1 mito; storia e archeologia



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1 MITO; STORIA E ARCHEOLOGIA

Fino ad un secolo fa gli storici accettavano la distinzione fra Grecia leggendaria e storica. La base per determinare la sequenza cronologica e il grado di storicità degli eventi narrati dal mito eroico, è stata fornita dall’archeologia. Dal 1870 al 1090 Heinrich Schliemann effettuò degli scavi a Troia, Micene ed altre località della penisola greca, per dimostrare la veridicità della guerra troiana e del mondo degli eroi greci. Scoprì una grande cultura di palazzo dell’età del bronzo, che aveva il suo centro nella “reggia di Agamennone” a Micene. Scavi successivi hanno dimostrato come l’epoca degli eroi rifletteva l’esistenza di una cultura perduta, durata del 1600 a.C. fino al 1200 circa. Gli scavi di Sir Arthur Evans a Cnosso (Creta) hanno messo in luce una cultura di palazzo anellenica ancora anteriore (2200-1450 circa) che fu chiamata minoica dal nome del leggendario re di Creta, e la cui influenza permise di spiegare la nascita di una cultura di palazzo in quella zona. A partire dal 1450 sembra che i Micenei abbiano assunto il controllo della stessa Cnosso. Mentre la cultura minoica si era svelata come anellenica, il carattere della cultura micenea rimase incerto fino al 1952, quando Michael Ventris decifrò le tavolette provenienti dai vari strati delle rovine di Pilo e della Cnosso micenea. La scrittura sillabica “Lineare B” si era sviluppata dalla precedente A minoica, indecifrata, ma il sistema linguistico che la B documentava risultò essere greco. Si provò così che la storia della cultura micenea è parte della storia della Grecia. Ma il mondo di Micene è qualcosa di distinto dal mondo della civiltà greca classica. Gli scritti micenei consistono in liste di attrezzi e provviste immagazzinati del palazzo (+anno di distruzione). Inoltre, i limiti intrinsechi a questo tipo di scrittura fanno pensare che difficilmente esso fosse impiegato per qualsivoglia altro impiego. Così il mondo miceneo ha dovuto essere ricostruito quasi interamente in base all’archeologia. L’ipotesi poi che la natura della società micenea potesse venire ricostruita in base al mito o alla poesia epica si è dimostrata insostenibile, una volta verificata la disuguaglianza fra le testimonianze sulle istituzioni sociali che si ricavano dall’archeologia e dalle tavolette di “lineare B”, e ciò che attestano implicitamente le stesse leggende greche. Il mondo miceneo appartiene più alla preistoria che alla storia. Al contrario, il mondo greco dall’VIII secolo in poi è un mondo che fa parte a pieno diritto della storia. Il motivo che spiega tale divario è l’avvento della alfabetizzazione. In realtà, la cultura micenea è radicalmente diversa da quella della Grecia posteriore. E’ un dato di fatto che esemplifica un fenomeno riscontrabile anche in altre epoche, in cui un popolo guerriero si trova a dover subire l’influenza di una civiltà più avanzata. Il mondo che influenzò Micene fu quello di Cnosso, che si trovava alla periferia di un’area ove da 2000 anni era fiorita l’economia di palazzo centralizzata ed il dispotismo orientale della Mesopotamia e dell’Egitto. Tra il 1250 e il 1150 molti furono i tracolli nel Mediterraneo orientale. L’impero Ittita crollò verso il 1200. le pressioni seguenti determinarono movimenti di popoli che disturbarono Siria e Palestina. Nello stesso mondo miceneo si conviene che la distruzione di Troia, 1250-1200, rappresentasse l’ultima grande impresa dei Micenei. All’incirca nello stesso periodo si hanno tracce di preparativi contro un attacco nei centri del Peloponneso greco. Poi (1200 circa) Pilo e altri insediamenti furono dati alle fiamme, e ciò che sopravvisse della cultura micenea subì un ulteriore attacco attorno al 1150. dell’intera organizzazione dell’economia di palazzo non rimase nulla, e con essa scomparvero le capacità artistiche e la conoscenza della scrittura. Gli insediamenti vennero abbandonati o abitati da pochi. Questo avvenne in concomitanza con l’emigrazione verso aree periferiche del mondo miceneo e con un diffuso spopolamento del continente. Il risultato di tale rovina fu un periodo buio, che durò circa 300 anni. La rottura col passato fu radicale. Nel profilo della Grecia arcaica tracciato da Tucidide nel I libro delle “Storie”, egli vide un progresso graduale ma continuo degli eroi omerici fino ai suoi tempi. Il mondo greco dall’VIII secolo in poi è il frutto non di Micene, ma di un oscuro “medioevo”. Per capire la società che sarebbe emersa, è necessario sapere qualcosa dei secoli precedenti. Tre tipi di testimonianze posso essere usati per ricostruire la storia dell’oscuro “medioevo”. Le leggende, da trattare con cautela; in esse sono però registrati due eventi che sembrano rivestire una qualche importanza nella storia. Il primo spiega le origini dei Dori. In epoca storica essi erano distinti dagli altri Greci innanzitutto per il dialetto, ma anche per certi costumi sociali comuni (ogni stato dorico era diviso in tre tribù, che avevano sempre lo stesso nome). I Dori risultano sconosciuti al quadro che Omero traccia della Grecia eroica, eppure essi arrivano ad occupare la maggior parte di quello che un tempo era stato il cuore del potere miceneo, il Peloponneso, ed in certe zone come Argo e Sparta governarono una popolazione asservita di greci non dorici. La leggenda spiegava che erano arrivati solo in tempi recenti: i figli dell’eroe semi-dio Eracle erano stati banditi da Micene, e più tardi ritornarono con l’appoggio dei Dori a reclamare la loro eredità. La leggenda del ritorno dei figli di Eracle è un mito che spiega in base a quale diritto un popolo sconosciuto al mondo degli eroi dell’epica abbia ereditato il territorio dei Greci micenei e asservito . una parte della popolazione che lo abitava. Un secondo gruppo di leggende concerne una espansione dei Greci attraverso l’Egeo, verso la costa dell’Asia minore: l’espansione che portò allo sviluppo del blocco linguistico e culturale dei Greci ionici. Tali racconti complessi raccontano della fondazione di singole città, tra cui Atene, ove fecero tappa vari gruppi di profughi che andavano alla ricerca di nuove sedi. Tucidide descrive come i vincitori di Troia trovassero difficile il ritorno in una madrepatria che non era più fatta per gli eroi, e come ne conseguissero le emigrazioni. È un resoconto non privo di punti deboli, in quanto egli non aveva conoscenza del collasso culturale verificatosi nel medioevo, soprattutto perché non comprese se non minimamente la ricchezza e la potenza della Grecia micenea. Le leggende del periodo delle migrazioni sono confermate in certa mistura dalla distribuzione dei dialetti nella Grecia storica. Il greco sembra sia entrato in Grecia poco prima del 2000, quando le testimonianze archeologiche ci avvertono dell’introduzione di una cultura nuova: questi popoli nuovi erano quelli che sarebbero divenuti i greci micenei. Testimonianze di una lingua precedente, non indoeuropea, possono trovarsi nella sopravvivenza di certi toponimi. Almeno per il periodo miceneo, nella Lineare B si distinguono le caratteristiche peculiari della lingua greca. Il greco classico era diviso in vari dialetti legati tra di loro. Il dorico del Peloponneso meridionale e orientale, la Laconia, l’Argolide e forse la Messenia. Lo ionico in Atttica, nell’Eubea e nel gruppo centrale delle Cicladi, nonché nella parte centrale della costa dell’Asia minore. Vi erano poi il lesbico, in Tessaglia e Beozia, e l’arcado-ciprio, in Arcadia e Cipro. Il terzo tipo di testimonianze è di ordine archeologico anche se il loro contributo risulta più ambiguo. Il periodo sub miceneo è caratterizzato dall’assenza di testimonianze, mentre manca un qualunque indizio dell’influsso di una nuova popolazione. L’unico cambiamento si rileva nei procedimenti di inumazione. Vengono abbandonate le tombe comuni e gli ampli vani sepolcrali, per ritornare alla vetusta pratica dell’inumazione individuale in tombe a cista, e gradualmente l’inumazione stessa è soppiantata dalla cremazione. Circa un secolo dopo il tracollo della cultura micenea, baluginano le prime avvisaglie di una rinascita. I rinnovati contatti fra Atene e Cipro premisero l’importazione dall’Asia minore del sud di una innovazione tecnologica quale l’estrazione del ferro tramite fusione: dal 1050 circa il ferrò iniziò a sostituire il bronzo come metallo di impiego quotidiano. Circa nello stesso periodo cominciò ad emergere ad Atene un nuovo stile di decorazione vascolare, il proto-geometrico (1050-950 circa), le cui decorazioni consistevano in semplici schemi geometrici ripetuti ed in larghe strisce di colori scuri oppure chiari. È poi a questo periodo che può essere dato il movimento di Ioni da Atene alla costa dell’Asia minore, attraverso l’Egeo. Dalla documentazione archeologica sono confermate sia la migrazione ionica, sia l’importanza di Atene, ma il periodo precedente rimane molto oscuro. Il cambiamento nelle pratiche inumatorie potrebbe rivelare l’arrivo di una popolazione nuova (Dori), o il ritorno a precedenti costumanze, e le modalità di inumazione non sono sempre documenti di un avvicendamento degli abitanti. Alcuni archeologi hanno perciò preferito non credere in una invasione dorica, ed affermare che i diversi raggruppamenti etnici del continente greco vi erano stati presenti fin dall’inizio della cultura micenea. Tuttavia la più diffusa impressione di discontinuità, lì’abbandono dei vecchi modelli di inumazione, suggeriscono l’influsso di una nuova popolazione. Sebbene non si possa provare che i Dori abbiano distrutto la cultura micenea , sembra probabile che essi approfittassero del vuoto che si era venuto a creare.

2 LEFONTI



Le società che non possiedono la scrittura dipendono dalla memoria umana per la trasmissione della conoscenza del passato e delle informazioni del presente, spesso in forma melodica e metrica. Coloro che raggiungono un’abilità particolare nel comporre un metro, acquisiscono lo status di portavoce della comunità. Le più antiche testimonianze letterarie della storia greca sono in versi. L’avvento della scrittura nell’VIII secolo mutò la situazione solo di poco. Una letteratura in prosa cominciò a svilupparsi solo a metà del VI secolo. Lo “aoidos”, cantore dell’epica, era un poeta orale professionista, che componeva e recitava prendendo le mosse da un repertorio di materiale tradizionale. L’argomento di cui trattava consisteva nelle imprese degli eroi di un passato lontano, che si collocava alla fine dell’età micenea. Quest’epica orale fiorì per lo più nella Ionia, e la sua natura può essere illustrata attraverso le peculiarità linguistiche che essa mostra. Il dialetto dell’epica è artificiale: ad una base ionica si aggiungono numerosi elementi tratti dall’eolico e da altri dialetti orientali, e il risultato è un linguaggio le cui forme sono particolarmente idonee al verso esametrico. Il poeta epico si fonda su un lessico interamente costituito di formule. L’economicità del sistema è tale, che un nome ha raramente più di un epiteto per rendere un particolare valore metrico. Dunque un poeta orale greco subiva considerevoli limitazioni dalla tradizione. In realtà lo scopo della lingua formulare dell’epica greca sarebbe quello di agevolare la composizione, non la ripetizione. Non c’è quindi nulla di strano nell’ipotesi che al termine di una tradizione epica orale stia la figura di un grande artista, il quale continua a richiamarsi alle realizzazioni dei suoi predecessori, ma ne trasforma l’arte: l’Iliade e l’Odissea attribuite ad Omero. Il secondo poeta epico greco è Esiodo; operò intorno al 700, ed è il primo poeta che chiama se stesso per nome. All’inizio della Teogonia descrive come le Muse andassero a trovarlo sul monte Elicona, mentre stava pascolando le pecore, gli dessero la corona d’alloro da aoidos, ed infondessero in lui una voce divina. L’opera Opere e giorni è invece concepito come indirizzato alla volta di suo fratello Perse in una contingenza reale: la disputa fra i due sulla spartizione del fondo paterno. Non sembra perciò che Esiodo appartenga ad una tradizione epica orale allo stresso titolo che Omero. Certamente Esiodo si considerò un aioidos omerico, tuttavia la sua tecnica non è identificata a quella di un poeta operante all’interno di una tradizione fissa. Dialetto, metro e lessico sono appresi dall’epica, ma vengono impiegati con una libertà ed una improprietà tali da suggerire che Esiodo abbia capito solo per metà gli artifici della composizione orale: questo avviene in parte poiché non disponeva di un insieme di formule adatte alla sua tematica, ed in parte poiché gran parte dei suoi argomenti, dovette riplasmarli partendo dai semplici ritmi discorsivi dei motti popolari.

Le testimonianze delle iscrizioni vascolari dimostrano che al termine dell’VIII secolo la scrittura alfabetica veniva impiegata come il medium più ovvio per registrare poesie occasionali e di basso livello. La poesia continuò ad essere un importante veicolo grazie al quale esprimersi in pubblico nel VII e nel Vi secolo, ma fu influenzata in vari modi dall’introduzione della scrittura. I riferimenti che si trovano in Omero mostrano come altri tipi di poesia erano già esistiti all’interno dell’epica, anche se parrebbe che non ci fossero corporazioni di cantori professionisti in grado di assicurare loro sopravvivenza. Assieme alla scrittura, vari tipi di poesia emersero a determinare identità distinte, e l’esistenza di tradizioni diverse incoraggiò da quel momento in poi uno sviluppo continuo. La scrittura permise anche la registrazione di ritmi più complessi, e poté fungere quasi da notazione musicale. Dopo Esiodo, il concetto di poeta come individuo raggiunse la supremazia. Con poche eccezioni, la poesia lirica non sopravvisse alla fine del mondo antico. Il primo poeta lirico, Archiloco, esemplifica molte tendenze. La sua poesia, la cui lingua è forse omerica, ma i cui metri sono sia popolari, sia epici, riguarda fatti della sua esistenza. Poesia lirica vera e propria è prodotta da Alceo (620) e da Saffo (610): entrambi provenienti da Lesbo, ed entrambi membri di famiglie aristocratiche. Alceo era implicato in lotte politiche contro dei capipopolo e peculiari ne risultano le attitudini politiche, l’esilio, i viaggi, e le descrizioni della vita militare; Saffo offre uno scorcio non abituale sulla società femminile. Più importanti per la funzione sociale della poesia sono i poeti didattici quali: Callino di Efeso all’inizio del VII secolo, e Mimnermo di Clolofone intorno al 600, spronarono i loro concittadini contro i nomadi invasori Cimmeri provenienti dalla Russia meridionale contro la potenza dilagante della Lidia. Tireo, verso la fine del VII secolo, scrisse per gli spartani che combattevano contro i vicini Messeni, ed esaltò l’etica sociale dei nuovi eserciti di massa con truppe di armamento pesante, ed il loro ideale governo, l’eunomia (giusto ordinamento). Cospicua risultò ka sua influenza poetica su Solone di Atene. L’opera poetica attribuita a Teognide di Megara descrive (540) l’insoddisfazione di un aristocratico per il condizionamento esercitato dei suoi nuovi ricchi e per il tramonto dei valori tradizionali, e ci fornisce inoltre un quadro della omosessualità delle classi elevate. Senofane invece scrisse su temi filosofici e scientifici ed attaccò le preferenze dei suoi contemporanei per le virtù atletiche e marziali. La lirica corale era eseguita normalmente durante le feste religiose o altre grandi occasioni tramite cori di uomini e ragazze istruiti all’uopo, che cantavano e danzavano con l’accompagnamento musicale. Alcmane ci fornisce con i suoi inni un ‘immagine di Sparta in contrasto con quella abituale militaresca. Simonide di Ceo (556-468) fu poeta di corte del tiranno ateniese Ipparco e più tardi commemorò i morti ed i vincitori delle guerre persiane. Per finire, il più grande lirico corale, Pindaro, scrisse nel V secolo per gli aristocratici ed i sovrani greci che partecipavano ai vari giochi internazionali. La poesia lirica presenta un quadro complesso e variegato del mondo greco arcaico. La composizione in prosa è connessa a una nuova esigenza, quella di una precisa analisi critica, ed è un prodotto dell’illuminismo ionico. La prima opera in prosa, il libro di Anassimandro Sulla natura (550 circa), condusse uno sforzo di formulare una teoria critica e scientifica sulla materia, che cominciò a Mileto con Talete all’inizio del Vi secolo. Anassimandro cercò di spiegare sia la struttura recondita del mondo fisico, sia lo sviluppo fino alla creazione dell’uomo: vi fu la sostituzione della scienza al mito. Fu anche il primo geografo ed astronomo greco. I filosofi continuarono i suoi gli interessi scientifici, ma un fu Ecateo di Mileto che iniziò l’analisi delle società umane. Aveva un’accurata descrizione geografica. Egli comprese l’importanza del viaggiare e dell’osservare personalmente per la comprensione del mondo umano. Può inoltre attribuirsi a lui l’eliminazione degli dei dall’ambito della storia.

Per il mondo antico Erodoto fu il padre della storia, ma ebbe anche la reputazione di bugiardo, ed il giudizio generalmente sfavorevole sulla sua inattendibilità continuò fino al XVI secolo. A patire dal XIX secolo si è ormai accumulata una conoscenza precisa sulle maggiori civiltà di cui Erodoto aveva scritto, e possiamo cominciare a comprendere l’effettivo progresso realizzato da Erodoto. La sua opera, che mira a ricordare quanto gli uomini hanno compiuto nel tempo affinché non fosse dimenticato, è fatta di un susseguirsi di descrizioni dei vari popoli del Mediterraneo e del Vicino Oriente,r accolte attorno al tema delle guerre fra Greci e Persiani. Nell’ambito di questa struttura di base le digressioni sono di carattere geografico, etnografico e storico, e spaziano in tutto il mondo conosciuto, fino ai suoi margini misteriosi ed all’oceano che lo circonda. E Tucidide pensava proprio ad Erodoto, quando asserì che i suoi lettori dovevano aver fiducia nelle sue conclusioni, piuttosto che in quelle di quei “recitatori” professionisti attenti a presentare le sue storie o logoi in pubblico come pezzi recitativi destinati ad una fruizione caduca. La raccolta definitiva di queste storie nella struttura narrativa che noi abbiamo fu pubblicata introno al 425, quando il resoconto erodoteo delle cause della guerra persiana venne parodiato dal poeta comico Aristofane. Erodoto dovette molto ad Ecateo, che aveva senz’alto letto, e che attaccò sia nel suo rapporto con l’Egitto, sia come cartografo: le prime parti del suo lavoro devono aver trattato gli stessi temi di Ecateo. La costruzione complessa e la tecnica della digressione erodotee sono poi simili a quelle di Omero, così come lo sono molti dei vari elementi fantasiosi della sua opera. Pochissime delle fonti di informazione di Erodoto erano scritte, tuttavia sappiamo che era escluso dalla conoscenza delle testimonianze letterarie e documentarie del vicino Oriente, data la sua ignoranza delle lingue straniere. Il suo lavoro si basava primariamente su due tipi di testimonianze: ciò che aveva visto, e ciò che aveva sentito dire. È interessante come le informazioni di Erodoto risultino quantitativamente e qualitativamente molto migliori a partire dalla metà del VII secolo in poi,. Nel continente greco gran parte delle informazioni di Erodoto provenivano dalle grandi famiglie aristocratiche delle varie città: la tradizione aristocratica è ovviamente quella più esposta alla distorsione politica. Ad esempio, la storia spartana quale ci è narrata dagli aristocratici minimizzava le riforme all’epoca di Tirteo, nonché l’importanza del più grande re spartano, Cleomene. Un altro gruppo di dati della tradizione è molto diverso. Nel loro ambito è importante il santuario di Delfi: la tradizione delfica di solito è piuttosto filo-popolare e moralizzante. L’ovvia presenza di motivi legati alla tradizione popolare potrebbe suggerire la presenza di un cantore professionista, anche se la tendenza più chiara è quella di fornire al passato una dimensione morale. I fatti sono presentati in uno schema in cui l’eroe passa dalla fortuna alla presunzione e ad un rivolgimento della sorte, dovuto al destino. È uno schema che non fa parte dell’etica aristocratica. Le tradizioni dei greci orientali sono molto più vicine formalmente alle storie delfiche, che alle tradizioni aristocratiche del continente. Anche in queste non manca certo la documentazione di una deformazione da addebitarsi a particolari gruppi politici, ma bisogna tener presente che anche nella storia a noi più prossima vi sono indizi di strutture narrative ricorrenti, motivi folcloristici e distorsioni fondate su esigenze morali. Risulta così che la sua storia della grecità orientale risulta in pratica meno attendibile della sua storia del continente. Questa curiosa caratteristica della tradizione nei greci d’Oriente concorda con la struttura generale della storia erodotea (per lo più moraleggiante). Questo legame tra il modello di Erodoto e quello della grecità orientale ci suggerisce che sussiste nella Ionia una tradizione moraleggiante di narrativa storica, che sul continente si ritrova solo a Delfi, una tradizione di cui è rappresentante lo stesso Erodoto: egli avrebbe quindi raccolto insieme i risultati di una tradizione prosastica di racconti popolari. I suoi contemporanei ateniesi comprendevano in misura scarsa la tradizione ionica all’interno della quale lavoravano, e trovavano curiosamente antiquati i suoi metodi e le sue attitudini. Aristofane nella sua commedia “Acarnesi” produsse una parodia della concezione erodotea delle cause del conflitto persiano, mentre Tucidide si fondò su di una reazione contro le tecniche storiografiche di Erodoto.

La storia tucididea della guerra del Peloponneso, composta ad Atene e nell’esilio durante e poco dopo la guerra stessa (432-404), contiene un certo numero di digressioni sulla storia passata, per correggere o rilevare errori. Egli mise in rilievo molte debolezze della storia del passato composta in base ad una tradizione orale, ma non riuscì ad offrire alcuna alternativa seria: furono i suoi contemporanei che fecero un passo avanti, volgendosi dalla storia generale a quella locale. La scoperta degli archivi locali aggiunse una dimensione nuova alla storia del passato. I documenti che sopravvivevano negli archivi locali erano di interesse primariamente cronologico: elenchi di sacerdoti, vincitori ai giochi e magistrati annuali. Intorno alla fine del V secolo, Ippia di Elide pubblicò un catalogo dei vincitori olimpici, a partire dal 776. Ellano di Lesbo pubblicò alla fine del V secolo un’intera serie di storie locali; ne sono esempio “Le sacerdotesse di Era”, una storia che si fondava sui documenti del famoso tempio di Argo, e una storia locale dell’Attica, che ruotava quasi certamente attorno all’elenco dei magistrati annuali risalente al 683/682. Nessuno di questi lavori sopravvisse, ma essi furono impiegati dagli autori successivi. Sono contrassegnati da un interesse antiquario per il mito o le origini, nonché l’importanza che diedero alla cronologia, e i loro autori provengono spesso da famiglie di sacerdoti, di politici o di politici-sacerdoti. L’influenza degli storici locali più antichi si può osservare bene nella Costituzione degli ateniesi di Aristotele (l’unica rimasta fra le 158 da lui scritte). Le due parti delle 80 pagine rimaste espongono, una la storia costituzionale fino al 404, l’altra le funzioni specifiche ed il funzionamento della costituzione stessa al tempo dell’autore. La parte politica contiene una grande quantità di materiale sulla storia politica ed istituzionale. Vari autori successivi (Strabone, Pausania, Plutarco,…) forniscono occasionalmente ulteriori informazioni, cha hanno valore per noi soltanto quando derivino da una fonte fededegna. La Biblioteca storica di Diodoro (30 a.C. a Roma) ci trasmette, nella storia della Grecia arcaica, una sintesi di alcune parti della storia generale del IV secolo di cui fu autore Eforo. Le prime iscrizioni lunghe più di poche parole sono in versi, ma la scrittura venne ben presto e diffusamente impiegata per registrare una qualsiasi cosa (incisioni su bronzo, piombo, vasi e pietre, per lo più documenti religiosi o commemorativi o politici. Le regione mediterranea è stata terreno di caccia per gli archeologi europei da un secolo a questa parte. Le località meno fruttuose sono quelle ancora abitate, quali Tebe, Siracusa primitiva e Marsiglia greca, mentre maggior successo ebbe il trasferimento materiale di Delfi in una località più amena ed archeologicamente infruttuosa. Particolarmente fruttuose sono invece località che vennero abbandonate, oppure abitate in modo discontinuo. Spesso il saccheggio e la successiva ricostruzione di una città può anche avere un effetto conservativo (arte tardo arcaica = Atene saccheggiata dai Persiani nel 480 e ricostruita da Pericle; le statue dell’Atene dei Pisistrati furono interrate nelle nuove fondamenta). Scavi furono condotti a Sparta, Egina, Olimpia, Samo, in Argolide, nelle colonie siciliane,…Aree marginali come le tombe regali degli Sciiti o la Gallia celtica arrecano spesso testimonianze di rilievo per le loro diverse prassi inumatorie, mentre i cimiteri e alcune località etrusche ci hanno fornito vasellame greco in quantità tale, che nel XVIII secolo si ritennero etruschi i vasi greci. Per fissare rapporti fra le varie località e le testimonianze archeologiche , bisogna precisare un quadro cronologico; questo quadro per la Grecia arcaica è determinato dal vasellame: qui la decorazione vascolare era la forma d’arte maggiore, i cui stili variavano da città a città, e subivano alterazioni continue. Gli stili di varie zone hanno un’estensione non vasta, anche se due città conquistarono in successione una mercato più ampio: i loro stili ci forniscono una cronologia relativa per le località archeologiche in generale. Così, le date di fondazione delle colonie siciliane fornite da Tucidide fissano gli inizi dello stile protocorinzio arcaico, ed il sacco di Atene nel 480 garantisce un altro punto di riferimento fisso alla fine dell’epoca arcaica. Il vasellame di Corinto fu il primo ad acquisire un’ampia circolazione, e fu l’unico ad essere esportato ampiamente per circa un secolo: nel VI secolo vennero soppiantati da quelli ateniesi. La decorazione attica a figure nere iniziò sotto l’influenza di Corinto (610-550), ma in breve tempo acquisì il predominio e la perfezione artistica (570-525). Attorno al 530 era stata escogitata ad Atene una nuova tecnica di decorazione, la tecnica delle figure rosse, in cui è lo sfondo ad essere colorato di nero. In termini più generali, il contributo dell’archeologia allo studio della storia greca arcaica è enormemente più cospicuo che per quasi tutte le altre epoche della storia.

3 LA FINE DELL’OSCURO MEDIOEVO: L’ARISTOCRAZIA




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