1. Introduzione. Riforma o abolizione del carcere?


IL COMPLESSO CARCERARIO INDUSTRIALE



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IL COMPLESSO CARCERARIO INDUSTRIALE

Per l'impresa privata, la manodopera carceraria è una pentola piena d'oro. Niente scioperi né sindacati. Niente indennità di malattia, sussidi di disoccupazione o compensi da pagare ai lavoratori. E nemmeno barriere linguistiche, come nei paesi stranieri. Si costruiscono nuove prigioni colossali su migliaia di lugubri acri di fabbriche cinte da mura. I detenuti immettono dati per la Chevron, ricevono prenotazioni telefoniche per la TWA, allevano maiali, spalano letame e costruiscono circuiti stampati, limousine, materassi ad acqua e lingerie per Victoria's Secret, il tutto a un costo molto inferiore a quello della «manodopera libera».

Linda Evans e Eve Goldberg

Lo sfruttamento della manodopera carceraria da parte di corporation private è uno dei tanti aspetti dei rapporti che legano grandi imprese, governo, istituti di pena e media. Questi rapporti costituiscono quello che oggi definiamo un complesso carcerario industriale. Il termine «complesso carcerario industriale» è stato introdotto da attivisti e accademici per contestare la convinzione diffusa che l'aumento della criminalità fosse la causa principale dell'incremento della popolazione carceraria. In realtà, sostengono loro, la costruzione di prigioni e la conseguente spinta a riempire queste nuove strutture di corpi umani sono il frutto di ideologie razziste e del perseguimento del profitto. Lo storico della società Mike Davis ha usato per la prima volta il termine in relazione al sistema penale californiano che, osservava, già negli anni Novanta aveva iniziato a fare concorrenza all'agribusiness e al settore immobiliare come importante forza economica e politica.

Per comprendere l'odierno significato sociale della prigione nel contesto di un complesso carcerario industriale in via di sviluppo, è necessario separare concettualmente la punizione dal suo legame apparentemente indissolubile con il crimine. Quanto spesso incontriamo l'espressione «delitto e castigo»? In che misura la ripetizione incessante di queste parole nella letteratura, come titolo di programmi televisivi, sia di fiction che documentari, e nella conversazione quotidiana ha reso estremamente difficile pensare alla punizione al di là di questo nesso? In che modo queste descrizioni hanno collocato la prigione in un rapporto causale con il crimine, trasformandola nel suo effetto naturale, necessario e permanente, inibendo così un dibattito serio sulla praticabilità del carcere oggi?

Il concetto di complesso carcerario industriale insiste su interpretazioni del processo punitivo che tengano conto delle strutture e ideologie economiche e politiche, anziché concentrarsi in modo miope sulla condotta criminale individuale e sugli sforzi di «contenere la criminalità». Il fatto, per esempio, che molte corporation con mercati globali ora facciano affidamento sulle prigioni come fonte importante di profitto ci aiuta a capire la rapidità con cui le prigioni hanno iniziato a proliferare proprio nel momento in cui gli studi ufliciali indicavano un calo del tasso di criminalità. Il concetto di complesso carcerario industriale implica anche che la connotazione razziale della popolazione carceraria non è casi tale; e ciò vale non soltanto per gli Stati Uniti, ma anche per l'Iuropa, il Sudamerica e l'Australia. Perciò, le critiche al complesso carcerario industriale avanzate da attivisti e accademici abolizionisti e le critiche alla persistenza globale del razzismo sono legate a doppio filo. I movimenti antirazzisti e altri movimenti per la giustizia sociale non sono sufficientemente attenti alle politiche della carcerazione. Alla Conferenza mondiale delle Nazioni Unite contro il razzismo, tenutasi a Durban, in Sudafrica, nel zooi, alcune persone impegnate in campagne abolizioniste in vari paesi hanno tentato di portare questo nesso all'attenzione della comunità internazionale sottolineando che l'espansione del sistema carcerario in tutto il globo fa affidamento sul razzismo e lo promuove, anche se i suoi fautori sostengono risolutamente che il processo sia del tutto indifferente alla razza.

Alcuni critici del sistema carcerario hanno impiegato il termine «complesso correzionale industriale» e altri «complesso penale industriale». Questi e il termine che ho deciso di enfatizzare, «complesso carcerario industriale», richiamano tutti chiaramente il concetto storico del «complesso militareindustriale», il cui uso risale alla presidenza di Dwight Eisenhower. Può sembrare ironico che il primo a evidenziare una crescente e pericolosa alleanza tra l'esercito e il mondo imprenditoriale sia stato proprio un presidente repubblicano, ma la sua denuncia, ovviamente, trovò d'accordo militanti e accademici pacifisti all'epoca della guerra del Vietnam. Oggi alcuni attivisti sostengono, erroneamente, che il complesso carcerario industriale stia occupando lo spazio lasciato vuoto dal complesso militare industriale. La cosiddetta Guerra al Terrorismo sferrata dall'amministrazione Bush subito dopo gli attacchi del 2001 al World Trade Center ha invece dimostrato inequivocabilmente che i legami tra l'esercito, le imprese e il governo, lungi dall'indebolirsi, sono più forti che mai.

Sarebbe forse più appropriato definire simbiotico il rapporto tra il complesso militare industriale e il complesso carccrario industriale. Questi due complessi si sostengono e promuovono a vicenda, e spesso condividono anche le teciiologie. All'inizio degli anni Novanta, quando la produzione per la difesa conobbe un momentaneo declino, le connessioni tra l'industria militare e l'industria della giustizia penale furono riconosciute in un articolo del 1994 pubblicato sul Wall Street journal con il titolo «Making Crime Pay: The Cold War of the '90S» [

Anche parti dell'establishment della difesa ne approfittano, fiutando un nuovo e logico indirizzo del business che potrebbe compensare i tagli alle spese militari. La Westinghouse Electric Corp., la Minnesota Mining and Manufacturing Co., la GDE Systems (una divisione della vecchia General Dynamics) e l'Alliant Techsystems Inc., per esempio, stanno promuovendo equipaggiamenti per la lotta alla criminalità e hanno creato divisioni speciali per adattare alle strade d'America le loro tecnologie per la difesa.

L'articolo descrive una conferenza sponsorizzata dal National Institute of justice, l'istituto di ricerca del Dipartimento della Giustizia, e intitolata «Law Enforcement Technology in the 21st Century» [«Tecnologia per l'ordine pubbuco nel XXI secolo»]. Il segretario alla Difesa era uno dei principali oratori di quella conferenza, in cui si discutevano argomenti come

Temi caldi: le tecnologie dell'industria della difesa che potrebbero abbassare il livello di violenza nella lotta al crimine. I Sandia National Laboratories, per esempio, stanno sperimentando una schiuma densa che, se spruzzata contro un sospetto, lo avvolge rendendolo temporaneamente cieco e sordo ma permettendogli di respirare. La Stinger Corporation sta lavorando a «pistole intelligenti», che sparano soltanto se impugnate dal proprietario, e a barriere retrattili dotate di punte aguzze da alzare davanti a veicoli in fuga. La Westinghouse sta propagandando l'<>auto intelligente, dotata di minicomputer che si possono collegare alle unità centrali della polizia, consentendo la schedatura rapida degli arrestati e veloci scambi di informazioni...

Un'analisi del rapporto tra il complesso militare industriale e quello carcerario industriale non può limitarsi però al trasferimento di tecnologie dall'industria militare a quella dell'ordine pubblico. Ciò che può essere ancora più significativo per la nostra discussione sono le caratteristiche strutturali comuni ai due complessi. Entrambi i sistemi traggono profitti enormi da processi di distruzione sociale. Proprio ciò che è vantaggioso per queste corporation, per i funzionari eletti e per gli agenti governativi che hanno ovvie poste in gioco nell'espansione di questi sistemi, provoca dolore e devastazione alle comunità povere e succubi della discriminazione razziale degli Stati Uniti e di tutto il mondo. La trasformazione di corpi imprigionati che sono in maggioranza corpi di colore in fonti di profitto che consumano e spesso producono anche ogni genere di merci divora fondi pubblici che potrebbero altrimenti essere disponibili per programmi sociali come l'istruzione, gli alloggi, l'assistenza all'infanzia, le attività ricreative e la lotta alla tossicodipendenza.

La punizione non rappresenta più un'area marginale di un'economia più vasta. Grandi aziende che producono ogni sorta di beni dall'edilizia alle apparecchiature elettroniche e ai prodotti per l'igiene e forniscono ogni genere di servizi dai pasti alle terapie e all'assistenza sanitaria sono ora coinvolte in prima persona nel business carcerario. Aziende, cioè, che riterremmo molto lontane dalla sfera della punizione di stato, hanno sviluppato interessi importanti nella perpetuazione di un sistema carcerario la cui obsolescenza storica è proprio per questo ancor più difficile da riconoscere. E stato negli anni Ottanta che i legami delle corporation con il sistema penale si sono ampliati e radicati più che mai, ma i detenuti hanno rappresentato una potenziale forma di profitto durante l'intera storia del sistema carcerario statunitense. Sono serviti, per esempio, da cavie preziose per la ricerca medica, facendo della prigione un importante anello di congiunzione tra università e corporation.

Nel secondo dopoguerra, gli esperimenti medici sui detenuti contribuirono ad accelerare 1o sviluppo dell'industria farmaceutica. Sostiene Allen Hornblum:

Il numero dei programmi di ricerca medica americani che si servivano dei detenuti come soggetti aumentò rapidamente quando zelanti medici e ricercatori, università che concedevano borse di studio e una fiorente industria farmaceutica iniziarono a fare a gara per accaparrarsi una fetta più grande di mercato. Le persone ai margini della società funsero, come sempre, da frumento per il mulino medico farmaceutico, e i detenuti in particolare sarebbero diventati la materia prima del progresso economico e accademico postbellico.

Il libro di Hornblum, Acres of Skin: Human Experiments at Holmesburg Prison, racconta la carriera del dermatologo e ricercatore Albert Kligman, docente all'Università della Pennsylvania. Kligman, il «padre del Retin-A», condusse centinaia di esperimenti sugli uomini rinchiusi nel carcere di Holmesburg e, così facendo, addestrò molti ricercatori nella pratica di quelli che furono in seguito riconosciuti come metodi di ricerca contrari all'etica.

Quando il dottor Kligman entrò nella vecchia prigione, rimase senza fiato per il potenziale che conteneva per le sue ricerche. Nel 1966, in un'intervista a un giornale, ricordava: «Tutto ciò che vidi dinanzi a me furono acri di pelle. Ero come un contadino che vede un campo fertile per la prima volta». Le centinaia di detenuti che si aggiravano senza uno scopo davanti ai suoi occhi rappresentavano un'opportunità unica di svolgere ricerche mediche senza vincoli né interferenze. In quell'intervista descriveva la prigione come «una colonia antropoide, perlopiù in buona salute», in condizioni di controllo perfette.

Quando il programma sperimentale fu sospeso nel 1974 e nuove norme federali proibirono l'uso dei detenuti come cavie per ricerche accademiche e industriali, erano già stati testati numerosi cosmetici e creme dermatologiche, alcuni dei quali avevano arrecato gravi danni a quei soggetti, al punto da non poter essere commercializzati nelle forma originale. La Johnson & Johnson, la Ortho Pharmaceutical e la Dow Chemicals sono soltanto alcune delle corporation che trassero grandi benefici materiali da quegli esperimenti.

Il potenziale impatto del coinvolgimento delle imprese nel sistema penale era già intuibile negli esperimenti di Kligman nel carcere di Holmesburg durante gli anni Cinquanta e Sessanta. Fu però soltanto negli anni Ottanta, con la crescente globalizzazione del capitalismo, che si verificò un massiccio afflusso di capitali nell'economia penale. I processi di deindustrializzazione che avevano portato alla chiusura di fabbriche in tutto il paese crearono un numero enorme di esseri umani vulnerabili, per i quali non c'erano più posti di lavoro. Questo costrinse sempre più persone a rivolgersi a servizi sociali come l'AFDC (Assistenza alle famiglie con figli a carico) e altri enti assistenziali. Non è un caso che «lo stato sociale come l'abbiamo conosciuto» per usare le parole dell'ex presidente Clinton sia stato ferocemente attaccato e infine smantellato grazie alla cosiddetta «riforma del welfare». Allo stesso tempo si è assistito alla privatizzazione di servizi in precedenza gestiti dallo stato. L'esempio più ovvio di questo processo di privatizzazione è stato la trasformazione degli ospedali e dei servizi sanitari pubblici nel gigantesco complesso di quelle che sono eufemisticamente chiamate casse mutue private. In questo senso potremmo anche parlare di un «complesso medico industriale». In effetti, esiste un legame tra una delle prime società di ospedali privati, la Hospital Corporation of America nota come HCA e la Corrections Corporation of America, o CCA.* Alcuni membri del consiglio di amministrazione della HCA, che possiede oggi duecento ospedali e settanta day hospital in ventiquattro stati, come pure in Inghilterra e in Svizzera, sono stati tra i fondatori della Correctional Corporations of America nel 1983.

* Società privata che gestisce istituti di pena.

Nel contesto di un'economia dedita al perseguimento del profitto come mai prima, quali che ne siano i costi umani, e del concomitante smantellamento dello stato sociale, la capacità di sopravvivenza dei poveri è sempre più vincolata all'incombente presenza del carcere. Il massiccio progetto di edilizia carceraria avviato negli anni Ottanta ha fornito il mezzo per concentrare e gestire quella che il sistema capitalistico ha implicitamente dichiarato come un'eccedenza umana. Intanto, i funzionari eletti e i media dominanti giustificavano le nuove pratiche giudiziarie draconiane, che mandavano in prigione sempre più persone nella frenesia di costruire sempre più prigioni, sostenendo che quello era l'unico modo di mettere le nostre comunità al riparo da assassini, stupratori e rapinatori.

I media, e la televisione in particolare, [...] hanno un interesse personale nel perpetuare l'idea che la criminalità sia fuori controllo. Con la nuova concorrenza da parte delle emittenti via cavo e dei canali d'informazione 2.4 ore su 2.4, j notiziari e i programmi televisivi sul crimine 1...] si sono moltiplicati a un ritmo folle. Secondo il Center for Media and Public Affairs, la criminalità è stata l'argomento numero uno dei telegiornali serali dell'ultimo decennio. Tra il 1990 e il 1998 casi di omicidio si sono dimezzati in tutta la nazione, ma le notizie relative alle morti violente sono quasi quadruplicate sulle tre emittenti principali.

Nello stesso periodo in cui le cifre relative alla criminalità diminuivano, la popolazione carceraria è cresciuta a dismisura. Secondo un recente rapporto del Dipartimento della Giustizia statunitense, alla fine del 2001 le persone detenute negli Stati Uniti erano 2,100,146. I termini e le cifre che compaiono in questo rapporto governativo necessitano di una discussione preliminare. Sono restia a fare un uso non mediato di queste prove statistiche, perché possono scoraggiare quel pensiero critico che la comprensione del complesso carcerario industriale dovrebbe invece stimolare. E proprio l'astrazione dei numeri a svolgere un ruolo tanto centrale nella criminalizzazione di quanti sperimentano la disgrazia del carcere. Ci sono molti tipi diversi di uomini e di donne nelle prigioni e nei centri di detenzione dell'INS e dell'esercito, le cui vite sono cancellate dalle cifre del Bureau of justice Statistics. I numeri non fanno distinzione tra la donna incarcerata per traffico di droga e l'uomo che è in carcere perché ha ammazzato la moglie, un uomo che potrebbe finire per trascorrere dietro le sbarre meno tempo della donna.

Tenendo presenti queste osservazioni, la suddivisione statistica è la seguente: ci sono 1.324.465 persone nelle «prigioni federali e statali», 15.852 nelle «prigioni territoriali», 631.240 nelle «carceri locali», 8761 nelle «strutture detentive dell'ufficio immigrazione e naturalizzazione», 2436 nelle «strutture militari», 1912. nelle «prigioni delle riserve indiane» e 108.965 nei «riformatori». Nel decennio 1990 2000, i vari stati hanno aperto 351 nuovi luoghi di reclusione e aggiunto oltre 528.000 letti, per un totale di 1320 strutture statali, con un aumento dell'8i%. Inoltre, esistono attualmente 84 strutture federali e 264 private.

I rapporti governativi dai quali sono tratte queste cifre sottolineano una riduzione dei tassi di carcerazione. Il rapporto del Bureau of justice Statistics intitolato «Prisoners in 2001» introduce lo studio indicando che «la popolazione carceraria nazionale è aumentata dell'1,1%, un tasso inferiore alla crescita media annua del 3,8% registrata alla fine del 1995. Nel 2001 il tasso di aumento della popolazione carceraria è stato il più basso dal 1972 e ha conosciuto l'incremento assoluto più basso dal 1979». Per quanto esiguo sia l'aumento, questi numeri sarebbero inimmaginabili se non fossero così chiaramente classificati e razionalmente organizzati. Per inserire queste cifre in una prospettiva storica, provate a immaginare come avrebbero reagito quanti nel XVIII e XIX secolo e in realtà per buona parte del XX accolsero con favore quel sistema nuovo e straordinario di pena chiamato prigione se avessero saputo che alla fine questa istituzione avrebbe preteso un numero così colossale di vite umane. Ho già raccontato della condanna che ho scontato trent'anni fa, quando la popolazione carceraria era un decimo di quella attuale.

Il complesso carcerario industriale è alimentato da modelli di privatizzazione che, è bene ricordarlo, hanno trasformato drasticamente anche l'assistenza sanitaria, l'istruzione e altri settori della nostra vita. Inoltre, il trend della privatizzazione delle prigioni con la crescente presenza delle corporation nell'economia carceraria e l'istituzione di prigioni private ricorda gli sforzi storici per creare una redditizia industria della pena fondata sulla fornitura di lavoratori neri «liberi» dopo la guerra di Secessione. Steven Donziger, attingendo dall'opera del criminologo norvegese Nils Christie, afferma:

Le società che forniscono beni e servizi al sistema giudiziario penale necessitano di quantità sufficienti di materie prime per garantirsi una crescita a lungo termine. [...] Nel campo della giustizia penale la materia prima sono i detenuti e l'industria farà il necessario per assicurarsi una fornitura costante. Perché tale fornitura aumenti, le politiche di giustizia penale devono garantire un numero sufficiente di detenuti americani, a prescindere dall'aumento della criminalità o dall'effettiva necessità della carcerazione.

Nell'epoca successiva alla guerra di Secessione, gli uomini e le donne neri emancipati costituivano un enorme serbatoio di manodopera in un momento in cui i proprietari di piantagioni e gli industriali non potevano più fare affidamento sulla schiavitù come in passato. Questa forza lavoro divenne sempre più disponibile per i privati proprio grazie al sistema dell'affitto dei detenuti, di cui abbiamo già parlato, e a sistemi collegati, come l'asservimento dei debitori. Ricorderete che, una volta abolita la schiavitù, la popolazione carceraria mutò drasticamente, cosicché nel Sud fu composta in misura sproporzionata da neri. Questa transizione gettò le basi storiche per la facile accettazione della sproporzionata presenza nera fra la popolazione carceraria odierna. Secondo un rapporto del 2002 del Bureau of Justice Statistics, gli afroamericani nel loro insieme rappresentano ora la maggioranza dei detenuti nelle prigioni di contea, statali e federali, con un totale di 803.400 reclusi neri, 118.600 in più del totale dei detenuti bianchi. Se contiamo anche i latinoamericani dobbiamo aggiungere altri 283.000 individui di colore.

Mentre il tasso d'incremento dei neri incarcerati continua a salire, la composizione razziale della popolazione carceraria si sta avvicinando al rapporto tra detenuti neri e bianchi dell'epoca dei sistemi dell'affitto dei detenuti e dei gruppi di forzati al Sud. Sia che questa materia prima umana venga usata come forza lavoro che per il consumo di beni forniti da un crescente numero di corporation direttamente coinvolte nel complesso carcerario industriale, è chiaro che i neri, considerati non indispensabili nel «mondo libero», sono invece un'importante fonte di profitto nel mondo carcerario.

L'aspetto di privatizzazione insito nell'affitto dei detenuti ha i suoi paralleli contemporanei, dal momento che società come la CCA e la Wackenhut gestiscono letteralmente le prigioni a scopo di lucro. All'inizio del XXI secolo, le numerose società per la gestione di prigioni private operanti negli Stati Uniti possiedono e amministrano strutture che ospitano 91.828 detenuti federali e statali. Il Texas e l'Oklahoma possono vantare il numero più elevato di persone rinchiuse in prigioni private, ma il New Mexico ospita il 44% della sua popolazione carceraria in strutture private, mentre stati come il Montana, l'Alaska e il Wyoming hanno ceduto oltre il 25% della loro popolazione carceraria a società private. Con convenzioni che ricordano il sistema di affitto dei detenuti, i governi federali, statali e locali pagano alle società private un tanto a prigioniero, il che significa che queste imprese hanno tutto l'interesse a trattenere i detenuti il più a lungo possibile e a mantenere piene le loro strutture.

Nello stato del Texas ci sono trentaquattro prigioni di proprietà del governo gestite da privati, nelle quali sono detenuti circa 5500 prigionieri provenienti da altri stati. Queste strutture fruttano al Texas circa ottanta milioni di dollari l'anno. Un esempio eclatante riguarda la Capital Corrections Resources Inc., che gestisce il Brazoria Detention Center, una struttura di proprietà del governo che si trova a 64 chilometri da Houston, nel Texas. Brazoria è assurta agli onori della cronaca nell'agosto del 1997, quando un filmato mandato in onda da una tv nazionale ha mostrato i detenuti morsi da cani poliziotto e presi a calci all'inguine e calpestati dagli agenti di custodia. I carcerati, costretti a strisciare sul pavimento, erano colpiti anche con scariche elettriche, mentre i sorveglianti che si rivolgevano a un prigioniero nero chiamandolo «negro» gridavano: «Forza, strisciate! »"7 Subito dopo la diffusione del video, lo stato del Missouri ritirò i 415 prigionieri che aveva affidato al Brazoria Detention Center. Benché nei servizi che accompagnavano il filmato non si facesse quasi riferimento all'indiscusso carattere razzista del vergognoso comportamento degli agenti di custodia, nella parte di filmato mostrata in televisione i prigionieri neri maschi apparivano come i principali bersagli delle angherie.

Il video, della durata di trentadue minuti descritto dalle autorità carcerarie come materiale didattico che avrebbe dovuto mostrare agli agenti «cosa non fare» era stato girato nel settembre 1996, dopo che un sorvegliante aveva sentito (o almeno così è stato dichiarato) odore di marijuana all'interno del carcere. Questa prova importante degli abusi che accadono dietro i muri e i cancelli delle prigioni private è venuta alla luce in relazione a una causa intentata da un detenuto che chiedeva alla Brazoria County un indennizzo di centomila dollari per essere stato morso da un cane. Le azioni dei carcerieri di Brazoria che, a detta dei detenuti lì ospitati, erano di gran lunga peggiori di quelle raffigurate nel video sono indicative non solo del modo in cui sono trattati molti reclusi di tutto il paese, ma degli atteggiamenti generalizzati verso le persone rinchiuse in carcer.

Secondo un articolo della Associated Press, i detenuti del Missouri, una volta trasferiti nel proprio stato da Brazoria, avevano riferito al Kansas City Star:

Le guardie del Brazoria County Detention Center usavano pungoli elettrici per il bestiame e altre forme d'intimidazione per ottenere il rispetto e costringere i prigionieri a dire: «Amo il Texas». «Quello che avete visto nel filmato non è che una minima parte di ciò che è accaduto quel giorno», ha detto il detenuto Louis Watkins riferendosi al video del raid nelle celle del 18 settembre 1996. «Non ho mai visto niente di simile nemmeno al cinema».

Nel 2000 c'erano negli Stati Uniti ventisei enti a scopo di lucro che gestivano circa io carceri in ventotto stati. Le due più grandi, la CCA e la Wackenhut, controllano il 76,4% dell'intero mercato delle prigioni private. La CCA ha sede a Nashville, nel Tennessee, e fino al 2001 il suo maggior azionista era la Sodexho Alliance, una multinazionale con sede a Parigi che, attraverso la sua consociata statunitense Sodexho Marriott, fornisce servizi di catering a novecento college e università negli Stati Uniti. Il Prison Moratorium Project, un'organizzazione che promuove l'attivismo giovanile, ha capeggiato una campagna di protesta contro la Sodexho Marriott nei campus di tutto il paese. Tra le università che hanno rinunciato ai servizi della Sodexho figurano la SUNY di Albany, il Goucher College e la James Madison University. Gli studenti avevano organizzato sit in e manifestazioni in più di cinquanta campus prima che la Sodexho cedesse la propria partecipazione nella CCA nell'autunno 2001.

Sebbene le prigioni private rappresentino una parte relativamente piccola delle prigioni degli Stati Uniti, il modello privato si sta rapidamente affermando in molti altri paesi. Queste società hanno cercato di trarre vantaggio dalla crescita della popolazione carceraria femminile sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo. Nel 1996, la CCA ha aperto a Melbourne, in Australia, il primo carcere femminile privato. Il governo dello stato di Victoria «ha adottato il modello di privatizzazione statunitense in cui finanziamento, progettazione, costruzione e proprietà della prigione sono concessi a un unico appaltatore, dal quale il governo riscatta l'edificio in vent'anni. Ciò significa che è praticamente impossibile destituire l'appaltatore perché il proprietario della prigione è lui».

Come conseguenza diretta della campagna organizzata dai gruppi di attivisti contro il carcere a Melbourne, lo stato di Victoria ha rescisso il contratto con la CCA nel zooi. Tuttavia, una parte importante del sistema carcerario australiano rimane in mano ai privati. Nell'autunno zooz il governo del Queensland ha rinnovato alla Wackenhut il contratto per la gestione di un carcere da 710 posti letto a Brisbane. Il valore del contratto quinquennale è di 66,5 milioni di dollari. Oltre alla struttura di Brisbane, la Wackenhut gestisce altre undici prigioni in Australia e Nuova Zelanda e fornisce servizi sanitari a undici strutture detentive pubbliche dello stato di Victoria. `I Nel comunicato stampa che annunciava il rinnovo del contratto, la Wackenhut così descrive le proprie attività economiche globali:

La WCC, leader mondiale nell'industria carceraria privata, è titolare di contratti per la gestione di 60 strutture riabilitative/detentive nel Nordamerica, in Europa, Australia, Sudafrica e Nuova Zelanda, per un totale di circa 43.000 posti letto. Fornisce inoltre servizi di trasporto dei detenuti, monitoraggio elettronico di persone agli arresti domiciliari, cure mediche e psichiatriche agli istituti di pena. La wcc offre agli enti governativi soluzioni «chiavi in mano» per la realizzazione di nuove strutture detentive e psichiatriche che comprendono la progettazione, la costruzione, il finanziamento e la gestione.

Ma per capire la portata del complesso carcerario industriale non basta evocare l'incombente potere del business delle prigioni private. Per definizione, queste società corteggiano i governi, dentro e fuori gli Stati Uniti, per ottenere la gestione delle prigioni, unendo pena e profitto in un inquietante abbraccio. Eppure questa è soltanto la punta dell'iceberg del complesso carcerario industriale, che non dovrebbe indurci a ignorare l'onnipresenza delle corporation caratteristica della pena contemporanea. In confronto a epoche storiche precedenti, l'economia carceraria non è più un insieme di mercati piccolo, identificabile e contenibile. Molte corporation dai nomi noti ai consumatori del «mondo libero» hanno scoperto nuove possibilità di espansione vendendo i loro prodotti agli istituti di pena.

Negli anni Novanta la varietà di aziende che facevano soldi con le prigioni era davvero sbalorditiva. Si andava dalla Dial Soap ai biscotti Famous Amos, dalla AT&T ai fornitori di servizi sanitari... Nel 1995 la Dial Soap ha venduto al solo sistema carcerario della città di New York prodotti per un valore di centomila dollari. [...] Mentre la canadese VitaPro Foods, di Montreal, ha stipulato con il Texas un contratto del valore di 34 milioni di dollari l'anno per la fornitura, ai detenuti di quello stato, del proprio surrogato di carne a base di soia.

Fra le tante aziende che si fanno pubblicità sulle pagine gialle del sito web corrections.com figurano la Archer Daniel Midlands, la Nestlé Food Service, la Ace Hardware, la Polaroid, la Hewlett Packard, la RJ Reynolds e le società di telecomunicazioni Sprint, AT&T, Verizon e Ameritech. La conclusione che se ne può trarre è che se anche venisse proibita la gestione privata delle prigioni cosa alquanto improbabile il complesso carcerario industriale e le sue molte strategie di lucro rimarrebbero intatti. Le prigioni private sono fonti dirette di profitto per le società che le gestiscono, ma le prigioni pubbliche sono talmente sature dei redditizi prodotti e servizi delle società private che la distinzione non è così significativa come potrebbe sembrare. Le campagne contro la privatizzazione, che presentano le prigioni pubbliche come un'alternativa adeguata alle prigioni private, possono essere fuorvianti. E vero che un motivo importante della redditività delle prigioni private sta nella manodopera non sindacalizzata che impiegano, e questo è un fatto che va sottolineato. Ciononostante, ormai le prigioni pubbliche sono ugualmente legate all'economia delle grandi imprese e costituiscono una fonte sempre crescente di profitto capitalistico.

Il diffuso coinvolgimento delle imprese private nelle prigioni ha considerevolmente alzato la posta per l'attivismo contro il carcere, perché i militanti seri devono essere disposti a guardare, nelle proprie analisi e strategie organizzative, molto al di là della pura e semplice istituzione della prigione. La retorica della riforma, che è sempre stata alla base delle principali critiche al sistema carcerario, non può funzionare in questa nuova situazione. Se gli approcci riformatori hanno finito per favorire la permanenza del carcere in passato, di certo non saranno sufficienti a mettere in discussione i rapporti economici e politici che sostengono la prigione oggi. Ciò significa che, nell'era del complesso carcerario industriale, gli attivisti devono porre domande difficili sul rapporto tra il capitalismo globale e la diffusione mondiale di prigioni secondo il modello statunitense.

L'economia carceraria globale è indiscutibilmente dominata dagli Stati Uniti. Questa economia non solo è fatta di prodotti, servizi e idee venduti direttamente ad altri governi, ma esercita anche un'enorme influenza sullo stile della pena inflitta dallo stato in tutto il mondo. Possiamo prendere come esempio eclatante l'opposizione ai tentativi della Turchia di trasformare le proprie prigioni. Nell'ottobre zooo, i detenuti turchi, molti dei quali appartengono a movimenti politici di sinistra, hanno iniziato uno sciopero della fame a oltranza per dare visibilità alla loro opposizione alla decisione del governo turco di introdurre carceri di «tipo F»,* o alla maniera statunitense. A differenza delle tradizionali strutture a mo' di dormitorio, queste nuove prigioni sono formate da celle che ospitano da una a tre persone, osteggiate dai detenuti perché favoriscono i regimi di isolamento, che a loro volta facilitano maltrattamenti e torture. Nel dicembre zooo, trenta prigionieri sono rimasti uccisi negli scontri con le forze di sicurezza in venti carceri." A partire dal settembre zooz, più di cinquanta detenuti sono morti di fame, comprese due donne, Gulnihal Yilmaz e Birsen Hosver, che sono state tra le vittime più recenti del digiuno.

*Cioè a celle d'isolamento.

In Turchia, le prigioni di «tipo F» s'ispiravano alle carceri di massima sicurezza (o supercarceri) nate negli ultimi tempi negli Stati Uniti, che presumono di controllare i detenuti altrimenti ingestibili tenendoli in isolamento permanente e sottoponendoli a vari gradi di deprivazione sensoriale. Nel suo 2002 World Report, Human Rights Watch ha prestato un'attenzione particolare alle problematiche sollevate dalla

diffusione delle ultramoderne prigioni di massima sicurezza. Originariamente dominante negli Stati Uniti [...], il modello del supercarcere è sempre più seguito da altri paesi. I detenuti ospitati in queste strutture trascorrono in media ventitré ore al giorno nelle proprie celle, subendo un estremo isolamento sociale, l'inattività forzata e una straordinaria limitazione delle opportunità ricreative e formative. Sebbene le autorità carcerarie difendano il ricorso al supercarcere sostenendo che vi sono rinchiusi soltanto i soggetti più pericolosi, disturbatori o inclini alla fuga, non ci sono garanzie che non vi vengano trasferiti in modo arbitrario o discriminatorio anche altri detenuti. In Australia, l'ispettore dei servizi di custodia ha scoperto che alcuni prigionieri erano trattenuti a tempo indeterminato in unità speciali di massima sicurezza senza sapere il perché ditale isolamento o quanto sarebbe durato.

Fra i tanti paesi ad aver costruito di recente carceri di massima sicurezza c'è il Sudafrica. I lavori di costruzione del supercarcere di Kokstad, KwaZulu Natal, sono terminati nell'agosto 2000, ma la struttura è stata inaugurata solo nel maggio 2002. Ironicamente, la ragione addotta per il ritardo era che l'approvvigionamento idrico era conteso tra la prigione e un nuovo complesso residenziale a basso costo. Pongo l'accento proprio sul Sudafrica per l'apparente facilità con cui la versione più repressiva della prigione statunitense si è imposta in una nazione che ha avviato da poco il progetto di realizzare una società democratica, non razzista e non sessista. Il Sudafrica è stato il primo paese al mondo a introdurre garanzie costituzionali per i diritti dei gay, oltre ad aver abolito la pena di morte subito dopo l'eliminazione dell'apartheid. Eppure, seguendo l'esempio degli Stati Uniti, il sistema carcerario sudafricano si sta espandendo e sta diventando più oppressivo. La società privata di gestione delle prigioni Wackenhut si è aggiudicata diversi contratti con il governo sudafricano e, costruendo carceri private, legittima ulteriormente la tendenza dell'economia nel suo insieme verso la privatizzazione (che interessa la disponibilità di servizi base, dalla fornitura di luce, acqua e gas all'istruzione).

La partecipazione del Sudafrica al complesso carcerario industriale rappresenta un grave impedimento alla creazione di una società democratica. Negli Stati Uniti si avvertono già gli effetti insidiosi e socialmente nocivi dell'espansione delle prigioni. L'aspettativa sociale prevalente è che i giovani uomini e sempre più anche le donne neri, latinoamericani, amerindi e del Sudest asiatico passino naturalmente dal mondo libero alle prigioni che, si ritiene, sono il posto che gli spetta. Nonostante le importanti vittorie dei movimenti sociali antirazzisti nell'ultimo mezzo secolo, il razzismo si nasconde nelle strutture istituzionali e il suo rifugio più affidabile è il sistema carcerario.

L'arresto razzista di un gran numero di immigrati dai paesi mediorientali subito dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 e il conseguente segreto sui nomi di tante persone trattenute nei centri di detenzione dell'INs, alcuni dei quali sono posseduti e gestiti da corporation private, non fanno presagire un futuro democratico. La detenzione incontestata di un numero crescente di immigrati clandestini da tutto il Sud del mondo è favorita in misura considerevole da strutture e ideologie associate al complesso carcerario industriale. Non riusciremo a progredire verso la giustizia e l'uguaglianza nel XXI secolo se non siamo disposti a riconoscere il ruolo enorme che questo sistema svolge nell'estendere il potere del razzismo e della xenofobia.

L'opposizione radicale al complesso carcerario industriale globale vede nel movimento contro le prigioni un mezzo essenziale di espansione della sfera in cui dovrà attuarsi la ricerca della democrazia. Questo movimento è quindi antirazzista, anticapitalista, antisessista e antiomofobo. Chiede l'abolizione della prigione come modalità dominante di punizione, ma al tempo stesso riconosce la necessità di una vera solidarietà con i milioni di uomini, donne e bambini che sono dietro le sbarre. Una sfida importante di questo movimento è adoperarsi per creare ambienti più umani e abitabili per i detenuti senza con ciò avallare la permanenza del sistema carcerario. Ma come raggiungere un equilibrio tra l'appassionata tutela dei detenuti pretendendo condizioni meno violente, la cessazione degli abusi sessuali di stato, una migliore assistenza fisica e psichica, un maggiore accesso ai programmi di disintossicazione, migliori opportunità di formazione professionale, la sindacalizzazione del lavoro in carcere, maggiori contatti con le famiglie e le comunità, condanne più brevi o alternative e la richiesta che si trovino soluzioni diverse dalla pena detentiva in genere, che non si costruiscano più prigioni e si attuino strategie abolizioniste che mettano in discussione il ruolo della prigione nel nostro futuro?





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