, chissà. Da allora scoprì la libertà e non volle più uccidersi per cercare il tempo che scorre. Ma ora deve espiare, stai attenta che gli altri si accorgono che qualcosa non va, si dice da sempre. Speriamo nella gente, la sua benevolenza. È tutto qua, se no non puoi.

Lottiamo insieme perché si spacchi l’incertezza, gli occhi si chiudono talvolta, la vedo lontana, una sfinge, nessuna espressione, non si deve disturbare il buon pensatore.

Chi ne sa di più. Scindersi è difficile, è una rinuncia. Rinunciàm, rinunciamo! Tu che non l’hai fatto sei matto, matto e operiamo il cervello, quel piccolo lobo nel cranio, che serve? Ce ne sono tanti in più. Ma non sai che basta accogliere, non aver paura oppure accettare, volere che la paura ti entri nel corpo, perché chi è pazzo possa non esserlo ed entri nel tempo tuo, delle cose, scivolando e creando sull’altro tempo delle altre cose dove si svela il mistero a tutti noto, ma che c’è stato imposto di non toccare, né amare, né avere all’inizio dei tempi. Ed era giusto allora. Ma ora?

E tu Sandro, perché ti nascondi? Ti chiamavo, credo, stanotte. Cristiana, smuovi il corpo, quel chiedere di star lì, giudicare, senza colore, tutto è a posto. Lascia che il posto sia preso da altro, altri e tanti. Forse un attimo anche tutto, questa parola aborrita, perché vuol dire troppo, o nulla se non capisci. Ti spacca la testa e costringe quel gabbiano che ho letto in una bella poesia a prendere lapislazzuli, artigli rattrappiti, il becco aperto a parlare ai morti. O in quell’altra dove quell’uomo, il poeta o qualsiasi altro passava nelle viuzze, toccava le osterie nascoste, macilente a scoprire pietà nel corpo di Cristo, senza aspettare un volto mistico, ma cantando lento, più lento, accorato, non lirico, piatto, una pietà sapiente al di là del dove, presente qui. O quell’altro che urla, si mangia le parole, allucinato si parla, si ingozza di tragico sapore toccando i corpi, le puttane, vicino alla Senna, la lue, disprezzando la bimba che rantola e lasciamola rontolare, che crepi, ma ormai la guarda, comunque ha sentito il rantolo, nel polmone, con l’orecchio attaccato allo stetoscopio, il vicino di sotto che è morto, è bastato un ultimo sospiro senza altro. È morto.

Distrugge, ma guarda ciò che rifiuta e racconta la storia di un principe durante la battaglia a colloquio nel castello bagnato da acqua nella tempesta, (paesaggio di cupa creazione), con la morte. « E aspetta » le dice. Ma no, prendimi. Non sa. Ha aperto un dialogo, e il tempo si ferma e lui ha guardato. Già ce l’ha dato, se l’è dato, che vive, che mi spinge, reazione, tavoli che ballano, perché passa la metropolitana, di sotto nella terra, vicino alla finestra dove io scrivo e guardo i rumori e conto i colori, ormai tutto è uguale.

Ho letto a Paola lo scritto, mi sono emozionato, prima ero distaccato. Mi è difficile scrivere, sento un buco più dentro e aspetto. Fuori è fermo. Un colore scuro davanti, disegnato di ringhiera piena di polvere e annerito, in mezzo il verde del prato, non sa di niente. Due persone si muovono, si siede una, l’altra è ancora in piedi. Sta per sedersi, un gesto, ecco mi sembra seduta, nella mia testa. Ora guardo. Non ci sono più. C’erano eppure, ora si sono allontanati? Non so. Una bambina in bicicletta. Un salto nel vuoto. Un signore grande vicino al fosso del ponte levatoio, l’ho guardato, vicino a lui la moglie, un volto nascosto, lo immagino, si vede nel corpo del parco davanti tutto l’intero, o soltanto un occhio, la fronte di fianco, il mento, il cappotto.

Io dentro la mente lo vedo di là, il volto è intero. Scindersi è facile, è un’arte. Ed ecco dissociarsi, frantumarsi rimanendo con le gambe per terra, il corpo pronto, magnifico solitario, tutt’intero non so, forse fra quei rami di quell’albero fermo? O tra le grate di quella finestra che non guarda dietro i mattoni, un buco, ma questa? O dietro, più dietro un altro cancello che non vedo? Sono in pace, raccolto il mio stato mi ascolto, voci della televisione: Pippo, dice mio figlio, la Paola seduta sul letto, non fa rumore, soltanto il lenzuolo schiacciato, un fragore dietro la tenda del bagno in quella fuga di attimi di spazio che rincorre se stesso, si tengono il loro tormento, ed ora ridono all’attenzione fissa di Nicolò. « Ciao Pippo » sta gridando. A me dove va? Un formicolio « ah » lo sento dire, un camion che passa « camion de terra » lo chiama mio figlio, Nicolò si chiama. L’abbiamo chiamato. La Paola parla, « Pippo » anche ieri, si sostituisce a lui, Nicolò, si sostituisce a me.

Questo verbo che mi colpisce, l’ha scritto Pietro, nel suo racconto. Chi sostituisce prevarica il tempo, supera il mio tempo e quello dell’altro, gli fa fare una giravolta, lo trascina su, in un piano parallelo appena spostato più in là in uno spazio e riprende da capo, in un altro verso più cantato, sentito, forse urlato, silenzioso di mente che bacia il suo corpo, o di corpo che accarezza, e si stringe e ama il pensiero mediato, lo spinge immediato e si ferma, si guarda, non guarda anzi niente, ed è unito.

Ma come parlare? È difficile, questo. Un passo in avanti, stanno picchiando dei colpi forse con un martello, non passa nessuno, i colori si stanno mettendo diversi, loro tutti uguali, prendono piccoli movimenti, e il prato davanti fa crescere l’erba, prima, poco prima, all’inizio, poi ora, era stata fermata, non cresceva, non poteva da sola.

Quel mondo non parla, allor l’erba non cresce. La gente che pensa bene, profonda, etichetta; e se fosse quello lo stato d’un’intera follia? Quel mondo parla, ma nessuno l’ascolta, e il male serve per la struttura, un niente, un codice civile, una rinuncia. Stanno passando le macchine. Potrebbero anche star ferme, il prato ha ripreso la sua corsa, dentro ai colori, cresce vicino a quel bimbo col maglione giallo, che sradica l’aria, accanto a una mano che osserva le crepe del muro e gli indica qualcosa, parla. Il muro risponde, il martello non picchia. Stanno caricando qualcosa. Un trasloco, penso. Me l’ha detto Mafalda. Suo marito è stanco, ma non sa dire di no. E ora è domenica, lavora per fare un piacere. Nicolò mi sente. E io l’ascolto; mi fermo, chiudo la penna fra un poco, ora, ma sto scrivendo. Ora mi fermo, me lo dico. Lui corre, è qua: « Pippo ».



Poter raccontare una storia su se stessa, la tragedia che non vede, soltanto tra le parole scritte più dietro nel margine. Ed essere chiusa. Un romanzo, un narrare di cose. No, apparire il margine, descriverlo, sentirlo che apre? Una carezza, è, si dice. Ma lasciala in pace, lascia che si sgretoli, non rompere le scatole, cammina in punta di piedi, sfiora e grida, e poi accalorato buttati in un pozza e aspetta. Noi tutti sentiamo qualcosa di più. Quel mio barista, la stazione, il viso sospira, ora è più sereno di quel giorno che ho visto. Mi serve il caffè e io lo ringrazio. Non mi sente. Arriva un ferroviere, allora si parlano. Vedo lo scontrino, cento lire ha pagato. Io centoventi. Evidentemente a chi lavora nei treni quel bar davanti offre lo sconto, quell’abito scuro triste, che ognuno deve indossare se vuole far parte di quel corpo di uomini che vanno avanti e indietro, Milano-Varese, Como-Milano, che si chinano ad aprire sotte le ruote ciuffi di vapore, di cose stanche che sono raccolto. Basta un piccolo bastone, quel gesto leggero, inchinarsi per terra, stringersi un poco, ed ecco l’accumulo si scioglie, la polvere bianca, bolla di aria condensata, soffio di liberazione, nel nero dietro le ruote carbonizzate dal buio fragore tra il ventre di sotto, si macchia dapprima e poi si schernisce: è solo bianco, capace di mordere e spingere un poco, quel mondo che s’interrompe. Quando non nasce, rimane immoto, o si infila in strane parole, sempre uguali, sei pazzo fatti curare. Oppure prende le mani paura di picchiare e far male, il pensiero, pensiero di sé si rompe, travolge, e quello distrugge, ma lascialo andare, non avere paura, mostra quell’atto, è mostrato, è fatto, nulla è avvenuto. Il fantasma dorato, agognato, cercato, temuto, odiato, distrutto, famigerato, intriso di rabbia e pungenza, trafigge, ti spegne, lacera, allunga il dolore e tu corri, trattieni, ma lascialo andare appena lì sotto, dove il sogno prende rumore, un piccolo male, ferita di fede e puoi accedere al passato che riempie un buco aperto di là, dall’altra parte e tu sbagli, lo riempi di desiderio, di vorace, incongruo parlare, sapere e muori talvolta; s’interrompe. È qui che il mondo non nasce. È qui quel mattino che non lascia pace, se non sotto le coperte e ti rivolti, sperando nel sonno. « Non voglio più alzarmi » diresti comunque. Lo puoi, lo fai solo perché hai tolto da te qualcosa, quella scissione, è un’arte, arte di rinuncia, potresti anche passare di lì. Ma poi lasci sconsolato tutti gli altri attimi, fermi inquieti, non sanno perché. Vedi occhiaie nella gente. Tristezza. Passione grida qualcuno. Ma quella si tramuta in corsa affannata. Ottimismo un altro, ma quello implica chiudere lo sguardo, dolore quell’altro e gli caddero gli occhi nella minestra. Solidità gli altri in coro. È vero, così è bello essere sempre uguali: nulla è mutato, niente si muove. « Ma no, non è vero » risponde. Son io che sto fermo allora vedo il tempo che scorre, la ciliegia, quale linfa gli porta di rosso? si chiedeva quel verso. Ma per cogliere il rosso, il senso segreto, muoversi da una parte e aspettare, muoversi dall’altra e aspettare, fin qui fatalità, che ci vuoi fare, le cose stanno così. È saggio. Evviva la saggezza. E il saggio sul suo seggiolone, rimbambito, che grida, chi arraffa, chi uccide e piange e si strozza, occhiaie, certezze che non vedono e sono rinchiusi, le orecchie tappate, gli occhi nella minestra, sapori lontani. Liberateli dice. È nobile il signore, speriamo che cada dal seggiolone.

È folle sperare in idee di altro, svegliarsi senza sapere che quello che vedo può essere molto, tutto, non quadrato, né già fatto, ma fuga d’incensi, sapori di violino, bambini che ridono, rumori interi, una collina in due, dietro e davanti, di fianco un’altra, ma è la stessa, solo che la vedo tutta sospesa e per terra, innevata e fiorita, nel cielo e nel mare nel tempo che apre ore mai viste, scorte tra il fischiettare di quell’uomo che passava, e sembrava un uccello, non sapeva di essere tra le case, tra noi e poi s’accorse e si abbandonò ora non solo dentro la mia casa, anche in quell’altra vicino, e in quella di fronte. I muri possono fischiettare, anch’essi come usignoli. L’avete mai sentiti? Ascoltare ora; basta non sentire, allora l’occhio si apre e scorge il colore di note modulato fatte di un uomo triste che non poteva sapere di esserlo, soltanto perché era nato senza parlare ai gabbiani che hanno deposto le uova, prima di dimenticarsi di parlare: erano uomini pieni di cose legate e sbrigliate al di là del mondo dove fu nascosta la morte.

Raccogliamo la luce, fuori piove sulla disgrazia, materia fresca scivolosa e incapace. Raccogliere su noi stessi il limite potrebbe rompere la cordigliera che si compone di una cima e di un’altra, di seguito, spezzata dall’anima di un treno che non sa dove andare, amareggiato da ritmi non suoi, snaturato e incredibile tra le labbra di quell’uomo che brucia le sue forze in coma subentranti.

« Gombì gissì ghemgén scìcaì tocà amà harà nì camù stamèhai, moè idémossù »

e sia pure così, perché fermare l’attrazione di gravità che spinge e afferra e scalpita nel delirio di una intera notte sul lato di un fiume tristezza incerto, laborioso tramite di chi sa, mordendo il vomito che vuole uscire, conati di voci incoerenti, scudieri e martirii che colpiscono l’interno di una cattedrale crudele, perché non c’è riposo e il principe riposa sul letto di piume e intrattiene i suoi uomini in vecchie dispute, dopo aver vinto la battaglia e posto ai suoi piedi le teste nemiche, prese mentre Ludovico si stringe al riparo della sua testa ribelle, sdrucita e ammalata percorsa da ritmi pazzeschi (una antica preghiera in un tempio scosceso sdrucito di gente, priva di testa): « tameè, tó mó cotó nó iosù ó

CASCICOMI CASCICOMI MO MAOSC ».

E Franco, l’angoscia respinge, gli occhi bagnati, la fronte tremante, le guance infanti, senza gambe, il pene lontano: un suono di violino, le note son vere, più forti. La gente che ascolta, un senso d’armonia, una luce profonda, caldi sospiri, non posso, ho paura non posso non voglio, la colpa, e se scivola via?

Il suono è accolto dalla gente che guarda, si siede d’intorno, insieme lentamente e ascolta.

« Io sono sotto le coperte, mi sono allontanato, non potevo quello degli altri, e il suono mi insegue. Io scappo sotto, poi più sotto, le note bruciano, si mescolano insieme, un vortice monotono, sempre più veloce, su sé d’intorno, è tutto intero e io sprofondo. Il vortice s’avvicina, io scappo sotto. Le note mi prendono il letto, strappano la coperta, nudo rimango fino al pene coperto ».

È un sogno, mi dice.

E la pioggia continua a cadere sospinta dal suono che tocca per terra, s’allarga, perché quel povero uomo crepa nel letto? Un tremito immediato, non voluto, sottratto a sé, ad ognuno, la bava alla bocca, si spacca la schiena e gli occhi si chiudono. Un attimo, poi un altro. Un ricovero e poi un altro. Di solito è per la strada, non fa niente, né lavoro, né gente, né pane, né mani, né cani, poi la prigione. « Lasciatemi morire », appena dopo la crisi. E lui è vicino, io lo so. Vicino al niente che ha con sé il principio di lei che mi dice che è stanca, di lei che è andata a comprare le arance al mercato comunale, di lui che cerca un abito adatto per il matrimonio, dell’altro che mastica una cicca alla menta e m’arrabbio. Perché non capire? Perché l’angoscia, essere soli, ferire il pensiero perchè esca sangue qui sul tavolo bianco. « Oh … « « h … che vuoi … ? »

Stammi a sentire! …

Se l’acido fermenta nella tinozza di acqua fresca ruba un attimo all’intuito e portalo nel respiro che alberga dentro lo stomaco e lascialo che vegeti vicino al confine dove rigenera il male materia … chiara … rampicante e fatta di bacche rosate, stupendo di detti marci e risorti. Son grandi eppure la pioggia cade e la Sicilia crepa tra mesi di arsura. Bere, intuire, sapere, dove la logica si intreccia tra l’eguale, e poi un’altra cosa: è stare a far niente che il vaso di fiori qui di fronte s’apre, s’arrende spreme colori s’annera, un nido e poi sapore di miele e anche basilico, sospeso tra le vertebre di uno scimmione che salta, rumina e s’annida l’uccello, che compie un volo leggero e se ne va. È aperto il coperchio vien posto. Sei tu quello, sei tu, disgraziato, che vuoi coprire il pensiero della morte? O il pensiero d’aprile della gente? Sali in quell’appartamento dove s’aggira la morte. La senti che balla? Sono dieci le persone, una madre, un padre e i figli. Son vivi e guárdateli bene, sono fantasmi di legami che stringono non visti, dietro la terra. Si dice il male. È solo questione di stracci che vogliono passare per ampi ricami. Ascolta: Tuo padre:




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