1. Introduzione. Riforma o abolizione del carcere?


IL CARCERE E LA SUA RIFORMA



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3. IL CARCERE E LA SUA RIFORMA

Si dovrebbe ricordare che il movimento per la riforma del carcere, per il controllo del suo funzionamento, non è un fenomeno recente. Non sembra neppure scaturito dall'ammissione di un fallimento. La «riforma» carceraria è praticamente contemporanea al carcere stesso: ne costituisce per così dire il programma.

Michel Foucault

Ironicamente, il carcere stesso è stato il prodotto degli sforzi concertati dei riformatori per creare un sistema punitivo migliore. Se l'espressione «riforma del carcere» ci viene così facilmente alle labbra è perché le parole «carcere» e «riforma» sono indissolubilmente connesse fin da quando si è iniziato a ricorrere alla carcerazione come principale castigo per quanti violavano le norme sociali. Come ho già detto, le origini del carcere sono associate alla rivoluzione americana e, quindi, all'opposizione al potere coloniale dell'Inghilterra. Oggi può apparire assurdo, ma la reclusione in un penitenziario era considerata umana, o quanto meno molto più umana delle pene capitali e corporali ereditate dall'Inghilterra e da altri paesi europei. Foucault apre il suo studio, Sorvegliare e punire: nascita della prigione, con una vivida descrizione di un'esecuzione a Parigi nel 1757. Ii condannato a morte era stato prima sottoposto a terribili torture ordinate dal tribunale. Gli era stata strappata la carne dagli arti con tenaglie incandescenti e sulle ferite gli era stata versata una miscela di piombo fuso, olio e resina bollenti e altre sostanze. Alla fine era stato sventrato e fatto a pezzi, il suo corpo era stato bruciato e le ceneri sparse al vento .17 Il diritto consuetudinario inglese prevedeva che chi era condannato per sodomia fosse bruciato vivo, e la stessa sorte toccava agli eretici. «Il reato di tradimento da parte di una donna era inizialmente punito, in base al diritto consuetudinario, con la condanna dell'imputata al rogo. Tuttavia, nel 1790 questo metodo fu abbandonato e la condannata veniva prima strangolata e poi bruciata».

I riformatori europei e americani si adoperarono per porre fine a esecuzioni macabre come queste e anche ad altri tipi di pene corporali quali la gogna, la fustigazione, la marchiatura e le amputazioni. Prima della comparsa della carcerazione punitiva, tali pene erano volte a produrre l'effetto maggiore non tanto sulla persona punita quanto sulla folla degli spettatori. Il castigo era, sostanzialmente, una rappresentazione pubblica. I riformatori come john Howard in Inghilterra e Benjamin Rush in Pennsylvania* sostenevano che la pena se attuata nell'isolamento, tra le mura di un carcere avrebbe smesso di essere una vendetta e avrebbe portato al ravvedimento di quelli che avevano infranto la legge.

*Per John Howard (1726 1790), pp. 54 55; Benjamin Rush (1745-1813), uno dei Padri fondatori degli Stati Uniti d'America, fu anche firmatario della Dichiarazione d'indipendenza, nonché tra i primi oppositori della schiavitù e della pena di morte.

Va inoltre sottolineato che la pena era legata al sesso del condannato. Le donne erano spesso punite nell'ambiente domestico, dove talvolta gli strumenti di tortura erano introdotti dalle autorità. Nell'Inghilterra del XVII secolo, le donne ritenute dai mariti litigiose e non sufficientemente sottomesse al dominio maschile erano punite mediante la «briglia delle comari» o mordacchia, un casco dotato di una catena e di un morso di ferro da introdurre in bocca. 19 Anche se spesso questo tipo di supplizio richiedeva l'esposizione della vittima al pubblico ludibrio, l'aggeggio era talvolta fissato a un muro della casa, a cui la moglie rimaneva incatenata finché il marito non decideva di liberarla. Cito queste forme di punizione inflitte alle donne perché, come per le punizioni inflitte agli schiavi, raramente erano prese in considerazione dai riformatori del carcere.

Altre modalità di castigo precedenti il carcere comprendevano l'esilio, il lavoro forzato nelle galere, la deportazione e il sequestro dei beni dell'accusato. La deportazione punitiva di grandi masse di persone dall'Inghilterra, per esempio, facilitò l'iniziale colonizzazione dell'Australia. I condannati deportati dall'Inghilterra fondarono anche la colonia nordamericana della Georgia. All'inizio del Settecento, tra le persone deportate, una su otto era di sesso femminile, e il lavoro a cui erano costrette queste donne era spesso quello della prostituta .

La carcerazione fu introdotta come principale metodo punitivo soltanto nel xv iii secolo in Europa e nel xix negli Stati Uniti. Carceri sul modello europeo furono istituite in Asia e in Africa come componente importante del dominio coloniale. In India, per esempio, il sistema carcerario inglese fu introdotto durante la seconda metà del xviii secolo, quando furono costruite carceri nelle province di Calcutta e Madras. In Europa, intanto, il movimento contro la pena capitale e altre punizioni corporali rifletteva le nuove tendenze intellettuali associate all'Illuminismo e agli interventi dei riformatori protestanti, nonché le trasformazioni strutturali legate all'ascesa del capitalismo industriale. A Milano, nel 1764, Cesare Beccaria pubblicò il suo Dei delitti e delle pene, fortemente influenzato dalle idee di uguaglianza proposte dai filosofi, in particolare Voltaire, Rousseau e Montesquieu. Beccaria sosteneva che la pena non avrebbe mai dovuto essere una questione privata, né arbitrariamente violenta; doveva piuttosto essere pubblica, rapida e il più mite possibile. Rilevava la contraddizione di quella che era allora una caratteristica distintiva della carcerazione: il fatto che fosse generalmente imposta prima che venisse giudicata la colpevolezza o l'innocenza dell'imputato.

Tuttavia, alla fine la carcerazione stessa divenne la pena, il che comportò la distinzione tra la prigione come condanna e la detenzione precedente il giudizio o il castigo. Il processo attraverso cui la carcerazione si è trasformata nel principale tipo di punizione inflitta dallo stato è strettamente legato all'ascesa del capitalismo e alla comparsa di un nuovo insieme di condizioni ideologiche. Queste nuove condizioni riflettevano l'affermazione della borghesia come la classe sociale i cui interessi e le cui aspirazioni hanno promosso nuove idee scientifiche, filosofiche, culturali e popolari. E quindi importante capire che il carcere come lo conosciamo oggi non ha fatto la propria comparsa sulla scena storica come la forma di pena migliore di tutti i tempi. E stato semplicemente anche se non dovremmo sottovalutare la complessità di questo processo ciò che aveva più senso in un particolare momento storico. Perciò è bene chiedersi se un sistema intimamente connesso a un particolare insieme di circostanze storiche prevalenti nel corso del XVII e XIX secolo possa essere considerato del tutto valido nel XXI.

Potrebbe essere importante, a questo punto della nostra analisi, riconoscere il cambiamento radicale nella percezione sociale dell'individuo avvenuto nell'ideologia settecentesca. Con l'ascesa della borghesia, l'individuo fu considerato detentore di diritti e libertà formali. In seguito, l'idea dei diritti e delle libertà inalienabili dell'individuo fu sancita dalle rivoluzioni francese e americana. «Liberté, Egalité, Fraternité» della rivoluzione francese e «Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali...» della rivoluzione americana erano concetti nuovi e radicali, anche se non venivano estesi alle donne, agli operai, agli africani né agli indiani. Prima che venisse accettata l'inviolabilità dei diritti individuali, la carcerazione non poteva essere intesa come una pena. Se l'individuo non era percepito come possessore di diritti e libertà inalienabili, l'alienazione di quei diritti e libertà mediante l'allontanamento dalla società e la segregazione in uno spazio tirannicamente governato dallo stato non aveva senso. Poteva averne l'esilio fuori dei limiti geografici della città, ma non l'alterazione dello status legale dell'individuo con l'imposizione di una condanna al carcere.

Inoltre, la condanna al carcere, sempre calcolata in termini di tempo, è collegata a una quantificazione astratta, cJie evoca l'ascesa della scienza e di quella che è spesso definita l'Epoca della Ragione. Dovremmo tener presente che questo fu esattamente il periodo storico in cui il valore del lavoro iniziò a essere calcolato in termini di tempo e quindi compensato in un altro modo quantificabile, con il denaro. Questa computabilità della punizione inflitta dallo stato in termini di tempo giorni, mesi, anni rispecchia il ruolo dell'orario lavorativo come base per la valutazione dei beni capitalistici. I teorici marxisti della pena hanno osservato che il periodo storico in cui la condanna al carcere si è imposta come forma primaria di punizione è proprio quello in cui è nato il concetto di bene economico.

Oggi, il crescente movimento sociale che contesta la supremazia del capitale globale è un movimento che mette direttamente in discussione il dominio del pianeta la sua popolazione umana, animale e vegetale come pure le sue risorse naturali da parte di corporation interessate in primo luogo all'aumento della produzione e circolazione di merci sempre più redditizie. E una sfida alla supremazia del bene economico, una crescente opposizione alla tendenza contemporanea a mercificare ogni aspetto dell'esistenza planetaria. Dovremmo chiederci se questa nuova resistenza alla globalizzazione capitalistica non debba comprendere anche l'opposizione al carcere.

Fin qui ho usato perlopiù un linguaggio asessuato per descrivere lo sviluppo storico della prigione e dei suoi riformatori. Quando emerse il sistema carcerario, però, i condannati puniti con la reclusione erano in prevalenza maschi. Ciò rifletteva la struttura dei diritti legali, politici ed economici, che era sottoposta a un profondo condizionamento sessuale. Poiché alle donne era perlopiù negato lo status di individui detentori di diritti, non potevano essere punite privandole di tali diritti con la carcerazione. 41 Ciò valeva in particolare per le donne sposate, che non erano tenute in alcun conto dalla legge. Secondo il diritto consuetudinario inglese, dal matrimonio derivava uno stato di «morte civile», simboleggiato dall'assunzione del cognome del marito. Di conseguenza, si tendeva a punire le donne per la ribellione contro i propri doveri domestici, più che per le mancanze nelle loro scarse responsabilità pubbliche. La relegazione delle donne bianche all'economia domestica impediva loro di svolgere un ruolo significativo nella sfera emergente delle merci. Il lavoro salariato, infatti, era connotato dal punto di vista sessuale come maschile e dal punto di vista razziale come bianco Non è un caso che le pene corporali domestiche per le donne siano sopravissute ancora a lungo dopo essere diventate obsolete per gli uomini (bianchi). La persistenza della violenza domestica è una dolorosa dimostrazione di queste modalità storiche di punizione legate al sesso.

Secondo alcuni studiosi, il termine «penitenziario» era usato originariamente per definire le strutture progettate in Inghilterra nel 1758 per dare alloggio alle «prostitute penitenti». Nel 1777, john Howard, il principale sostenitore protestante della riforma penale in Inghilterra, pubblicò The State of the Prisons, nel quale concepiva la carcerazione come un'occasione di riflessione e ravvedimento religiosi. Tra il 1787 e il 1791, il filosofo utilitarista Jeremy Bentham pubblicò le sue lettere, nelle quali descriveva un modello di carcere da lui chiamato Panopticon. Bentham sosteneva che i criminali potevano abituarsi al lavoro produttivo soltanto se sottoposti a una sorveglianza costante. Il suo Panopticon prevedeva che i detenuti fossero alloggiati in celle singole, disposte su piani circolari, che davano tutte su una torre di guardia a più livelli. Mediante schermi e un complicato gioco di luce e oscurità i prigionieri, che non si vedevano neppure tra di loro, erano impossibilitati a vedere le guardie. Queste, viceversa, dalla loro postazione erano in grado di vedere tutti i prigionieri. Così ognuno di loro e questo era l'aspetto più significativo del gigantesco Panopticon di Bentham non potendo sapere quando la guardia lo stava osservando, era costretto ad agire, cioè lavorare, come se fosse tenuto costantemente d'occhio.

Se combiniamo l'enfasi di Howard sulla meditazione forzata su se stessi con le idee di Bentham a proposito della tecnologia dell'interiorizzazione volta a fare della sorveglianza e della disciplina l'ambito esistenziale del singolo detenuto, possiamo cominciare a intuire le profonde implicazioni di una simile concezione del carcere. Le probabilità di successo di questa nuova forma di pena erano saldamente ancorate a un'epoca storica in cui la classe operaia andava formata come un esercito di individui dotati di autodisciplina e capaci di svolgere il lavoro industriale necessario a un sistema capitalistico in via di sviluppo.

Le idee di john Howard furono inserite nel Penitentiary Act [Legge sui penitenziari] del 1799, che spianò la strada al carcere moderno. Sebbene le idee di Jeremy Bentham abbiano influenzato la nascita del primo penitenziario nazionale inglese, che si trovava a Millbank e aprì nel 18 16, il primo tentativo di realizzare un vero e proprio carcere Panopticon fu compiuto negli Stati Uniti. Il Western State Penitentiary di Pittsburgh, basato su di un modello architettonico rivisto del Panopticon, fu inaugurato nel ,8z6. Ma il penitenziario aveva già fatto la sua comparsa negli Stati Uniti. Il Walnut Street Jail della Pennsylvania ospitò il primo penitenziario statale statunitense quando, nel 1790, una parte della prigione fu convertita da struttura detentiva a istituto per accogliere quei reclusi la cui condanna al carcere doveva essere, simultaneamente, un castigo e un'occasione di penitenza e ravvedimento.

Il regime austero di Walnut Street isolamento totale in celle singole dove i detenuti vivevano, mangiavano, lavoravano, leggevano la Bibbia (se sapevano leggere), meditavano e si pentivano (o almeno avrebbero dovuto) divenne noto come «sistema della Pennsylvania». Questo regime sarebbe stato uno dei due principali modelli di carcerazione dell'epoca. Anche se l'altro modello, sviluppato a Auburn, New York, era considerato antagonista al modello della Pennsylvania, le basi filosofiche dei due non differivano in modo sostanziale. Il modello della Pennsylvania, che alla fine si con cretizzò nell'Eastern State Penitentiary di Cherry Hill il cui progetto fu approvato nel i8zi poneva l'accento sull'isolamento totale, il silenzio e la solitudine, mentre il modello di Auburn prevedeva celle singole ma lavoro in comune. Questa attività, definita di gruppo, doveva svolgersi però in totale silenzio. I reclusi potevano stare insieme mentre lavoravano, ma senza comunicare tra loro. A causa delle sue pratiche lavorative più efficienti, alla fine Auburn divenne il modello dominante, sia per gli Stati Uniti che per l'Europa.

Perché i riformatori del XVIII e XIX secolo ci tenevano tanto a creare condizioni di pena basate sull'isolamento? Oggi l'isolamento accanto alla tortura, o come forma di tortura è considerato la pena peggiore che si possa immaginare, seconda solo alla morte. Allora, però, si credeva che avesse un effetto liberatorio. Il corpo era posto in condizioni di segregazione e solitudine affinché l'anima potesse fiorire. Non è un caso che la maggioranza dei riformatori dell'epoca fossero profondamente religiosi e quindi concepissero l'architettura e i regimi del penitenziario come un'emulazione dell'architettura e dei regimi della vita monastica. Eppure alcuni osservatori del nuovo penitenziario intuivano già allora che l'isolamento avrebbe potuto condurre alla pazzia. In un brano spesso citato del suo L'America, Charles Dickens introduceva una descrizione della visita da lui fatta nel 1842 all'Eastern Penitentiary osservando che «il sistema consiste nella più rigida, stretta e disperata segregazione, e credo che nelle sue conseguenze sia non solo crudele ma soprattutto sbagliato».

Nelle intenzioni posso credere anch'io che si tratti di un sistema moderato, umano e di intenti riformatori, ma sono anche persuaso che coloro i quali concepirono l'idea di una disciplina carceraria del genere e quei benevoli signori che le danno esecuzione non hanno la minima idea di ciò che stanno facendo. Credo che pochissimi uomini siano in condizione di valutare giustamente l'immensa tortura e l'agonia che questa orrenda punizione, prolungata per degli anni, infligge ai poveri sofferenti [...] Sono sempre più persuaso che tutto ciò impone un vero abisso di pazienza, tale che soltanto quei sofferenti sono in condizione di valutarla e che nessun uomo ha il diritto d'imporre ai propri simili. Io credo che questo lento e quotidiano confronto con i misteri del cervello sia infinitamente peggiore di qualsiasi altro supplizio corporale [...I dato che le sue invisibili ferite estorcono poche grida che orecchie umane potrebbero ascoltare, per questo io lo denuncio ancora più forte come una punizione che soffoca l'umanità e perciò non ha il diritto di sussistere .

A differenza di altri europei come Alexis de Tocqueville e Gustave de Beaumont, convinti che una simile pena avrebbe prodotto un rinnovamento morale e trasformato i reclusi in cittadini migliori, Dickens era dell'idea che «coloro i quali sono stati sottoposti a questa punizione siano destinati a rientrare di nuovo nella società moralmente tarati e gravemente ammalati». Questa critica precoce del penitenziario e del suo regime di isolamento contraddice l'idea che la carcerazione sia la forma di pena più adatta a una società democratica.

L'attuale costruzione ed espansione di supercarceri di massima sicurezza statali e federali, il cui scopo presunto è quello di affrontare i problemi disciplinari all'interno del sistema penale, si rifà al concetto storico del penitenziario, considerato allora la forma di punizione più progressista. Oggi gli afro e i latinoamericani costituiscono la stragrande maggioranza dei reclusi in queste supercarceri e nelle unità di massima sicurezza, che fecero la loro prima comparsa quando le autorità federali preposte agli istituti di correzione iniziarono a inviare alla prigione di Marion, nell'Illinois, i prigionieri di altre carceri ritenuti «pericolosi». Nel 1983, l'intera prigione fu «serrata», il che significava che i detenuti erano confinati nelle loro celle per ventitré ore al giorno. Questo tipo di reclusione divenne permanente e fornì il modello per le unità di controllo e le supercarceri. Oggi esistono circa sessanta supercarceri di massima sicurezza federali e statali distribuite in trentasei stati e molte altre unità di massima sicurezza praticamente in ogni stato del paese.

Una descrizione delle supercarceri di massima sicurezza in un rapporto di Human Rights Watch datato 1997 è spaventosamente simile alla descrizione dell'Eastern State Penitentiary fatta da Dickens, ma con la differenza che è scomparso ogni riferimento alla riabilitazione individuale.

I detenuti di un supercarcere di massima sicurezza sono di solito rinchiusi in celle singole, comunemente chiamate celle di isolamento. [...] Le attività di gruppo con altri prigionieri di solito sono vietate; dalle celle non è neppure possibile vedere gli altri detenuti, con i quali la comunicazione è proibita o difficile (si è costretti, per esempio, a gridare da una cella all'altra); le visite e le telefonate sono limitate.

La nuova generazione di strutture di massima sicurezza si affida inoltre a tecnologie all'avanguardia per monitorare e controllare la condotta e i movimenti dei detenuti, utilizzando, per esempio, telecamere e porte elettroniche comandate a distanza.> «Queste prigioni rappresentano l'applicazione di tecnologie moderne e sofisticate con l'unico fine del controllo sociale; isolano, regolano e sorvegliano in modo molto più efficace di qualunque struttura precedente».

Ho evidenziato le somiglianze tra il primo penitenziario statunitense con la sua aspirazione a riabilitare l'individuo e le supercarceri repressive dei giorni nostri per ricordare quanto sia mutevole la storia. Ciò che un tempo era considerato progressista e perfino rivoluzionario rappresenta oggi il connubio tra superiorità tecnologica e arretratezza politica. Nessuno neppure i più fervidi sostenitori delle carceri di massima sicurezza oserebbe affermare oggi che la segregazione assoluta, comprendente la deprivazione sensoriale, sia corroborante e terapeutica. La giustificazione prevalente per il supercarcere è che gli orrori che crea siano il complemento perfetto per le orrende personalità considerate il peggio del peggio dal sistema penitenziario. In altre parole, non c'è alcuna pretesa di rispettare i diritti, nessuna preoccupazione per l'individuo, nessuna capacità di riconoscere che gli uomini e le donne rinchiusi in un supercarcere meritino nulla di simile al rispetto e al comfort. Secondo un rapporto del 1999 diffuso dal National Institute of Corrections:

In generale, la costituzionalità complessiva di questi programmi [di massima sicurezza] non è assodata. Con la reclusione in queste strutture di numeri sempre crescenti di detenuti con caratteristiche, estrazione e comportamenti molto diversi, aumenta la probabilità di contestazioni legali.

Nel XVIII e XIX secolo, la solitudine assoluta e la ferrea irreggimentazione di ogni atto compiuto dai reclusi erano considerate strategie volte a trasformare abitudini ed etica. Vale a dire che l'idea che la carcerazione dovesse essere la principale forma di pena rifletteva la fede nelle potenzialità dell'umanità bianca di progredire, non soltanto nella scienza e nell'industria, ma al livello dei singoli membri della società. I riformatori del carcere rispecchiavano il presupposto illuministico del progresso in ogni aspetto della società umana, o, per meglio dire, della società bianca occidentale. Nel suo studio del 1987, Imaging the Penitentiary: Fiction and the Architecture of Mind in Eighteenth Century England, John Bender propone la tesi affascinante secondo cui il genere letterario emergente del romanzo favoriva un discorso di progresso e trasformazione individuale che incoraggiava a cambiare quegli atteggiamenti nei confronti della pena che, nella seconda parte del xviii secolo, avevano salutato la concezione e la costruzione dei penitenziari come una riforma adeguata alle capacità di quanti erano ritenuti umani.

I riformatori che chiedevano l'applicazione delle architetture e dei regimi penitenziari alle prigioni allora esistenti rivolgevano le proprie critiche al carcere utilizzato primariamente per la detenzione preventiva o come pena alternativa per quanti non erano in grado di pagare le multe stabilite dal tribunale. John Howard, il più noto di questi riformatori, era quello che oggi potremmo chiamare un attivista contro il carcere. A partire dal 1773, all'età di quarantasette anni, iniziò una serie di visite che lo portarono «in ogni istituto per i poveri d'Europa... [una campagna] che gli costò tutto il suo patrimonio e da ultimo la vita, mentre lottava contro il tifo in un ospedale militare russo a Cherson nel 1791 Al termine del suo primo viaggio all'estero si candidò con successo alla carica di sceriffo del Bedfordshire. In quella veste sottopose a inchieste le prigioni che si trovavano sotto la sua giurisdizione e successivamente «si propose di visitare ogni prigione dell'Inghilterra e del Galles per documentare i mali che aveva osservato per la prima volta a Bedford».

Bender sostiene che anche la narrativa contribuì a queste campagne per la trasformazione delle vecchie prigioni che erano sporche e disorganizzate e prosperavano sulla corruzione delle guardie in penitenziari riabilitativi ben ordinati. Dimostra che romanzi come Moll Flanders e Robinson Crusoe enfatizzavano «il potere dell'isolamento nel rimodellare la personalità» Il e divulgavano alcune delle idee che poi indussero i riformatori ad agire. Come sottolinea Bende; i riformatori del xviii secolo criticavano le vecchie prigioni per il loro caos, per la mancanza di organizzazione e classificazione, per la facile circolazione di alcol e prostitute alloro interno e per la grande diffusione di infezioni e malattie.

I riformatori, soprattutto protestanti, con una prevalenza di quaccheri, fondavano le loro idee su una struttura religiosa. Sebbene john Howard non fosse un quacchero era un protestante indipendente ciononostante

era attratto dall'ascetismo dei quaccheri e ne adottò il modo di vestire. Il suo tipo di devozione ricordava da vicino le tradizioni quacchere di preghiera silenziosa, di introspezione «sofferente» e di fede nel potere illuminante della luce divina. I quaccheri, per parte loro, erano inevitabilmente attratti dall'idea della reclusione come un purgatorio, un ritiro forzato dalle distrazioni dei sensi nel confronto silenzioso e solitario con il proprio io. Howard concepiva il processo di riforma di un detenuto in termini simili al risveglio spirituale di un credente a una riunione di quaccheri.

Tuttavia, secondo Michael Ignatieff, i contributi di Howard non stavano tanto nella religiosità dei suoi sforzi riformisti.

L'originalità della denuncia di Howard sta nel suo carattere «scientifico», non morale. Eletto membro della Royal Society nel 1756 e autore di diversi articoli scientifici sulle variazioni climatiche nel Bedfordshire, Howard fu uno dei primi filantropi a tentare una sistematica descrizione statistica di un problema sociale.

Analogamente, l'analisi di Bender del rapporto tra romanzo e penitenziario sottolinea quanto le basi filosofiche di coloro che intendevano riformare le prigioni rispecchiassero il materialismo e l'utilitarismo dell'illuminismo inglese. La campagna per la riforma delle prigioni ambiva a imporre l'ordine, la classificazione, la pulizia, l'autocoscienza e buone abitudini lavorative. Bender argomenta che le persone rinchiuse nelle vecchie prigioni non erano sottoposte a rigide limitazioni, anzi talvolta godevano perfino della libertà di entrare e uscire dal carcere. Non erano costrette a lavorare e, a seconda delle loro disponibilità economiche, potevano mangiare e bere ciò che volevano. Potevano perfino fare sesso, a volte, dal momento che alle prostitute era consentito l'ingresso nelle prigioni. Howard e altri riformisti invocavano l'applicazione di regole rigide che «imponessero la solitudine e la penitenza, la pulizia e il Iavoro».

Secondo Bender: «I nuovi penitenziari, che sostituivano sia le vecchie prigioni che i riformatori, puntavano esplicitamente a [...] tre obiettivi: il mantenimento dell'ordine in una forza lavoro largamente urbana, la salvezza dell'anima e la razionalizzazione della personalità».` E sostiene che era esattamente ciò che si era ottenuto, dal punto di vista narrativo, con il romanzo, che ordinava e classificava la vita sociale e rappresentava gli individui come esseri consci di sé e del proprio ambiente e in grado di forgiare se stessi. Bender scorge così un'affinità tra due sviluppi importanti del xviii secolo: l'ascesa del romanzo nella sfera culturale e l'ascesa del penitenziario nella sfera socio legale. Se il romanzo, come forma culturale, ha contribuito a produrre il penitenziario, i riformatori delle prigioni devono essere stati influenzati dalle idee generate da e attraverso il romanzo settecentesco.

La letteratura ha continuato ad avere un suo ruolo nelle campagne riguardanti il carcere. Nel XX secolo gli scritti di detenuti, in particolare, hanno goduto di periodiche ondate di popolarità. Il riconoscimento pubblico degli scritti di prigionieri, negli Stati Uniti, ha coinciso storicamente con l'influenza di movimenti sociali che chiedevano la riforma e/o l'abolizione del carcere. I Am a Fugitive from a Georgia Chain Gang, di Robert Burns, e il film di Hollywood del 1932. a cui si ispirava hanno avuto una parte importante nella campagna per abolire le squadre di forzati. Durante gli anni Settanta, segnati da un'intensa attività di organizzazione dentro, fuori e attraverso le mura del carcere, numerose opere di detenuti hanno fatto seguito alla pubblicazione, nel 1970, di Soledad Brother di George Jackson" e dell'antologia da me curata insieme a Bettina Aptheker, La rivolta nera. Sebbene in quel periodo molti reclusi scrittori avessero scoperto da soli il potenziale di emancipazione della scrittura, affidandosi all'istruzione ricevuta prima di essere incarcerati o ai loro tenaci sforzi di autodidatti, altri hanno imparato a scrivere come risultato diretto dell'espansione dei programmi didattici nelle carceri.

Mumia Abu-Jamal, che ha denunciato l'attuale smantellamento di tali programmi, nel suo libro In diretta dal braccio della morte chiede:

A che giova alla società che i detenuti rimangano analfabeti? Quale beneficio sociale comporta l'ignoranza? Come si correggono le persone in carcere se la loro istruzione è bandita Chi trae vantaggio (a parte il sistema carcerario in sé) da prigionieri stupidi?"

Abu-Jamal, che prima di essere arrestato nel 198z con l'accusa di aver ucciso il poliziotto di Philadelphia Daniel Faulkner faceva il giornalista, ha scritto regolarmente articoli sulla pena capitale, concentrandosi soprattutto sulle sue sproporzioni razziali e di classe. Le sue idee hanno contribuito a collegare le critiche alla pena di morte con quelle più generali all'espansione del sistema carcerario statunitense, e sono particolarmente utili per gli attivisti che cercano di associare l'abolizione della pena capitale all'abolizione del carcere. I suoi scritti dalla prigione sono stati pubblicati su giornali sia popolari che accademici (come The Nation e Yale Law Journal), nonché in tre raccolte: In diretta dal braccio della morte, Death Blossoms: riflessioni di un prigioniero di coscienza" e All Things Censored.

Abu-Jamal e molti altri che scrivono dal carcere hanno energicamente criticato il divieto di concedere i Pell Grants borse di studio federali] ai detenuti, introdotto nel disegno di legge del 1994 sulla criminalità," ritenendolo indicativo della tendenza attuale a smantellare i programmi educativi dietro le sbarre. La soppressione dei finanziamenti per i corsi di scrittura creativa per detenuti ha segnato la fine di quasi tutte le riviste letterarie che pubblicavano opere di prigionieri. Delle decine di periodici e quotidiani prodotti in carcere, sono sopravvissuti soltanto l'Angolite dell'Angola Prison, in Louisiana, e il Prison Legal News della Washington State Prison. Ciò significa che, proprio nel momento in cui si andava consolidando una significativa cultura della scrittura dietro le sbarre, sono state messe in atto strategie repressive volte a dissuadere i prigionieri dall'istruirsi.

Se la pubblicazione dell'autobiografia di Malcolm X segna un momento cruciale nello sviluppo della letteratura carceraria e un momento gravido di speranza per i detenuti che cercano di fare dell'istruzione una dimensione importante del tempo trascorso dietro le sbarre ,6 le pratiche carcerarie contemporanee stanno sistematicamente infrangendo quelle speranze. Nel 1950, l'istruzione in carcere di Malcolm fu un esempio eclatante della capacità dei detenuti di fare della loro carcerazione un'esperienza trasformatrice. Non disponendo di mezzi per organizzare la sua fame di sapere, egli iniziò leggendo un dizionario e copiando a mano ogni singola parola. Quando fu in grado di immergersi nella lettura, osservava, «i mesi passavano senza che rivolgessi mai il pensiero al fatto di essere detenuto. Anzi, a quel punto, non era mai stato tanto libero in vita mia ». Allora, a suo avviso, si presumeva che i detenuti che dimostravano un interesse insolito per la lettura avessero intrapreso un cammino di riabilitazione e godevano spesso di privilegi speciali: potevano ad esempio prendere a prestito un numero di libri superiore al massimo consentito. Ciononostante, per istruirsi Malcolm dovette lottare contro il regime carcerario: spesso leggeva sul pavimento, molto dopo che le luci erano state spente, approfittando del barlume che proveniva dal corridoio, attento a tornare a letto ogni ora per i due minuti durante i quali la guardia passava accanto alla sua cella.

L'attuale soppressione dei programmi di scrittura e di altri programmi didattici è indicativa del disinteresse ufficiale per le strategie riabilitative, in particolare quelle che incoraggiano i singoli detenuti ad acquisire un'autonomia di pensiero. Il documentario The Last Graduation [L'ultima laurea] descrive il ruolo svolto dai detenuti nell'introduzione di un programma universitario quadriennale presso la Greenhaven Prison di New York e, ventidue anni dopo, la decisione ufficiale di smantellarlo. A detta di Eddie Ellis, che ha trascorso venticinque anni in prigione ed è attualmente un noto leader del movimento contro il carcere: «Come conseguenza della rivolta di Attica, i programmi universitari sono entrati nelle prigioni» .

Nel periodo successivo alla ribellione dei detenuti del penitenziario di Attica, nel 1971, e al conseguente massacro compiuto con l'assenso del governo, l'opinione pubblica iniziò ad appoggiare una riforma del carcere. In quell'occasione quarantatré prigionieri di Attica e altre undici persone fra agenti di custodia e civili erano stati uccisi dalla Guardia Nazionale, che aveva ricevuto dal governatore Nelson Rockefeller l'ordine di riprendere il controllo della prigione. I capi della ribellione avevano avanzato richieste molto specifiche. Nelle loro «richieste pratiche» avevano domandato una dieta migliore, sorveglianti più preparati, piani di riabilitazione più realistici e programmi didattici migliori. Chiedevano anche la libertà religiosa, la libertà di svolgere attività politica e la fine della censura: tutte cose che ritenevano indispensabili per le proprie esigenze educative. Come osserva Eddie Ellis in The Last Graduation:

I detenuti avvertirono ben presto l'esigenza di essere più istruiti perché più erano colti e meglio avrebbero saputo occuparsi di se stessi e dei propri problemi, dei problemi delle prigioni e dei problemi delle comunità dalle quali la maggior parte di loro proveniva.

Lateef Islam, un altro ex detenuto che compare nel documentario, diceva: «Tenevamo dei corsi già prima che arrivasse l'università. C'insegnavamo a vicenda e talvolta per punizione venivamo picchiati».

Dopo la ribellione al penitenziario di Attica, furono trasferiti a Greenhaven più di cinquecento detenuti, compresi alcuni dei leader della rivolta, che continuarono a premere per ottenere programmi didattici. Come conseguenza delle loro richieste, il Marist College, un'università nello stato di New York vicino a Greenhaven, iniziò a offrire corsi universitari nel 1973 e alla fine organizzò un corso di laurea quadriennale all'interno del carcere. Il programma andò avanti con successo per ventidue anni. Alcuni dei molti prigionieri che si laurearono a Greenhaven conseguirono una specializzazione dopo il rilascio. Come il documentario dimostra con grande efficacia, il programma produceva uomini impegnati che, lasciato il carcere, mettevano al servizio delle proprie comunità le conoscenze e le capacità acquisite.

Nel 1994, in sintonia con la tendenza generale a creare più prigioni e una maggiore repressione al loro interno, il Congresso sollevò la questione di revocare i finanziamenti ai corsi universitari per detenuti. Il dibattito parlamentare si concluse con la decisione di aggiungere al disegno di legge del 1994 sulla criminalità un emendamento che aboliva la concessione dei Pell Grants ai detenuti, privando in tal modo di fondi tutti i programmi di istruzione superiore. Dopo ventidue anni, il Marist College fu costretto a porre fine ai suoi corsi nella Greenhaven Prison. Perciò il documentario è incentrato sull'ultima cerimonia di laurea tenutasi il i luglio 1995 e sul toccante processo di sgombero di quei libri che, per tanti versi, erano stati simboli di libertà. O, per dirla con un docente del Marist: «Per loro i libri sono pieni d'oro». Mentre i volumi venivano portati via, il detenuto che per tanti anni aveva svolto la funzione di impiegato del college rifletteva tristemente che non c'era più niente da fare in prigione... se non, forse, body building. «Ma», si chiedeva, «a che serve formare il corpo se non si può formare la mente?» Ironia della sorte, non molto tempo dopo l'annullamento dei programmi d'istruzione, da gran parte delle prigioni statunitensi sono stati portati via anche i pesi e gli attrezzi per il body building.






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