1. Introduzione. Riforma o abolizione del carcere?


IN CHE MODO IL SESSO DEI DETENUTI CONDIZIONA IL SISTEMA CARCERARIO



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4. IN CHE MODO IL SESSO DEI DETENUTI CONDIZIONA IL SISTEMA CARCERARIO

Mi hanno detto che non uscirò mai di prigione se continuo a combattere il sistema. La mia risposta è che bisogna essere vivi per uscire, e l'attuale livello di assistenza medica equivale a una condanna a morte. Perciò non ho altra scelta che continuare [...] Le condizioni qui dentro rievocano costantemente passate esperienze di violenza e oppressione, spesso con risultati devastanti. A differenza di altre detenute che si sono fatte avanti per rivelare le loro impressioni sul carcere, non mi sento «più sicura» qui perché «gli abusi sono cessati». Non sono cessati. Hanno cambiato forme e tempi, ma sono insidiosi e pervasivi in prigione quanto lo erano nel mondo che ho conosciuto fuori da queste mura. A cessare è stata la mia ignoranza degli abusi... e la mia disponibilità a tollerarli in silenzio.

Marcia Bunny

Negli ultimi cinque anni, il sistema carcerario ha ricevuto, da parte dei media, un'attenzione molto maggiore rispetto a ogni altro periodo dalla rivolta del 1971 nel penitenziario di Attica. Tuttavia, con poche notevoli eccezioni, le donne sono state escluse dal dibattito pubblico sull'espansione del sistema carcerario statunitense. Non sto dicendo che il solo fatto di coinvolgere le donne nei dibattiti in corso sulle strutture detentive sia sufficiente ad approfondire la nostra analisi della punizione di stato e a promuovere il progetto di abolizione delle carceri. Affrontare le questioni che sono specifiche delle prigioni femminili è di vitale importanza, ma è altrettanto importante cambiare il nostro modo di concepire il sistema carcerario nel suo insieme. Di certo, le pratiche nelle prigioni femminili sono condizionate dal sesso, ma lo sono anche quelle delle prigioni maschili. Presumere che gli istituti maschili siano la norma e quelli femminili siano marginali significa, in un certo senso, partecipare proprio a quella normalizzazione del carcere che un approccio abolizionista cerca di mettere in discussione. Perciò il titolo di questo capitolo non è «Le donne e il sistema carcerario», bensì «In che modo il sesso dei detenuti condiziona il sistema carcerario». Inoltre, chiunque sia impegnato, per studio o attivismo, in progetti femministi dovrebbe considerare la struttura della punizione di stato come un aspetto non marginale del suo lavoro. Ricerche e strategie organizzative lungimiranti dovrebbero riconoscere che il carattere della pena, condizionato com'è dal sesso del detenuto, riflette e rafforza la struttura sessista della società nel suo insieme.

L'impressionante produzione letteraria delle donne detenute, per quanto esigua come quantità, ha fatto luce su aspetti significativi dell'organizzazione penale che altrimenti sarebbero rimasti misconosciuti. Le memorie di Assata Shakur, per esempio, rivelano un pericoloso intreccio di razzismo, predominio maschile e strategie statali di repressione politica. La Shakur era stata arrestata nel 1977 con l'accusa di omicidio e aggressione in relazione a un incidente avvenuto nel 1973, in cui un agente della polizia statale del New jersey era rimasto ucciso e un altro ferito. Lei e il suo compagno, Zayd Shakur, che morì nel corso della sparatoria, erano stati presi di mira a causa di quello che oggi chiamiamo racial profiling e fermati dai poliziotti con la scusa di un fanalino posteriore rotto. A quel tempo Assata Shakur, nota allora come Joanne Chesimard e ribattezzata dalla polizia e dai media «l'anima dell'esercito di liberazione nero», viveva in clandestinità. Allorché fu arrestata nel 1977, era già stata assolta o prosciolta da altre sei imputazioni per le quali era stata dichiarata latitante. Il suo avvocato, Lennox Hinds, aveva fatto notare che, essendo stato dimostrato che Assata Shakur non impugnava la pistola che aveva ucciso il poliziotto, la sua semplice presenza all'interno dell'auto era bastata a farla condannare a causa della demonizzazione mediatica nei suoi confronti. Nella prefazione all'autobiografia della Shakur, Hinds scrive:

Nella storia del New jersey, nessuna detenuta in attesa di giudizio o condannata è mai stata trattata come lei, reclusa in un carcere maschile, sorvegliata ventiquattr'ore al giorno anche nell'espletamento delle funzioni più intime, senza alcuno stimolo intellettuale, né un'adeguata assistenza medica, né esercizio fisico, e senza la compagnia di altre donne per tutti gli anni in cui è stata sotto la loro custodia.

È indubbio che la sua condizione di prigioniera politica nera accusata di aver assassinato un agente della polizia statale facesse sì che Assata Shakur fosse destinata dalle autorità a un trattamento insolitamente crudele. Tuttavia il suo racconto evidenzia la misura in cui le sue esperienze individuali riflettevano quelle di altre donne detenute, soprattutto nere e portoricane. La sua descrizione della perquisizione integrale, incentrata sull'esame interno di tutti gli orifizi, è particolarmente illuminante:

Joan Bird e Afeni Shakur* me ne avevano parlato dopo essere state rilasciate su cauzione al processo ai Panther 21.

Quando me l'avevano raccontato era rimasta inorridita.

«Volete dire che vi hanno davvero infilato dentro le mani e vi hanno perquisito?», avevo chiesto.

«Già», risposero. Ogni donna che è stata ad Alcatraz, o nella vecchia casa di detenzione, può confermarlo. Le donne lo chiamano «beccarsi il dito» o, più volgarmente, « un ditalino ».

«Che succede se ti rifiuti?», avevo chiesto ad Afeni.

«Ti rinchiudono nel "buco" e non ti lasciano uscire finché non accetti la perquisizione interna».

Presi in considerazione l'idea di rifiutarmi, ma, accidenti, non volevo finire nel «buco». Non ne potevo più dell'isolamento. La «perquisizione interna» fu umiliante e disgustosa proprio come sembrava. Te ne stai seduta sul bordo del tavolo e l'infermiera ti tiene le gambe aperte e t'infila un dito nella vagina e ti tasta. Indossa un guanto di plastica. Alcune cercano di infilarti contemporaneamente un dito nella vagina e un altro nel retto.

*Membri del partito delle Pantere Nere.

Ho citato per esteso questo brano perché denuncia una routine quotidiana nelle prigioni femminili che, per quanto venga data per scontata, rasenta la violenza sessuale. Essendo stata rinchiusa nel casa di detenzione femminile di cui parlano Joan Bird e Afeni Shakur, posso confermare per esperienza personale la veridicità delle loro affermazioni. Più di trent'anni dopo la scarcerazione della Bird e di Afeni Shakur e dopo i diversi mesi che io stessa ho trascorso in quell'istituto, la questione della perquisizione integrale è ancora in primo piano nell'attivismo contro il carcere femminile. Nel zooi Sisters Inside, un'organizzazione australiana di sostegno alle donne in prigione, ha lanciato una campagna nazionale contro la perquisizione integrale con lo slogan «Fermiamo la violenza sessuale di stato». L'autobiografia di Assata Shakur offre molte occasioni di riflettere su quanto la punizione di stato sia condizionata dal sesso dei detenuti e rivela fino a che punto le prigioni femminili mantengano pratiche patriarcali oppressive considerate superate nel «mondo libero». Ha trascorso sei anni in diversi istituti di pena prima di evadere nel 1979 e ottenere, nel 1984, l'asilo politico a Cuba, dove vive tuttora.

In The Alderson Story: My Life as a Political Prisoner, Elizabeth Gurley Flynn descrive la vita in un carcere femminile in un periodo precedente. Al culmine del maccartismo, la Flynn, che era una sindacalista e un'esponente comunista, fu condannata in base allo Smith Act e scontò due anni nell'Alderson Federal Reformatory for Women dal 1955 al 1957. Seguendo il modello dominante per le prigioni femminili dell'epoca, il regime dell'Alderson si basava sui presupposto che le donne «criminali» potessero riabilitarsi assimilando i giusti comportamenti femminili vale a dire, diventando esperte di economia domestica e imparando in particolare a cucinare, pulire e cucire. Ovviamente, la forinazione volta a produrre mogli e madri migliori tra le donne bianche della classe media era altrettanto valida per produrre abili domestiche tra le donne povere e di colore. Il libro della Flynn offre una vivida descrizione di quei regimi quotidiani. La sua autobiografia si colloca in una tradizione di scritti di prigionieri politici che comprende anche donne del nostro tempo. Tra le opere contemporanee di prigioniere politiche figurano le poesie e i racconti di Ericka Huggins e Susan Rosenberg, le analisi del complesso carcerario industriale di Linda Evans e gli opuscoli informativi sull'HIV/AIDS nelle carceri femminili di Kathy Boudin e dei membri del collettivo ACE di Bedford Hills.

Nonostante esistano acuti ritratti della vita nelle prigioni femminili, è stato estremamente difficile persuadere l'opinione pubblica e a volte perfino gli attivisti contro il carcere, preoccupati in primo luogo della sorte dei detenuti maschi della centralità del sesso per comprendere la punizione di stato. Benché gli uomini costituiscano la stragrande maggioranza dei detenuti nel mondo, ci sono aspetti importanti del funzionamento della pena detentiva che sfuggono se si parte dal presupposto che le donne siano marginali e quindi non meritino attenzione. La giustificazione più frequente per la scarsa considerazione nei confronti delle detenute e delle problematiche specifiche della carcerazione femminile è che le donne costituiscono una parte relativamente esigua della popolazione carceraria mondiale. Nella maggioranza dei paesi, la percentuale di donne tra i detenuti si aggira intorno al 5% Tuttavia, i mutamenti economici e politici degli anni Ottanta del Novecento la globalizzazione dei mercati, la deindustrializzazione dell'economia statunitense, lo smantellamento di programmi di assistenza sociale come Aid to Families of Dependent Children [Assistenza alle famiglie con figli a carico] e, ovviamente, il boom dell'edilizia carceraria hanno prodotto un'accelerazione significativa del tasso di detenzioni femminili tanto negli Stati Uniti quanto all'estero. In effetti, quello femminile è attualmente il settore che cresce più in fretta tra la popolazione carceraria statunitense. Questo recente aumento del tasso di donne detenute rimanda direttamente al contesto economico che ha prodotto il complesso carcerario industriale e che ha avuto un impatto devastante sia sugli uomini che sulle donne.

E nell'ottica dell'attuale espansione delle prigioni, sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo, che dovremmo esaminare alcuni aspetti storici e ideologici della punizione di stato imposta alle donne.

Dalla fine del XVIII secolo, quando, come abbiamo visto, l'incarcerazione iniziò a emergere come forma dominante di punizione, le donne detenute sono state rappresentate come sostanzialmente diverse dalla loro controparte maschile. E' vero che gli uomini che commettono trasgressioni giudicate dallo stato passibili di pena sono etichettati come devianti sociali; ciononostante, la criminalità maschile è sempre stata considerata più «normale» di quella femminile. C'è sempre stata la tendenza a reputare le donne punite pubblicamente dallo stato per le loro malefatte molto più aberranti e pericolose per la società dei loro numerosi simili di sesso maschile.

Se si vuole capire questa differenza sessista nella percezione dei detenuti, bisogna tenere presente che quando la prigione emerse e si sviluppò come la principale forma di punizione pubblica, le donne continuarono a essere sottoposte a forme di castigo che non erano riconosciute come tali. Per esempio, sono state rinchiuse più spesso negli istituti psichiatrici che in carcere . Gli studi che indicano che le donne avevano più probabilità di finire in manicomio rispetto agli uomini suggeriscono che, mentre prigioni e penitenziari sono sempre stati le istituzioni dominanti per il controllo degli uomini, gli ospedali psichiatrici sono serviti a controllare le donne. Insomma, i devianti maschi erano concepiti come criminali, mentre le devianti femmine erano considerate pazze. Il carcere femminile continua a essere permeato da regimi che riflettono questo presupposto. Si continuano a distribuire psicofarmaci alle detenute in maggiore quantità che ai reclusi maschi. Una nativa americana incarcerata nel Women's Correctional Center del Montana ha riferito alla sociologa Luana Ross la propria esperienza con i farmaci psicotropi:

L'Haldol è un farmaco che danno a chi non sopporta di essere rinchiuso. Ti fa sentire morto, paralizzato. E poi ha cominciato a darmi effetti collaterali. Volevo fare a botte con tutti, con tutti gli agenti. Gli gridavo contro e dicevo di sparire dalla mia vista, perciò il dottore ha detto: «Così non va». E mi hanno dato il Tranxene. Io non prendo medicine; non avevo mai avuto problemi di sonno prima. Ora dovrei tornare [dal consulente] a causa dei miei sogni. Se hai un problema non se ne curano. Ti danno dei farmaci per poterti controllare.

Prima della comparsa del penitenziario e quindi dell'idea della punizione come «pena detentiva», il ricorso alla reclusione per controllare mendicanti, ladri e malati di mente non operava necessariamente una distinzione tra queste devianze. In quella fase della storia del castigo prima delle rivoluzioni americana e francese non si era ancora sviluppato quel processo di classificazione che distingue la criminalità dalla povertà e dalla malattia mentale. Quando il discorso sulla criminalità e le istituzioni per controllarla cominciarono a distinguere il «criminale» dal «pazzo», la distinzione in base al sesso si rafforzò e continuò a fornire l'ossatura per le politiche penali. La categoria della pazzia, caratterizzata fin dal nome come appartenente al genere femminile, era estremamente sessualizzata. Se però consideriamo l'impatto della classe e della razza, possiamo dire che per le donne bianche e benestanti questa equivalenza fungeva da prova di disordini emozionali e mentali, mentre per le donne nere e povere evidenziava tendenze criminali.

Bisogna anche ricordare che fino all'abolizione della schiavitù la stragrande maggioranza delle donne nere era soggetta a regimi di punizione molto diversi da quelli a cui a cui erano sottoposte le donne bianche. In quanto schiave, erano castigate immediatamente e spesso brutalmente per comportamenti considerati perfettamente normali da parte di persone libere. La punizione degli schiavi era palesemente condizionata dal loro sesso; castighi speciali erano riservati, per esempio, alle donne incinte il cui rendimento sul lavoro era inferiore a quello stabilito. Moses Grandy descrive una forma particolarmente brutale di fustigazione in cui la donii a doveva sdraiarsi a terra con la pancia in un buco il cui scopo era quello di salvaguardare il feto (concepito come futura forza lavoro). Se ampliamo la definizione del castigo ai tempi della schiavitù, possiamo dire che i rapporti sessuali a cui i padroni costringevano le schiave costituivano una pena inflitta alle donne per il solo fatto di essere schiave. In altre parole, la devianza del padrone era trasferita sulla schiava, da lui vittimizzata. Analogamente, la violenza sessuale da parte dei secondini è tradotta in una eccessiva sessualità delle detenute. L'idea che la «devianza> femminile abbia sempre una dimensione sessuale persiste nell'era contemporanea e questo intreccio di criminalità e sessualità continua ad essere condizionato dalla razza. Perciò le donne bianche etichettate come «criminali> sono maggiormente associate alla negrità che non le loro simili «normali>.

Prima della comparsa della prigione come principale forma di punizione pubblica, si dava per scontato che chi violava la legge sarebbe stato sottoposto a pene corporali e spesso alla pena di morte. Ciò che non viene generalmente riconosciuto è il nesso tra la pena corporale inflitta dallo stato e le violenze domestiche sulle donne. Questa forma di castigo fisico ha continuato a essere inflitta alle donne nel contesto dei rapporti intimi, ma raramente la si collega alla punizione di stato.

I riformatori quaccheri negli Stati Uniti in particolare la Philadelphia Society for Alleviating the Miseries of Public Prisons, fondata nel 1787 svolsero un ruolo fondamentale nelle campagne per la sostituzione delle pene corporali con la detenzione. Seguendo la tradizione istituita da Elizabeth Fry in Inghilterra, i quaccheri furono responsabili di grandi campagne per la creazione di prigioni separate per le donne. Data l'usanza di rinchiudere le donne criminaljzzate nelle prigioni maschili, la richiesta di carceri femminili separate era considerata piuttosto radicale all'epoca. La Fry formulò i principi regolatori di una riforma carceraria per le donne nella sua opera del 1827, Observations in Visiting, Superintendence and Government of Female Prisoners; questi principi furono ripresi negli Stati Uniti da donne come Josephine Shaw Lowell e Abby Hopper Gibbons che a New York, negli anni Settanta dell'Ottocento, contribuirono a guidare la campagna per la creazione di prigioni femminili separate.

Gli atteggiamenti che prevalevano nei confronti delle detenute differivano da quelli verso i prigionieri maschi, che si riteneva avessero perso diritti e libertà che le donne di solito non potevano rivendicare neppure nel «mondo libero». Sebbene alcune donne venissero rinchiuse nei penitenziari, l'istituzione in sé era destinata ai detenuti maschi e nel complesso non erano previste sistemazioni riservate alle donne condannate.

Le donne rinchiuse negli istituti di pena tra il 18 2o e il 1870 non furono interessate dalla riforma carceraria sperimentata dai detenuti maschi. I funzionari utilizzavano l'isolamento, il silenzio e il duro lavoro per riabilitare i prigionieri di sesso maschile. La mancanza di strutture riservate alle detenute rendeva impossibile sottoporle allo stesso regime di isolamento e silenzio, e il lavoro produttivo non veniva considerato una parte importante della loro routine quotidiana. La noncuranza verso le detenute, però, di rado era benevola. Nelle storie dal carcere ricorrono piuttosto il sovraffollamento, i maltrattamenti e le violenze sessuali.

La pena riservata agli uomini era collegata ideologicamente alla penitenza e alla riabilitazione. La stessa privazione dei diritti e delle libertà sottintendeva che con la meditazione, lo studio della religione e il lavoro, i prigionieri maschi potessero redimersi e recuperare tali diritti e libertà. Le donne, viceversa, non detenendo con certezza quei diritti, non erano ammesse a partecipare al processo di redenzione.

Secondo l'opinione dominante, le donne detenute erano irrevocabilmente donne perdute, senza alcuna possibilità di salvezza. Se i criminali maschi erano individui pubblici che avevano semplicemente infranto il contratto sociale, le donne criminali avevano trasgredito ai principi morali fondamentali della femminilità. I riformatori che, seguendo Elizabeth Fry, sostenevano che anche le donne fossero capaci di redimersi, non contestavano realmente i presupposti ideologici circa la condizione delle donne. In altre parole, non mettevano in discussione l'idea stessa delle «donne perdute», ma si opponevano semplicemente all'idea che le «donne perdute» non si potessero salvare. Potevano essere salvate, sostenevano i riformatori, e a quello scopo chiedevano strutture penali separate e un approccio specificamente femminile alla punizione. Questo approccio prevedeva modelli architettonici che sostituissero le celle con villette e «camere», introducendo così nel carcere un'atmosfera domestica che avrebbe facilitato un regime concepito per reintegrare le donne criminalizzate nelle loro mansioni di mogli e madri, ma del quale si trascuravano le basi classiste e razziste. La formazione volta, all'apparenza, a produrre buone mogli e madri, in effetti guidava le donne povere (e in particolare le donne nere) verso il lavoro di domestiche nel «mondo libero». Anziché abili mogli e madri casalinghe, molte detenute, una volta rilasciate, sarebbero diventate cameriere, cuoche e lavandaie al servizio di donne più ricche. L'introduzione di personale di custodia di sesso femminile, sostenevano inoltre i riformatori, avrebbe ridotto al minimo le tentazioni sessuali, ritenute una causa frequente della criminalità femminile.

Quando, nel XIX secolo, nacque in Inghilterra e negli Stati Uniti il movimento di riforma che chiedeva prigioni separate per le donne, Elizabeth Fry, Josephine Shaw e altre militanti misero in discussione l'idea radicata che le donne criminali non potessero più riabilitarsi moralmente. Come i detenuti maschi, i quali presumibilmente potevano essere «corretti » mediante regimi carcerari rigorosi, anche le donne detenute potevano, secondo loro, venir trasformate in esseri virtuosi mediante regimi carcerari adatti al loro sesso. Nel programma proposto dalle riformatrici furono introdotti cambiamenti architettonici, regimi domestici e personale di custodia tutto femminile per le case di correzione,> e alla fine le prigioni femminili si radicarono nel paesaggio sociale quanto quelle maschili, anche se in modo ancora più impercettibile. La minore visibilità era un riflesso tanto del modo in cui in un sistema patriarcale i doveri domestici delle donne erano considerati normali, naturali e quindi invisibili, quanto del numero relativamente esiguo delle donne rinchiuse in queste nuove istituzioni.

Ventuno anni dopo la creazione del primo riformatorio femminile inglese a Londra nel 1853, fu aperto nell'Indiana il primo riformatorio femminile statunitense. Lo scopo era quello di formare le detenute all'«importante» ruolo femminile della vita domestica. Perciò il movimento riformatore nelle carceri femminili ebbe una parte significativa nell'incoraggiare e inculcare ruoli sessuali «appropriati», quali l'addestramento professionale nella cucina, nel cucito e nelle pulizie. Per raggiungere questi obiettivi, le villette previste dalla riforma erano di solito dotate di cucina, soggiorno e perfino qualche nursery per prigioniere con bambini piccoli.

Tuttavia, questa punizione pubblica al femminile non interessava tutte le donne allo stesso modo. Quando a finire in prigione erano donne nere o native americane, spesso erano divise dalle bianche, quando non venivano mandate nelle prigioni maschili, come accadeva di frequente. Negli stati del Sud, dopo la guerra di Secessione, le donne nere subirono le crudeltà dell'affitto dei detenuti senza che queste fossero in alcun modo alleviate dalla femminilizzazione della pena; né le condanne né il lavoro che erano costrette a svolgere erano mitigate in considerazione del loro sesso. Con l'evoluzione del sistema carcerario statunitense nel XX secolo, le modalità di punizione al femminile il sistema delle villette, la formazione domestica e così via furono destinate ideologicamente a riformare le donne bianche, relegando gran parte di quelle di colore in ambiti penali che non facevano alcuna concessione alla loro femminilità.

Inoltre, come ha evidenziato Lucia Zedner, nell'ambito del sistema riabilitativo le donne, a prescindere dalla razza, erano condannate a pene detentive più lunghe rispetto agli uomini per reati simili. «La giustificazione addotta per il diverso trattamento era che le donne venivano mandate in riformatorio non per essere punite in proporzione alla gravità dei loro reati, bensì per essere riabilitate e riqualificate, un processo che, si diceva, richiedeva tempo». Contemporaneamente, fa notare la Zedner, questa tendenza a mandare le donne in prigione per periodi più lunghi rispetto agli uomini fu accelerata dal movimento eugenetico «che cercava di allontanare dalla società le donne "geneticamente inferiori" per tutta l'età fertile».

All'inizio del XXI secolo, le carceri femminili hanno cominciato ad assomigliare maggiormente a quelle maschili, in particolare le strutture costruite nell'attuale era del complesso carcerario industriale. Con l'ampliarsi del coinvolgimento delle corporation in modi inimmaginabili soltanto due decenni fa, l'obiettivo presunto della riabilitazione è stato totalmente rimpiazzato dall'interdizione come scopo principale della reclusione. Come ho già evidenziato, adesso che la popolazione carceraria statunitense ammonta a più di due milioni, il tasso d'incremento del numero di donne detenute ha superato quello degli uomini. Come ha fatto notare il criminologo Elliot Curie:

Per gran parte del secondo dopoguerra, il tasso d'incarcerazione femminile si è aggirato intorno all'otto per centomila; non ha raggiunto numeri a due cifre fino al 1977. Oggi è di i su centomila detenuti [...] All'attuale tasso di crescita, nel zoio il numero delle donne rinchiuse nelle prigioni americane supererà quello dei detenuti di ambo i sessi nel 1970. Se combiniamo gli effetti della razza e del sesso, la natura di questi cambiamenti nella popolazione carceraria risulta ancora più chiara. Oggi, il tasso d'incarcerazione delle donne nere supera quello degli uomini bianchi nel 1980.

Nel suo studio sulle native americane detenute nel Women's Correctional Center del Montana, Luana Ross sostiene che «le carceri, così come sono utilizzate dal sistema curoamericano, servono a mantenere gli amerindi in una situazione coloniale» .8 La Ross sottolinea quanto sia massiccia la presenza dei nativi nelle prigioni statali e federali del paese. Nel Montana, dove ha svolto la sua ricerca, costituiscono 116% della popolazione in generale, ma ben il 17,3% della popolazione carceraria. Le native americane sono preseni i in modo ancor più sproporzionato nelle strutture detentive del Montana, costituendo il 25% di tutte le donne incarcerate dallo stato.

Trent'anni fa, più o meno all'epoca della rivolta nella prigione di Attica e dell'assassinio di George Jackson a San Quintino,* l'opposizione radicale al carcere lo identificava come il principale luogo della violenza e della repressione statali. In parte come reazione all'invisibilità in questo movimento delle recluse di sesso femminile e in parte come conseguenza del movimento di liberazione della donna, nacquero allora campagne specifiche in difesa dei diritti delle detenute. Molte di queste campagne avanzavano e continuano ad avanzare critiche radicali alla repressione e alla violenza di stato. Tuttavia, all'interno della comunità carceraria il femminismo è stato largamente influenzato dalle idee liberali di uguaglianza tra i sessi.

*Attivista afroamericano (1941 1971), membro delle Pantere Nere e uno dei «fratelli di Soledad<, venne ucciso in carcere da un secondino; di lui la Davis parla diffusamente nel suo libro Autobiografia di una rivoluzionaria, minimum fax, Roma 2007.

Contrariamente al movimento di riforma del xix secolo, fondato sull'ideologia della differenza tra i sessi, le «riforme» della fine del xx secolo si sono basate sul modello «separati ma uguali», applicato spesso in maniera acritica, che ha dato ironicamente luogo alla richiesta di condizioni più repressive allo scopo di rendere le strutture femminili «uguali» a quelle maschili. Un chiaro esempio di questo fenomeno lo si ritrova in un libro di memorie, The Warden Wore Pink, scritto dalla ex direttrice del carcere femminile di Huron Valley, nel Michigan. Negli anni Ottanta l'autrice, Tekia Miller, perorava un cambiamento di politiche all'interno del sistema carcerario del Michigan affinché le donne detenute fossero trattate allo stesso modo degli uomini. Senza alcuna traccia di ironia, definiva «femminista» la propria lotta per l'«uguaglianza tra i sessi» fra detenuti maschi e femmine e per l'uguaglianza fra istituti di pena maschili e femminili. Una di queste campagne era incentrata sulla diversa dotazione di armi, alla quale cercava di porre rimedio:

Gli arsenali delle prigioni maschili sono grandi stanze con scaffali pieni di fucili, carabine, pistole, munizioni, lacrimogeni ed equipaggiamenti antisommossa... L'arsenale della Huron Valley Women's era uno sgabuzzino di un metro e mezzo per settanta centimetri che conteneva due carabine, otto fucili, due megafoni, cinque pistole, quattro lacrimogeni e venti manette.

Non la sfiora l'idea che una versione più produttiva del femminismo avrebbe messo in discussione anche l'organizzazione della pena di stato per gli uomini e, a mio avviso, avrebbe preso in seria considerazione l'idea che l'istituzione nel suo insieme con la sua connotazione sessista richieda quel tipo di critica che potrebbe indurci a considerarne l'abolizione.

La Miller descrive anche un tentativo di fuga da parte di una detenuta, che era riuscita a saltare il filo spinato ma era stata catturata appena aveva toccato terra dall'altra parte. L'episodio suscitò un dibattito sul diverso trattamento riservato agli evasi dei due sessi. La posizione della Miller era che alle guardie si sarebbe dovuto ordinare di sparare alle donne così come dovevano fare con gli uomini. Sosteneva che la parità tra donne e uomini detenuti dovesse consistere nel loro uguale diritto di farsi sparare addosso dalle guardie. L'esito dcl dibattito, osservava la Miller, fu che

le evase nelle prigioni di media e massima sicurezza sono trattate allo stesso modo degli uomini. Si spara un colpo di avvertimento. Se il detenuto non si ferma e ha superato la recinzione, la sentinella è autorizzata a sparare per ferire. Se la vita della sentinella è in pericolo, può sparare per uccidere.

Paradossalmente, le richieste di parità con le prigioni maschili, anziché creare maggiori opportunità di istruzione, di formazione professionale e di assistenza medica per le detenute, spesso hanno portato a condizioni più repressive per le donne. Ciò non è dipeso soltanto dalle idee liberali cioè formalistiche di uguaglianza, bensì, cosa più pericolosa, dall'aver permesso alle carceri maschili di fungere da norma del sistema punitivo. La Miller racconta di aver cercato di evitare che una detenuta, che lei descrive come «un'assassina» che stava scontando una lunga condanna, partecipasse alla cerimonia di conferimento della propria laurea all'Università del Michigan perché agli assassini maschi non erano concessi simili privilegi. (Ovviamente non indica la natura dell'imputazione di omicidio della donna; se, per esempio, fosse stata condannata per aver ucciso un partner violento, come accadeva per un gran numero di donne condannate per omicidio.) La Miller non riuscì a impedire alla detenuta di partecipare alla cerimonia, ma ottenne che, oltre alla divisa, la donna indossasse per tutto il tempo i ceppi e le manette. È un caso davvero bizzarro di richieste femministe di uguaglianza all'interno del sistema carcerario.

Un esempio ampiamente pubblicizzato dell'uso di strumenti repressivi storicamente associati al trattamento dei detenuti maschi per creare condizioni di «uguaglianza» per le donne detenute fu la decisione presa nel 1996 dal sovrintendente alle carceri dell'Alabama di istituire gruppi di forzati composti da donne. Dopo che l'Alabama fu il primo stato a reintrodurre i gruppi di forzati nel 1995, l'allora sovrintendente agli istituti di pena dello stato, Ron Jones, annunciò che l'anno successivo le donne sarebbero state incatenate le une alle altre mentre tagliavano l'erba, raccoglievano la spazzatura o lavoravano nell'orto della Julia Tutwiler State Prison for Women. Questo tentativo di istituire gruppi di forzate fu in parte una reazione alle cause intentate da detenuti maschi, i quali sostenevano che i gruppi di forzati rappresentavano una discriminazione sessuale nei confronti degli uomini. Tuttavia, subito dopo il suo annuncio, Jones fu licenziato dal governatore Fob James, il quale ovviamente aveva ricevuto pressioni affinché evitasse all'Alabama il dubbio onore di essere l'unico stato degli USA ad aver applicato le pari opportunità a gruppi di forzati incatenati.

Poco dopo l'imbarazzante flirt dell'Alabama con la possibilità di introdurre i gruppi di forzati per le donne, lo sceriffo Joe Arpaio della contea di Maricopo in Arizona presentato dai media come «lo sceriffo più tosto d'America» tenne una conferenza stampa per annunciare che, essendo «un tutore dell'ordine votato alle pari opportunità», avrebbe istituito il primo gruppo di forzate incatenate del paese.93 Quando il piano fu attuato, i giornali di tutto il paese mostrarono una foto delle donne incatenate che pulivano le strade di Phoenix. Anche se può darsi che fosse una trovata pubblicitaria volta a rafforzare la fama dello sceriffo Arpaio, il fatto che l'idea di incatenare le detenute mentre lavorano sia emersa nel contesto di un aumento generalizzato della repressione inflitta alle donne in carcere, non può non suscitare allarme. Le prigioni femminili di tutto il paese comprenilimo un numero sempre maggiore di sezioni note come 11,it di sicurezza. I regimi dell'isolamento e della deprivaiiunc sensoriale nelle unità di sicurezza interne alle prigioni kiiirninili sono versioni ridotte delle supercarceri di massima sicurezza che stanno rapidamente proliferando. Poiché la popolazione carceraria femminile è ormai costituita in maggioranza da donne di colore, in queste immagini di donne in ceppi e catene non dovrebbe sfuggirci il richiamo storit'o alla schiavitù, alla colonizzazione e al genocidio.

Con l'aumento del livello di repressione nelle carceri femIllinili e, paradossalmente, la diminuzione dell'influenza dei regimi carcerari che riproducono l'ambiente domestico, la violenza sessuale che, come la violenza domestica, è un'altra dimensione del castigo privato inflitto alle donne è diventata una componente istituzionalizzata della pena tra le mura del carcere. Anche se la violenza sessuale degli agenti di custodia sulle detenute non viene approvata esplicitamente, la diffusa indulgenza con cui sono trattati gli agenti incriminati implica che, per le donne, il carcere sia uno spazio in cui la violenza a sfondo sessuale, in agguato nella società più vasta, è in effetti autorizzata come un aspetto di routine della punizione.

Secondo un rapporto del 1996 di Human Rights Watch relativo agli abusi sessuali sulle donne nelle prigioni statunitensi:

Da quanto abbiamo appurato, essere una donna detenuta in una prigione statale degli USA può essere un'esperienza terrificante. Se si è fatte oggetto di violenza sessuale, è impossibile sfuggire al proprio violentatore. Denunce o indagini, semmai esistono, spesso non producono alcun effetto, e gli agenti di custodia continuano ad abusare delle detenute nella convinzione che ben dirado saranno chiamati a renderne conto da un punto di vista amministrativo o penale. Pochi, fuori del carcere, sono a conoscenza di ciò che accade o se ne curano se lo sanno. Ancora meno fanno qualcosa per risolvere il problema.

Il seguente passo tratto dal sommario di quel rapporto, intitolato «All Too Familiar: Sexual Abuse of Women in U.S. State Prisons», rivela quanto l'ambiente carcerario femminile sia violentemente sessualizzato e rispecchi quindi la violenza familiare che caratterizza la vita privata di molte donne:

Abbiamo scoperto che agenti di custodia maschi hanno stuprato per via vaginale, anale e orale le detenute, le hanno sottoposte a molestie e abusi sessuali. Abbiamo scoperto che nel perpetrare queste azioni più che indegne, gli agenti maschi non solo hanno fatto ricorso alla forza bruta o alle minacce ma si sono avvalsi della loro autorità pressoché totale di fornire o negare beni e privilegi alle detenute per costringerle a fare sesso o, in altri casi, per premiarle per averlo fatto. Altre volte, gli agenti maschi sono venuti meno alloro principale dovere professionale e hanno avuto contatti sessuali con detenute senza ricorrere alle minacce di violenza o a scambi materiali. Oltre a intrattenere rapporti sessuali con le prigioniere, gli agenti maschi sono ricorsi a perquisizioni personali o delle celle per palpare il seno, il sedere o la zona pelvica delle detenute o guardarle mentre erano svestite nelle loro celle o nei bagni. Gli agenti di custodia maschi sono soliti molestare e insultare le detenute anche verbalmente, contribuendo così a un ambiente carcerario femminile spesso estremamente sessualizzato ed eccessivamente ostile.

La violenta sessualizzazione della vita negli istituti di pena femminili solleva diverse questioni che possono aiutarci a sviluppare ulteriormente la nostra critica del sistema carcerario. Le ideologie relative alla sessualità e in particolare l'intreccio di razza e sessualità hanno avuto un profondo effetto sulla rappresentazione delle donne di colore e sul tratlamento che ricevono sia all'interno che all'esterno del carcere. Ovviamente, gli uomini neri e latinoamericani speriinentano una pericolosa continuità nel modo in cui sono trattati a scuola, dove vengono puniti come criminali poten ziali, per la strada, dove sono soggetti al racial profiling da parte della polizia, e in prigione, dove sono trattati come merce in deposito e privati praticamente di ogni diritto. Per le donne, la continuità di trattamento dal mondo libero all'universo carcerario è ancora più complicata, dal momento che anche loro subiscono in prigione forme di violenza che già subivano a casa e nei rapporti intimi.

La criminalizzazione delle donne nere e latinoamericane comprende immagini persistenti di un'eccessiva sessualità che servono a giustificare le violenze sessuali nei loro confronti tanto fuori che dentro il carcere. Tali immagini erano rese efficacemente in una serie televisiva del programma di attualità Nightline, girata nel novembre 1999 nel carcere statale femminile di California's Valley. Molte delle donne intervistate da Ted Koppel lamentavano di aver subito esami pelvici frequenti e inopportuni, persino quando andavano dal medico per un semplice raffreddore. Nel tentativo di giustificare tali esami, il direttore sanitario spiegò che le detenute avevano di rado l'occasione di un «contatto maschile» e quindi gradivano quelle visite ginecologiche superflue. Sebbene il funzionario sia poi stato rimosso dall'incarico in seguito a questi suoi commenti, il suo trasferimento ha fatto ben poco per cambiare la situazione di diffusa vulnerabilità delle detenute agli abusi sessuali.

Gli studi sulle carceri femminili in tutto il mondo indicano che la violenza sessuale è una forma di punizione persistente, benché tacita, a cui sono soggette le donne che hanno la sventura di essere mandate in prigione. E un lato della vita carceraria che le donne devono aspettarsi di conoscere, direttamente o indirettamente, a prescindere dalle politiche scritte che governano l'istituzione. Nel giugno 1998, Radhika Coomaraswamy, la relatrice speciale delle Nazioni Unite per la violenza contro le donne, ha visitato le prigioni federali e statali come pure le strutture detentive dell'ufficio immigrazione e naturalizzazione (INS) degli stati di New York, Connecticut, New jersey, Minnesota, Georgia e California. Non le è stato consentito l'accesso alle carceri femminili del Michigan, dov'erano pendenti gravi accuse di abusi sessuali. Dopo le sue visite, la Coomaraswamy ha dichiarato che «nelle carceri femminili americane è molto diffuso un comportamento sessuale scorretto da parte degli agenti di custodia».

Questa istituzionalizzazione clandestina dell'abuso sessuale viola uno dei principi guida delle Regole minime standard per il trattamento dei detenuti stabilite dalle Nazioni Unite, uno strumento adottato dall'oNu nel 1955 e utilizzato da molti governi per attuare quella che è conosciuta come una «buona pratica carceraria». Tuttavia, il governo statunitense ha fatto ben poco per pubblicizzare queste regole ed è probabile che gran parte del personale di custodia non ne abbia mai neppure sentito parlare. Secondo le Regole minime standard,

la detenzione e altre misure che abbiano l'effetto di isolare un reo dal mondo esterno sono penose per il fatto stesso di privare una persona del diritto di autodeterminazione togliendole la libertà. Perciò il sistema carcerario non deve aggravare la sofferenza insita in una simile situazione, se non come conseguenza di una giustificabile segregazione o del manteniiiento della disciplina.

La violenza sessuale è subdolamente associata a uno degli Aspetti ricorrenti della detenzione femminile, la perquisizione integrale. Come hanno evidenziato tanto gli attivisti quanto le stesse detenute, anche lo stato contribuisce a fare dell'abuso sessuale una routine, sia permettendo quelle condizioni che rendono le donne vulnerabili all'esplicita coerciiione sessuale da parte degli agenti di custodia e di altri membri del personale carcerario, sia introducendo nella prassi abituale procedure come la perquisizione integrale e l'esame degli orifizi.

L'avvocatessa e attivista australiana Amanda George ha sottolineato che

l'ammissione del verificarsi di violenze sessuali in istituti per disabili mentali, prigioni, ospedali psichiatrici, centri di formazione per giovani e stazioni di polizia, riguarda di solito atti criminali di stupro e violenza sessuale da parte di dipendenti di tali istituzioni. Questi reati, benché di rado denunciati, sono chiaramente concepiti come «crimini» per i quali il responsabile è l'individuo e non lo stato. Ma lo stato, pur deplorando le aggressioni sessuali «illegali» da parte dei suoi dipendenti, utilizza in realtà l'abuso sessuale come mezzo di controllo.

Nello stato di Victoria, agli agenti di custodia e ai poliziotti sono conferiti il potere e la responsabilità di compiere atti che, al difuori dell'orario di lavoro, sarebbero considerati reati di violenza sessuale. Se una persona non «acconsente» a essere denudata da questi agenti, si può legittimamente ricorrere alla forza. […] Questi perquisizioni integrali sono, a parere di chi scrive, aggressioni sessuali secondo la definizione degli atti di libidine violenta contenuta nel Crimes Act 1958 (Vic) [Legge sulla criminalità del 1958 dello stato di Victoria] emendata nella sezione 39.

A una conferenza del novembre zooi sulle donne in carcere, tenuta dall'organizzazione Sisters Inside con sede a Brisbane, Amanda George ha descritto un'azione inscenata per un raduno nazionale di agenti di custodia che lavoravano in carceri femminili. Diverse donne sono salite sul palco e, impersonando alcune le guardie e altre le detenute, hanno rappresentato una perquisizione integrale. Secondo la George, i presenti sono rimasti talmente disgustati dalla rappresentazione di una pratica attuata di routine nelle carceri femminili di tutto il mondo che molti se ne sono dissociati, insistendo che non era ciò che facevano. Alcuni secondini, riferiva la George, semplicemente piangevano vedendo le loro azioni rappresentate al difuori del contesto carcerario. Ciò che devono aver capito è che «senza l'uniforme, senza il potere dello stato, [la perquisizione integrale] sarebbe una violenza sessuale».

Ma perché prendere coscienza della diffusione degli abusi sessuali nelle prigioni femminili è così importante per un'analisi radicale del sistema carcerario e, soprattutto, per un'analisi lungimirante che ci conduca all'abolizione? Perché la richiesta di abolire il carcere come forma dominante di punizione non può ignorare la misura in cui l'istituzione carceraria ha ammassato idee e pratiche che si spera siano ormai superate nella società più vasta, ma che conservano tutta la loro spaventosa vitalità dietro i muri della prigione. La distruttiva combinazione di razzismo e misoginia, per quanto messa in discussione dai movimenti sociali e dal mondo accademico e artistico negli ultimi trent'anni, esercita ancora il saio terribile influsso sugli istituti di pena femminili. La presenza relativamente incontrastata della violenza sessuale nelle prigioni femminili ne è solo uno dei tanti esempi. Le Irove sempre più evidenti dell'esistenza negli Stati Uniti di ti ti complesso carcerario industriale con risonanze globali ci induce a riflettere sulla misura in cui le molte corporation che investono nell'espansione del sistema carcerario sono, come lo stato, direttamente implicate in un'istituzione che perpetua la violenza contro le donne.





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