1. Neuroscienze e ricomposizione del dualismo mente-cervello, anima razionale-corpo, nell’unità della persona



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1. Neuroscienze e ricomposizione del dualismo mente-cervello, anima razionale-corpo, nell’unità della persona

Le neuroscienze (non a caso definite al plurale in quanto ricomprendenti una serie di discipline eterogenee ma accumunate da un approccio interdisciplinare al quale l’accademia universitaria, non solo in Italia, non era certamente abituata), sostiene Eugenio Picozza, hanno ... messo in discussione, per la prima volta, con argomenti scientificamente attendibili, il dualismo cartesiano1 tra mente e cervello e, più in generale, tra corpo e anima2..., ma anche la separazione della ragione dalle altre facoltà e la sua supervalutazione, nella forma dell’intelligenza logico-matematica, a danno delle altre forme di intelligenza (emozionale, sociale, artistico-musicale) presenti nell’uomo3.

In realtà, già la filosofia antica e medioevale4 era giunta a negare, con argomenti razionali, l’autonomia totale dell’anima e il dualismo che ne consegue tra anima e corpo, in nome dell’unità della persona, affermando altresì l’esistenza di una pluralità di facoltà dell’anima razionale e la loro distinguibilità in base ai differenti oggetti.

Sebbene l’approccio filosofico al problema del rapporto mente-corpo (Mind Body Problem – M.B.P.) sia non solo possibile ma anzi essenziale per dare ad esso una precisa collocazione logica e gnoseologica, appare tuttavia preferibile tener conto prioritariamente della prospettiva e delle acquisizioni scientifiche, più adeguate al pensiero attuale e più controllabili5.

E sembra che le neuroscienze riconoscano oggi unanimemente che nelle nostre azioni intenzionali interviene sempre il cervello in modo non semplice, in quanto in esse sono presenti elementi percettivi, mnemonici, emotivi, progettuali, motori: nei quali la dimensione neurale è tutt’altro che insignificante ... Le analisi neurali destinate all’osservazione di ciò che succede nel cervello mentre eseguiamo un atto volontario sono note e in futuro, grazie alla tecnica delle neuroimmagini (risonanza magnetica funzionale - f.M.R.I., tomografia a emissione di positroni - P.E.T.) probabilmente saranno sempre più raffinate.... Il coinvolgimento del cervello negli atti umani, tra i quali spicca in modo particolare la scelta, è indiscutibile... Dal momento che ogni processo di pensiero comporta, come ogni decisione, un’attività psicosomatica complessa (attenzione, memoria, emozione) le scelte possono essere osservate indirettamente nella loro base neurale ... La base cerebrale... nella sua dimensione organica è (quindi) condizione necessaria ... omissis ... delle nostre scelte6.

Inoltre è stata scoperta, nel nostro cervello, l’esistenza dei c.d. neuroni specchio mediante i quali siamo in grado di comprendere e addirittura emulare le azioni dei nostri vicini e dei c.d. neuroni etici, localizzati nei lobi frontali i quali presiedono alla scelta moralmente consapevole delle nostre azioni7 e che sarebbero alla base di comportamenti buoni e comunque non riprovevoli (grosso modo corrispondenti ad alcuni dei dieci comandamenti, soprattutto non uccidere e non rubare)8.

Se si tiene conto dell’ereditarietà genetica che rappresenta un’altissima percentuale del patrimonio genetico di ogni persona e del fatto che qualsiasi scelta umana nasce da un certo sfondo o background cognitivo e tendenziale, prima a livello costitutivo (parallelo a ciò che nell’ambito organico è genetico) poi ad un livello individualizzato secondo le circostanze personali di ciascuno9 potrebbero apparire non infondate le tesi che negano l’esistenza del libero arbitrio e che riducono la razionalità a processi cerebrali. In tale ipotesi verrebbe negato uno di quelli che Guido Corso definì, in uno scritto del 1988, postulati della ragione giuridica10: la libertà dell’individuo e con essa il presupposto antropologico del fenomeno giuridico rappresentato dalla identità e persistenza dell’individuo nel tempo, che si fonda appunto sul postulato della libertà11.

Ma si tratta di interpretazioni e di timori non fondati e contrastanti con l’esperienza, in larga parte frutto di concezioni che, avendo separato (sul piano ovviamente concettuale) la mente dal cervello e l’anima razionale dal corpo, hanno a propri presupposti una inesistente ragione disincarnata e una irrealistica libertà assoluta, pura, priva di costrizioni naturali.

A chi invece ritiene, in conformità con l’esperienza e, oggi, con le acquisizioni della scienza, che mente e cervello, anima razionale e corpo, diano vita ad una unità indissolubile rappresentata dalla persona (da ogni persona) e che questa esercita la sua libertà anche attraverso una riflessione intenzionale sulle sue scelte, sulla loro convenienza e sulle loro finalità, non fa meraviglia che esistano per così dire organi dell’imitazione e dell’empatia12 (i c.d. neuroni specchio la cui attivazione peraltro sembra sia molto legata alla comprensione delle intenzioni e alla identificazione dei sentimenti e il cui studio è inquadrabile nella prospettiva della coscienza)13; né che la legge morale, che il filosofo (Immanuel Kant) scopre dentro di sé e che le scritture sacre ritengono inscritta nel cuore dell’uomo, si rinvenga scritta in suoi organi per così dire materiali (i neuroni etici). Sotto altro, concorrente, profilo il problema della compatibilità tra libertà individuale (indeterminata) e descrizione neurale (presuntivamente determinata) si pone solo se si confronta la libertà naturale disincarnata (e quindi irreale) con i principi naturali. Va invece tenuto presente il dato di esperienza per il quale il risultato delle nostre scelte è frutto di un misto tra necessità, aleatorietà e libertà14.

La frase di J. J. Sanguineti, che ho riportato in precedenza15 con un omissis, nel suo testo completo recita così: La base cerebrale considerandola solo nella sua dimensione organica è condizione necessaria ma non sufficiente delle nostre scelte16; e prosegue: Non hanno senso di conseguenza espressioni come “i neuroni decidono”, “la corteccia prefrontale decide” e altre simili. Sceglie soltanto l’io (la persona) in quanto agisce nella sua operazione volitiva incorporata nel cervello ... In altri termini, non si sceglie senza un cervello in attività ma non sceglie il cervello17.

In effetti sembra che un circuito neurale, anche negli animali, non si possa ridurre alla sua sola componente fisico-chimica ma vada capito nella sua intenzionalità. Uno scimpanzè che crea un artificio per raggiungere una banana18 realizza un atto intenzionale che non può essere spiegato in base a meri meccanismi neurali. La sua scoperta è avvenuta attraverso una sorta di insight, un’intuizione, corrispondente, con le debite differenze, alla scoperta di Einstein della legge della relatività e all’eureka di Archimede e cioè a fenomeni umani inspiegabili con la semplice causalità cerebrale. L’intelligenza umana, pur cerebralizzata, per i suoi caratteri di universalità e astrattezza e per l’intenzionalità che l’accompagna trascende il cervello organico19. Se così non fosse la scoperta del meccanismo per raggiungere la banana, la scoperta di leggi, le opere d’arte apparterrebbero al mondo della casualità ... se non a quello dei miracoli!!

Il superamento del dualismo mente-corpo, rivalutando la materia e al tempo stesso riconducendola a un rapporto diretto e immediato con la ragione, non solo non mette in crisi l’individuo con la sua razionalità e la sua libertà, ma anzi ne recupera l’unità e la soggettività, che non può essere esclusa, non solo nella concezione dualista-interazionista che riconosce al cervello la qualità di organo della mente e vede nella mente un’entità ontologicamente immateriale (concezione proposta da uno studioso dei rapporti mente-cervello del livello di John Eccles)20, ma neanche nelle interpretazioni di chi considera la coscienza come proprietà naturale21.

In sintesi si può affermare, alla luce della ricomposizione, nell’unità della persona, del dualismo mente corpo, che il razionale, lo spirituale, la stessa libertà (la mente) vivono nel materiale (il cervello, il corpo) anche se non sono a questo riducibili. La ragione umana, in tale prospettiva, non si erge quindi al di sopra dell’uomo e del mondo (collocandosi nel mondo degli dei), né si colloca fuori dell’uomo e del mondo (nel mondo degli eroi), ma è nell’uomo e nel mondo (nel mondo degli uomini)22; e la materia, a sua volta, non vive in un ambito separato di a-razionalità e di irrazionalità ma si integra con la ragione.



L’essere umano, almeno allo stato delle conoscenze, è e resta un mistero, ci dice Eugenio Picozza23 e ciò induce anche chi guarda con diffidenza le teorie dell’intelligent designe (e cioè di un diretto intervento per così dire materiale di Dio nel mondo creato) ad affermare che il miracolo del funzionamento del cervello e, più in generale, del corpo umano ne rende quasi incredibile una spiegazione non solo evolutiva ma addirittura casuale24. Miracolo da intendere nel senso, etimologico, di cosa meravigliosa, che suscita cioè meraviglia, stupore e che evoca una forma originaria di conoscenza25 non incompatibile, ma anzi coessenziale a quella scientifica ancor più nel tempo presente in cui la scienza sembra rivolgersi prioritariamente all’uomo.

Gli elementi offerti dalle neuroscienze sembrano in grado di illuminare le riflessioni filosofiche sull’uomo interiore26 (con le tendenze naturali – pur contraddette dalle tendenze opposte - al vero, al buono, al bello, al giusto, all’empatia e alla solidarietà rintracciabili in ogni uomo, al di là e al di sotto della interpretazione soggettiva che ciascuno può dare di esse) chiamato a mettere insieme cervello e cuore, rendendoli concordi e uniti, per poter fare ciò che vede con chiarezza e che decide di volere e di dover fare.

Del resto, le neuroscienze, per il fatto di porre al centro dell’attenzione l’uomo, la sua esistenza, il suo rapportarsi con gli altri e con il mondo, indirizzando il desiderio naturale di sapere, comune a tutti gli esseri umani27 verso la conoscenza di se stessi28, chiamano in causa la filosofia, sia per vagliare e interpretare l’immensa mole di informazioni prodotta, sia per offrire una visione più completa per questa ineludibile interpretazione29.

A conclusione della prima parte di questo lavoro, quale ponte di collegamento con la seconda, mi sembrano appropriate le considerazioni di Eugenio Picozza in merito all’incontro del diritto con le neuroscienze che ...rappresenta un’ottima occasione per i giuristi, soprattutto di diritto pubblico, di interessarsi più all’uomo e meno al potere ... e forse ... per porre le basi per una evoluzione della dignità umana tale da porre limiti alla regola secondo cui il diritto è la ragione del più forte e forse anche a ridurre la colossale distanza tra il concetto di diritto e quello di giustizia30.



2. Ricomposizione di materia e forma nel diritto (amministrativo)

La messa in discussione, ad opera delle neuroscienze, del dualismo mente-cervello, in ragione dell’integrazione dei due termini nell’unità della persona (anima razionale e corpo), sembra possa rappresentare punto di partenza, se non passaggio obbligato, per una rifondazione epistemologica dei saperi giuridici ed in particolare del diritto amministrativo, costituente al tempo stesso, a mio avviso, non solo, com’è ovvio, diritto della pubblica amministrazione quando opera, nel perseguimento di un interesse pubblico, quale autorità dotata di ampi poteri di conoscenza, scelta, decisione, autonormazione, autotutela, trasformazione e conservazione della realtà31 e perciò contraddistinta da un alto grado di razionalità e di libertà, con la collocazione al suo vertice della giustizia (art. 100 Cost.) per assicurare un esercizio dell’autorità ragionevole e non arbitrario e rispettoso dei valori e dei beni di rilievo ordinamentale (artt. 1 e ss. e 97 Cost.); ma anche modello giuridico di riferimento per l’esercizio, anche in altri ambiti, di poteri giuridici destinati a incidere unilateralmente su interessi, pretese, diritti altrui.

In particolare ritengo che la rilevanza della materia (cervello-corpo) nell’esercizio dell’intelligenza e della libertà (mente) e la necessaria integrazione, nell’uomo, di mente e cervello (mente-corpo) non possano non trasmigrare dal pensiero umano in sé ai suoi prodotti (idee, concetti, ecc.), favorendo la ricomposizione anche in questi di materia e forma e, per quanto riguarda il diritto, di vita reale e teoria, fatto e diritto, norma e applicazione, fini e mezzi, istituti e oggetti, principi e vita, diritto e giustizia; e dando diretto rilievo giuridico ai comportamenti umani in sé e nella loro incidenza sulle cose e sulle persone.

E la materia, nel mondo del diritto, è rappresentata dalle vicende concrete in cui si sostanzia il fenomeno giuridico, vicende piccole e grandi, delle quali sono protagonisti uomini, singoli e associati, formazioni sociali, comunità, enti e il cui oggetto è rappresentato dalle cose (in senso lato: materiali, spirituali, astratte, concrete), che essi aspirano (giuridicamente) ad acquisire, conservare, difendere, valorizzare...; dalle azioni che essi realizzano o mirano a realizzare nel mondo, nel pezzo di mondo nel quale vivono ed operano che, secondo i caratteri suoi propri, è e diviene, si trasforma e si conserva. Vicende che, in ragione della giuridicità (emersa dall’evoluzione ordinamentale) che caratterizza, quantomeno sotto forma di doverosa considerazione e di rispetto (se non di diretta e immediata soddisfazione) delle persone e delle cose ad esse riferibili, si presentano come materia già giuridica, ancorché da perfezionare nella sua giuridicità, aggiungendo ciò che manca o eliminando ciò che è di troppo32, attraverso comportamenti giuridici formalizzanti, tra i quali i comportamenti amministrativi, per loro natura chiamati a trasformare, conservare, valorizzare, potenziare, conformare la realtà materiale e giuridica, fatta di persone, cose, azioni, nella loro dinamicità, multiformità e vitalità.

La forma, vitalizzata dal contatto con la vita giuridica (la materia) è al tempo stesso vitalizzante rispetto ad essa, in quanto la materia, pur già giuridica in sé, senza la forma, senza l’intervento di chi la conformi, resterebbe relegata in una condizione di inferiorità e di incompletezza.

L’evoluzione sociale e ordinamentale, illuminata dai risultati delle neuroscienze, sembra pertanto condurre a un nuovo tipo di materialismo, non separato ma integrato con la dimensione razionale-spirituale33 che, nell’ambito del diritto, può definirsi materialismo giuridico. Con tale espressione si vuole innanzitutto rappresentare l’esigenza che il diritto in tutte le sue componenti (legislativa, teorica, giurisprudenziale, pratica) tenga conto delle vicende concrete, della vita giuridica ordinaria34. Con essa si vuole evidenziare altresì la necessità di cercare (e di scoprire) nei fatti, cioè nelle vicende concrete, la presenza del giuridico (esistente o mancante), quantomeno come esigenza (positiva o negativa). Ma per materialismo giuridico si intende anche il tentativo di portare nella teoria concetti adeguati alla diretta rilevanza giuridica delle vicende concrete in cui si sostanzia sempre il fenomeno giuridico, quali, ad esempio, l’inserimento diretto della vita tra le fonti del diritto; la collocazione, tra gli istituti giuridici, della vicenda giuridica reale, delle persone concrete che ne sono protagoniste, delle cose, delle trasformazioni materiali della realtà, dei comportamenti umani di coloro che operano nel mondo giuridico: concetti quindi corrispondenti alla realtà multiforme, poliedrica, diversificata, multiculturale, multireligiosa, multietnica (quale è quella del mondo attuale), dinamica, in trasformazione, in divenire; in funzione della costruzione di una teoria (per sua natura tendente all’universalità) della vita giuridica reale che abbia al suo interno la capacità di percepire l’esistenza di bene e male, vero e falso, onesto e disonesto, giusto e ingiusto, equo e iniquo, lecito e illecito ...

Solo la diretta attrazione della viva realtà delle persone e delle cose e dei comportamenti umani nel mondo del diritto consente infatti di teorizzare la necessità di tenere conto, di valutare e di giudicare – per offrire alla giurisprudenza e alla prassi la possibilità di farlo concretamente - le vicende giuridiche reali, i comportamenti delle persone che ne sono protagoniste, secondo i parametri su indicati (non riducibili al solo dilemma legittimità-illegittimità o legalità-illegalità) per poterle poi condurre o ricondurre pienamente al diritto e alla giustizia, effettiva ed efficace, in risposta a una domanda che, nell’attuale periodo storico, si va facendo sempre più pressante e drammatica35: esigenze delle quali non può non tener conto chi operi nel mondo del diritto, sia esso teorico, giudice, normatore, amministratore o cittadino.

Ed in effetti, le esigenze di giustizia, effettività, efficacia, concretezza, proprie del fenomeno che ho definito materialismo giuridico, si rinvengono, in modo più o meno esplicito e completo e con caratteri a volte riduttivi, a volte assolutizzanti, nelle teorie giuridiche, definite post-moderne, sia in sé singolarmente considerate, sia (nella prospettiva dei semi di verità propria del Gruppo di San Giustino)36 quali frammenti di verità, tutti veri se non assolutizzati (se cioè non proposti, falsamente, come unici veri) e componibili in un unico ordito.

Nell’individuazione dei frammenti di teoria giuridica (corrispondenti alle esigenze ordinamentali sopra evidenziate), rilevanti in sé e da comporre in unità, ha costituito punto di riferimento la sintesi delle cc.dd. teorie postmoderne del diritto, nel loro rapporto con il diritto amministrativo, offerta di recente da Eugenio Picozza37.

In un quadro generale che tende al rifiuto dell’idea di un governo delle leggi, che vede l’internazionalizzazione del dibattito filosofico-giuridico, che per una affermata scarsità di risorse (non provata ed anzi contraddetta dagli sprechi) ridimensiona numericamente, quantitativamente e qualitativamente i diritti e gli affidamenti; che in vaste aree vede crescere a dismisura il tasso di disonestà e di ingiustizia, emergono come componenti essenziali del fenomeno giuridico:



  • la riconduzione, attraverso i principi, del diritto alla morale, proposta dal neopositivismo;

  • il carattere teleologico delle norme rispetto ai fini della società, colto dal neoistituzionismo;

  • il diretto rilievo dei diritti inviolabili, con il loro contenuto etico, la loro tutela giudiziaria, i vincoli che gravano sul legislatore a fronte di tali diritti (quali beni della vita rivendicati da persone, in carne e ossa)38, la centralità del potere giudiziario e, specialmente attraverso questo, il bilanciamento dei diritti, secondo il c.d. neocostituzionalismo, che offre un valido contributo al superamento delle difficoltà teoriche in passato sollevate rispetto alla possibilità di fondare giuridicamente i diritti su basi diverse dalla norma39;

  • la necessità di ridurre la complessità e la contingenza del vivere e di acquisire il consenso alle decisioni; di svelare l’influenza del momento politico anche sull’ordinamento giudiziario: esigenze messe in luce dalla teoria dei sistemi;

  • la ricerca dei motivi sostanziali ed effettivi delle decisioni, al di là delle forme e delle apparenze, che caratterizza il critical legal studies;

  • la necessità di tener conto delle conseguenze e degli effetti a breve e lungo periodo delle decisioni giuridiche e di acquisire consapevolezza dei costi e dei benefici di ogni decisione, posta in risalto dall’analisi economica del diritto (e da controbilanciare con la indefettibile tutela dei diritti e dei doveri fondamentali);

  • la tutela della donna e il multiculturalismo che testimoniano l’esigenza di considerazioni e rispetto di ogni persona con le proprie caratteristiche personali e culturali;

  • le esigenze di partecipazione sociale e individuale e trasparenza, da un lato, e di forza e prevedibilità delle decisioni, dall’altro, alle quali rispettivamente corrispondono le teorie dell’informatica giuridica e dell’intelligenza artificiale.

A comporre il quadro di riferimento che chi opera nel mondo del diritto dovrebbe tenere in considerazione nell’affrontare qualsiasi problema giuridico, sia esso teorico o pratico, nella prospettiva olistica propria anche delle neuroscienze40 (con conseguente dovere, per il giurista, di farsi carico di tutto ciò che è giuridicamente e materialmente rilevante rispetto al problema considerato), concorrono altresì le riflessioni più generali sull’oggetto, sul metodo e sulla funzione della scienza giuridica, rilette di recente da Orazio Ciliberti41, alla luce delle esigenze di scientificità del sapere in generale e di quello giuridico in particolare e delle connesse esigenze di difesa della libertà di quanti operano nel modo giuridico (contro le pressioni e i condizionamenti ideologici, economici e di ogni altro tipo).

In quest’ottica rappresentano elementi di sicuro rilievo e di necessario riferimento:



  • la costruzione della realtà quale carattere specifico degli eventi umani e quindi delle scienze che se ne occupano e l’inseparabilità, nelle scienze umane, tra soggetto e oggetto della conoscenza (Dilthey);

  • la collaborazione e la partecipazione, al farsi della pratica, del teorico, dall’interno del fenomeno studiato (Scarpelli);

  • la scienza giuridica quale scienza di servizio alla società (secondo Bobbio: che intende il positivismo, al quale aderisce, non solo come legge ma anche come un insieme di accadimenti, eventi, fatti) e alla vita (secondo Capograssi: che sottolinea la capacità del diritto di trasformare la realtà), ferma per entrambi la necessaria scientificità della conoscenza dell’oggetto giuridico;

  • l’imprescindibile considerazione del momento patologico del diritto (Schmidt Assmann);

  • la necessità, nella scienza, di inventiva, sagacia, genio, immaginazione (Whewell).

Le considerazioni fin qui svolte sulla giuridicità (ancorché incompleta) della materia nel diritto – materia intesa come vicende reali di uomini aventi ad oggetto cose, azioni, persone – vanno confrontate, tenendo conto del mutato contesto ordinamentale, con l’interpretazione, proposta da Franco Scoca nella monografia del 1979 sulla fattispecie precettiva42, del ... fenomeno giuridico come un tertium rispetto agli elementi dei quali si compone, con il risultato di operare non una biplanazione (elemento formale – elemento materiale: Angelo Falzea) ma una triplanazione dell’esperienza giuridica complessiva, nel senso di vederla ordinata sul piano normativo astratto, sul piano della realtà giuridica concreta e sul piano della realtà materiale o extragiuridica. Nella consapevolezza della difficoltà logica di sintetizzare direttamente due elementi ritenuti di natura diversa (la norma astratta, immateriale, prodotto di ragione e il fatto, la materia), Scoca individua nella ...fattispecie precettiva una figura generale di interposizione e di mediazione tra norma giuridica e fatto materiale, una sorta di sinolo aristotelico (ovvero ideal-tipo weberiano) tra la forma (il diritto) e la sostanza (il fatto)43.

Ma la ritrovata giuridicità della materia – quale oggetto del diritto inteso come teoria e come prassi – costituita da persone reali, da cose da esse rivendicare, da azioni che esse svolgono, nell’ambito in cui vivono ed operano (che è e che diviene, che si trasforma e si conserva), anche alla luce delle acquisizioni della scienza (unità, nell’uomo di mente e cervello, anima e corpo, forma e materia) e delle evoluzioni ordinamentali (che hanno portato al riconoscimento a tutti e a ciascuno di diritti inviolabili e di doveri inderogabili e quindi alla giuridicità di ogni persona) induce a rivisitare il rapporto concettuale tra la norma giuridica, la forma che senza la materia resta priva di vita; e il fatto, anch’esso giuridico che, senza la forma, resta a un livello di giuridicità embrionale.

Se il diritto è già presente nella vita, nelle vicende giuridiche reali, anche se in forma incompleta (materia al tempo stesso giuridica e da giuridicizzare), se le persone sono portatrici di diritti inviolabili e di doveri inderogabili (artt. 2 e 3 Cost.), la triplanazione (concettuale) proposta da Scoca va oggi ricondotta all’unico piano della realtà e rivisitata alla luce della riscoperta giuridicità della materia che si affianca a quella scaturente dalla norma.

In questa dimensione reale, la forza ordinatrice del diritto, posta in risalto da Scoca nel lavoro qui esaminato, non solo non è negata ma è anzi rafforzata, venendo in rilievo sotto forma di opera dei giuristi (teorici, magistrati, normatori, amministratori, professionisti, cittadini), chiamati, con la loro azione e i loro comportamenti, anch’essi rilevanti per il diritto, a ordinare, conformare e costruire la realtà giuridica, traendo la normatività non solo dalle leggi ma dalla stessa realtà44.

L’adeguamento della teoria (ovviamente con i caratteri universali ad essa propri)45 alle componenti e ai caratteri effettivi della realtà giuridica (corrispondenti a quelli colti dal senso comune e dal senso di giustizia46), attribuendo centralità alle vicende della vita, valorizza il fatto all’interno delle decisioni giuridiche latamente intese e, per ciò stesso, ne mostra la centralità a chi tali decisioni è chiamato concretamente ad assumere, primi fra tutti i giudici.

Per quanto riguarda la dottrina di Diritto Amministrativo, il riconoscimento ad opera di essa della diretta rilevanza giuridica e della centralità del fatto amministrativo47, inteso nei termini realistici qui rappresentati, concorrerebbe sicuramente, per il peculiare ruolo quasi normativo della dottrina amministrativa nell’ordinamento italiano (e per la sua funzione di costruzione dell’ordinamento e quindi di servizio alla società) ad un ulteriore potenziamento della cognizione dei fatti (voluta anche dal legislatore attraverso il potenziamento dell’istruttoria processuale) e della loro valutazione secondo parametri sostanziali (di giustizia effettiva ed efficace) da parte del giudice amministrativo, con conseguente incidenza sull’azione della pubblica amministrazione sotto i profili della onesta ricostruzione dei fatti e della loro giusta e adeguata conformazione48.

Del resto il giudice amministrativo è, per sua natura, il giudice delle vicende amministrative, in grado di realizzare, nel concerto della cognizione di ogni vicenda, molte delle esigenze colte nell’esame delle teorie postmoderne del diritto amministrativo (carattere anche etico dei principi giuridico-amministrativi; considerazione e bilanciamento dei diritti personali, sub specie di interessi legittimi, con i diritti pubblici; il contenimento della politica nel suo rapporto con la P.A.; la considerazione delle conseguenze delle decisioni nel rispetto dei diritti; la riduzione della complessità; la comprensione della sostanza dei problemi amministrativi, ecc.)49 e delle riflessioni più generali sull’oggetto e sul metodo della scienza giuridica (costruzione della realtà giuridica; piena consapevolezza del momento patologico; incidenza sulla dimensione di servizio della p.A., diretto servizio alla vita sociale)50, in una prospettiva olistica in grado cioè di farsi carico di tutti gli aspetti rilevanti del problema amministrativo, ancorché nei limiti tracciati dal giudizio quale definito anche dalle parti processuali.

Sebbene non sia possibile pretendere dal giudice l’onniscienza, come è stato di recente evidenziato51, anche in ragione della tecnicizzazione e della scientificazione dei problemi e delle normative, non sono preclusi al giudice ed in particolare a quello amministrativo la piena conoscenza e la piena comprensione dei problemi ad esso sottoposti, sempre attraverso la ricostruzione del fatto amministrativo e la delimitazione dell’oggetto del giudizio52, avvalendosi all’occorrenza, per gli ambiti tecnici esulanti dalle sue cognizioni, di verificatori (art. 66 C.d.p.a.) nella duplice funzione di ricognitori dei fatti e di interpreti chiamati a tradurre in linguaggio comprensibile (detecnicizzato) al giudice (e alle parti) il fatto tecnico, comprensivo delle norme e dei principi tecnico-scientifici, soprattutto fondamentali, della disciplina di riferimento.

L’opera congiunta della dottrina e della giurisprudenza potrebbe concorrere altresì a fare, del Diritto Amministrativo, la sede privilegiata per la riconduzione dei nuovi poteri tecnici, scientifici ed economico-finanziari al diritto e alla giustizia, in una prospettiva pluri e interdisciplinare, passando attraverso il momento fondamentale della conoscenza e della comprensione dei problemi propri dei vari ambiti disciplinari, portati alla luce del sole e svelati dalla loro traduzione in un linguaggio detecnicizzato e quindi comprensibile anche ai non tecnici.




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