1. La differenza, il credere, la narrazione: quali legami?



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Religione e sfera pubblica: per una articolazione narrativa delle differenze

Silvia Pierosara


1. La differenza, il credere, la narrazione: quali legami?

Questo contributo, in cui si offrono i primi risultati di un ampio percorso di ricerca intorno al rapporto tra religione e sfera pubblica, è orientato da un’ipotesi di fondo che può essere formulata nel modo seguente: tra l’esaltazione esclusiva degli elementi razionali e “traducibili” che accomunano le diverse fedi e la rivendicazione di una unicità religiosa che diventa esclusività fideistica si apre lo spazio per un’articolazione delle differenze, che può essere sviluppata attraverso l’esplicitazione delle risorse di un’etica narrativa. La narrazione non è soltanto il modo di darsi delle tradizioni religiose, cioè il luogo che le ospita, ma può essere anche lo strumento che permette il dialogo e serve a giustificare all’interno di una sfera pubblica polifonica le credenze legate alle rispettive provenienze religiose, quindi a renderle esplicite e a restituirle dentro una logica temporale che custodisca un senso pur non reclamando l’esclusività e la proprietà della verità. La narrazione non verrà qui letta in alternativa con l’argomentazione; se ne sottolineerà piuttosto la reciproca influenza.

Nella forma narrativa, infatti, appare possibile mantenere un nucleo di opacità inesauribile del religioso, che tuttavia non indica un’irrazionalità insuperabile quanto piuttosto una disponibilità a una costante rimodulazione delle provenienze a partire dal dato rivelato. Il darsi delle differenze evidenzia la fondamentalità dell’apertura religiosa, i cui tratti cruciali sintetizzano una serie di attitudini in buona misura inscritte nella tessitura antropologica della persona. Detto altrimenti, la postura del credere – che può definirsi anche come apertura religiosa – è così fondamentale perché “intensifica”1 alcune cifre antropologiche come l’uscita da sé, la simbolizzazione, l’intenzionalità, il sentimento e il riconoscimento della dipendenza, una domanda di salvezza personale e comunitaria e, infine, un’intensa «istanza di comunione».2 Tali tratti sono caratteristici dell’esperienza religiosa in quanto tale; pertanto, essi possono rappresentare la condizione di possibilità del dialogo religioso. Nel presente saggio si evidenzierà un legame fra tali tratti costitutivi dell’esperienza religiosa e la narrazione, rintracciando in quest’ultima una via feconda per il confronto e la convivenza delle differenze.

Con l’espressione “uscita da sé” s’intenderà qui il tratto costitutivo di apertura verso l’altro da sé che caratterizza la persona umana, e che trova nell’intersoggettività una via privilegiata per la ricerca del senso. Tale apertura ha un carattere autoimplicativo, che non può prescindere dall’esperienza personale e dal tessuto biografico di ciascuno. Con “simbolizzazione” si vuole intendere il processo di astrazione immaginativa e intersoggettiva mediante cui l’essere umano ricerca il senso e costruisce significati: il significato è sempre oltre il visibile. Il lessico della “intenzionalità” qui evoca il tratto di apertura che scaturisce dalla consapevole accettazione del limite da parte della persona umana. Con “sentimento e riconoscimento della dipendenza” si farà riferimento all’assunzione di una prospettiva limitata e al contempo abitata, attraversata dall’ulteriorità;3 tale sentimento esplicita il legame originario tra sfera religiosa e differenza: la relazione con la differenza misteriosa propria del divino si configura come approssimazione asintotica, mai compiuta, al differente. Per “domanda di salvezza personale e comunitaria” s’intenderà la caratteristica che rende la religione irriducibile alla cultura, in quanto offerta di un senso trascendente che unifica, qualifica e orienta azioni ed eventi mondani entro un più ampio orizzonte salvifico, caratterizzato da una specifica proiezione escatologica. Infine, per «istanza di comunione» s’indicheranno la dimensione e l’aspirazione comunitaria della vita di fede, che non può realizzarsi compiutamente se non all’interno di una prospettiva di partecipazione condivisa.

Dal punto di vista dell’antropologia culturale, i nuclei elencati del fatto religioso si potrebbero, almeno in parte, riassumere così:
Il problema del significato in ciascuno dei suoi aspetti intersecantisi […] consiste nell’affermare, o almeno nel riconoscere, l’inevitabilità dell’ignoranza, del dolore e dell’ingiustizia sul piano umano, negando contemporaneamente il fatto che queste irrazionalità siano caratteristiche del mondo in generale. Ed è in termini di simbolismo religioso, un simbolismo che rapporta la sfera dell’esistenza dell’uomo ad una sfera più ampia in cui si ritiene abbia la sede, che sono fatte sia l’affermazione sia la negazione.4
Sulla base di tali nuclei concettuali, la religione appare dunque esemplare del tratto di apertura personale e relazionale. L’intenzionalità religiosa contribuisce a ridimensionare l’illusione di un’autonomia radicale, riorientando diversamente la speranza di salvezza. Inoltre, collocare tale tensione nella natura stessa della persona umana permette di non incapsulare la dimensione religiosa entro la sfera privata: la religione non è un contenuto intercambiabile, contingente ed esteriore che occupa la scena pubblica solo in quanto pone il problema della convivenza delle differenze, ma indica la costitutiva apertura umana e la sua inaggirabile dipendenza dall’altro da sé. A tal proposito, nel saggio, dopo aver distinto fra dimensione culturale e religiosa, si tratterà quest’ultima come emblematica di un’apertura alla trascendenza che non coincide completamente con il trascendimento implicato nell’ambito dei significati culturali.

Questo saggio cercherà di mostrare come credenza e configurazione simbolica siano tratti caratteristici della relazione umana con il mistero, sottolineandone anche l’aspetto comunitario, particolarmente evidente nella configurazione simbolica che convoca una comunità interpretante.

Si tornerà poi alla questione della convivenza delle differenze religiose riabilitando il medium narrativo come strumento di dialogo intra- e interreligioso. Il percorso si articolerà quindi in tre fasi: attestazione empirica del darsi delle differenze religiose e riconoscimento della differenza come condizione di possibilità della religione; declinazione della sfera del credere come costante antropologica; definizione della narrazione come modo dell’argomentazione; infine, si forniranno alcuni elementi per approdare all’articolazione narrativa delle differenze religiose.

Il percorso qui presentato è stato costruito attraversando il pensiero contemporaneo, anche se molte delle questioni affrontate ripropongono in forma nuova problemi antichi, ben presenti alla tradizione filosofica: in particolare, riferimenti imprescindibili appaiono la kierkegaardiana tematizzazione dell’io come rapporto5 e la rivalutazione vichiana della narrazione per la comprensione e l’interpretazione dei sensi possibili delle vicende umane.6 Il riferimento prevalente ad autori contemporanei cerca quindi di esemplificare e attualizzare questioni comunque ricorrenti nella storia del pensiero filosofico.





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