1. All’origine il mito, la rivelazione, il frammento, l’aforisma



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1.4. Appendice operativa come in un tentativo di laboratorio

il viaggio, il paradosso e la logica nel frammento: limite e ambito della logica



  • fine / fallimento della logica (affidata al principio di non contraddizione: Parmenide)

  • indicatore dei confini di percorribilità logica (Eraclito)

il paradosso e il frammento una tecnica di problem solving, e indicatore di direzioni possibili

  • indica gli estremi presso i quali non è possibile stare

  • indica gli estremi tra i quali è necessario stare


analisi e laboratorio: un frammento: visione d’insieme grazie al paradosso

(composizione di poche righe)


la tecnica di composizione: si può basare su tre parole chiave

parola 1. pensa ad una realtà “totale” [che può essere pensata come una totalità] (mondo, persona, vita, cultura, anima, sentimento, corpo, vista, giustizia, bellezza …un indicatore di insieme)
parola 2. trova una parola (chiave) che ne possa indicare l’esplorazione e svelarne la natura (che sia in grado di indicarne la natura specifica [applicabile alla sua totalità; esempio: percorrere, esplorare, scendere, ascoltare, governare)
parola 3 [parola doppia: coppia di opposti, esplicita o indicata]. indica il movimento / viaggio (totale) che può essere generato da quella chiave (movimento come mutamento, comportamento, stile…) indicandolo per estremi possibili di situazione (uno/molti, siamo e non siamo, vita/morte, appare/nascosta, presenti/assenti, ordine/disordine), di spazio (confini, scorrere, profondità/superficie…)

esempio: la tua anima è un logos profondo (Eraclito)



parola 1 parola 2 parola 3
esempio: la ragione è l’ordine del mondo
parola 2 parola 3 parola 1

Un esempio applicato alle storie di oggi. «Ho sempre pensato che i sintomi della concezione cinica e narcisistica dell'esistenza che domina l'Occidente siano il rovescio speculare di quelli del fondamentalismo islamico come se si trattasse di due facce della stessa medaglia. Da una parte il crollo dei valori, dall'altra la loro furiosa restaurazione; da una parte il libertinismo della perversione, dall'altra il cemento armato della paranoia; da una parte una libertà senza ideali, dall'altra l'Ideale come bussola infallibile; da una parte il pragmatismo disincantato

dall'altra il fanatismo più folle; da un parte l'esibizionismo senza veli dei corpi, dall'altra la repressione più austera. I più recenti episodi di terrorismo mi obbligano a ripensare questa opposizione: la violenza feroce di soggetti isolati non può essere fatta rientrare nello schema del fanatismo paranoico della Causa che si rivolta contro la concezione immorale e pagana

della vita dell'Occidente.» (Recalcati Massimo, Quei giovani psicotici e il delirio terroristico, in la Repubblica, 22.07.2016)

2. il ritorno del viaggio, del frammento e dell’aforisma all’inizio della cultura contemporanea: tre ipotesi di analisi (tra loro eterogenee)

2.1. le parole di Zarathustra (Nietzsche) metodo per un pensare attuale lento e costruttivo

2.2. la storia per frammenti, materiale per un viaggio di costruzione: lo sguardo dell’Angelus Novus (Benjamin).

2.3. frammentazioni contemporanee senza viaggio e senza aforismi nei diffusi non-luoghi: sguardi sociologici in prospettiva

2.1. le parole di Zarathustra (Nietzsche) metodo per un pensare attuale lento e costruttivo

Il viaggio di trasfigurazione e di rifondazione. Nietzsche Friedrich, 1883-1885, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, Adelphi, Milano 1973

«Prefazione di Zarathustra

1

Giunto a trent'anni, Zarathustra lasciò il suo paese e il lago del suo paese, e andò sui monti. Qui godette del suo spirito e della sua solitudine, né per dieci anni se ne stancò. Alla fine si trasformò il suo cuore, - e un mattino egli si alzò insieme all'aurora, si fece al cospetto del sole e così gli parlò:



«Astro possente! Che sarebbe la tua felicità, se non avessi coloro ai quali tu risplendi !

Per dieci anni sei venuto quassù, alla mia caverna: io sazio della tua luce e di questo cammino saresti divenuto, senza di me, la mia aquila, il mio serpente.

Noi però ti abbiamo atteso ogni mattino e liberato del tuo superfluo; di ciò ti abbiamo benedetto.

Ecco ! La mia saggezza mi ha saturato fino al disgusto; come l'ape che troppo miele ha raccolto, ho bisogno di mani che si protendano.

Vorrei spartire i miei doni, finché i saggi tra gli uomini tornassero a rallegrarsi della loro follia e i poveri della loro ricchezza.

Perciò devo scendere giù in basso : come tu fai la sera, quando vai dietro al mare e porti la luce al mondo infero, o ricchissimo fra gli astri !

Anch'io devo, al pari di te, tramontare, come dicono gli uomini, ai quali voglio discendere.

Benedicimi, occhio pacato, scevro d'invidia anche alla vista di una felicità troppo grande !

Benedici il calice, traboccante a far scorrere acqua d'oro, che ovunque porti il riflesso splendente della tua dolcezza !

Ecco! Il calice vuol tornare vuoto, Zarathustra vuol tornare uomo».

— Così cominciò il tramonto di Zarathustra.

2

Zarathustra prese a discendere da solo la montagna, senza incontrare alcuno. Ma giunto alle foreste, ecco si trovò dinanzi un vegliardo, che, in cerca di radici per la foresta, aveva lasciato la sua pia capanna. E così parlò a Zarathustra il vegliardo:



«Questo viandante non mi è sconosciuto: alcuni anni fa è passato di qui. Zarathustra era il suo nome; ma egli si è trasformato.

Portavi allora la tua cenere sul monte : oggi vuoi portare nelle valli il tuo fuoco? Non temi i castighi contro gli incendiari?

Sì, riconosco Zarathustra. Puro è il suo occhio, né disgusto si cela sulle sue labbra. Non incede egli a passo di danza?

Trasformato è Zarathustra, un bambino è diventato Zarathustra, Zarathustra è un risvegliato: che cerchi mai presso coloro che dormono?

Hai vissuto nella solitudine come in un mare, e il mare ti ha portato. Guai ! vuoi scendere a terra? Guai ! vuoi tornare a trascinare da solo il tuo corpo?».

Zarathustra rispose: «Io amo gli uomini».

«E perché mai, disse il sant'uomo, io sono andato nella foresta e nel deserto? Non fu forse perché amavo troppo gli uomini?

Adesso io amo Iddio: gli uomini, io non li amo. L'uomo è per me una cosa troppo imperfetta. L'amore per gli uomini mi ammazzerebbe».

Zarathustra rispose : «Non di amore dovevo parlare ! Io reco agli uomini un dono».

«Non dar loro nulla, disse il santo. Levagli piuttosto qualcosa e portalo insieme a loro - questo sarà per essi il massimo beneficio: purché lo sia anche per te !

E se proprio vuoi dargli qualcosa, non dare più di un'elemosina, e falli mendicare per questo!».

«No, rispose Zarathustra, io non faccio elemosine. Non sono abbastanza povero per farlo».

Il santo rise di Zarathustra e disse: «Bada che essi vogliano accettare i tuoi tesori ! Sono diffidenti verso gli eremiti e non credono che noi veniamo a portare doni.

I nostri passi risuonano troppo solitari per i loro vicoli. E quando di notte, a letto, sentono un uomo camminare assai prima che il sole sorga, si chiedono: dove andrà quel ladro?

Non andare dagli uomini, resta nella foresta ! Va' piuttosto dagli animali ! Perché non vuoi, come me, essere - un orso tra gli orsi, un uccello tra gli uccelli?».

«E che fa il santo nella foresta?», chiese Zarathustra. Il santo rispose: «Io faccio canzoni e le canto, e nel far canzoni, rido, piango e mugolo: così lodo Iddio.

Cantando, piangendo, ridendo, mugolando, io lodo il dio che è il mio dio. Ma tu che ci porti in dono?».

Udite queste parole, Zarathustra salutò il santo e disse :

«Che mai posso avere da darvi ! Lasciatemi andare, presto - che non vi porti via nulla !». - E così si separarono, il vegliardo e l'uomo, ridendo come ridono due fanciulli.

Ma quando fu solo, così parlò Zarathustra al suo cuore : «È mai possibile ! Questo santo vegliardo non ha ancora sentito dire nella sua foresta, che Dio è morto !».

(Nietzsche Friedrich, 1883-1885, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, Adelphi, Milano 1973, 3-5)

2.1.1. È legittimo vedere in questo incipit la ripresa di motivi antichi: evidenti richiami biblici (come Mosè che scende dal monte Sinai con le tavole della legge, l’episodio della trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor di cui parlano i Vangeli, il tema della kenòsis di cui parla Paolo…), ripresa dei primi motivi della filosofia (il viaggio di Parmenide e la rivelazione, le posizioni di Eraclito nei confronti dei dormienti) e conseguenti propositi rifondativi generali. Del resto si tratta di un compito di smontaggio e ricostruzione di cui Nietzsche è consapevole fino a dichiaralo come proprio scopo. «Mi è stato detto abbastanza spesso, e sempre con gran meraviglia, che in tutti i miei scritti, dalla Nascita della tragedia sino al recente Preludio di una filosofia del futuro, ci sarebbe qualcosa di comune e di caratteristico: essi conterrebbero tutti, mi si è detto, lacci e reti per uccelli imprudenti e quasi una costante, nascosta istigazione a sovvertire consueti apprezzamenti e apprezzate consuetudini. Come? Tutto sarebbe solo umano, troppo umano? Con un tal sospiro si uscirebbe dai miei scritti, non senza una sorta di orrore e di sfiducia persino contro la morale, anzi parecchio tentati e spronati a fare per una volta i patrocinatori delle cose peggiori, come se esse fossero solo le meglio calunniate. I miei scritti sono stati definiti una scuola del sospetto, anzi del disprezzo, ma fortunatamente anche del coraggio, anzi dell'audacia. In effetti, io credo che nessuno abbia mai guardato nel mondo con un sospetto altrettanto profondo, e non solo come occasionale avvocato del diavolo, ma, per dirla in termini teologici, anche come accusatore e nemico di Dio.» (Nietzsche, Umano, troppo umano).


2.1.2. Il frammento / l’aforisma strumento di liberazione; come “fedeltà alla terra” al suo intrinseco divenire e al suo ineffabile enigma. Interrogativi, enigmi, aforismi. «Noi per nascita divinatori d’enigmi»

Nietzsche rifiuta di servirsi delle tradizionali forme del testo filosofico (come il trattato, la lezione, il saggio) vedendo nell’esposizione ordinata, organica, argomentata l’espressione di un sapere dogmatico, pietrificato; non a caso nella forma del trattato sono scritte le opere di metafisica, scienza, morale che i dotti destinano al «gregge degli animali veneranti». Allo spirito libero cui Nietzsche si rivolge si addicono invece la frammentarietà e l’essenzialità dell’aforisma, l’inquietudine dell’interrogativo, l’ambiguità dell’enigma. Queste forme paiono imporsi naturalmente alla sua filosofia, che esige modi espressivi capaci di rompere i rigidi schemi della razionalità ottocentesca per dare spazio al dubbio, alla meraviglia, all’irrisione, all’invettiva… e restituire così all’uomo l’immaginazione e il pensiero, il sorriso, il ridere, il danzare e la volontà. La scelta aforistica, adottata pressoché in tutte le opere, consente in particolare a Nietzsche di abbandonare l’unicità e l’assolutezza della prospettiva di indagine assunta dai precedenti sistemi filosofici (lo spirito nell’idealismo, i rapporti economici nel marxismo, la scienza nel positivismo sono intesi come principi esplicativi totali a cui viene ricondotto ogni fenomeno) e di adottare molteplici punti di vista, riprendendo da diverse angolature gli stessi temi. Il procedere aforistico, volutamente sganciato da strutture di sistema ma teso a demolire ostacoli, smontare pregiudizi, aprire varchi, indicare e iniziare strade… è uno stile che si impone anche per la lettura delle opere di Nietzsche che le ascolta e che rende impossibile una riconduzione delle sue affermazioni a piani di sistematicità teoretica, filosofica (magari manualistica).

2.1.3. La forma del testo diventa una prassi filosofica particolare fino a farsi modulo produttivo e metodo generale; nell’aforisma (nella forma) è contenuto uno specifico impegno filosofico. La filosofia nella forma dell’aforisma (della sentenza, della massima, del frammento) è una filosofia che non si accontenta di lettori attenti, vuole lettori che assumano il coraggio della interpretazione e quindi dell’analisi genealogica e del “fare filosofia con il martello”. Nella Genealogia della morale (1887) Nietzsche stesso indica il modo in cui si dovrebbe leggere un aforisma: «In altri casi la forma aforistica presenta delle difficoltà ... un aforisma, modellato e fuso con vigore, per il fatto che viene letto non è ancora ‘decifrato’; deve invece prendere inizio, a questo punto, la sua interpretazione, per cui occorre un’arte dell’interpretazione.» Il complesso gioco di significati sottintesi e di allusioni, di illuminazioni folgoranti e di ardite metafore, nonché una certa dose di freddo argomentare, rendono l’aforisma di Nietzsche di ardua lettura e richiede il coraggio dell’interpretazione, resta perennemente un testo aperto, richiede la pacatezza e la lentezza dell’ascolto.

2.1.3.1. una riflessione di Dietrich Bonhoeffer sul tema del frammento e su come il frammento imponga la dimensione culturale del viaggio e del pensiero filosofico: «Ci sono poi frammenti che […] restano significativi attraverso i secoli, perché il loro completamento può essere solo affare di Dio, cioè frammenti che devono essere frammenti — penso ad esempio all’Arte della fuga. Se la nostra vita rispecchia anche solo da lontano un frammento di questo tipo, nel quale i diversi temi che si aggiungono sempre più numerosi si armonizzano almeno per un breve istante, e nel quale il grande contrappunto viene mantenuto stabilmente dall’inizio alla fine, sicché poi, dopo l’interruzione, al massimo si può intonare ancora il corale “Così mi avanzo davanti al tuo trono” — allora non dovremo lamentarci neppure della nostra vita frammentaria, ma dovremo anzi esserne contenti.» (Resistenza e Resa).

2.1.3.2. la ragione del frammento, come forma e definizione della filosofia etica della liberazione, ha la sua radice nell’esistenza così come è definita, in Nietzsche, dal concetto di “eterno ritorno” come attimo (Augenblick); “attimo” è il tempo proprio della volontà.

La concezione antica dell’eterno ritorno: il fato circolare del tutto già accaduto. Nella tradizione diffusa l’idea dell’eterno ritorno teorizza un ricorrere fatale e doloroso degli stessi attimi, degli stessi eventi nel tempo, un tornare fatale che svela l’inutilità degli atti di volontà degli uomini, nega la possibilità di sottrarsi a un destino già deciso e che si ripeterà inesorabile, denuncia l’illusione dell’uomo di porsi fuori dal tempo, al principio o alla fine, per emettere dall’esterno giudizi sul tempo, sul mondo, sull’uomo e, con la propria volontà, cambiare il corso degli eventi. Rassegnazione e sudditanza sono la conseguenza: l’eterno ritorno svela anzi il nulla di ogni progetto etico, religioso, scientifico.


La concezione proposta dell’eterno ritorno: l’attimo (un battito di ciglia). La circolarità ripetitiva del passato e futuro, propria della idea tradizionale dell’eterno ritorno e della concezione circolare del tempo, viene ridefinita da Nietzsche quando viene colta nel suo punto di origine: il passato ed il futuro coincidono e quindi accadono realmente nel tempo dell’atto di volontà, nell’istante (Augenblick, un “battito di ciglia”) in cui il soggetto decide. La teoria dell’eterno ritorno introduce così, a sua definizione, la temporalità dell’attimo, del presente della volontà; ne pone l’essenza in un tempo totalmente affidato alla decisione, al coraggio, alla volontà soggettiva annullando così il fatalismo che dominava la concezione tradizionale dell’eterno ritorno e togliendo la negazione della volontà che quella concezione porta con sé.

2.1.4. frammento e la cura “slow” per la civiltà contemporanea (frenetica, convulsa…): elogio della lentezza per un pensare che è contemplazione, atteggiamento interpretativo richiesta dalla densità irrisolta del frammento / aforisma.

Elogio della lentezza come metodo: «Ed infine: a che scopo dovremmo dire così ad alta voce e con tale fervore quel che noi siamo, quel che vogliamo e non vogliamo? Osserviamolo, invece, più freddamente, più in distanza, con maggior saggezza, più dall’alto, diciamolo, come può essere detto fra noi, così segretamente che nessuno vi badi, che nessuno badi a noi! Soprattutto diciamolo lentamente... Questa prefazione viene tardi, ma non troppo tardi; che importano, in fondo, cinque, sei anni? Un libro del genere, un problema del genere non ha fretta: inoltre, noi siamo entrambi amici del lento, tanto io che il mio libro. Non per nulla si è stati filologi, e forse lo siamo ancora: la qual cosa vuol dire, maestri della lettura lenta; e si finisce anche per scrivere lentamente. Oggi non rientra soltanto nelle mie abitudini, ma fa anche parte del mio gusto — un gusto malizioso forse? — non scrivere più nulla che non porti alla disperazione ogni genere di gente «frettolosa ». Filologia, infatti, è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un’arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai; è proprio per questo mezzo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un’epoca del «lavoro», intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol «sbrigare» immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo per una tale arte non è tanto facile sbrigare una qualsiasi cosa, essa insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente, in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini lasciando porte aperte, con dita ed occhi delicati... Miei pazienti amici, questo libro si augura soltanto perfetti lettori e filologi: imparate a leggermi bene!» Ruta di Genova, nell’autunno dell’anno 1886. (Nietzsche Friedrich, 1886, Aurora, Mondadori, Milano 1981, p.10-11)

E nella Genealogia della morale: «oh come siamo felici noi che ci interessiamo alla conoscenza, ammesso che si sappia tacere abbastanza a lungo (prefazione. 2) E' chiaro che per esercitare così la lettura come arte, è necessaria soprattutto una cosa che al giorno d'oggi si è disimparata più di tante altre - e perciò per arrivare alla leggibilità delle mie opere, ci vorrà ancora tempo - una cosa, cioè, per cui si deve essere piuttosto simili a una vacca e in nessun caso a un "uomo moderno": il ruminare.(pref. 8) Chiudere ogni tanto le porte e le finestre della coscienza, non farsi molestare dal fracasso e dalla lotta con cui il mondo occulto degli organi al nostro servizio manifesta la sua collaborazione e opposizione, un po’ di tranquillità, un po’ di tabula rasa della coscienza, per fare ancora spazio a qualcosa di nuovo...questo è il vantaggio di una dimenticanza attiva (II,1).» (Genealogia della morale).

2.1.5. il frammento, l’aforisma, è filosofia dello smontaggio e liberazione, se imponendo la riflessione, la meditazione, l’ascolto in lentezza, permette di “auscultare” (come un medico) gli idoli e metterne in luce il suono cavo, il vuoto; smascherandone la cattiva oppressione l’umanità smette di essere prona e venerante nell’idolatria dei molti pesi di cui è oppressa e di cui si carica.

«Un’altra guarigione, in certe circostanze ancora più desiderata da me, sta nell’auscultare gli idoli . . . Vi sono nel mondo più idoli che realtà: il mio «cattivo sguardo», il mio «malocchio» per questo mondo, e questo è anche il mio «cattivo orecchio» . . . Porre qui una buona volta domande con il martello e forse udire per tutta risposta quel famoso suono cavo che parla dai visceri enflati — quale delizia per uno che ha altri orecchi dietro gli orecchi, — per me vecchio psicologo e acchiappatopi, per il quale proprio quel che vorrebbe starsene in silenzio deve gridar forte


Anche questo scritto — ne è una spia il titolo — è soprattutto uno svago, una macchia solare, un salto a lato nell’ozio di uno psicologo. E’ forse anche una nuova guerra? E si auscultano forse nuovi idoli?... Questo piccolo scritto è una grande dichiarazione di guerra; e per quanto riguarda l’auscultare gli idoli, questa volta non sono idoli del nostro tempo, ma idoli eterni, quelli che qui vengono toccati col martello come con un diapason — non esistono altri idoli più vecchi, più convinti, più boriosamente gonfi di questi . . . E neanche più vuoti . . . Questo non impedisce che essi siano i più creduti; e, soprattutto nel caso più nobile, non sono detti nemmeno idoli. Torino, 30 settembre 1888,giorno in cui fu terminato il primo libro della Trasvalutazione di tutti i valori”» (Nietzsche Friedrich 1888, Crepuscolo degli idoli, ovvero, come si filosofa con il martello, Adelphi edizioni, Milano 1988, 23-24)
2.2. la storia per frammenti, materiale per un viaggio di costruzione: lo sguardo dell’Angelus Novus (Benjamin).

Uno sguardo più ampio a partire dalla frammentazione: Benjamin Walter 1942 Tesi sul concetto di storia.

«Nelle Tesi di filosofia della storia, Benjamin denuncia l’ottimismo progressista dello storicismo relativistico e spesso positivistico del tardo Ottocento e del primo Novecento. La dichiarata razionalità della storia si rivela, ai suoi occhi, apologia del presente e di ogni presente contrassegnato dalla mitologia e dalla giurisprudenza di un vincitore. Di là dalla prospettiva storicistica, che egli accusa di mistificazione sistematica, la storia appare a Benjamin come una fenomenologia dell’essere nel mondo del dominio: la borghesia capitalistica ha abolito i residui di apparente autonomia del soggetto e ha trasformato gli uomini in merci, la cui sopravvivenza è legata alla propria circolazione nel mercato. La redenzione dell’uomo può giungere soltanto da una rottura radicale col passato improntato dal dominio e da un recupero della tradizione sacra, messianica. Ma, in mancanza di elementi di fede, come i presupposti della liberazione-redenzione non sono dati, così anche la soggettività liberante attende di essere istituita.» Furio Jesi, Enciclopedia Garzanti di Filosofia, Benjamin Walter.

2.2.1. «La concezione di un progresso del genere umano nella storia è inseparabile da quella del processo della storia stessa come percorrente un tempo omogeneo e vuoto. La critica dell’idea di questo processo deve costituire la base della critica dell’idea del progresso come tale.» (Benjamin Walter 1955 Angelus novus. Saggi e frammenti. Tesi di filosofia della storia, Einaudi, Torino 1981, p. 83). «Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo “come propriamente è stato”. Significa impadronirsi di un ricordo come esso balena nell’istante di un pericolo» (Benjamin 1955, p. 77). «“La mia ala è pronta al volo, / ritorno volentieri indietro, / poiché restassi pur tempo vitale, / avrei poca fortuna.” (Gerhard Scholem, Gruss vom Angelus).

«C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.» (Benjamin Walter 1955 Angelus novus. Saggi e frammenti. Tesi di filosofia della storia, Einaudi, Torino 1981, 80)



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