1. La differenza, il credere, la narrazione: quali legami?


Per un’articolazione narrativa delle differenze



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5. Per un’articolazione narrativa delle differenze
Per poter elaborare un’articolazione narrativa delle differenze religiose è necessario cogliere la natura non estrinseca del rapporto tra narrazione e differenze religiose. La differenza come condizione costitutiva del religioso apre uno spazio che non si può rischiarare totalmente ma può essere attraversato narrativamente. La narrazione è legata in modo intrinseco alla differenza: essa è la modalità umana di approssimazione al mistero, che resta tale, ma che è al contempo in grado di orientare pratiche personali e comunitarie.

L’articolazione narrativa delle differenze religiose può darsi soltanto se alla sua base si pone la possibilità di approssimarsi narrativamente alla differenza costitutiva, origine e condizione di possibilità della religione. In sede conclusiva si vorrebbe ricapitolare tale nucleo concettuale e provare a declinare l’incontro delle differenze nei termini di una loro articolazione narrativa e non strettamente argomentativa. In altri termini, si cercherà di rispondere alle seguenti questioni: la differenza costitutiva può essere articolata narrativamente? La traduzione nel suo costante rinvio all’intraducibile può dire senza ridurre?

A tale proposito può essere utile tenere presente la distinzione scolastica fra actu exercito e actu signato: se, da un lato, implicitamente, la narrazione è costantemente all’opera nel confronto religioso a livello personale, comunitario e interreligioso, dall’altro lato non è agevole individuare modalità istituzionali che rendano possibile e ufficiale il suo utilizzo nel confronto pubblico. Il ricorso alle pratiche narrative ai fini della comprensione reciproca è ampiamente presente tanto a livello personale quanto a livello comunitario; non sempre, tuttavia, esso è riconosciuto in quanto tale o reso esplicito. Nel dialogo interreligioso e nella giustificazione pubblica delle credenze religiose, esso potrebbe essere reso esplicito e “istituzionalizzato”. La modalità narrativa di giustificazione delle credenze sarebbe infatti rispettosa delle differenze e al contempo garantirebbe visibilità e ascolto senza irrigidimenti fondamentalistici. Il racconto della propria storia a livello personale, comunitario e interreligioso può contribuire a stemperare rigidità fondamentalistiche pur garantendo la singolarità di ogni provenienza religiosa.

La proposta di un’articolazione narrativa delle differenze religiose muove dall’esigenza di superare alcune dicotomie che appaiono alla sensibilità contemporanea come alternative e irriducibili: fondamentalismo e indifferenza, fideismo e razionalismo, privatizzazione e pluralismo fattuale costringono a tematizzare altrimenti la presenza delle religioni nello spazio pubblico. Da un lato si rivela infatti necessario rendere possibile la partecipazione di tutte le istanze religiose nella sfera pubblica per evitare l’irrigidimento fondamentalistico e fideistico che vorrebbe porre le religioni al riparo dal confronto pubblico; dall’altro lato, tuttavia, si deve pensare per le tradizioni religiose una modalità di rappresentarsi e presentarsi nella sfera pubblica che non sia legata alla previa traduzione in termini razionalistici. Per questo motivo si è proposto di articolare narrativamente le provenienze religiose: in primo luogo, il medium narrativo è universalmente accessibile e non legato alla tradizione argomentativa occidentale; in secondo luogo, fra religione e narrazione sussiste un rapporto di contiguità non estrinseco; infine, la narrazione permette alla tradizione religiosa di essere comunicata senza ridurre il suo contenuto simbolico e mitico.

La pretesa traducibilità totale della simbolica religiosa in termini prettamente razionali non lascia spazio al mistero e all’opacità; per tale ragione, è necessario immaginare, per l’esplicitazione delle credenze religiose nella sfera pubblica, un «paradigma indiziario» capace, come sostiene Ginzburg, di superare le secche della dicotomia razionalismo-irrazionalismo e di estendere l’accesso al dibattito pubblico ai modi di giustificazione che non rientrano, ab initio, nei canoni dell’argomentazione tradizionali. La previa traduzione razionale degli argomenti religiosi può costituire un fattore di esclusione, anziché di inclusione, nella sfera pubblica. Il dovere – e il diritto – di rendere conto pubblicamente delle proprie credenze non deve passare per una riduzione al nucleo razionale della fede, perché in tal modo si rischia di dimenticare il nucleo personale e autoimplicativo del credere.

La specificità dell’esperienza religiosa richiede un linguaggio altrettanto specifico, ma non meno esigente dal punto di vista della comunicabilità e dello scambio. In quest’ottica, può essere opportuno riferirsi alla traduzione delle narrazioni nell’ambito del dialogo interculturale: si traduce in forma narrativa il contenuto di una tradizione differente dalla propria; nella trasmissione, e dunque in un’ottica intraculturale, non si tratta tanto di tradurre una narrazione religiosa in qualcosa d’altro, quanto piuttosto di reiterare la narrazione attraverso un costante rilancio interpretativo senza uscire dal paradigma narrativo e al contempo evitandone irrigidimenti identitari.

Rinunciare a percorrere la via della traduzione in termini esclusivamente argomentativi non significa pertanto accantonare definitivamente la possibilità dell’intesa, ma cercare di raggiungerla con altri mezzi, che riescano a dire la differenza senza relegarla alla sfera dell’impronunciabile. Per tale ragione la giustificazione, che, come si è visto, non è meno esigente dell’argomentazione dal punto di vista logico, presuppone un orizzonte d’intesa ancor più ambizioso rispetto all’argomentazione. Essa infatti richiede un racconto, una sequenza logico-temporale non fine a se stessa ma in correlazione con le pratiche del vivere comune. Giustificare narrativamente significa farsi comprendere: non si tratta di raggiungere un accordo sull’archeologia delle tradizioni, ma di comprendere i legami mitico-simbolici che conducono ad abbracciare pratiche di vita differenti.

Nel raccontare la genesi e la giustificazione storico-narrativa delle proprie pratiche ci si espone al giudizio altrui e argomentando si racconta: i due momenti non possono essere separati, i simboli camminano insieme all’ermeneutica che li interpreta. Raccontare le proprie tradizioni significa rendere conto dei simboli e dei miti fondatori che orientano e indirizzano immaginario e pratiche. Nella trasposizione narrativa è certamente in gioco il tentativo di uscire dall’autoreferenzialità della propria narrazione, ma il modo attraverso cui la si spiega e se ne rende conto è di nuovo un racconto, non chiuso su di sé ma esposto all’interpretazione altrui. Per tali ragioni, il discorso deliberativo-istituzionale, in cui si richiede l’utilizzo dell’argomentazione pratico-speculativa, deve essere messo in circolo con le argomentazioni narrative proprie del religioso.

Per poter cogliere il nesso tra il credere, la narrazione e la differenza costitutiva è stato necessario riflettere intorno alla non-opzionalità della tensione verso il senso, che implica postura originaria di apertura e riconoscimento di una dimensione di eteronomia, cui è possibile approssimarsi senza tuttavia afferrarla e ipostatizzarla definitivamente. Come la tensione verso il senso non può dirsi opzionale, nonostante possa essere tradita o dimenticata, così la differenza non può ridursi al moltiplicarsi delle differenze, ma costituisce piuttosto la condizione di possibilità del credere. La differenza come condizione costitutiva del religioso non può essere posta allo stesso livello delle differenze religiose, che sono approssimazioni asintotiche e tentativi di attraversamento della distanza e del mistero. Proprio il riconoscimento di tale relazione con la differenza rappresenta tuttavia la condizione di possibilità dell’apertura religiosa, declinata in modi storicamente differenti.

Argomentare nella sfera pubblica i modi del tendere verso il senso, resi possibili dalla differenza come non coincidenza, trova una via privilegiata nella narrazione, strumento accessibile che consente di non ridurre la portata simbolica della religione riconoscendone il fondo insondabile, indecidibile, ma non per questo esente dalla giustificazione.

L’inclusione delle differenze è pertanto possibile sulla base del riconoscimento della differenza come condizione di possibilità del darsi della religione: riconoscendo che la differenza è già da sempre inscritta nella tessitura personale, prende forma un’ulteriorità che potrebbe non riguardare solo il rapporto umano con il divino, ma anche la struttura relazionale del divino stesso in rapporto all’umanità e alla storia. Infine, l’articolazione delle differenze via narrazione consente di oltrepassare le strettoie di una riduzione delle credenze religiose al loro nucleo razionale. Argomentare narrativamente le credenze religiose nella sfera pubblica significa renderle accessibili senza ridurne la riserva rituale e simbolica. Rispetto alla proposta habermasiana, la traduzione in termini narrativi rispetta le differenze perché non esclude la possibilità dell’intraducibile, dell’incomparabile. Essa è capace di riconoscere, in ogni differenza religiosa, la differenza originaria che costituisce il religioso: su tale base è possibile la traduzione, che rintraccia nella tensione asintotica verso la differenza indicibile il tratto comune a tutte le differenze religiose.

Il riferimento all’intraducibile come differenza irriducibile e inafferrabile non deve implicare la resa dinanzi all’argomentazione narrativa delle differenze e delle credenze. Anche le storie e le tradizioni sono passibili di essere dette altrimenti; di conseguenza, la traduzione delle narrazioni nella sfera pubblica da parte sia dei credenti sia dei non credenti può sostituire l’argomentazione in termini prettamente razionali, che comporta la riduzione della sfera simbolica e rituale. La narrazione permette invece di dire altrimenti, di rendere conto giustificando, senza dover ridurre le tradizioni al solo nucleo razionale.






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