1. La differenza, il credere, la narrazione: quali legami?


Differenze religiose: narrazione vs argomentazione?



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4. Differenze religiose: narrazione vs argomentazione?
Questo paragrafo intende indagare il rapporto fra narrazione e differenze religiose. In primo luogo, è necessario chiarire il rapporto fra religione e narrazione da un punto di vista teologico e filosofico: tale premessa costituisce la giustificazione teoretica della proposta di un’articolazione narrativa delle differenze. Tra i filosofi che hanno indagato il nesso tra narrazione e contenuto delle tradizioni religiose, vi è senz’altro Alasdair MacIntyre, secondo cui le credenze religiose «non si danno come proposizioni individuali e isolate ciascuna delle quali implica accettazione o rifiuto. Esse si danno sempre come parti di una narrazione totale in cui viene presentata un’intera visione drammatica».34

Paul Ricoeur coglie tanto il legame tra le tradizioni religiose e la loro presentazione in forma narrativa quanto la capacità della narrazione di creare un’identità narrativa comunitaria che si fa interprete dei racconti. Secondo una modalità tipicamente ermeneutica, Ricoeur non prende le mosse da un’universalizzazione della rilevanza della narrazione per le religioni, ma analizza piuttosto la centralità del paradigma narrativo a partire dalla tradizione cristiana e giudaica, lasciando intravvedere la possibile trasversalità di tale paradigma. Sullo sfondo sono riconoscibili alcuni tratti della teologia narrativa interna alla tradizione cristiana, con particolare riferimento a Johann Baptist Metz e Harald Weinrich,35 di cui si evidenziano necessità, risorse e limiti.

Tra le risorse fondamentali che la teologia narrativa mutua dalla narratologia si possono elencare – secondo Ricoeur – le seguenti:
1) L’arte della messa in intrigo […] 2) lo statuto epistemologico dell’intelligibilità chiarificata dall’atto configurante della messa in intrigo […] 3) il ruolo della tradizione, non soltanto nella trasmissione ma anche nella ricezione e interpretazione dei racconti ereditati; […] 4) “il significato di una narrazione.36
Quando Ricoeur ribadisce la distinzione fra teologia della storia, in cui la narrazione è unica, e teologia narrativa, riconosce a quest’ultima una maggiore sensibilità nei confronti della peripezia, dello scacco come possibilità d’interrogazione sulla sofferenza e il male. Mentre le narrazioni – anche bibliche – tengono nel debito conto tale elemento interrogante, esso appare a Ricoeur riassorbito troppo velocemente dalla teologia della storia. La teologia narrativa, pertanto, deve prefiggersi come compito precipuo di restituire lo spazio all’interrogazione, proprio attraverso il recupero della categoria narratologica della peripezia.

Quale relazione s’instaura fra i caratteri della narrazione tout court e quelli della narrazione biblica? Secondo il filosofo francese, a un primo livello, le narrazioni bibliche ricapitolano i tratti fondamentali delle narrazioni, indicati nei punti precedenti; a un secondo livello, esse «intensificano»37 alcuni elementi tipici della narrazione. Cosa s’intende per intensificazione? A suo avviso, «in un certo senso le narrazioni religiose e, più specificamente, le narrazioni bibliche, fanno a modo loro ciò che fanno tutte le narrazioni – esse costituiscono cioè l’identità della comunità che narra e ri-narra il racconto, e la costituiscono in un’identità narrativa».38

Come si è accennato, l’intensificazione è una cifra che ben descrive i tratti dell’apertura religiosa. Per tale ragione l’esperienza dell’intensificazione verrà qui utilizzata, a partire da e oltre Ricoeur, in riferimento non solo alla costituzione dell’identità narrativa, ma anche ad altri aspetti che legano religione e narrazione: l’apertura religiosa intensifica alcuni tratti dell’esperienza umana, tra i quali la configurazione narrativa dell’identità personale e comunitaria, e la fiducia in una fine sensata in grado di fronteggiare le peripezie, la sofferenza, il male.

Per poter riconoscere il paradigma narrativo all’opera trasversalmente nelle religioni, è necessario estendere lo sguardo oltre la tradizione cristiana e giudaica. A partire dal riconoscimento della narrazione come capace di convogliare universalmente i propri contenuti, d’insegnare e trasmettere significati, Ricoeur sottolinea la trasversalità della narrazione nelle tradizioni religiose. Infatti, egli sposta il discorso dalle narrazioni bibliche – sempre declinate al plurale – alle narrazioni religiose. L’universalità della narrazione va quindi intesa in un duplice senso: da una parte, le religioni tendono a presentarsi e a tramandarsi in forma narrativa; dall’altra parte, la narrazione trasmette significati in forma universale, attraverso l’esemplarità dell’universalità concreta.

Oltre Ricoeur, dunque, si può sostenere che le narrazioni religiose sono in grado di intensificare alcuni aspetti della narrazione: 1) costituzione di un’identità narrativa della comunità religiosa, che si forma mediante l’iterazione creativa del racconto; 2) doppio legame con l’universalità, nel senso per cui a) i messaggi veicolati in forma narrativa possono essere universalmente compresi e fatti propri e b) la narrazione è una cifra ricorrente nelle tradizioni religiose; 3) tensione verso una fine, risposta alla domanda di senso che conduce a un attraversamento fiducioso delle peripezie. I primi due aspetti rendono evidente la presenza trasversale della narrazione nelle religioni; il terzo aspetto costituisce invece il presupposto metanarrativo che rende possibile l’articolazione narrativa delle religioni.

In altri termini, la figura dell’intensificazione appare molto utile per declinare il rapporto tra credenza religiosa, narrazione e universalità: la narrazione non è specificamente legata alle religioni che esplicitano la loro tradizione attraverso un libro, ma, al contrario, si sviluppa tanto oralmente quanto per iscritto come una forma intensificata di narrazione, proprio perché quest’ultima risponde a una domanda di salvezza personale e comunitaria.

Dopo aver esplicitato il presupposto metanarrativo che permette di collegare narratività e apertura religiosa, è necessario distinguere i differenti livelli in cui tale connessione è all’opera. A livello personale, la narratività può mediare tra atto di fede (fides qua) e contenuto dogmatico (fides quae); inoltre, la narratività contribuisce a comporre le diverse storie personali che raccontano dell’approssimazione alla fede entro una comunità religiosa; essa può mediare anche tra diverse tradizioni religiose; infine, può mediare tra il religioso e altre forme dell’esperienza umana, prima fra tutte la cultura.

A livello personale, la narrazione è in grado di mediare tra atto di fede e contenuto dogmatico, poiché ciascuno può ricostruire all’interno della propria biografia il percorso che lo ha condotto dall’approdo alla fede all’accettazione del suo contenuto dogmatico. Il ruolo di mediatrice fra tali esperienze è reso possibile dalla pervasività della narrazione, che la rende accessibile a tutti. Essa è un modo di spiegare che non si limita a rendere conto degli eventi, ma ne offre anche una «risoluzione emozionale».39 La narrazione restituisce agli eventi uno spessore non solo cognitivo, ma anche emotivo e sociale, così come la narratività dice di un’«intrepida esigenza di unificazione che è il modo umano della vita».40

Tale esigenza, tuttavia, indica anche un’ambiguità radicale che investe il potere della narrazione. Quest’ultima, se non costantemente rinegoziata e portata alla riflessione, può essere capace di manipolare e distorcere la storia imponendole un senso che non le appartiene originariamente, proprio a causa di quell’esigenza di unificazione che sembra trovare nel racconto una configurazione quasi-naturale. La capacità manipolativa della narrazione è stata oggetto di critiche serrate da parte di alcuni studiosi fra cui Hayden White, che si chiede – retoricamente – se sia possibile «narrativizzare senza moralizzare»,41 e Roland Barthes, che esclude la possibilità di una narrazione che non sia anche una manipolazione del “già stato”.42 Barthes attribuisce alla narrazione una portata ideologizzante nella misura in cui essa ascrive agli eventi un senso in modo per lo più arbitrario: la narrazione non ha – a suo avviso – alcuna funzione rappresentativa ma, per definizione, essa distorce e manipola.

La narratività è inoltre in grado di mediare tra le storie personali e la comunità religiosa. Grazie alla narratività la persona può autocomprendersi come appartenente a una tradizione religiosa. La narratività come tensione etica e teleologica verso l’unificazione sensata dell’esperienza passa attraverso lo stadio dell’autocomprensione, tanto che alcuni autori individuano proprio in quest’ultima il suo tratto caratterizzante. In altri termini, con John Christman si può sostenere che «ciò cui equivale la narratività, allora, è tutto ciò che risulta dalla capacità di autointerpretazione mediata da regole di significato inserite nella società. Perciò, quel che unisce il sé è la capacità di autointerpretazione per mezzo di norme mediate socialmente».43 L’accento posto da Christman sulle norme mediate socialmente come mezzo per l’autointerpretazione chiarisce ulteriormente la ragione della pervasività della narrazione: l’accesso all’esigenza unificatrice si dà per mezzo delle narrazioni, in cui livello personale e livello comunitario sono difficilmente separabili.

La narrazione sociale o religiosa tiene insieme – è cioè in grado di configurare – da un lato i simboli e i significati, dall’altro eventi imprevedibili e disegno divino (nel caso della narrazione religiosa) entro una storia; a tal proposito Ricoeur sottolinea: «Una teologia che affronta l’inevitabilità del disegno divino insieme con il recalcitrare delle azioni e delle passioni umane, è una teologia che nasce dal narrativo, o meglio una teologia che ricorre alla modalità narrativa come alla sua principale modalità ermeneutica».44 Configurazione dei simboli entro una narrazione sensata e mediazione tra evenemenzialità e disegno di senso sono elementi cruciali per la rappresentazione del sé: da questo punto di vista la religione con la sua riserva simbolica e rituale mostra nuovamente il proprio carattere “intensificante” di alcuni tratti fondamentali dell’esperienza umana. La narrazione costituisce anche la modalità intracomunitaria di autocomprensione, in particolare nella forma della tradizione che si eredita e si rinnova riflessivamente.

La citazione di Ricoeur indica un’origine non argomentabile ma non indicibile, perché narrabile. La narratività non riguarda quindi soltanto la modalità di presentazione delle tradizioni religiose ma, più profondamente, l’attitudine interpretativa dell’umanità dinanzi ad esse: in tal senso la narrazione media tra diverse religioni. La narrazione è in grado di rendere conto del contesto e della storia di una comunità religiosa, ne configura i simboli, ne incarna la relazione con la differenza e il mistero; essa approda a una rifigurazione dello spazio pubblico nei termini di una tensione regolativa all’ideale della comprensione reciproca; prendere la parola attraverso il racconto significa giustificare le proprie credenze senza ridurne il contenuto simbolico, motivando senza demitizzare, universalizzando senza formalizzare.

Infine, la narrazione è in grado di mediare tra l’esperienza religiosa e altre forme dell’esperienza umana, come la sfera culturale: presentando il contenuto religioso in forma narrativa, infatti, si garantisce a quest’ultimo un’accessibilità che ne preserva il mistero e ne rilancia costantemente la differenza, rendendolo al contempo dicibile e comparabile. Proprio attraverso la narrazione i simboli religiosi possono essere ospitati da culture differenti e riconfigurati dentro di esse.

Dopo aver brevemente rintracciato alcuni dei motivi che rendono la narrazione universalmente accessibile e praticabile come mediatrice a differenti livelli, si tratta ora di tentare una riabilitazione epistemologica dello strumento narrativo come possibile veicolo di giustificazione pubblica delle credenze e delle pratiche derivanti dalla sfera religiosa. Individuare la portata argomentativa della narrazione religiosa consente di coglierne la rilevanza nell'ambito del dialogo interculturale e  interreligioso, senza escludere ovviamente la possibilità di altre forme di argomentazione pratica e speculativa, specificamente orientate ad assistere i processi di deliberazione in campo politico e istituzionale. Si può anzi ipotizzare una circolarità ermeneutica tra momento narrativo e momento speculativo, che sia aperta alle differenti sensibilità e forme religiose, e che al contempo non rinunci all’ideale di un universale politico riconoscibile come orizzonte inclusivo. 

La riabilitazione della narrazione in chiave argomentativa avverrà secondo due livelli d’indagine: un livello “esterno”, per cui la narrazione assume un ruolo unificante rispetto all’inferenza e al sillogismo pratico; un livello “interno”, per cui nella struttura stessa della narrazione può essere rintracciata una forma di argomentazione. Si giungerà in tal modo a ripensare la relazione fra narrazione e argomentazione, evidenziando i limiti di una loro interpretazione dicotomica e cogliendone la reciproca interazione.

Il primo livello d’indagine può considerarsi “esterno” poiché non indaga la tessitura argomentativa della narrazione, ma attribuisce a quest’ultima un ruolo complementare rispetto all’argomentazione. Il valore della narrazione per le pratiche argomentative, secondo tale prospettiva, è estrinseco, dal momento che essa offre in primo luogo una contestualizzazione storica e temporale al ragionamento, evidenziando la natura interpersonale del dare e ricevere ragioni. Recentemente Thomas Uebel ha chiarito come la narrazione renda intersoggettivo, interdipendente e storicamente situato il sillogismo pratico: «Ciò che la struttura narrativa aggiunge alla logica del sillogismo pratico sono le dimensioni storica e sociale dell’agency […] La narrazione perciò aggiunge una struttura interazionale che di fatto rende sociali i sillogismi pratici che altrimenti sarebbero potenzialmente solipsistici».45 In secondo luogo, i racconti costituiscono lo sfondo linguistico in cui si collocano le inferenze, specie a livello implicito: la narrazione è il «luogo discorsivo»46 delle «inferenze materiali»,47 la sede di un bagaglio implicito di credenze che, in quanto premesse o conclusioni di un ragionamento, devono essere rese esplicite e analizzabili. L’esplicitazione delle premesse delle inferenze materiali conduce a una riflessione sulla tradizione che si eredita in forma di racconto e all’assunzione di una prospettiva dialogica e inclusiva nei confronti delle tradizioni altrui. La narrazione, nei casi appena illustrati, svolge un ruolo “esterno” rispetto all’argomentazione, perché non si sostituisce ad essa, ma le offre materia di riflessione.

Diversamente, il livello “interno” della riabilitazione epistemologica della narrazione mira a evidenziare un legame intrinseco, strutturale, fra argomentazione e narrazione attraverso il contributo di alcuni studi di linguistica e retorica. Tale riabilitazione è possibile soltanto al prezzo di un’estensione dell’ambito d’applicazione dell’argomentazione alla sfera del probabile; in tal senso emblematico è il contributo delle ricerche di Chäim Perelman, secondo cui l’argomentazione, a differenza della dimostrazione, non mira a stabilire una verità necessaria e incontrovertibile, ma piuttosto a convincere l’uditorio. L’argomentazione non deve abbandonare la pretesa di verità, ma approssimarvisi asintoticamente mediante la produzione di ragioni probabili e non definitivamente cogenti. In questo modo,
Grazie alla possibilità dell’argomentazione, che fornisce le ragioni, ma delle ragioni non cogenti, è possibile sfuggire al dilemma: adesione a una verità obiettivamente e universalmente valida, o ricorso alla suggestione e alla violenza per fare accettare le proprie opinioni e decisioni.48
La logica del migliore argomento non indica più una verità incontrovertibile, né l’incomparabilità delle prospettive che rende inutile il dialogo; al contrario, essa reclama la possibilità di una revisione costante del processo giustificativo, che non conduce tuttavia a una relativizzazione della verità, ma a una sua ragionevole difesa senza irrigidimento dogmatico. In tal modo, dentro l’argomentazione si fanno spazio forme di giustificazione che attengono alla sfera del probabile, tra le quali è degna di nota la narrazione nelle sue molteplici forme. Una circolarità tra argomentazione narrativa e argomentazione speculativa può essere utile per includere a livello politico-istituzionale le differenze, tenendo conto dei differenti linguaggi con cui le tradizioni declinano le narrazioni religiose, senza che queste possano essere esonerate da un confronto pubblico, in cui misurarsi con la questione della verità speculativamente argomentabile e con le ricadute pratico-politiche di quest’ultima.

In primo luogo, la narrazione interpreta bene un legame «di successione»49 causale e temporale che l’argomentazione mira ad esplicitare: nell’argomentazione si narra, si dispongono eventi secondo una concatenazione logico-temporale; in secondo luogo, argomentando si fa ricorso alla narrazione per presentificare immagini e fatti mediante esempi o racconti condivisi dall’uditorio mediante l’utilizzo del «legame simbolico».50 Proprio tale legame, che secondo Perelman presuppone uno strato di realtà ulteriore in cui il simbolo e l’oggetto simboleggiato siano correlati, consente alla narrazione di estendere il campo dell’argomentazione accrescendone la sfera d’azione. Infine, la configurazione della narrazione, tesa verso un futuro da interpretare, le conferisce una portata euristica cui corrisponde, a livello personale, la sfera dell’intuizione. È quanto sostiene Emanuelle Danblon, secondo cui il «paradigma indiziario»51 si nutre dell’intuizione e trova il suo corrispettivo nel racconto. La narrazione e l’argomentazione, lungi dall’appartenere a due stadi differenti dello sviluppo umano, coesistono:


Solo una concezione lineare e […] teleologica dello sviluppo potrebbe farci percepire lo stadio narrativo come anteriore allo stadio argomentativo, come il suo parente povero […]. Conoscere il mondo attraverso il racconto anziché mediante l’argomentazione sarebbe, secondo tale concezione, un’attitudine naïve. Detto questo, restano da comprendere le ragioni per cui un modo di pensare che pratica l’argomentazione, la critica e i criteri logico-razionali moderni resti, in ogni sua parte, attraversato dall’attività narrativa.52

Sebbene sia necessario distinguere tra argomentazione e narrazione, non si può leggere la seconda come una “parente povera” della prima, né ci si può limitare a leggere l’argomentazione come l’evoluzione della narrazione, nonostante l’ontogenesi e la filogenesi di tali registri linguistici ci confermino una precedenza cronologica della narrazione rispetto all’argomentazione. Esse sono perennemente intrecciate tra loro, l’una reclama il ricorso dell’altra nell’esperienza etica e politica quotidiana: giustificazione e motivazione sono operazioni argomentative che fanno costante ricorso al racconto.53 Tra gli strumenti discorsivi della razionalità, il rendere conto, il ricorso all’esempio e al “come se” sono parte integrante delle tecniche argomentative: la narrazione presenta fatti raccontandoli “come se” fossero veri, aggiunge pertanto all’argomentazione esplicita delle tesi sostenute una parvenza di neutralità e di obiettività che fa presa sull’uditorio, collocandole nel regno della finzione, ponendosi in certa misura a distanza di sicurezza da queste ultime.

In ordine alle credenze religiose, la narrazione appare maggiormente in grado, rispetto all’argomentazione induttiva, di rendere conto della sfera simbolica e rituale delle credenze. La narrazione è un modello esplicativo che può essere definito «ragionamento interpretativo»:54 esso permette non soltanto di cogliere il nesso motivazionale e giustificativo tra eventi e personaggi, ma anche di scegliere l’insieme di ragioni che meglio riescono a spiegare una serie di azioni, fatti o credenze; la scelta avviene proprio grazie alla natura interpretativa della narrazione.

Inoltre, rispetto alla giustificazione pubblica delle credenze, il “come se” può svolgere un ruolo cruciale per la possibilità di immaginare il sistema di credenze dell’altro o dell’estraneo. Nella sfera pubblica e nella società civile, la narrazione può altresì concorrere ad articolare una convivenza tra differenze e offrire un contributo, nella sfera propriamente istituzionale e deliberativa, alla costruzione di uno spazio politico comune, attraverso un reciproco esercizio di traduzione del linguaggio argomentativo e di quello narrativo. Infatti, se la sfera istituzionale e deliberativa non può evitare di ricorrere all’argomentazione pratico-speculativa, essa può nutrirsi delle pratiche narrative sociali e civili; in queste ultime giustificazione e motivazione delle proprie credenze assumono nella narrazione uno spessore storico che nell’argomentazione si rischia di perdere; la narrazione rende conto non soltanto degli aspetti cognitivi, ma anche del contesto sociale e delle risonanze affettivo-relazionali del credere. Infine, l’accessibilità di tale strumento può contribuire a estendere la partecipazione dei credenti al dibattito pubblico.

Le ragioni del credere possono trovare ospitalità nella narrazione, che con il credere condivide la struttura intenzionale d’apertura, la simbolicità e la socialità dei significati, il riconoscimento della dipendenza, del trovarsi in una storia tramandata e da tramandare, una domanda di salvezza che nella narrazione coniuga la promessa con l’apertura verso il futuro. Con il credere la narrazione condivide anche la tensione verso la differenza inafferrabile e la neutralità rispetto a contenuti che possono fungere da solventi rispetto alla struttura. La narrazione può ben interpretare l’apertura al mistero e alla differenza irriducibile che il credere incarna, a patto che sia utilizzata nel senso di una costante reinterpretazione giustificativa della tradizione anziché come un meccanismo di chiusura identitaria e autoreferenziale.

Cosa s’intende per reinterpretazione giustificativa della tradizione? In questo senso una narrazione simbolica non può che essere costantemente interpretata e tradotta in termini non narrativi? Se la giustificazione di un’azione può essere una narrazione, anche la giustificazione di una religione tramandata narrativamente può continuare ad essere una narrazione; infatti, si tratta di un’attitudine interpretante che si pone dinanzi alla tradizione e ne rende conto, anche pubblicamente. In tale rendere conto si reitera e si ripropone la forma narrativa. Mediante la narrazione diventa agevole accettare la diversità dei nomi per esperienze analoghe, reinterpretare le narrazioni altrui sulla base di come orientano l’agire, mentre per le proprie narrazioni comunitarie la reinterpretazione giustificativa significa rilanciare la dimensione simbolica e comprenderla senza la pretesa di cogliere la verità esclusivamente come adeguazione.

La narrazione non coincide con l’argomentazione, né l’argomentazione può essere ridotta a narrazione. Quando si cerca di narrare la propria tradizione di provenienza si offre un racconto all’interlocutore, si è chiamati alla comprensione reciproca, senza tuttavia la pretesa di riduzione alla razionalità del paradigma oggettivante. Compiere l’atto interpretante che si rinnova nel tramandare significa continuare a raccontare una storia di cui si intuisce l’origine e si immagina il futuro. Rinnovare costantemente l’interpretazione delle proprie tradizioni significa costruire un racconto comune, compito al quale la sfera politica non deve sottrarsi, ma che anzi deve perseguire senza abbandonare il proprio linguaggio in sede deliberativo-istituzionale, ma accogliendo in una dialettica inclusiva anche le narrazioni religiose.




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