1. IL lessico italiano e la semantica IL lessico



Scaricare 147.39 Kb.
Pagina1/3
12.11.2018
Dimensione del file147.39 Kb.
  1   2   3

1. IL LESSICO ITALIANO E LA SEMANTICA

1.1. Il lessico
Il lessico è l’insieme di parole per mezzo delle quali i membri di una comunità linguistica comunicano tra loro, e lo studio scientifico del lessico si chiama lessicologia. A differenza, tutte le parole che si trovano in un autore, nella lingua di un parlante, in un testo, in un ambiente, in una scienza, sono chiamate il vocabolario di quell’autore, parlante, testo, ambiente ecc. Il dizionario poi raccoglie in modo ordinato i vocaboli di una lingua, sebbene non si possa mai dire che un dizionario comprendi tutto il lessico di una lingua. Esso rimane sempre incompleto a causa della creatività lessicale che è la sorgente dell’arricchimento del lessico di ogni lingua. L’arricchimento avviene mediante neoformazione di parole, ricavate dalle componenti che già esistono nella lingua, ossia mediante la ripresa e/o l’adattamento di parole straniere (cioè il prestito linguistico, di cui parleremo fra poco). Il lessico quindi presenta un sistema aperto i cui membri sono in continuo sviluppo e cambiamento (a differenza della grammatica, la quale ha un numero limitato e non aumentabile di membri). Prima di parlare del lessico italiano, riteniamo opportuno spiegare alcuni termini di base.

Nella lessicologia si distingue tra parola, lessema, lemma (voce) e termine, pur bisogna ammettere che nel presente manuale (ed in molte opere linguistiche) tale differenziazione non è sempre osservata. Parole (vocaboli) sono le parole che appaiono nelle frasi (cane, che, abbaia, non, morde). Per lessemi si intendono le unità di base del lessico (cane, che, abbaiare, non, mordere). Dal punto di vista lessicografico (cioè la creazione dei dizionari), il lessema si identifica con il lemma (o voce), cioè quello di cui tratta ogni singola definizione di un dizionario. E infine termine si usa per una parola che è propria di una determinata disciplina, cioè serve a definire esattamente un significato ed a metterlo entro certi confini (fotone, aorta, prisma).

Nel capitolo seguente si parlerà delle variazioni linguistiche, incluso i livelli del lessico (a seconda dei quattro parametri fondamentali). Vediamo dapprima in più dettaglio da che cosa si compone il lessico italiano. Dal punto di vista storico il lessico italiano si può dividere in tre componenti principali:
- il fondo latino ereditario, costituito da tutte le parole di tradizione popolare e ininterrotta che sono passate in italiano mediante il latino volgare. Si tratta della componente fondamentale del lessico (mondo, città, giorno, ecc.), bisogna però distinguere fra i vocaboli comuni provenienti dal latino volgare e quelli dal latino classico, il quale ha arricchito il lessico italiano più tardi (nel Medioevo e Rinascimento) ed è sorgente delle cosiddette parole dotte o latinismi (appartenenti ai registri linguistici colti). A causa di questo passaggio secondario i latinismi non hanno subito gli stessi mutamenti fonetici e adattazioni come le parole del latino volgare, perciò conservano le combinazioni dei foni tipici per il latino classico (causa, denso, nobile, equestre, flebile, orale). I latinismi appartengono piuttosto nel gruppo di prestiti e sono più numerosi delle parole di tradizione popolare.

- i prestiti sono l’insieme delle parole tratte da altre lingue; un tipo particolare sono, oltre ai latinismi, i prestiti interni, cioè le parole passate nell’italiano comune dal dialetto.

- le neoformazioni o neologismi sono parole che si sono formate nell’italiano da basi già esistenti mediante un mutamento semantico e/o meccanismi della formazione delle parole (suffissazione, prefissazione, composizione).

Altre componenti del lessico italiano sono le onomatopee (trasposizione di rumori naturali e artificiali in una forma linguistica arbitraria), le creazioni ‘dal nulla’ (frequenti nel linguaggio pubblicitario) e sigle.


1.1.1. Le parole di tradizione popolare
Una gran parte delle parole italiane corrisponde alle parole latine. Si tratta del lessico che è passato nell’italiano per via orale dal latino volgare. Il latino volgare era latino parlato, non soltanto dal popolo ma da tutte le classi sociali; il latino classico invece era la lingua dell’amministrazione e dei testi scritti. Tra queste due varietà della lingua latina vi erano numerose differenze: per esempio nel lessico il latino volgare preferiva i vocaboli espressivi (al posto dei vocaboli classici os ‘bocca’, equus ‘cavallo’, flere ‘piangere’ si usavano le forme popolari bucca, caballus, plangere).

La corrispondenza delle forme italiane e latine è sia assoluta, cioè senza cambiamenti (lat. terra > it. terra, amare > amare, luna > luna, bene > bene), sia parziale, cioè comporta alcune differenze (lat. solem > it. sole, caelum > cielo, civitas > città, semper > sempre, ille > il). Le continuazioni formali hanno subito anche i mutamenti semantici, spesso per via metaforica o metonimica: bucca è quindi originariamente ‘la guancia’, caballus ‘il cavallo da tiro’. Le concordanze tra l’italiano e il latino volgare non riguardano soltanto il lessico, si estendono anche alla morfologia flessiva e derivativa e alla sintassi; pur bisogna riconoscere che le differenze tra la morfologia e la sintassi latina e quella italiano sono di maggiore estensione delle differenze lessicali.

Si noti che il latino volgare non è da confondere con il cosiddetto volgare. I volgari sono le varietà romanze, anche esse in origine parlate dal popolo, considerate in contrapposizione al latino.
1.1.2. I prestiti linguistici
Il prestito linguistico è una parola di una lingua straniera che finisce per essere assunta ed inclusa nel lessico della propria lingua. I vocaboli stranieri possono essere presi nella loro forma originaria (bar, computer, server, boutique, lager) oppure possono essere adattati alla fonologia e alla morfologia dell’italiano (ingl. beefsteak > bistecca; fr. engager, mitraille > ingaggiare, mitraglia; ted. Landsknecht > lanzichenecco). In questo caso i fonemi originari sono sostituiti con fonemi italiani simili a quelli della lingua d’origine e alla finale consonantica è stata aggiunta una vocale di appoggio, secondo la struttura tipica delle parole italiane; inoltre il prestito viene inserito nella categoria morfologica del genere (ignota ai nomi di alcune lingue, per es. l’inglese).

Per un parlante comune è facile riconoscere soltanto i prestiti non integrati, perché si distinguono dalle parole italiane per il loro aspetto esteriore. Più difficile tuttavia, è riconoscere un prestito già integrato. In più, esistono casi dei doppioni, cioè la coesistenza dei prestiti sia nella forma originaria che quella adattata (bleu e blu, roastbeaf e rosbif/rosbiffe). Un tipo particolare del prestito è il calco. Esistono due tipi di calchi: quelli semantici nascono quando una parola italiana assume un nuovo significato prendendolo dalla parola straniera (per esempio il verbo realizzare per l’influsso dell’inglese, ha assunto al significato originario ‘rendere reale qualcosa’ un nuovo: ‘capire’); i calchi di traduzione sono poi il risultato della traduzione alla lettera degli elementi di un composto di una lingua straniera (grattacielo < skyscraper).

Il prestito è il più importante fenomeno tra quelli che riguardano i contatti tra le lingue. È in rapporto con il bilinguismo, cioè il commando perfetto di due lingue da un parlante (del fenomeno del bilinguismo italiano si parlerà nel seguente capitolo). Il prestito dipende anche dal prestigio di una lingua e del popolo che la parla, ma può dipendere anche dal modo in cui essi vengono considerati. Infine si distingue tra i prestiti di necessità e i prestiti di lusso. I primi nascono quando prendiamo la parola insieme al referente (un oggetto, un’idea): patata, caffè, zero, airbag sono prestiti che sono arrivati in italiano insieme agli oggetti a cui riferiscono. Il prestito di lusso invece ha un fine stilistico e serve ad evocare una civiltà, una cultura, un modo di vita considerati prestigiosi; tali prestiti hanno spesso un corrispondente sinonimo nell’italiano ma il loro uso è considerato ‘di moda’ e spesso sono preferiti per la loro brevità, espressività e chiarezza del significato, talvolta possono diventare elementi stabili della lingua che li accoglie. Così si ha attachment (accanto all’ ‘allegato’), premier (primo ministro), baby (bambino), boom (periodo di intenso sviluppo), sexy (sessualmente attraente) ecc.

Prestiti possono penetrare attraverso la lingua scritta o parlata e da questo dipende anche la loro pronuncia italiana (tunnel ha in italiano la pronuncia ‘alla lettera’ /tunnel/, invece budget ha la pronuncia vicina a quella inglese /’bagget/). Queste varianti di pronuncia dipendono da vari fattori e importante è anche il livello di conoscenza della lingua straniera. Dobbiamo notare che una parola straniera, una volta entrata in italiano anche nella forma non assimilata, sarà, prima o poi, sentita come una parola italiana, perciò la sua pronuncia ‘all’italiana’ è perfettamente accettabile.

Bisogna distinguere tra il prestito vero e proprio e la citazione di una parola straniera. Le citazioni, riportate in un singolo testo, in un contesto specifico, non sono altro che occasionalismi, parole usate ad hoc, per una situazione concreta, che si riferisce alla realtà diversa da quella italiana.

Tra i prestiti troviamo in maggior parte i nomi, seguono poi in misura minore i verbi e gli aggettivi. I prestiti delle ultime due categorie testimoniano una convivenza più stretta tra le due comunità linguistiche; perfino le unità come morfemi possono diventare prestiti: -ingo, -ardo, -aldo, -esco sono suffissi di origine germanica; -iere viene dal francese; dal greco provengono per esempio –essa, -ista, -ismo, -ico, -izzare. I prestiti possono essere anche sul livello sintattico, per esempio vado a mostrarvi è un costrutto alla francese o all’inglese (je vais vous montrer, I’m going to show you). Vediamo adesso alcuni esempi di prestiti entrati in varie epoche in italiano da varie lingue.


I germanismi si distribuiscono in quattro strati: i primi entrarono già nel latino volgare durante il periodo imperiale, soprattutto nel corso del IV secolo d.C. e si diffusero in tutto il territorio romano. Si tratta di parole come sapone, brace, guerra, stalla, elmo, rocca, smarrire, guardare, rubare, fresco, bianco. I vocaboli gotici entrarono in latino volgare durante il dominio dei Goti in Italia (dal V al VI secolo d.C.): albergo, fiasco, nastro, recare, smaltire, astio, bega. Il dominio longobardo sull’Italia, prolungatosi per oltre due secoli (dal VI al VIII secolo), ebbe conseguenze notevoli dal punto di vista culturale e linguistico. Dal loro dominio derivò il frazionamento dialettale della Penisola, la quale rimase divisa in due zone – l’una longobarda e l’altra bizantina. I vocaboli longobardi appartengono a vari campi semantici: le parti del corpo (guancia, nocca, stinco), vocaboli riguardanti la casa (stamberga, balcone, panca), il lavoro dei campi (sterzo, zolla); verbi come russare, scherzare, spaccare. Alcune di queste parole presentano un peggioramento di significato (stamberga ‘casa di pietra’ > ‘abitazione, anche costituita da un’unica stanza, misera, sporca e in pessime condizioni’). L’occupazione dell’Italia da parte dei Franchi (dal VIII al IX secolo) rappresentò l’insediamento soltanto di una classe dirigente, cioè i nobili con i loro servitori e alcuni contingenti militari. Tra i vocaboli di questo strato ricordiamo: bosco, gonfalone, guanto, galoppare, guadagnare. Le impronte dei germanismi si possono trovare anche nella toponomastica: la parola longobarda fara (corpo di spedizione) fa parte di molti toponimi nelle regioni dell’Abruzzo e del Veneto (Fara in Sabina, Valle Fara, Farra di Soligo); allo stesso modo sono rintracciabili anche wald (insieme di beni fondiari): Gualdo, Gualdo Tadino; o sala (casa per la residenza padronale): Sala Consilina, Sala, Podere Sala, S. Pietro alla Sala ecc.

Per riassumere, i vocaboli germanici del periodo antico e del Alto Medioevo riguardano la vita militare, la società feudale, gli oggetti e gli attrezzi domestici e le parti del corpo. Diversi dai germanismi (provenienti dalle lingue germaniche) sono i tedeschismi, i prestiti ripresi dal tedesco sia nel Medioevo (guelfo, ghibellino, lanzichenecco) sia nell’epoca moderna (morfologia, stilistica, superuomo, lotta di classe e le parole di uso comune come bunker, kitch, lager, strudel, würstel).


Oltre agli antichi prestiti passati in italiano tramite il latino, si devono ricordare i grecismi entrati quando l’Impero bizantino esercitava il suo dominio su varie parti della penisola, contrastando i Longobardi a Nord, gli Arabi e i Normanni a Sud. La dominazione bizantina finì nel 1071 con la conquista di Bari da parte del normanno Roberto il Guiscardo. I grecismi di questo periodo sono principalmente termini marinareschi (galea, gondola, molo), nomi di piante (anguria, basilico, indivia), vocaboli che riguardano il commercio (bambagia, paragone), la casa (androne, lastrico), la vita militare e l’amministrazione (duca, catastro).
Gli Arabi occuparono per secoli la Sicilia (dal IX al XI secolo), da dove furono espulsi dai Normanni. A differenza dei Germani non si fusero mai con le popolazioni locali. Dall’arabo (arabismi) provengono nomi di varie piante e di prodotti (arancia, limone, carciofo, melanzana, spinacci, zafferano, zucchero, cottone), vocaboli relativi al commercio (dogana, magazzino, tariffa) e alla navigazione (arsenale, libeccio, scirocco), all’industria e alle tecniche (talco, elisir), alla terminologia scientifica (algebra, algoritmo, zero, alamanacco), al gioco degli scacchi (alfiere, scacco matto) e alcune parole comuni (azzurro, tazza). Nel XVI secolo passarono in italiano, attraverso il turco, parole arabe e persiane (alcool, caffè, sorbetto, divano, chiosco). Nell’età moderna sono passati i vocaboli riguardanti il Medio Oriente spesso ripetuti dai giornali (ayatollah, jihad, sharia, talebano), ma in maggioranza dei casi si tratta piuttosto di occasionalismi.
I gallicismi sono i vocaboli ripresi dal francese, antico o moderno (francesismi) o dal provenzale antico o lingua d’oc (provenzalismi). Il primo influsso della lingua francese antica cominciò con la presa di Pavia (774) da parte del re dei Franchi, Carlo Magno, e la traccia francofona non si perse nemmeno con l’arrivo dei Normanni, che poi continuarono ad usare la lingua francese. I pellegrinaggi, le crociate, la fondazione di ordini monastici e il prestigio delle letterature francese e provenzale poi spiegano la diffusione di molti gallicismi in Italia. I prestiti riguardano vari settori: la vita cavalleresca (cavaliere, scudiere, messere, dama), la guerra (bottino, stendardo), l’abbigliamento e gli arredi domestici (fermaglio, gioiello, cuscino), la caccia (levriere, sparviere, veltro), un numero di vocaboli astratti (preghiera, pensiero), alcuni suffissi (-iere, -aggio, -ardo, provenzali –anza, -enza). Durante il periodo di illuminismo (XVIII secolo) la presenza della lingua francese tornò a imporsi, diffondendo il pensiero e gli ideali illuministici non solo in Italia ma in tutta Europa. A questo periodo risalgono parole come ragione, progresso, pregiudizio, filosofo, filantropo, sentimento, sensibilità; molti vocaboli riguardanti la politica (dispotismo, patriota, Consiglio di Stato), l’economia (concorrenza, monopolio, esportare, importare), la moda (flanella), i cibi (cotoletta, filetto). Molti termini del vocabolario francese sono latinismi o grecismi che hanno assunto il loro significato moderno nella Francia rivoluzionaria.
Con il termine iberismi si indicano i vocaboli che provengono dalle diverse lingue iberiche, cioè lo spagnolo (ispanismi), il catalano (catalanismi), il portoghese (portoghesismi o lusitanismi). L’influenza della Spagna sull’Italia si manifestò in luoghi e tempi diversi. Nel XV secolo gli Aragonesi dominarono Napoli, tra il XVI e XVII secolo una buona parte della Penisola fu sotto il dominio della Corona spagnola. Nel Regno delle due Sicilie (durò fino al 1861) governò lo stesso ramo degli Borboni che a quell’epoca governava anche la Spagna. Gli iberismi riguardano principalmente la vita cortigiana (baciamano, complimento, creanza, etichetta, puntiglio), vi sono termini marinareschi (baia, cala, flotta), militari (guerriglia, parata, zaino), alcuni appellativi negativi (vigliacco, fanfarone, lazzarone) e infine la parola signore nel significato attuale (in italiano originalmente era il titolo della persona che aveva la ‘signoria’ di una città). Lo spagnolo ha portato in italiano anche vari esotismi, soprattutto dalle Americhe, riguardanti animali, prodotti e oggetti (amàca, cacao, cioccolata, caimano, mais, patata, uragano).

Meno numerosi sono i prestiti dal portoghese: casta, marmellata, e mediante esso vari esotismi (bambù, banana, mandarino, pagoda, samba).


Come abbiamo detto già all’inizio del presente capitolo, i latinismi o le parole dotte sono entrati in italiano lungo tempo dopo il fine dell’antichità e sono stati recuperati direttamente dalle opere scritte in latino. Sono quindi un tipo particolare di prestito in quanto si producono all’interno di una cultura che per molti secoli ha proceduto parallelamente allo svolgersi della cultura italiana. I latinismi conservano più fedelmente la originaria forma latina. Vediamo alcuni esempi di latinismi entrati in italiano in varie epoche: Duecento (scienza, coscienza, sapienza, specie, reale, formale), Trecento (repubblica, esercito), Quattrocento (insetto, missiva, pagina, applaudire), Cinquecento (canoro, continente, collaudare), Seicento (antenna, bulbo, cellula, condominio, società), Settecento (centrifugo). I latinismi in molti casi hanno sostituito le vecchie parole (facile, esercito invece di agevole, oste) e hanno arricchito i nuovi settori del lessico che avevano bisogno di nuovi termini.
L’influsso dell’inglese (anglicismi) sul lessico italiano cominciò già durante il Sette- e Ottocento, tuttavia in quest’epoca fu ancora mediato dal francese. Nel Settecento sono entrati in italiano alcuni anglo-latinismi (adepto, immorale, imparziale). L’interesse per le istituzioni politiche dell’Inghilterra, la fortuna del romanzo storico e della stampa periodica inglese nel primo Ottocento sono importanti fattori della diffusione dei vocaboli inglesi in italiano. L’influsso dell’inglese crebbe ancora nel Novecento, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, grazie alla ‘invasione’ di prodotti, tecniche e mode provenienti dagli Stati Uniti. L’inglese ha avuto il ruolo principale nella rapida evoluzione del vocabolario tecnico-scientifico, economico e sociale. Vediamo solo una frazione di prestiti inglesi non assimilati, presenti attualmente in italiano: baby-sitter, bar, boom, bus, camper, club, leader, killer, meeting, record, smog, sport, tram, whisky, yacht. La derivazione da basi inglesi con suffissi italiani indica che l’anglicismo è stato pienamente integrato nell’italiano: andicappato, manageriale, barista, sponsorizzare, scanerizzare.
Una categoria particolare di prestiti è rappresentata dai prestiti interni. Ormai le parole sono considerate italiane a tutti gli effetti ma sono di origine dialettale. Questi vocaboli sono entrati nell’italiano standard attraverso la fase dei regionalismi e adesso in italiano rappresentano la realtà locale. Per entrare nel lessico italiano, i dialettismi devono italianizzarsi nella forma (imbranà > imbranato). I dialettismi sono sia termini tecnici, cioè nomi dei prodotti regionali tipici, vocaboli del campo di agricoltura, allevamento, caratteri ambientali e nomenclature di vario tipo, sia parole espressive, relative a situazioni, costumi e atti che si prestano alla rappresentazione parodistica e allo scherzo. Ecco alcuni prestiti interni: lavagna, prua (Liguria), bocciare, grissino (Piemonte), borbone, corazza, panettone, risotto (Lombardia), arsenale, giocattolo, lido (Venezia), burino, ragazzo/ragazza ‘fidanzato/fidanzata’ (Roma), mozzarella, pizza, sfogliatella (Napoli), cannolo, cassata, mafia, solfara (Sicilia).
1.1.3. I neologismi
Con il termine neologismo si intende una parola nuova che arricchisce il lessico di una lingua. Attraverso il neologismo si può indicare con precisione una nuova cosa, un nuovo concetto, una diversa sfumatura di pensiero. Parole riprese da una lingua straniera o quelle derivate dalle parole già esistenti in italiano possono considerarsi neologismi, tuttavia è preferibile chiamare prestiti le prime (come abbiamo visto sopra) e solo le seconde neologismi veri e propri. Si possono distinguere due categorie di neologismi: neologismi semantici, che comportano un mutamento di significato, anche se la forma rimane identica (orchestrare nel senso nuovo di ‘organizzare’); e neologismi combinatori che provengono dalla combinazione di elementi di lingua, mediante i processi della formazione delle parole (suffissazione, prefissazione, alterazione, composizione). I neologismi combinatori sono un metodo produttivo e perfino un parlante comune, disponendo di una parola di base e avendo le competenze dei meccanismi della lingua, può comprendere e creare una serie di neologismi combinatori. Il passaggio all’uso effettivo di tali neologismi poi dipende dalla funzionalità e la necessità del neologismo, dal prestigio di cui gode il suo autore o autori, dal giudizio positivo di gruppi qualificati di parlanti e dalla moda.
Ai neologismi si oppongono le forme antiche della lingua, gli arcaismi (parole arcaiche, antiquate). Si tratta di parole o espressioni, forme grammaticali o grafiche, costruzioni sintattiche che non sono più vive nella lingua contemporanea. Si ritrovano nei testi dei secoli passati, tuttavia possono ricorrere in un testo moderno per un fine stilistico o in una citazione. Alcuni arcaismi lessicali evidenti per la loro forma sono: alma (anima), desio (desiderio), speme (speranza), è d’uopo (bisogna), indarno (invano), lungi (lontano). Ci sono anche arcaismi semantici, cioè parole che nella lingua antica possedevano significati che non esistono più nell’uso moderno: noia (pena), polo (cielo), vago (bello), schifare (evitare).

Si possono trovare arcaismi in varianti minime (cor - cuore, pensero - pensiero) e arcaismi grafici (gratia, honore). Talvolta gli arcaismi sono reintrodotti nella lingua moderna per vari fini e in diverse circostanze, assumendo significati nuovi, per esempio per evitare i forestierismi o per esprimere un discorso solenne e prezioso.

Tra gli arcaismi possiamo, in un certo senso, inserire anche un settore particolare del lessico, quello dei nomi propri, che si occupa dei nomi e cognomi (antroponimi) e dei nomi dei luoghi (toponimi). In Italia si incontrano antroponimi e toponimi di antica origine; per citare almeno qualche esempio: i nomi Mario, Camilla sono di origine romana, Alberto è invece di origine germanica, Roma è un toponimo probabilmente di origine etrusca, Milano è è un toponimo celtico.




  1   2   3


©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale