1 aprile Proiezioni speciali



Scaricare 315 Kb.
Pagina1/7
01.06.2018
Dimensione del file315 Kb.
  1   2   3   4   5   6   7

1 aprile Proiezioni speciali

2 aprile (In)visibile italiano: Amori fragili e solitari

3 aprile In ricordo di Elli Parvo

6 aprile Renzo Badolisani, un regista fuori dal coro

7-14 aprile Jean-Luc Godard: compositore di cinema

10-14 aprile Indipendente italiano: I videofilm di Michelangelo Buffa

15-18 aprile Primavera del cinema francese 2010: Hippolyte Girardot

20-21 aprile Sordi politico

22-30 aprile Cinicamente vostro... Dino Risi

23 aprile Personale video dedicata a Rem & Cap e a Robert Wilson

24 aprile Figure del femminile tra Cinema e Psicoanalisi

27 aprile Proiezione speciale di Vittime di Giovanna Gagliardo

28 aprile Indipendente italiano. La volontà oltre la rappresentazione. Il cinema di Ettore Ferettini

29 aprile Così lontano, così vicino. 110 anni di cinema in Sardegna

30 aprile Indipendente italiano: Il cinema sospeso di Gianluca Colitta
giovedì 1

Proiezioni speciali

ore 17.15

Le gladiatrici (1963)

Regia: Antonio Leonviola; soggetto e sceneggiatura: A. Leonviola, Sofia Scandurra; fotografia: Guglielmo Mancori; scenografia: Oscar D’Amico; musica: Roberto Nicolosi; montaggio: Renato Cinquini; interpreti: Joe Robinson, Susy Andersen, Maria Fiore, Harry Baird, Carla Foscari, Alberto Cevenini; origine: Italia; produzione: Italia Produzione Film, Coronet Produzioni; durata: 91’



«La principessa Tamar (Andersen) viene fatta prigioniera e costretta a battersi come gladiatrice nel regno di Niala, retto dalla crudele Regina Nera (Hendy): Taur (Anderson) corre a salvarla insieme allo schiavo Abaratutu (Baird). Girato contemporaneamente a Taur, re della forza bruta, un peplum che rivisita il mito delle Amazzoni, e in cui il forzuto di turno ha un ruolo marginale. Leonviola [...] ricicla materiale da altre produzioni Galatea e sfoggia una certa vena sadica nelle sequenze di lotta tra le gladiatrici» (Mereghetti).
ore 19.00

Ballerina e buon Dio (1958)

Regia: Antonio Leonviola; soggetto e sceneggiatura: A. Leonviola; fotografia: Enzo Serafin; scenografia: Luigi Scaccianoce; costumi: Maria Pia Arcangeli; musica: Piero Morgan [Piccioni]; montaggio: Renato Cinquini; interpreti: Vera Cecova, Marietto Angeletti, Vittorio De Sica, Gabriele Ferzetti, Roberto Risso, Mario Carotenuto; origine: Italia; produzione: Ebe Cinematografica - Società per l’Esercizio dell’Industria e del Commercio Cinematografico; durata: 98’



«Convinto da un sogno che spetti ai bambini scegliersi la mamma che preferiscono, l’orfano Marietto (Angeletti) fugge dalla famiglia che vorrebbe adottarlo per cercare la ballerina Camilla (Cécova) che ha visto su un giornale e che ha eletto a sua futura mamma: la giovane artista farà fatica ad accettare la presenza ingombrante del bambino ma alla fine tutto si accomoderà. Insolita commedia favolistica che Leonviola [...] dirige alternando momenti fantastici (il sogno “solarizzato” all’inizio o la presenza di De Sica come “buon Dio” in quattro ruoli diversi: guardia, vigile, portaceste e tassista) ad altri più decisamente melodrammatici: il mondo infantile non è enfatizzato né edulcorato ma anche quello degli adulti è raccontato con feroce ironia (la famiglia del fornaio Carotenuto) o fredda antipatia (il maestro di musica interpretato da Ferzetti, la madre superiora di Pina Renzi). Un cartello alla fine sostiene che la vicenda è tratta da un fatto di cronaca. Il proprietario della giostra è interpretato da Mister O.K., alias Spartaco Bandini, popolare perché ogni primo dell’anno si tuffava nel Tevere dal ponte Cavour» (Mereghetti). «Il Messaggero» così commentò all’epoca: «L’America a Walt Disney. L’Italia a Leonviola, sostituendo i cartoni animati con attori veri».
ore 21.00

Perceval (1978)

Regia: Eric Rohmer; soggetto: Perceval ou le roman du Graal di Chrétien de Troyes; sceneggiatura: E. Rohmer; fotografia: Nestor Almendros; scenografia: Jean-Pierre Kohut-Svelko; costumi: Jacques Schmidt; musica: Guy Robert; montaggio: Cécile Decugis; interpreti: Fabrice Luchini, André Dussolier, Pacale de Boysson, Clémentine Amouroux, Jacques Le Carpentier, Antoine Baud; origine: Francia; produzione: Les Films du Losange, FR3, ARD, SSR, Rai, Gaumont; durata: 140’



«I personaggi di Chrétien de Troyes sono i protoeroi del romanzo moderno. Credo che dopo quest’opera del XII secolo non sia stato più inventato nulla che abbia profondamente sconvolto il genere letterario. Prendiamo un romanzo di Stendhal o di Dashiell Hammett: gli eroi e il modo di raccontare non sono cambiati affatto. Come Perceval questi eroi seguono un tortuoso itinerario morale, sono tormentati, dubbiosi, scossi nella loro fede che mettono in discussione per poi riconquistarla dopo profondi conflitti interiori, contrariamente agli eroi dell’antichità che – presa una posizione morale – la mantenevano fino in fondo, a qualsiasi costo. Perceval è la dimostrazione che l’eroe moderno si modella su quello del passato» (Rohmer). «Intensamente convinto della bellezza e della musicalità dei versi di Chrétien, Rohmer vuole sollecitare lo spettatore a lasciarsi a catturare – al di là dei significati – dalla loro armonia, dall’incanto sonoro, dal fascino del loro ritmo arcaico» (Giulio Fedeli).
venerdì 2

(In)visibile italiano: Amori fragili e solitari

Tre film scelti per assonanza in quel vortice cinematografico che sono stati gli anni Settanta, dai quali si possono pescare film sospesi fra visibilità (all’epoca) e invisibilità (attuale). Film mai più visti, che rimangono dei titoli nei dizionari, e invece hanno ancora una loro vitalità, pronta a riesplodere sullo schermo. Con la prepotenza dell’amore, declinato in modi diversi, rigorosamente lontano da Roma, in località meno battute dal cinema italiano, la Sicilia di Dacia Maraini e Leros Pittoni e la Parma di Mino Giarda. Amori, quindi, di confine, marginali e purtroppo solitari, per il destino che accomuna le carriere dei tre registi, qui alla loro prima e unica prova. Ma significativi per la presenza dietro la macchina da presa di celebri scrittori come Maraini e Pittoni e di uno sceneggiatore come Giarda, per molti film collaboratore di Carlo Lizzani. E la presenza di un altro grande scrittore, Giuseppe Berto, sceneggiatore di Per amore. La parola amore, che ricorre nei tre titoli, nasconde quindi imprevedibili affinità, che rinviano a un’epoca in cui il cinema italiano era scritto da mani ispirate.


ore 17.00

L’amore coniugale (1970)

Regia: Dacia Maraini; soggetto: dal romanzo omonimo di Alberto Moravia; sceneggiatura: D. Maraini; fotografia: Giulio Albonico; musica: Benedetto Ghiglia; montaggio: Cleofe Conversi; interpreti: Tomas Milian, Macha Meril, Lidia Biondi, Luigi Maria Burruano, Lorenzo Cannatella, Enzo Fontana; origine: Italia; produzione: I Film dell’Orso; durata: 96’



«La versatile Dacia Maraini (narratrice, poetessa, commediografa, giornalista, sceneggiatrice, capocomica e chissà cos’altro ancora) non poteva mancare l’occasione di un esordio nella regia cinematografica oggi che girare un film è diventato facile come camminare. Ma la sorpresa principale di L’amore coniugale, che fonde un romanzo breve di Moravia del ’59 ai ricordi di un’infanzia vissuta dalla neoregista in una villa di Bagheria, è il suo carattere professionistico, senza civetterie sperimentali o compiacimenti underground. Sempre rapida nell’assimilare nuove tecniche, impegnata sul doppio fronte della letteratura e della memoria, Dacia immerge il tema (un romanziere che scrivendo un libro sulla sua vita coniugale ne constata il fallimento) in un panorama siciliano aspro e vivace. E nonostante certe pesantezze e taluni languori, il film c’è e si vede senza rimpianti. Merito anche degli interpreti: pur non riuscendo convincente davanti alla macchina per scrivere (ma quale attore ci è mai riuscito?) Tomas Milian conferma la buona vena che gli è stata riconosciuta in I cannibali della Cavani; quanto a Macha Meril, felicemente italianizzata, dà la replica al compagno con moraviana ambiguità» (Kezich).

Vietato ai minori di anni 14
ore 19.00

Per amore (1976)

Regia: Mino Giarda; soggetto: M. Giarda; sceneggiatura: Giuseppe Berto, M. Giarda; fotografia: Franco Di Giacomo; scenografia: Franco Fumagalli; costumi: Mariella D’Ambrosio; montaggio: Franco Fraticelli; interpreti: Michael Craig, Janet Agren, Capucine, Tino Carraro, Lilla Brignone, Ferruccio De Ceresa; origine: Italia; produzione: Camargue Cinematografica; durata: 99’



Un pianista celebrato in tutto il mondo ignora che la moglie sia gravemente malata. Tornato nella natìa Parma, dal padre e la sorella, per passare un breve periodo di vacanza prima di un concerto, conosce la giovane figlia di un suo amico di infanzia e intreccia una relazione, che lo dividerà per sempre dalla moglie. Mino Giarda, aiuto regista e sceneggiatore di lungo corso, pur avvalendosi della collaborazione di Giuseppe Berto, artefice del successo di Anonimo veneziano, evita ogni patetismo e risparmia gli spettatori le lacrime, puntando invece sulla costruzione di un personaggio rinchiuso nella gabbia dorata della musica e del successo. Straordinarie riprese nel Teatro Regio di Parma e alla Fenice di Venezia per un film itinerante (inizia a New York e si snoda fra Milano, Parma e la Francia) «pulito ed elegante, musicale e mondano, romantico e sentimentale». Imprescindibile per gli amanti di Chopin.
ore 21.00

Un amore così fragile così violento (1973)

Regia: Leros Pittoni; soggetto: dal romanzo omonimo di L. Pittoni; sceneggiatura: L. Pittoni, Carlo Santolini; fotografia: Roberto Gerardi; costumi: Osanna Guardini; musica: Daniele Patucchi; montaggio: Maurizio Lozzi; interpreti: Fabio Testi, Paola Pitagora, Maria Baxa, Daniele Dublino, Gino Santercole, Franco Ressel; origine: Italia; produzione: Roas Produzioni; durata: 97’



«Visto che il romanzo è in crisi e il cinema gode di buona salute, gli scrittori sempre più volentieri si danno alla regia. E appunto il caso di Leros Pittoni, autore di Tante sbarre, da cui Damiano Damiani trasse L’istruttoria è chiusa: dimentichi; stavolta è lo scrittore stesso a portate sullo schermo il proprio romanzo Un amore cosi fragile, cosi violento (Mursia editore), candidato al Premio Strega. Siamo sull’isola di Lipari, dove ha trovato rifugio un architetto deciso a respingere, per fede anarchica, i coinvolgimenti consumistici della sua professione. Ma vivere da pittore senza padroni non è facile neppure alle Eolie: il protagonista suscita antipatie e risentimenti, finisce in mezzo a una faida rusticana che non lo riguarda, viene perfino arrestato come sospetto di omicidio; e quando per fame accetta di fare il Cristo nella processione del paese, rischia di venir crocifisso davvero. Quest’ultima prova lo rende comunque accetto alla scontrosa comunità, che prende a rispettarlo: il capoccia non gli nega più un posto nella cava di pomice, schiudendogli quella vita semplice e operosa alla quale l’eroe aspirava. Va detto subito che come autore cinematografico Leros Pittoni deve ancora fare le sue carovane: nell’ambito di un realismo naturalistico che riecheggia perfino Curzio Malaparte (Cristo proibito), il neo-regista si rivela prigioniero di una dimensione paesaggistica e melodrammatica» (Kezich).

Vietato ai minori di anni 18
sabato 3

In ricordo di Elli Parvo

Bella, bruna, formosa e soprattutto con uno sguardo che ammalia, Elli Parvo ha rappresentato “la femmina maledetta” nel cinema italiano. Nata a Milano da padre di Udine e madre tedesca il 17 ottobre 1915, si iscrive al Centro Sperimentale di Cinematografia appena terminati gli studi liceali. Viene utilizzata dal cinema in un primo momento affiancando i grandi comici come i fratelli De Filippo, Antonio Gandusio e Angelo Musco, col nome di Elli Pardo. Ma il vero successo lo raggiunge con drammi passionali come Desiderio (1943-’46) di Marcello Pagliero, nel quale interpreta una peccatrice che cerca la redenzione. Sempre nel 1946 interpreta un altro ruolo negativo nel suo più grande successo cinematografico, Il sole sorge ancora di Aldo Vergano. Ma l’immagine della donna maledetta le rimarrà attaccata come un’etichetta indelebile per il resto della carriera, con il pubblico che voleva vederla in unico modo: sempre più procace e soprattutto sempre più scollata. Eppure Elli Parvo, come scrive Enrico Lancia, ha rappresentato «una presenza inusuale nel cinema degli anni Trenta, la femmina bene in carne distruggifamiglie e mangiauomini, la tipica donna fatale e perversa, ottima per atmosfere torbide in drammoni passionali, un titolo che solo la Clara Calamai degli anni Quaranta riesce a mettere un po’ in ombra» . Con il passare degli anni l’attrice dovrà rinunciare ai ruoli di protagonista, accontentandosi di parti da comprimaria. Unico ruolo di rilievo da ricordare è nel divertente Totò terzo uomo (1951) di Mario Mattòli. Elli Parvo si è spenta il 19 febbraio di quest’anno all’età di 94 anni. Il cinema, però, lo aveva abbandonato parecchio tempo fa: nel 1960, con il suo ultimo film Madri pericolose (1960) di Domenico Paolella.


ore 17.15

Il sole sorge ancora (1946)

Regia: Aldo Vergano; soggetto: Giuseppe Gorgerino; sceneggiatura: Guido Aristarco, Giuseppe De Santis, Carlo Lizzani, A. Vergano; fotografia: Aldo Tonti; scenografia: Fausto Galli; costumi: Anna Gobbi; musica: Giuseppe Rosati; montaggio: Gabriele Varriale; interpreti: Elli Parvo, Lea Padovani, Vittorio Duse, Cristina Almirante, Checco Rissone, Carlo Lizzani; origine: Italia; produzione: A.N.P.I.; durata: 90’



«Dopo l’8 settembre 1943, un militare (Duse) abbandona le armi e torna al suo paese lombardo, occupato dai tedeschi. S’infatua della padrone del forno (Parvo) e sembra propenso a fare la bella vita, ma una giovane operaia antifascista (Padovani) e i compaesani impegnati nella Resistenza lo inducono a scegliere la lotta partigiana. Commissionato dall’Anpi, è uno dei capisaldi del neorealismo e l’unico film di chiara ispirazione marxista prodotto in Italia sulla guerra di Liberazione» (Mereghetti). «Sarà […] con stupore che il nostro pubblico verrà a trovarsi di fronte a personaggi inconsueti, nuovi per il cinema italiano, a personaggi non già idealizzati e recanti le stimmate degli eroi ad ogni costo, ma posti, questa volta, sul gradino naturale di un´esistenza quotidiana ricca di contraddizioni, uomini e donne, insomma, con i loro vizi e le loro virtù. Gli stessi attori scelti per interpretare questi ruoli sono stati costretti a spogliarsi della loro abituale quanto convenzionale maschera. Massimo Serato, nelle vesti di un giovane ufficiale tedesco, Elli Parvo in quelle di una donna sensuale e corrotta, e tutti gli altri, da Lea Padovani, a Vittorio Duse, a Checco Rissone, hanno accettato di buon grado l´interessante trasformazione che pure li costringeva a non lievi sacrifici di vanità» (Giuseppe De Santis).
ore 19.00

Desiderio (1943-1946)

Regia: Marcello Pagliero, Roberto Rossellini; soggetto: Anna Benvenuti; sceneggiatura: Guglielmo Santangelo, Rosario Leone, Giuseppe De Santis, Diego Calcagno, M. Pagliero, R. Rossellini; fotografia: Rodolfo Lombardi, Ugo Lombardi; scenografia: Virgilio Marchi; musica: Renzo Rossellini; montaggio: M. Pagliero; interpreti: Elli Parvo, Massimo Girotti, Roswita Schmidt, Carlo Ninchi, Francesco Grandjacquet, Lia Corelli; origine: Italia; produzione: Sovrania Film, S.A.F.I.R.; durata: 85’



«Iniziato da Rossellini nel luglio 1943 con il titolo Scalo merci, cambiando subito dopo l’attrice: prima era prevista Oretta Fiume e poi rimpiazzata da Elli Parvo. La lavorazione fu interrotta a causa dei fatti sopraggiunti l’8 settembre. La pellicola venne recuperata qualche anno dopo da Marcello Pagliero che utilizzò il pochissimo materiale girato (all’incirca quindici minuti di proiezione in tutto) e portò a termine la lavorazione, annunciando un nuovo titolo Rinuncia. La scenografia, sotto la direzione di Rossellini, era di Virgilio Marchi, ma poi si cambiò ogni cosa, i ferrovieri vennero sostituiti dai boscaioli con sfondo l’alta montagna e quindi cambiò anche la scenografia, che divenne così “naturale”» (Chiti-Lancia). Elli Parvo diventa così la protagonista del film: è una prostituta decisa a rifarsi una vita, ma è schiacciata dal peso del passato che ritorna impietoso. «Un film coraggioso e onesto, che purtroppo venne sequestrato e rimesso in circolazione con tagli assurdi, che lo snaturarono completamente» (Mereghetti).

Vietato ai minori di anni 16
ore 20.45

Totò terzo uomo (1951)

Regia: Mario Mattoli; soggetto: Mario Pelosi; sceneggiatura: Vittorio Metz, Marcello Marchesi, Age [Agenore Incrocci] & [Furio] Scarpelli], M. Pelosi; fotografia: Tonino Delli Colli; scenografia: Alberto Boccianti; musica: Armando Fragna; montaggio: Giuliana Attenni; interpreti: Totò, Carlo Campanini, Franca Marzi, Elli Parvo, Fulvia Mammi, Aroldo Tieri; origine: Italia; produzione: Carlo Ponti e Dino De Laurentiis; durata: 100’



«I due gemelli Frittelli (Totò) si differenziano per il carattere: Pietro, il sindaco del paese, è austero ed egoista, Paolo è superficiale e allegro. Ma il sarto Anacleto (Tieri) scopre un terzo gemello, Totò, che usa per preparare una truffa ai danni dei primi due, in lite per un terreno su cui si dovrebbe costruire il carcere. Commedia degli equivoci […], con Totò che passa abilmente da un ruolo all’altro cambiando carattere ed espressione aiutato solo da un neo sulla guancia. Irresistibile nei panni del farfallone donnaiolo» (Mereghetti). Elli Parvo interpreta la moglie di Paolo.
domenica 4

chiuso
lunedì 5

chiuso
martedì 6

Renzo Badolisani, un regista fuori dal coro

«Il cinema è dentro di me, non una scelta di mestiere ma una vocazione; non è “il mio lavoro”, è la mia vita, e non voglio fare una vita che non mi piace, che vada contro il destino. È una professione, un’esperienza, attraverso la riflessione, l’analisi, la contemplazione della vita e dell’animo umano e la realizzazione di opere che aiutino gli uomini ad essere felici». Sono parole di Renzo Badolisani, un cineasta molto particolare. Nato a Gioiosa Jonica, in provincia di Reggio Calabria, a 14 anni si trasferisce con la famiglia a Torino. Mentre frequenta il liceo artistico, disegna le vignette per «Tuttosport», per poi collaborare con altre testate e con la televisione come giornalista e conduttore, occupandosi prevalentemente di cultura e spettacolo. Diventa ben presto animatore della scena culturale e artistica torinese, organizzando diverse rassegne di video e di cinema nell’ottica di contaminazioni multimediali. Negli anni Ottanta gira videoclip e realizza interessanti inchieste e programmi televisivi per la Rai.

Nel cinema esordisce con due esperienze indipendenti: La danza del quotidiano (1978) e Barboni a 20 anni (1981). Quest’ultimo, firmato con lo pseudonimo Inze Mastace, stupisce molto la critica. Per Tatti Sanguineti «Barboni a 20 anni ha una sincerità squallida che tocca e che piace, ed ha una sincerità tipicamente torinese». L’esordio al lungometraggio avviene nel 1985 con I ragazzi di Torino sognano Tokyo e vanno a Berlino che, oltre a rappresentare l’Italia in concorso al Festival di San Sebastian, è un curiosissimo esempio di commistione tra cinema, videoclip (la new wave degli anni Otttanta), parodia grottesca della gioventù ribelle, senza un attimo di quiete, in una Torino forse mai vista prima. Come tutte le opere “contro”, una certa critica esulta, un’altra storce il naso. Sulle pagine de «La Repubblica», Anna Maria Mori scrive: «È coinvolgente, questo giovane Badolisani: perché ha il coraggio di essere triste e ingenuo. [...] Ho visto in lui, una grande capacità di ironia e di autoironia». Per Stefano Reggiani de «La Stampa»: «Il caso di Renzo Badolisani è curioso, a suo modo esemplare, quasi americano». «Renzo Badolisani è sicuramente uno dei nomi chiave del cosiddetto nuovo cinema», scrive Steve Della Casa, «autore non accademico ma capace come nessun altro di descrivere un certo modo di vivere». «Il Secolo XIX» non ha dubbi: «Badolisani [...] è un “enfant prodige”».

Il suo secondo lungometraggio è del 1991, Cinecittà... Cinecittà, nato da un’idea di Ettore Scola e Furio Scarpelli, con attori del calibro di Amanda Sandrelli, Corso Salani e Massimo Wertmüller. Parallelamente lavora in televisione, realizzando nel 1995 una miniserie di quattro episodi Isola Margherita con Debora Caprioglio e Alberto Gimignani. Nel novembre del 2000 è uno dei registi che varano Centovetrine. Il suo testo Tramonti viene rappresentato al Teatro Quirino di Roma nell’autunno del 1998, per la regia di Ennio Coltorti. Nel 2002 esce Tornare indietro che vince il premio Globo d’Oro. «È un film di fantasia», dichiara il regista in un’intervista di Franco Montini, «che nasce da una sorta di autobiografismo al contrario. Ho immaginato, infatti, cosa sarebbe potuto accadere ad un ragazzo di Torino emigrato in Calabria a cavallo fra gli anni ’60 e ’70». Un filo rosso collega tutte le opere di Badolisani ed è quella di fare cinema a tutti i costi, per rimanere vivi. «Ho il coraggio di fare nel cinema quello che non ho il coraggio di fare nella vita», dichiara Badolisani. Scrive a tal proposito Giovanni Scarfò: «I proletari urbani de I ragazzi di Torino..., le comparse di Cinecittà..., nella gioiosa-disperata-disincantata ricerca di un “tempo per vivere” e un “tempo per morire”, si ritrovano nel tempo perduto della loro infanzia, vivi, perché vivono nel cinema e il giusto pensare alla realtà li deprime (“sai, in fin dei conti non mi dispiace di aver perso quell’ingaggio. Poi cosa avrei fatto? mi sarei sposato, mi sarei comprato la macchina, il sabato a mangiare una pizza...”). “No, non ci siamo”, dice Badolisani, perché “io non faccio cinema per vivere, ma per morire, morire per poi rinascere”».


ore 17.00

Tornare indietro (2002)

Regia: Renzo Badolisani; soggetto e sceneggiatura: R. Badolisani, Mimmo Rafele; fotografia: Sebastiano Celeste; scenografia: Guido Josia; costumi: Enrica Barbaro; musica: Paolo Vivaldi; montaggio: R. Badolisani; interpreti: Massimo Wertmüller, Gianfranco Jannuzzo, G. Cataldo, Giorgio Faletti, Francesco Venditti, Danila Stalteri; origine: Italia; produzione: Horus Cinematografica; durata: 106’



Un pittore torinese, Stefano Faenza, arriva a Reggio Calabria in occasione di una personale organizzata in suo onore nella Locride. Dietro questa iniziativa c’è un suo compagno di scuola, Gino Jacona, oggi assessore alla cultura; durante il viaggio, sulla statale 106, che lo porta dall’aeroporto al paese, Stefano ricorda il periodo passato in questa regione nei primi anni Settanta. «Tornare indietro è un film sull’amicizia, quella con la “A” maiuscola. Un film di sentimenti, di cui tutti noi abbiamo bisogno. Due ragazzi molto diversi per estrazione e cultura diventano amici, e questo è qualcosa di bello. È come un teorema che viene dimostrato: è possibile essere amici, malgrado le differenze e le asperità della vita. [...] Quando giravo questo film [...] pensavo soprattutto a mia figlia e a tutti i ragazzi giovani come lei, affinché possano, attraverso il film, vedere come vivevano e sentivano quelli che sono venuti prima, la generazione di suo padre e dei suoi nonni. Il cinema come arma di memoria, l’unica possibile – come dice Corrado Alvaro – per chi come noi pratica la strada dell’arte» (Badolisani).
a seguire


Koras plaka - impressioni su placanica
Copia proveniente da gaumont. si ringraziano olivia colbeau-justin e ripley’s film
Ingresso gratuito
Vietato ai minori di anni 14
Maledetto il giorno che t’ho incontrato
Manifesto - quasi una bandiera

elenco: UploadDocs
UploadDocs -> 4 maggio Pasquale Festa Campanile, un autore popolare maggio Borromini in video maggio Francesco Barilli, tra Parma e Verdi…
UploadDocs -> Almanacco 70 Architettura e astrazione
UploadDocs -> Novembre Eccentrico italiano: IL caso Augusto Tretti novembre Presentazione dei volumi IL coccodrillo luminoso e altre storie e L’amore non ha fine
UploadDocs -> 1-12 febbraio Le stagioni del nostro cinema: Antonio Pietrangeli, Florestano Vancini, Valerio Zurlini
UploadDocs -> 1-12 febbraio Le stagioni del nostro cinema: Antonio Pietrangeli, Florestano Vancini, Valerio Zurlini
UploadDocs -> Marzo Fuori dal coro: IL cinema di Raffaele Andreassi 4-8 marzo Ettore Scola, un umanista nel cinema italiano marzo Incontro con IL Cinema Sardo a Roma
UploadDocs -> Vittoria Chierici
UploadDocs -> La belva col mitra (1978)
UploadDocs -> 12 gennaio Sai cosa faceva Maurizio Liverani al cinema? 15 gennaio Enzo G. Castellari si racconta


Condividi con i tuoi amici:
  1   2   3   4   5   6   7


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale