1. introduzione presentazione



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1. INTRODUZIONE

1.1. PRESENTAZIONE MG/FR

Scopo del libro che qui presentiamo è quello di offrire agli studenti e agli studiosi una espo­sizione sistematica dei meccanismi di formazione delle parole nell’italiano contemporaneo.

L’idea di questo lavoro è nata nel 1998 a Bruxelles, dove noi editori del volume ci siamo incontrati in occasione del XXII Congresso internazionale di linguistica e filologia ro­manza. Non era, tra l’altro, la prima volta che discutevamo dell’esigenza di un’opera di consultazione per l’italiano paragonabile alla Spanische Wortbildungslehre di Franz Rainer, uscita nel 1993 a Tübingen, sempre presso la casa editrice Niemeyer. Convenivamo anche sul fatto che, per giungere ad un risultato soddisfacente, dovevamo elaborare un piano di lavoro collettivo. Abbiamo dunque invitato 17 colleghi, e cioè Pier Marco Bertinetto (Scuola Normale Superiore di Pisa), Francesco Bianco (Università di Roma Tre), Anto­nietta Bisetto (Università di Bologna), Andreas Blank (Università di Marburgo), Maurizio Dardano (Università di Roma Tre), Livio Gaeta (Università di Torino), Claudio Giovanardi (Università di Roma Tre), Claudio Iacobini (Università di Salerno), Maria G. Lo Duca (Università di Padova), Lavinia Merlini Barbaresi (Università di Pisa), Davide Ricca (Uni­versità di Torino), Christian Seidl (Università di Zurigo), Luca Serianni (Università di Roma «La Sapienza»), Heidi Siller-Runggaldier (Università di Innsbruck), Anna M. Thornton (Università dell’Aquila), Miriam Voghera (Università di Salerno) e Ulrich Wan­druszka (Università di Klagenfurt), a collaborare con noi alla realizzazione dell’idea, affi­dando a ciascuno di essi la stesura di capitoli o sottocapitoli del volume. Pur trattandosi di un’opera con numerosi autori, desideravamo pervenire non ad una raccolta di saggi bensì, partendo dallo stesso corpus (il DISC e diversi dizionari di neologismi) e coordinandone l’impostazione complessiva, ad una presentazione omogenea dei diversi processi morfolo­gici. Auspicavamo che gli autori si collocassero ad un livello teorico il più possibile comu­ne e che mettessero in primo piano la descrizione dei fatti piuttosto che il dibattito teorico. Il lettore noterà che le diverse parti, nonostante le direttive comuni e il lavoro finale di omogeneizzazione, ancora rivelano inevitabilmente le diverse mani, differenze di taglio e di esposizione, nonché inclinazioni teoriche diverse.

Questo volume è destinato in primo luogo ad un pubblico universitario italiano e stra­niero, ma anche agli autori di manuali scolastici, ad insegnanti, lessicografi, terminologi e psicolinguisti, e speriamo che vi possa trovare motivi d’interesse anche un pubblico più ampio. Pur non essendo un’opera teorica, ricapitola nella forma più accessibile possibile i risultati acquisiti dalla ricerca avanzata e, dunque, malgrado l’intento divulgativo, non può non presupporre nel lettore una certa preparazione specifica.

Com’è inevitabile in questo tipo di imprese, l’opera ha richiesto da parte dei singoli au­tori molta pazienza e spirito di abnegazione. A tutti rivolgiamo un caloroso ringraziamento. Siamo grati anche a tutti i colleghi che ci hanno aiutato in varia maniera nel corso della stesura del presente libro e alla casa editrice Niemeyer, e per averne favorito la pubblica­zione e per la cura esperta con cui ha contribuito al suo assetto finale.

Desideriamo concludere questa presentazione rivolgendo un pensiero alla prematura scomparsa di uno degli autori. Alla memoria di Andreas Blank, che ci ha lasciato a soli 40 anni, dedichiamo il presente volume.

1.2. Premesse teoriche

1.2.1. Delimitazione del campo di ricerca FR


La morfologia1 è quel ramo della grammatica che studia le parole motivate, cioè le parole di una lingua che, si potrebbe dire in una prima approssimazione, mostrano un rapporto semantico-formale con altre parole della stessa lingua. Barista, ad esempio, è una parola motivata in questo senso dato che il suo significato è deducibile in base a bar e una lunga serie di parole come elettricista, giornalista ecc. in cui -ista ha un valore semantico identico o per lo meno simile.2 Bar, invece, è una parola non motivata che non rimanda ad altre parole dell’italiano: b, a, r, ba e ar infatti sono solo suoni o sillabe e non morfemi, cioè elementi formali minimi dotati di significato proprio3 (a, è vero, è una preposizione e un prefisso e dunque un morfema, ma questi morfemi non contribuiscono per niente a spiegare il significato di bar).

Il rapporto di motivazione è essenzialmente un rapporto paradigmatico, cioè un rapporto fra una parola motivata e una o varie parole motivanti del lessico. Se spostiamo lo sguardo dai rapporti fra parole del lessico sull’asse sintagmatico, osserviamo che, per lo meno nei derivati finora considerati, le parole motivanti sono anche, integramente o parzialmente, costituenti della parola motivata. Nel nostro esempio, bar è rappresentato integralmente in barista, mentre la serie delle parole in -ista è solo presente attraverso questo stesso ele­mento comune a tutte. In questa prospettiva sintagmatica, si suol dire che barista è una parola complessa che consta di una base (bar) e di un suffisso (-ista). Nel caso di barista, la base è una parola semplice, ma in altri casi, come quello di giorn-al-ista, si può natu­ralmente anche trattare di una parola a sua volta complessa.

Non tutte le parole complesse presentano però le caratteristiche di barista, in cui tanto la base quanto la parola complessa sono indubbiamente delle parole nel senso più intuitivo del termine. La situazione è già molto meno evidente per una formazione come cambio gomme, anch’essa tradizionalmente ritenuta di competenza della morfologia. Cosa distingue cambio gomme da una costruzione indubbiamente sintattica come cambio delle gomme? Cosa ci permette, in altri termini, di vedere nel primo una parola e nel secondo un sintagma?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo prima cercare di definire il concetto di pa­rola (cfr. in merito Ramat 1990). In genere, l’uso di tale concetto nel linguaggio comune e in linguistica sembra basarsi sui seguenti criteri, non completamente coestensivi. Si ritiene che una parola si riferisca a un concetto unitario, sia modificabile solo globalmente, e che eventuali parti costituenti siano inseparabili e presentino un ordine fisso. A questi criteri in alcune occasioni si aggiungono altri come l’unità accentuale, che però sono più soggetti alla variabilità interlinguistica.

Nel caso di cui ci stiamo occupando (cfr. anche 2.1.2.2.1.1.), i nostri criteri sembrano ef­ficaci. Cambio gomme può certo considerarsi come concetto unitario: l’espressione si uti­lizza soprattutto per un certo tipo di operazione altamente standardizzata durante una corsa di formula uno, mentre cambio delle gomme è disponibile per qualunque operazione in cui si cambiano delle gomme. L’ordine dei costituenti è fisso (*gomme cambio), mentre il sintagma permette marginalmente l’inversione in un registro poetico (delle gomme il cam­bio). Il criterio dell’inseparabilità serve più chiaramente a distinguere parola complessa e sintagma (??cambio rapido gomme vs il cambio rapido delle gomme), mentre per la modifi­cabilità del secondo costituente la differenza sembra un po’ meno netta (?cambio gomme lisce vs il cambio delle gomme lisce). Tutto sommato, i nostri criteri definitori della parola ci hanno dunque separato soddisfacentemente le sequenze cambio gomme e cambio delle gomme, intuitivamente molto vicine l’una all’altra. Come vedremo però in 2.1.1.2., 2.1.1.3. e 2.1.8.2.1., la delimitazione della morfologia dalla sintassi è un problema assai complesso.

Cambio gomme, contrariamente a barista, ha due basi, cambio e gomme, cioè è costituito da due parole indipendenti. In termini paradigmatici, il nostro composto è motivato dalle due parole indipendenti cambio e gomme, nonché da una serie di parole di simile fattura come trasporto latte, movimento merci, rimborso spese ecc. Questo tipo di parola com­plessa si chiama parola composta o semplicemente composto, mentre se uno dei due co­stituenti non è una parola ma un affisso tipo  ista, si parla di parola derivata o derivato. I rispettivi procedimenti formativi si chiamano composizione e derivazione, e ambedue in­sieme, formazione delle parole.

La frontiera con la sintassi non è tuttavia l’unico problema di delimitazione. Mentre in barista e cambio gomme tanto la base / le basi quanto il derivato / il composto sono parole nel senso di concetti lessicali autonomi, in altri casi la struttura morfologica interna non sembra accompagnata da un cambio concettuale così forte. Gomme, ad esempio, è senz’altro una parola complessa come fa vedere l’opposizione con gomma, ma si ritiene che il concetto veicolato dalla  e finale, cioè ‘plurale’, non crei una parola nuova indipendente ma semplicemente una variante della stessa parola. Tali parole complesse che sono solo varianti di una stessa parola sono chiamate tradizionalmente parole flesse, ed il procedi­mento corrispondente, flessione.

La delimitazione fra derivazione e flessione è fra i problemi più discussi della morfolo­gia (cfr. Booij 1998). Il criterio concettuale utilizzato sopra per distinguere derivazione e flessione, per diffuso che sia, è senz’altro insufficente per definire con precisione il confine fra i due procedimenti. Bellissimo, ad esempio, è tradizionalmente considerato come deri­vato, anche se “bellissimo” difficilmente si può ritenere concetto indipendente rispetto a “bello” nella stessa maniera in cui “bar” e “barista” costituiscono dei concetti autonomi. Di tutti i criteri proposti per distinguere flessione e derivazione – una cinquantina in tutto! – il più utile è ancora quello della pertinenza sintattica. Secondo questo criterio, un affisso è flessivo solo se è pertinente per il funzionamento di una regola sintattica. Il plurale dei nomi, ad esempio, è sintatticamente pertinente in questo senso perché rende necessaria la concordanza di aggettivi modificatori, articoli ecc. La divisione tradizionale fra derivazione e flessione non è però pienamente coerente con questo criterio. Così molti suffissi cam­biano il genere della base e hanno dunque lo stesso effetto sintattico, ma non per questo sono classificati come flessivi. Sembra dunque necessario limitare il concetto di pertinenza sin­tattica ai soli casi in cui un morfema è indotto da una regola sintattica. Questo è il caso degli aggettivi, in cui gli affissi flessivi sono indotti dalla presenza nel nome modificato delle categorie ‘singolare’ / ‘plurale’ e ‘maschile’ / ‘femminile’. È stato proposto (cfr. Booij 1996) di distinguere, in questo senso, una flessione inerente (plurale e genere dei sostan­tivi) e una flessione contestuale (plurale e genere degli aggettivi), di cui la prima sarebbe più vicina alla derivazione della seconda.4 Per quanto riguarda i verbi, infine, la categoria ‘tempo-aspetto’ è più vicina al polo inerente, perché normalmente non dipende dal contesto sintattico, mentre le categorie ‘modo’, ‘numero’ e ‘persona’ sono contestuali in quanto sintatticamente indotte dal soggetto della frase o dal tipo di costruzione (il congiuntivo dopo certi verbi, ad esempio).

Analizzando la distribuzione di morfemi derivazionali e flessivi in italiano, si osserva che questi ultimi, come anche in altre lingue, sono quasi sempre periferici rispetto ai primi. Fra le eccezioni italiane conviene menzionare soprattutto gli avverbi in  mente (cfr. 5.4.2.1.), la cui base è la forma femminile dell’aggettivo (chiar-a-mente), ed il tipo antiru­ghe, dove il suffisso del plurale  e del nome base è nella portata del prefisso derivazionale anti . Si noti però che in nessuno dei due casi l’affisso flessivo è indotto da una regola sin­tattica. La generalizzazione della perifericità della flessione rimane dunque valida anche per l’italiano se la limitiamo alla sola flessione contestuale.

Il terzo confine poco sicuro – e poco esplorato – è quello con la semantica. La nostra de­finizione iniziale delle parole motivate come quelle che presentano un rapporto semantico-formale con altre parole della stessa lingua include anche, se applicata meccanicamente, tutte le metafore e metonimie. Anche piede “parte bassa di un tavolo”, dopo tutto, presenta un rapporto tanto semantico (similarità) quanto formale (identità) con piede “parte del corpo ecc.”. E lo stesso vale per una coppia metonimica come direzione “il dirigere” / dire­zione “organo direttivo”.

Per evitare questa eccessiva estensione del campo di ricerca si potrebbe precisare la de­finizione esigendo che la parola complessa sia più complessa della base anche formalmente. In questo modo elimineremmo elegantemente tutte le metafore e metonimie, dato che esse mostrano, come abbiamo visto, un rapporto di identità formale con la base. Ma con una tale mossa, disgraziatamente, escluderemmo anche tutta una serie di rapporti semantico-formali che tradizionalmente sono considerati di competenza della formazione delle parole. Anche l’aggettivo fisico e il sostantivo fisico “studioso di fisica”, ad esempio, mostrano un rap­porto di identità formale, ma secondo la tradizione si tratterebbe ciononostante di un rap­porto derivazionale di «sostantivazione» o «nominalizzazione».

Per escludere le metafore e le metonimie dal campo della formazione delle parole senza escludere esempi come quest’ultimo, si è soliti ricorrere a criteri ulteriori. Il più usuale è quello del cambio della categoria sintattica: in caso di identità formale, si parla di forma­zione delle parole solo se base e derivato appartengono a categorie sintattiche diverse. In questo modo il sostantivo fisico rimarrebbe di competenza della formazione delle parole, mentre l’uso metaforico di piede e quello metonimico di direzione non supererebbero l’esame di ammissione. Questo criterio ha però lo svantaggio di escludere anche certe me­tonimie che presentano cambi semantici molto simili a quelli osservabili in procedimenti indubbiamente derivazionali. Così, ad esempio, le metonimie “contenitore” → “contenuto” tipo bere un bicchiere d’acqua sono semanticamente molto simili a derivati in  ata come bicchierata “quantità di liquido corrispondente a un bicchiere” (DISC, accezione 1.). Di fronte a tali esempi è legittimo domandarsi perché dovremmo esigere il cambio di categoria

solo quando c’è identità formale, e non per tutta la derivazione. Dato che questo problema fondamentale non è mai stato indagato in profondità (cfr. Rainer 1993a, 78–80) ci è parso opportuno includere un capitolo speciale sulla frontiera fra metonimia e formazione delle parole (cfr. 1.2.6.). Un altro capitolo speciale (cfr. 7.4.3.) sarà dedicato a cambi della strut­tura argomentale indotti da un cambio concettuale, come nel caso dell’uso causativo-transi­tivo di crescere: i figli crescono → crescere i figli. Anche in questi casi, che non sono tra­dizionalmente considerati come di competenza della formazione delle parole, il cambio semantico è simile a quanto incontriamo nella formazione delle parole al di sopra di ogni sospetto (cfr. hanno accresciuto la produzione) mentre non cambiano né la forma né la categoria sintattica.

Concludendo possiamo dunque dire che il campo della formazione delle parole presenta un centro netto in derivati tipo barista e certi tipi di composti, mentre esistono delle zone grigie tanto verso la sintassi quanto verso la flessione e verso la semantica. Queste zone grigie non sono solo dovute a deficienze analitiche ma sono, almeno in parte, inerenti all’oggetto di studio stesso.

1.2.2. La nozione di regola di formazione di parole FR


Le regolarità semantico-formali che, secondo quanto abbiamo visto in 1.2.1., costituiscono l’oggetto di studio della formazione delle parole sono generalmente descritte mediante regole di formazione di parole, le cui proprietà essenziali saranno sviluppate nel presente paragrafo e in quelli seguenti.

1.2.2.1. Il lessico mentale come punto di partenza FR


Il nostro punto di partenza è costituito, in linea di principio, dal cosiddetto lessico mentale, cioè l’insieme delle parole memorizzate dai parlanti, tanto semplici quanto complesse, e delle relazioni che i parlanti stabiliscono fra queste parole memorizzate. Tali relazioni pos­sono essere di tipo formale, semantico, o semantico-formale. Esempi di relazioni puramente formali sarebbero le rime fra serie di parole: osso, grosso, mosso ecc. Anche le assonanze o gli schemi prosodici rientrano in questa categoria. Esempi di relazioni puramente semanti­che sono, ad esempio, le relazioni di sinonimia, antonimia, iperonimia ecc. riscontrabili anche fra parole di cui nessuna fa parte dell’altra, com’è invece il caso dei derivati e com­posti. Alto e basso, ad esempio, hanno certo un rapporto privilegiato nel lessico mentale che non può mancare in una descrizione completa del lessico italiano, ma il rapporto rimane puramente semantico (a prescindere dalla desinenza, naturalmente). L’oggetto di studio della formazione delle parole invece, come abbiamo già avuto modo di vedere, è costituito solo da un certo tipo di relazioni allo stesso tempo semantiche e formali. Sarà il compito di questo volume di fornire una descrizione il più possibile completa e sistematica di queste relazioni semantico-formali riscontrabili nell’italiano moderno.

Se si è detto sopra che il lessico mentale costituisce il nostro punto di partenza «in linea di principio», ciò si deve al fatto che siamo ben lungi dall’avere una rappresentazione onni­comprensiva del lessico mentale, benché gli studi di psicolinguistica in materia abbiano fatto progressi notevoli negli ultimi decenni (cfr., per una buona sintesi, Laudanna / Burani 1999). Sfuggendo dunque il lessico mentale all’osservazione diretta, dobbiamo scegliere un’altra base empirica che sia più facilmente accessibile ma ne rispecchi comunque le ca­ratteristiche indispensabili per un’analisi morfologica. Questo surrogato del lessico mentale sarà costituito per noi da un dizionario della lingua italiana moderna, più concretamente il DISC, la cui versione elettronica è di agevole maneggio per lo studioso della formazione delle parole.

Il fatto di partire dal lessico mentale ci permette di descrivere adeguatamente alcuni fe­nomeni strettamente connessi con la formazione delle parole, o più in generale la morfolo­gia, come quello del blocco (cfr. Scalise / Ceresa / Drigo / Gottardo / Zannier 1983, Rainer 1988a). Si osserva frequentemente che una determinata parola che, secondo le regole di formazione di parole della lingua, dovrebbe essere accettabile, è nondimeno evitata o re­spinta dai parlanti a causa dell’esistenza di un sinonimo ben radicato nella lingua. ºRubatore, ad esempio, sarebbe in tutto analogo alla serie delle parole in  tore come rapi­natore ecc. e infatti è anche attestato in italiano antico, ma oggi viene evitato per l’esistenza del sinonimo ladro. Ora, questo fenomeno del blocco di una parola virtuale da parte di un sinonimo usuale è sensibile alla frequenza del sinonimo bloccante: più quest’ultimo è fre­quente, più il blocco sarà efficace. Mentre, ad esempio, coraggio, un sostantivo relativa­mente frequente, blocca efficacemente °coraggiosità, acrimoniosità sembra nettamente più tollerabile accanto al raro acrimonia (cfr. Rainer 1989a, 30). Come numerosi studi di psi­colinguistica hanno mostrato, la frequenza di una parola rende più facile «ripescarla» dal lessico mentale; una teoria della formazione delle parole basata sul lessico mentale può dunque rendere conto del fenomeno del blocco in maniera del tutto naturale. In concezioni del lessico più astratte, meno direttamente psicolinguistiche, dove la nozione di frequenza non appare, un trattamento adeguato del fenomeno del blocco sembra invece impossibile all’interno della teoria morfologica.5

Quello del blocco, fra l’altro, non è l’unico fenomeno morfologico che consiglia di pren­dere in considerazione la nozione di parola memorizzata / usuale nello studio della forma­zione delle parole. Un altro è costituito dall’analogia, cioè la coniazione di un neologismo sul modello di una parola usuale ben determinata o un piccolo gruppo di parole ben deter­minato. L’analogia è più apparente quando il neologismo riprende da una parola complessa determinata un’idiosincrasia assente dalla serie delle parole complesse comparabili. Il neo­logismo giornalista squillo di C. Cederna, ad esempio, non rimanda genericamente alla serie di N+N, ma più specificamente al modello ragazza squillo, di cui riprende l’implicazione semantica idiosincratica “che si prostituisce”. Analogie di questo tipo, che sono più frequenti di quanto non si pensi, mostrano che lo studio della formazione delle parole deve partire da un lessico costituito di parole memorizzate e dotate di tutte le loro idiosincrasie, come appunto è il caso del lessico mentale.6


1.2.2.2. La parola come unità fondamentale FR
Nel paragrafo precedente si è detto che il lessico mentale comprende tutte le parole memo­rizzate più le relazioni fra di esse, e che esso è il punto di partenza ideale dell’analisi mor­fologica. Ne consegue che l’unità di base di tale analisi deve essere la parola.

La scelta della parola come unità di base è ben radicata nella tradizione morfologica oc­cidentale fin dall’antichità, quando i grammatici solevano descrivere i paradigmi flessivi presentando dei casi «paradigmatici» ed invitando gli utenti a seguire tali modelli in tutti i casi analoghi. Lo stesso procedimento veniva applicato anche alla derivazione e alla com­posizione, un po’ come abbiamo fatto anche noi poco sopra nell’analisi di giornalista squillo: anche lì siamo partiti dall’ipotesi che la coniatrice, C. Cederna, abbia avuto in mente il modello ragazza squillo, in cui poi avrebbe effettuato la sostituzione del primo sostantivo lasciando intatto tutto il resto del significato fortemente idiosincratico. Ma anche molti studiosi della formazione delle parole davano e danno per scontato la validità di tale approccio, da Paul 1880 a Becker 1990.7

A questa metafora occidentale della parola-modello e la sua copia si contrappone però la tradizione indiana, ripresa e diffusa nella linguistica moderna da Bloomfield 1933, che concepisce la formazione di parole complesse piuttosto sulla falsariga del gioco delle co­struzioni (la metafora tuttavia non è indiana). In questa tradizione, le unità di base o, per riprendere l’immagine, i mattoni corrispondono ai morfemi, e le parole complesse si for­mano a partire dai morfemi come i mattoncini si mettono insieme per fare una costruzione. Qui si parte dunque dagli elementi minimi per arrivare alle unità più complesse, mentre nella tradizione occidentale, al contrario, l’unità complessa è formata sul modello di un’altra unità complessa preesistente o un insieme di unità complesse preesistenti.

La scelta fra queste due concezioni della morfologia non è ovvia. In molti casi, infatti, specie quello delle formazioni pienamente regolari, esse sono più o meno indistinguibili. Per le formazioni idiosincratiche, però, il modello occidentale è chiaramente preferibile, dato che esse per definitionem non sono descrivibili esclusivamente mediante regole. Per salvare il modello indiano, si potrebbe pensare di limitarne la portata alle sole regole pro­duttive. Tale soluzione non sarebbe però senza problemi. Da un lato, la produttività è, come vedremo in 1.2.5.2., un continuum, e dall’altro si osserva che anche formazioni idiosincrati­che fungono spesso da punto di partenza per nuove formazioni, come si è già visto nell’esempio giornalista squillo. Altri processi morfologici che presuppongono un lessico costituito da parole complesse memorizzate sono la retroformazione e la sostituzione di affisso, trattate nel prossimo paragrafo.



1.2.2.3. La direzionalità delle regole di formazione di parole FR
Fin qui abbiamo parlato di relazioni semantico-formali fra parole, senza pronunciarci sulla direzionalità o meno di queste relazioni. Generalmente si assume che le regole di forma­zione di parole trasformino una parola meno complessa in una più complessa, che il pro­cesso sia dunque orientato (cfr. Iacobini 1996).8 E per la stragrande maggioranza delle formazioni tale assunzione è anche talmente ovvia che non ha bisogno di ulteriori giustifi­cazioni. Chi infatti vorrebbe negare che tazzina è derivato da tazza, e non tazza da tazzina?

Nei casi chiari, l’uscita è più complessa tanto formalmente quanto semanticamente. Ci sono però anche dei casi in cui alla complessità semantica non fa riscontro nessuna com­plessità formale. Dobbiamo menzionare innanzitutto la


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