1. Introduzione. Riforma o abolizione del carcere?


LA SCHIAVITÙ, I DIRITTI CIVILI E IL PUNTO DI VISTA DEGLI ABOLIZIONISTI SUL CARCERE



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2. LA SCHIAVITÙ, I DIRITTI CIVILI E IL PUNTO DI VISTA DEGLI ABOLIZIONISTI SUL CARCERE

I sostenitori della carcerazione [...] speravano che il penitenziario avrebbe riabilitato i detenuti. Laddove i filosofi percepivano l'incessante stato di guerra tra gli schiavi e i loro padroni, i criminologi speravano di negoziare una sorta di trattato di pace fra le mura del carcere. Ma c'era un paradosso latente: se il regime interno al penitenziario assomigliava a quello delle piantagioni al punto che i due erano spesso messi sullo stesso piano, come poteva il carcere servire alla riabilitazione dei criminali?

Adam Jay Hirsch

La prigione non è l'unica istituzione ad aver sollevato problematiche complesse tra quanti, convivendoci, si erano talmente abituati alla sua presenza da non riuscire a concepire una società senza di essa. Se si considera la storia degli Stati Uniti, viene subito in mente il sistema della schiavitù. Sebbene già al tempo della rivoluzione americana ci fossero dei militanti che si battevano per l'eliminazione della schiavitù africana, ci volle quasi un secolo per ottenere l'abolizione di quella che era chiamata la «peculiare istituzione». Nei media dominanti dell'epoca, gli abolizionisti bianchi, come John Brown e William Lloyd Garrison,* erano presentati come estremisti e fanatici. Quando Frederick Douglass** iniziò a tenere i suoi discorsi contro la schiavitù, i bianchi persino quelli che erano abolizionisti convinti si rifiutavano di credere che uno schiavo nero potesse fare sfoggio di una simile intelligenza. L'idea della schiavitù era così radicata e diffusa che anche gli abolizionisti bianchi faticavano a immaginare i neri come uguali.

*John Brown (1800 18 59), uno dei primi e più noti attivisti antischiavisti, cercò di fomentare varie rivolte tra gli schiavi neri; fu catturato e condannato a morte dopo l'attacco fallito all'arsenale federale di Harpers Ferry; a lui è dedicato «John Brown's Body», inno degli unionisti durante la Guerra Civile americana e diventato una delle canzoni più celebri del pacifismo. William Lloyd Garrison (1805 1879), giornalista e riformatore sociale, fu l'editore del più importante giornale legato al radicalismo antischiavista, il Liberator, e uno dei fondatori della Società Americana Antischiavista.

** Oratore, scrittore, riformatore e fervente abolizionista (1818 1895); nato schiavo, è stato uno dei primi afroamericani a ricoprire degli incarichi politici, fino a candidarsi nel 1872 come vicepresidente degli Stati Uniti per l'Equal Rights Party, in ticket con Victoria Woodhull, prima donna a candidarsi come presidente.

Fu necessaria una guerra civile lunga e violenta per privare la schiavitù del suo fondamento legale. Per quanto il Tredicesimo Emendamento alla Costituzione statunitense dichiarasse fuorilegge la servitù involontaria, un gran numero di persone continuò a credere nella supremazia dei bianchi, e questo atteggiamento influenzò profondamente le nuove istituzioni. Una di queste fu il linciaggio, che rimase largamente accettato per decenni dopo l'abolizione della schiavitù, finché, grazie all'operato di personalità come Ida B. Wells,* nella prima metà del xx secolo fu gradualmente riconosciuta la legittimità di una campagna contro tale pratica. La NAACP, un'organizzazione che continua a condurre battaglie legali contro la discriminazione, ha preso origine proprio dagli sforzi per abolire il linciaggio.

* Giornalista (1862-1931) e attivista politica del movimento dei diritti civili dei neri e delle donne.

La segregazione ha imperato nel Sud finché non è stata dichiarata illegale un secolo dopo l'abolizione della schiavitù. Molti di coloro che erano vissuti sotto la discriminazione razziale non riuscivano neppure a concepire un sistema legale definito dall'uguaglianza tra le razze. Quando, nel 1956, il governatore dell'Alabama in persona tentò di impedire alla studentessa nera Arthurine Lucy di iscriversi all'università statale, la sua presa di posizione esemplificava l'incapacità di immaginare che neri e bianchi potessero vivere e studiare insieme pacificamente. «Segregazione oggi, domani e sempre» sono le parole più note di questo politico, che fu costretto a rinnegarle qualche anno dopo, quando la segregazione si dimostrò molto più vulnerabile di quanto avrebbe mai pensato.

Anche se il governo, le corporation e i media dominanti tentano di rappresentare il razzismo come una deplorevole aberrazione del passato, relegata nella tomba della storia statunitense, a tutt'oggi esso continua a influenzare profondamente le strutture, gli atteggiamenti e i comportamenti. Ciononostante, chi osasse invocare la reintroduzione della schiavitù, le esecuzioni sommarie o il ripristino della segregazione legale sarebbe immediatamente messo a tacere. Bisognerebbe però ricordare che gli antenati di molti dei più fervidi progressisti odierni non avrebbero mai potuto immaginare la vita senza la schiavitù, il linciaggio o la segregazione. La Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e le relative forme di intolleranza, tenutasi nel zooi a Durban, in Sudafrica, ha rivelato l'enormità del compito globale di eliminare il razzismo. Ci possono essere molte divergenze sulla definizione di razzismo e sulle strategie più efficaci per sconfiggerlo; tuttavia, soprattutto dopo l'eliminazione dell'apartheid in Sudafrica, l'opinione pubblica mondiale concorda sul fatto che il razzismo non debba definire il futuro del pianeta.

Ho citato questi esempi storici degli sforzi diretti ad abbattere le istituzioni razziste perché hanno una notevole rilevanza per la nostra discussione sulle prigioni e la loro abolizione. E vero che la schiavitù, il linciaggio e la segregazione avevano assunto una tale valenza ideologica che molti, se non i più, erano incapaci di prevederne il declino e il crollo. La schiavitù, il linciaggio e la segregazione sono esempi convincenti di istituzioni sociali che, come il carcere, erano considerate un tempo eterne quanto il sole. Eppure, in tutti e tre i casi, siamo in grado di indicare dei movimenti che hanno assunto la posizione radicale di proclamare l'obsolescenza ditali istituzioni. Forse ci chiarirebbe le idee sulla questione carceraria cercare di immaginare quanto debbano essere apparsi strani e inquietanti i dibattiti sull'obsolescenza della schiavitù a chi dava per scontata la «peculiare istituzione», e soprattutto a chi traeva benefici diretti da questo orribile sistema di sfruttamento razzista. E per quanto fosse diffusa la resistenza tra gli schiavi neri, ce n'erano comunque alcuni che ritenevano che né loro stessi né la loro progenie si sarebbero mai sottratti alla tirannia della schiavitù.

Ho presentato tre campagne abolizioniste risultate alla fine più o meno vincenti per dimostrare che le circostanze sociali si trasformano e gli atteggiamenti popolari cambiano, in parte come reazione a movimenti sociali organizzati. Ma ho ricordato queste campagne storiche anche perché prendevano tutte di mira una qualche espressione di razzismo. La schiavitù negli Stati Uniti era un tipo di lavoro forzato fondato su idee e convinzioni razziste volte a giustificare la riduzione di individui di origine africana allo stato giuridico di proprietà. Il linciaggio era un'istituzione extralegale che consegnò migliaia di vite di afroamericani alla violenza di spietate folle razziste. Con la segregazione, i neri erano dichiarati per legge cittadini di seconda categoria, i cui diritti al voto, al lavoro, all'istruzione e all'alloggio erano drasticamente ridotti, se non negati.

Qual è il rapporto fra queste espressioni storiche del razzismo e il ruolo odierno del sistema carcerario? Esplorare tali nessi può offrirci una visione diversa dello stato attuale dell'industria penitenziaria. Se siamo già convinti che non si dovrebbe permettere al razzismo di definire il futuro del pianeta e se riusciamo a dimostrare che le prigioni sono istituzioni razziste, ciò può indurci a prendere sul serio la prospettiva di dichiarare obsoleto il carcere.

Per il momento mi concentro sulla storia del razzismo contro i neri per dimostrare che il carcere rivela forme congelate di questo tipo di pregiudizio che opera in modi occulti, riconosciuti cioè di rado come razzisti. Ci sono però anche altre storie di razzismo che hanno influito sullo sviluppo del sistema penitenziario statunitense: le storie dei latini, degli amerindi e degli asiatici americani. Anche queste forme di razzismo si coagulano e si combinano nel carcere. Poiché siamo abituati a parlare di razza in termini di nero e bianco, spesso non riconosciamo né contestiamo forme di razzismo che prendono di mira persone di colore che non siano nere. Esaminiamo [per esempio] gli arresti e la detenzione in massa di individui di origine mediorientale, sud asiatica o musulmana dopo gli attacchi dell'ii settembre zooi al Pentagono e al World Trade Center.

Ciò solleva due importanti interrogativi: le prigioni sono istituzioni razziste? Il razzismo è così profondamente radicato nell'istituzione carceraria che non è possibile eliminare l'uno senza eliminare l'altra? Sono interrogativi che dovremmo tenere presenti nell'esaminare i legami storici tra la schiavitù negli Stati Uniti e le origini del sistema penitenziario. La prigione come istituzione che puniva e al tempo stesso riabilitava quanti vi erano reclusi rappresentò un nuovo sistema di pena che fece la sua prima comparsa negli Stati Uniti più o meno al tempo della rivoluzione americana. Questo nuovo sistema si basava sulla sostituzione della pena capitale e corporale con la detenzione.

La carcerazione in sé non era una novità né per gli Stati Uniti né per il resto del mondo, ma fino alla creazione di questa nuova istituzione denominata penitenziario fungeva da preludio alla pena. Le persone che sarebbero state sottoposte a qualche forma di pena corporale erano tenute in prigione fino all'esecuzione della pena. Con il penitenziario, la detenzione diventata la pena stessa. Come indica la denominazione di «penitenziario», la carcerazione era considerata riabilitativa e il penitenziario era concepito in modo da offrire ai detenuti le condizioni per riflettere sui loro crimini e per riformare, con la penitenza, le proprie abitudini e perfino la propria anima. Anche se durante il periodo rivoluzionario alcuni sostenitori della causa antischiavista protestarono per questo nuovo sistema di punizione, in generale il penitenziario fu visto come una riforma progressista, legata a una campagna più vasta per i diritti dei cittadini.

Per molti versi, il penitenziario rappresentò di fatto un notevole miglioramento rispetto alle molte forme di pena capitale e corporale ereditate dagli inglesi. Tuttavia, l'idea che i prigionieri si sarebbero ravveduti se solo gli fosse stata concessa l'opportunità di riflettere e lavorare in solitudine e in silenzio non teneva conto dell'impatto dei regimi autoritari di vita e lavoro. In effetti, le affinità tra la schiavitù e il penitenziario erano notevoli. Lo storico Adam Jay Hirsch ha sottolineato:

Si avvertono nel penitenziario molti riflessi della schiavitù così com'era praticata nel Sud. Entrambe le istituzioni subordinavano i propri soggetti alla volontà altrui. Come gli schiavi del Sud, i detenuti seguivano una routine quotidiana stabilita dai loro superiori. Entrambe le istituzioni riducevano i propri soggetti alla dipendenza da altri per la fornitura di servizi umani basilari, come il cibo e l'alloggio. Entrambe isolavano i loro soggetti dalla popolazione comune, confinandoli in un habitat ben definito. Ed entrambe costringevano di frequente i loro soggetti al lavoro, spesso con orari più lunghi e salari inferiori a quelli dei lavoratori liberi.

Come osserva Hirsch, entrambe le istituzioni applicavano forme di punizione simili e, in effetti, le regole carcerarie assomigliavano molto agli Slave Codes, le leggi che in pratica privavano di ogni diritto gli esseri umani ridotti in schiavitù. Inoltre, si riteneva che tanto i prigionieri quanto gli schiavi avessero una marcata inclinazione a delinquere. Le persone condannate al carcere nel Nord, sia bianche che nere, erano popolarmente rappresentate in modo molto simile agli schiavi neri.

Nelle primissime fasi della storia degli Stati Uniti, le ideologie che regolavano la schiavitù e quelle che regolavano la pena carceraria erano profondamente collegate. Sebbene fosse legittimo condannare persone libere ai lavori forzati, sentenze del genere non avrebbero costituito affatto un cambiamento rispetto alle condizioni in cui già vivevano gli schiavi. Infatti, come ci rivela Hirsch, Thomas Jefferson, un sostenitore della condanna ai lavori forzati per la costruzione di strade e canali, specificava che gli schiavi andavano esclusi da quel tipo di punizione. Dal momento che già lavoravano duramente, condannarli ai lavori forzati non avrebbe cambiato in alcun modo la loro condizione, per cui Jefferson suggeriva invece di esiliarli in altri paesi.

Soprattutto negli Stati Uniti, la razza ha sempre avuto un ruolo centrale nel formulare l'ipotesi di colpevolezza. Dopo l'abolizione della schiavitù, gli stati che l'avevano praticata approvarono nuove leggi emendando gli Slave Codes, così da regolare il comportamento dei neri liberi con norme analoghe a quelle vigenti al tempo dello schiavismo. I nuovi Black Codes vietavano tutta una serie di azioni come il vagabondaggio, l'assenza dal posto di lavoro, la violazione del contratto d'impiego, il possesso di armi da fuoco e gesti o atti oltraggiosi che erano considerate reato soltanto se l'accusato era nero. Con l'approvazione del Tredicesimo Emendamento alla Costituzione, la schiavitù e la servitù involontaria avrebbero dovuto essere abolite. C'era però un'eccezione significativa. Nelle parole dell'emendamento, infatti, la schiavitù e la servitù involontaria venivano abolite «eccetto che come punizione per un crimine di cui l'imputato sia stato debitamente giudicato colpevole». Secondo i Black Codes, c'erano reati, definiti dalla legge statale, dei quali potevano essere «debitamente giudicati colpevoli» soltanto i neri. Così gli ex schiavi, che si erano appena liberati da una condizione di lavoro coatto a vita, potevano essere condannati per legge ai lavori forzati.

Nel periodo immediatamente successivo all'abolizione della schiavitù, gli stati del Sud si affrettarono a sviluppare un sistema penale che potesse legalmente limitare le libertà degli schiavi appena affrancati. I neri divennero il principale bersaglio di un sistema di affitto dei detenuti in cui molti scorgevano una reincarnazione della schiavitù. I Black Codes del Mississipi, per esempio, dichiaravano reo di vagabondaggio «chi fosse colpevole di furto, fosse fuggito [da un posto di lavoro, a quanto sembra], fosse ubriaco o licenzioso nei modi o nel parlare, trascurasse il lavoro o la famiglia, maneggiasse il denaro sconsideratamente e [...] ogni altra persona oziosa o turbolenta».' Perciò il vagabondaggio era codificato come un reato da neri, punibile con l'incarcerazione e il lavoro forzato, talvolta in quelle stesse piantagioni rese prospere un tempo dal sudore degli schiavi.

Lo studio condotto da Mary Ellen Curtin sui detenuti dell'Alabama durante i decenni successivi all'emancipazione rivela che, prima che i quattrocentomila schiavi neri dello stato fossero liberati, il 99% dei detenuti nei penitenziari dell'Alabama era costituito da bianchi. Come conseguenza dei cambiamenti prodotti dall'istituzione dei Black Codes, in breve la popolazione carceraria dello stato divenne, nella stragrande maggioranza, nera.` La Curtin osserva inoltre:

Sebbene nel periodo precedente la guerra civile gran parte dei reclusi fosse bianca, la percezione popolare era che i veri criminali del Sud fossero i suoi schiavi neri. Durante gli anni Settanta dell'Ottocento, il numero crescente di detenuti neri al Sud rafforzò ulteriormente la convinzione che gli afroamericani fossero criminali congeniti e, in particolare, fossero inclini al furto.

Nel 1883, Frederick Douglass aveva già scritto della tendenza del Sud di «imputare il crimine al colore». Quando veniva commesso un crimine particolarmente efferato, osservava, non soltanto la colpa era spesso attribuita automaticamente a un nero, ma i bianchi talvolta cercavano di farla franca travestendosi da neri. In seguito Douglass avrebbe riferito un incidente simile verificatosi nella contea di Granger, nel Tennessee, in cui un uomo che sembrava nero era stato ferito mentre commetteva una rapina. Si scoprì così che era un rispettabile cittadino bianco che si era tinto la faccia di nero.

L'esempio citato da Douglass dimostra come l'essere bianchi, per dirla con le parole della giurista Cheryl Harris, abbia la funzione di una proprietà. Secondo la Harris, il fatto che l'identità bianca fosse posseduta come una proprietà significava che i diritti, le libertà e l'individualità erano affermati per i bianchi, mentre erano negati ai neri, il cui unico modo di essere equiparati ai bianchi era farsi passare per tali. I commenti di Douglass indicano come l'interesse proprietario sull'identità bianca si potesse facilmente rivolgere contro i neri per negargli il diritto a un debito processo. E interessante osservare che casi simili a quello esposto da Douglass si sono verificati negli Stati Uniti negli anni Novanta del Novecento: a Boston, Charles Stuart ha assassinato la moglie incinta e ha tentato di dare la colpa a un anonimo nero, mentre a Union, nel South Carolina, Susan Smith dopo aver ucciso i figli ha dichiarato che erano stati rapiti da un nero che le aveva rubato l'auto. La razzializzazione del crimine la tendenza a imputare il crimine al colore, per usare le parole di Frederick Douglass non è scomparsa con il progressivo allontanamento del paese dalla schiavitù. La prova che il crimine continua a essere imputato al colore sta nei molti riferimenti al «profilo razziale» dei giorni nostri. Che sia possibile essere presi di mira dalle forze dell'ordine soltanto a motivo del colore della pelle non è una pura illazione. I dipartimenti di polizia delle principali aree urbane hanno ammesso l'esistenza di procedure formali volte a massimizzare il numero di afro e latinoamericani arrestati, anche in assenza di un movente plausibile. Dopo gli attacchi dell'11 settembre, un gran numero di persone originarie del Medio Oriente e dell'Asia del Sud è stato arrestato e incarcerato dall'ente di polizia noto come Immigration and Naturalization Services (INS, Ufficio immigrazione e naturalizzazione). L'INs è l'ente federale che vanta il maggior numero di agenti armati, perfino più dell'FBI.

Nell'era post schiavista, mentre i neri venivano integrati nei sistemi penali del Sud e il sistema penale diventava un sistema di lavori forzati le pene tradizionalmente associate alla schiavitù furono ulteriormente incorporate nel sistema penale. «La fustigazione», come ha osservato Matthew Mancini, «era la forma prevalente di punizione durante la schiavitù; e la frusta, insieme alla catena, divenne l'emblema stesso dell'asservimento per schiavi e detenuti».25 Come abbiamo già detto, i neri erano imprigionati in base alle leggi raccolte nei vari Black Codes degli stati del Sud che, essendo rielaborazioni degli Slave Codes, tendevano a razzializzare la pena e a collegarla strettamente ai precedenti regimi di schiavitù. L'espansione del sistema di affitto dei detenuti e dei gruppi di forzati indicava come il diritto penale precedente alla guerra civile, incentrato molto più intensamente sui neri che sui bianchi, definisse la giustizia penale del Sud in larga misura come un mezzo per controllare la manodopera nera. Secondo Mancini:

Tra le molteplici eredità debilitanti della schiavitù c'era la convinzione che i neri potessero lavorare soltanto nei modi già sperimentati in passato: in gruppi, sottoposti a un controllo costante e a suon di frustate. Poiché questi erano i requisiti della schiavitù e poiché gli schiavi erano neri, i bianchi del Sud erano quasi unanimi nel concludere che i neri non sarebbero stati capaci di lavorare se non fossero stati sottoposti a una sorveglianza e a una disciplina così ferree.

Quanti hanno studiato il sistema dell'affitto dei detenuti sottolineano che per molti versi era di gran lunga peggiore della schiavitù, come si può dedurre da titoli come One Dies, Get Another («Morto uno, avanti un altro» di Mancini), Worse Than Slavery («Peggio della schiavitù», lo studio di David Oshinsky sulla Parchman Prison) , e Twice the Work of Free Labor («Due volte il lavoro della manodopera libera», l'analisi dell'economia politica dell'affitto dei detenuti svolta da Alex Lichtenstein). I proprietari di schiavi magari si preoccupavano della sopravvivenza di singoli individui, i quali, dopotutto, rappresentavano investimenti notevoli. I detenuti, viceversa, erano affittati non come individui, bensì in gruppo, e si potevano far lavorare letteralmente fino a morirne senza pregiudicare la redditività di una squadra di forzati.

Secondo le descrizioni dei contemporanei, le condizioni in cui vivevano i detenuti in affitto e i gruppi di forzati erano di gran lunga peggiori di quelle in cui erano vissuti gli schiavi neri. I registri delle piantagioni del Mississippi sul delta dello Yazoo alla fine degli anni Ottanta dell'Ottocento indicano che

i prigionieri mangiavano e dormivano sulla nuda terra, senza coperte né materassi e spesso senza vestiti. Erano puniti se zappavano lentamente (dieci frustate), piantavano con scarso zelo (cinque frustate) e coglievano troppo poco cotone (cinque frustate). Chi cercava di fuggire era frustato «finché il sangue non gli scorreva sulle gambe»; altri avevano uno sperone metallico fissato ai piedi. I detenuti morivano di sfinimento, polmonite, malaria, congelamento, consunzione, colpi di sole, dissenteria, ferite d'armi da fuoco e «avvelenamento da catena» (il continuo sfregamento delle catene e dei ceppi contro la carne nuda).

L'orrendo trattamento a cui erano sottoposti i detenuti in affitto riprendeva ed esacerbava i regimi schiavistici. Se, come sostiene Adam jay Hirsch, le prinfe incarnazioni del penitenziario statunitense al Nord tendevano a rispecchiare l'istituzione della schiavitù sotto molti aspetti importanti, l'evoluzione del sistema penitenziale successiva alla guerra civile fu letteralmente la continuazione del sistema schiavistico, ormai illegale nel mondo «libero». La popolazione carceraria, la cui composizione razziale era drasticamente mutata con l'abolizione della schiavitù, poteva essere soggetta a uno sfruttamento così intenso e a modalità di punizione tanto orrende proprio perché i detenuti continuavano a essere percepiti come schiavi.

La storica Mary Ann Curtin ha osservato che molti studiosi che hanno riconosciuto il razzismo intrinseco nelle strutture penitenziali del Sud nel periodo successivo alla guerra civile, non hanno però colto la misura in cui il razzismo condizionava l'interpretazione corrente delle circostanze relative alla criminalizzazione di intere comunità nere. Neppure gli storici antirazzisti, sostiene, si spingono abbastanza in là nell'analizzare il modo in cui i neri sono stati criminalizzati. Sottolineano e questo, dice la Curtin, è vero almeno in parte che, dopo l'emancipazione, molti neri sono stati costretti dalla loro nuova situazione sociale a rubare per sopravvivere. E stata però la trasformazione dei piccoli furti in reati gravi che ha costretto un gran numero di neri alla «servitù involontaria» legalizzata dal Tredicesimo Emendamento. Ciò che la Curtin lascia intendere è che questi furti erano spesso inventati di sana pianta. «Servivano anche da espediente per vendette politiche. Dopo l'emancipazione, i tribunali divennero il luogo ideale per pretendere un castigo razziale». In questo senso, l'azione del sistema penale era intimamente connessa con l'azione extralegale del linciaggio.

Alex Lichtenstein, il cui studio è incentrato sul ruolo che ha avuto il sistema dei detenuti in affitto nel creare una nuova forza lavoro per il Sud, identifica quel sistema, insieme alle nuove leggi segregazioniste, come l'istituzione principale nello sviluppo di uno stato razziale.

I nuovi capitalisti del Sud, in Georgia e altrove, poterono servirsi dello stato per reclutare e disciplinare una forza lavoro di detenuti, riuscendo in tal modo a sviluppare le risorse dei propri stati senza creare una forza lavoro salariata, né indebolire il controllo della manodopera nera da parte dei proprietari delle piantagioni. Anzi, al contrario: il sistema penale poteva essere utilizzato come un'arma efficace contro quei neri delle campagne che mettevano in discussione l'ordine razziale su cui si fondava il controllo della manodopera agricola.

Lichtenstein rivela, ad esempio, in quale misura la costruzione delle ferrovie della Georgia durante il XIX secolo si sia avvalsa del lavoro di forzati neri. Ci ricorda anche che quando percorriamo la via più famosa di Atlanta Peachtree Street passiamo sulla schiena dei detenuti. «La famosa Peachtree Street e le altre strade ben lastricate di Atlanta, come pure la sua moderna rete viaria, che ha contribuito a consolidare la sua posizione di fulcro commerciale del Sud moderno, sono state originariamente costruite dai forzati».

La tesi principale di Lichtenstein è che l'affitto dei detenuti non fu una regressione irrazionale e neppure un ritorno a metodi produttivi precapitalistici. Si trattò piuttosto dell'utilizzo quanto mai efficiente e razionale di strategie razziste per accelerare il processo di industrializzazione del Sud. In questo senso, argomenta, «lo sfruttamento dei forzati rappresentò per molti versi i primi passi, sperimentali e incerti, di quella regione verso la modernità».

Quanti di noi hanno avuto occasione di visitare qualcuna delle ville del XIX secolo costruite originariamente nelle piantagioni dove lavoravano gli schiavi, di solito non riescono ad apprezzarne appieno la bellezza. Il nostro immaginario visivo comprende abbastanza immagini della fatica degli schiavi neri per permetterci di intuire la brutalità che si nasconde dietro la superficie di quelle splendide dimore. Abbiamo imparato a riconoscere il ruolo ricoperto dal lavoro degli schiavi, come pure il razzismo che incarnava. Il lavoro dei forzati neri rimane invece una dimensione occulta della nostra storia. E oltremodo inquietante pensare che le moderne aree urbane industrializzate sono il frutto di un sistema razzista di lavoro forzato descritto spesso dagli storici come peggiore della schiavitù.

Io sono cresciuta nella città di Birmingham, in Alabama. Per le sue miniere carbone e minerale di ferro e le sue acciaierie, rimaste attive fino al processo di deindustrializzazione degli anni Ottanta, Birmingham era nota come «la Pittsburgh del Sud». I padri di molti miei amici lavoravano in queste miniere e acciaierie. Soltanto di recente ho appreso che i minatori e gli operai neri che ho conosciuto durante l'infanzia avevano ereditato il proprio posto nello sviluppo industriale di Birmingham dai detenuti neri costretti a svolgere quelle stesse mansioni in condizioni di lavoro forzato. Come osserva la Curtin:

Molti ex detenuti divennero minatori perché l'Alabama impiegava un gran numero di carcerati nelle proprie miniere di carbone. Nel i888, tutti i prigionieri maschi abili dell'Alabama vennero dati in affitto a due grosse compagnie minerarie: la Tennessee Coal and Iron Company (1Cl) e la Sloss iron and Steel Company. Per un costo non superiore ai 18,50 dollari al mese per ciascun uomo, queste società prendevano in affittoi detenuti per farli lavorare nelle proprie miniere di carbone.

Scoprire questa dimensione poco riconosciuta della storia della manodopera nera mi ha indotto a riconsiderare le esperienze delle mia infanzia.

Uno dei molti trucchi riusciti al razzismo è la cancellazione del contributo storico dato dalle persone di colore. Ci troviamo davanti a un sistema penale per molti versi razzista arresti e sentenze, condizioni di lavoro e modalità di punizione discriminatori unito alla cancellazione razzista dei contributi significativi forniti dai detenuti neri come risultato di una imposizione razzista. Così com'è difficile immaginare quanto dobbiamo ai detenuti costretti ai lavori forzati nel xix e XX secolo, ci è difficile oggi stabilire un collegamento con i carcerati che producono un numero crescente di oggetti che diamo per scontati nella nostra vita quotidiana. Nello stato della California, le università pubbliche sono rifornite di arredi prodotti da detenuti, in prevalenza neri e latinoamericani.

Ci sono alcuni aspetti della nostra storia che dovremmo analizzare e rivedere per assumere una posizione più critica e articolata verso il presente e il futuro. Mi sono concentrata su alcuni studiosi, le cui opere ci stimolano a sollevare questioni sul passato, il presente e il futuro. La Curtin, per esempio, non si limita a offrirci la possibilità di riesaminare il ruolo che il lavoro nelle miniere e nelle acciaierie ha avuto per i neri dell'Alabama. Usa la sua ricerca anche per spingerci a riflettere sugli inquietanti parallelismi tra il sistema di affitto dei detenuti nel xix secolo e la privatizzazione delle carceri nel XXI.

Alla fine del XIX secolo, le società carbonifere desideravano tenersi il più a lungo possibile i detenuti che avevano acquisito delle abilità, cosicché veniva loro negata ogni riduzione di pena. Oggi, un incentivo economico leggermente diverso può avere conseguenze simili. La CCA [Corrections Corporation of America] è pagata a detenuto. Se il flusso si prosciuga, o in troppi sono scarcerati troppo presto, i suoi profitti ne risentono... Pene detentive più lunghe significano maggiori utili, ma il punto principale è che il movente del profitto promuove l'aumento della carcerazione.

La persistenza del carcere come principale forma di punizione, con le sue dimensioni razziste e sessiste, ha creato questa continuità storica tra il sistema dei detenuti in affitto, praticato nel xx e all'inizio del xx secolo, e il business delle prigioni privatizzate di oggi. Quantunque l'affitto dei detenuti sia stato legalmente abolito, lo sfruttamento si ripresenta nella privatizzazione e, più in generale, nella diffusa industrializzazione della pena che ha prodotto il complesso carcerario industriale. Se il carcere continuerà a dominare il quadro penale per tutto questo secolo e anche nel prossimo, cosa toccherà alle future generazioni di poveri afroamericani, latini, amerindi e asiatici americani? Dati i parallelismi tra prigione e schiavitù, potrebbe essere un esercizio produttivo immaginare come sarebbe il presente se la schiavitù o il suo successore, il sistema di affitto dei detenuti, non fossero stati aboliti.

Sia chiaro, non sto affermando che l'abolizione della schiavitù e del sistema di affitto abbia prodotto un'era di uguaglianza e giustizia. Al contrario, il razzismo delimita subdolamente le strutture socioeconomiche in modi difficili da identificare e per questo ancor più dannosi. In alcuni stati, per esempio, più di un terzo dei neri maschi sono bollati come criminali. In Alabama e in Florida, una volta giudicati delinquenti si è delinquenti a vita, il che comporta la perdita dei diritti civili e politici. Una delle conseguenze più gravi del vasto raggio d'azione del carcere è stata la (s)elezione di George W. Bush a presidente nel zooo. Se solo agli uomini e alle donne neri a cui venne negato il diritto di voto per reati veri o presunti fosse stato permesso di esprimere le proprie preferenze, Bush oggi non sarebbe alla Casa Bianca. E forse non saremmo alle prese con i costi spaventosi della Guerra al Terrorismo dichiarata durante il primo anno della sua presidenza. Se non fosse per questa elezione, forse sulla popolazione irachena non si sarebbero abbattuti la morte, la distruzione e l'inquinamento ambientale per mano delle forze armate statunitensi.

Per quanto possa apparire terribile la situazione politica attuale, immaginate come potrebbe essere la nostra vita se fossimo rimasti aggrappati all'istituzione della schiavitù, o al sistema di affitto dei detenuti o alla segregazione razziale. Ma non abbiamo bisogno di fare congetture per renderci conto di come si vive con le conseguenze del carcere. Disponiamo di prove più che sufficienti nella vita di uomini e donne ai quali istituzioni sempre più repressive hanno negato la possibilità di incontrare le proprie famiglie, di partecipare alla vita delle loro comunità, di poter godere di opportunità formative, di un lavoro produttivo e creativo, della ricreazione fisica e mentale. E prove ancora più schiaccianti dei danni prodotti dall'allargamento del sistema carcerario si possono trovare nelle scuole delle comunità povere di colore, dove si replicano le strutture e i regimi della prigione. Quando un bambino frequenta una scuola dove si attribuisce più valore alla disciplina e alla sicurezza che alla conoscenza e allo sviluppo intellettivo, frequenta una scuola di preparazione al carcere. Se questa è la difficile situazione in cui ci troviamo oggi, cosa potrebbe riservarci il futuro se il sistema carcerario dovesse essere ancora più presente nella nostra società? Nel XIX secolo, i sostenitori della causa antischiavista insistevano che, fintantoché fosse esistita, il futuro della democrazia sarebbe stato davvero tetro. Nel xxi secolo, gli attivisti contro il carcere vedono nell'abolizione del sistema detentivo un requisito fondamentale per rivitalizzare la democrazia.





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