1. Sociologia e transizione verso il post-moderno



Scaricare 125.5 Kb.
Pagina1/3
03.06.2018
Dimensione del file125.5 Kb.
  1   2   3

Le ambivalenze del lavoro nell’orizzonte del capitalismo cognitivo

di Federico Chicchi e Gigi Roggero

1. Sociologia e transizione verso il post-moderno


La ragione di fondo che ha sostenuto la realizzazione di questo volume è rintracciabile nella convinzione che i rapporti tra le forze e le forme sociali attraverso cui si promuove, organizza e governa la produzione del valore siano oggi cambiate e vadano quindi profondamente ripensate. Diremmo di più. Il quadro socio-economico che ha sostenuto lo sviluppo della società capitalistica durante, più o meno, tutto il ventesimo secolo appare oggi attraversato da una profonda crisi “strutturale”, che mina alla radice il funzionamento e la legittimazione di quegli istituti sociali che durante la società moderna e industriale avevano permesso la fondazione e quindi la (relativa) stabilizzazione di uno specifico “regime di crescita”1. L’erosione, la messa in discussione dei processi di riproduzione e sostenibilità della società industriale hanno comportato di conseguenza, lo spiazzamento e la perdita di efficacia interpretativa delle tipiche e fondative categorie concettuali (culturali, economiche, sociali e giuridiche) del sapere moderno (economia politica in primis). Rendendo particolarmente urgente la domanda di elaborazione di nuovi paradigmi adatti alla comprensione della transizione in atto.

La sociologia, per parte sua, ha in tal senso proficuamente contribuito, a partire dalla fine degli anni ottanta, all’analisi di tali processi di trasformazione e delle loro fenomenologie sociali più visibili. In proposito e senza alcuna intenzione di esaurirne la variegata fecondità, crediamo doveroso sottolineare qui l’importanza delle riflessioni dei cosiddetti sociologi della modernità riflessiva (su tutti i lavori di Beck, Giddens, Lash, Urry e Bauman) che hanno ripensato le categorie interpretative della modernità e fornito alcune stimolanti piste di indagine rispetto alla emergenza sociale di una sua inedita configurazione2. Un prezioso contributo alla definizione della transizione va inoltre attribuito all’indagine del sociologo/geografo inglese David Harvey, che a partire da alcune intuizioni della scuola regolazionista francese ha inteso sottolineare l’affermarsi di un nuovo modello di accumulazione (e di nuove istituzioni della regolazione) basato sulla flessibilità e capace, attraverso il superamento delle rigidità fordiste, di rilanciare, al prezzo di ingenti costi sociali, il funzionamento del sistema capitalistico. “C’è sempre il pericolo di considerare il transitorio e l’effimero alla stregua di trasformazioni fondamentali della vita politico-economica. Ma i contrasti tra le attuali pratiche politico-economiche e quelle del periodo del boom postbellico sono abbastanza marcati da rendere accettabile, per descrivere la storia recente, l’ipotesi di un passaggio dal fordismo a ciò che potrebbe essere chiamato regime “flessibile” di accumulazione” (Harvey, 1993, p. 155)3. È sotto l’analisi concettuale dei processi di globalizzazione, inoltre, e più in generale, che si è però sviluppato il più intenso dibattito sulle recenti trasformazioni socio-economiche. Tale discussione, complessa e plurale, ha certamente sedimentato e consegnato alla riflessione sociologica e scientifica alcune chiavi interpretative di grande interesse4. In particolar modo i temi che sono entrati a far parte della discussione teorica ed empirica, e che sono ancora oggi per molti versi attuali, hanno inteso chiarire: i processi di internazionalizzazione dei mercati e le loro conseguenze sul lavoro e sull’economie nazionali, gli effetti di ristrutturazione e re-engineering dell’impresa industriale e più in generale delle strutture produttive, l’indebolimento progressivo delle capacità regolative dello Stato nazione sull’economia e la crisi dei sistemi di Welfare tradizionali. Rispetto a quest’ultimo tema e alla diffusione di inedite condizioni di vulnerabilità sociale causate dalla crisi della cosiddetta società salariale e dei dispositivi di protezione sociale ad essa consustanziali, sono senz’altro da mettere in risalto i lavori di Robert Castel (1995 e 2003). Lo studioso francese ha in particolare tematizzato, con notevole perizia storiografica e acutezza interpretativa, il progressivo processo di erosione della cittadinanza sociale e dei legami sociali moderni immersi nel farsi incerto dello statuto del lavoro nel contesto socio-economico contemporaneo.

Un’altro contributo di rilievo interno alla riflessione sociologica sulla crisi del modello di produzione fordista è da attribuire al non comune, per qualità e vastità, lavoro di analisi della cosiddetta società della rete, proposto all’inizio degli anni novanta dal sociologo di origini catalane Manuel Castells. L’opera di quest’ultimo ha avuto rispetto alla riflessione generale sulla transizione un così stupefacente e significativo eco che non è possibile non farne breve menzione. La sua proposta di definizione di un nuovo paradigma, economico e organizzativo, l’informazionalismo - basato sulla diffusione di una nuova “etica economica”, che echeggiando Schumpeter, Castells definisce come cultura della distruzione creatrice - pone al centro dell’analisi l’importanza crescente del governo e dello sfruttamento economico dei flussi transnazionali di informazioni e conoscenza5. Castells sottolinea, quindi, l’importanza crescente del sapere nella definizione del nuovo paradigma economico post-fordista, paradigma che, in virtù dello stretto rapporto con le nuove tecnologie della comunicazione digitale porta, a seconda delle condizioni culturali ed istituzionali vigenti in ogni singolo territorio, alla precisazione prima e all’egemonia poi, di un inedito paradigma basato sulla diffusione della rete come suo costante e principale principio operativo di organizzazione e funzionamento. La sua analisi permette quindi alla difficoltosa e spesso aporetica indagine sul post di fissare in positivo la rilevanza di alcune specifiche (culturali, economiche e tecnologiche) coordinate definitorie. In particolare è infatti nell’analisi di Castells che la rete come principio chiave di ri-organizzazione della morfologia d’impresa e del lavoro, trova una definitiva “consacrazione” sociologica e scientifica nell’analisi delle trasformazioni del lavoro, dell’impresa e più in generale, della produzione del valore.

Non è possibile infine non nominare l’importanza della proposta teorica di Boltanski e Chiappello, che, alla fine degli anni novanta, hanno insistito, attraverso il loro volume Le nouvel esprit du capitalisme (1999), non solo sulla diffusione e centralità organizzativa del paradigma della rete (loro parlano in merito di capitalismo connessionista o di città per progetti6) ma anche sulla necessità di individuare nella metabolizzazione/traduzione capitalistica delle rivendicazioni e critiche di stampo estetico e libertario rivolte contro di esso (la cosiddetta critica d’artista) il motore stesso del nuovo modello capitalistico post-industriale7. La rilevanza della loro interpretazione risiede nel mostrare come anche elementi non immediatamente interni alla organizzazione socio-economica capitalistica siano decisivi nel determinare la dinamicità e la “rigenerazione” dello stesso sistema. Come vedremo in seguito, tale questione, che riguarda direttamente la qualità e la natura dei rapporti sociali di produzione, risulterà centrale anche in alcune delle analisi sulla contemporanea produzione della ricchezza proposte nei saggi del presente volume. Come Castells, anche i due autori francesi, attraverso un approccio teorico e metodologico però molto differente, basato sulla attenta analisi della letteratura di fonte manageriale, indicano nella formazione di un nuovo spirito del capitalismo (il richiamo a Max Weber è quindi anche qui esplicito e fondante) e dunque nella generalizzazione di una inedita “grammatica di giustizia” (articolata attraverso ordini normativi convenzionali e specifiche prove di grandezza) che presiede e indirizza l’organizzazione dei processi di estrazione del valore, il momento chiave per comprendere l’attuale transizione capitalistica. “La grandezza della città per progetti è adattabile e flessibile. Essa può ondeggiare da una situazione all’altra molto differente adattandosi a quest’ultima. È polivalente, capace di cambiare attività o strumento. È in tal modo impiegabile nell’universo della impresa e perciò suscettibile di essere integrata in un nuovo progetto. Chi è grande in questa città è così attivo e autonomo. Sa correre dei rischi per annodare dei contratti sempre nuovi e ricchi di possibilità e reperire le buone fonti d’informazioni al fine di evitare i legami ridondanti” (Boltanski, 2002, p. 15). Un ulteriore pregio dell’opera di Boltanski e Chiappello ci pare essere infine quello di collocare la loro proposta interpretativa all’interno del quadro dinamico e conflittuale della società capitalistica, cornice quest’ultima che ha, a nostro avviso in modo improprio, progressivamente perso di rilevanza in gran parte della pubblicistica della sociologia contemporanea.

Al di là dei contributi della riflessione sociologica nella interpretazione della crisi della società industriale molte sono inoltre le proposte teoriche che a partire da altri paradigmi disciplinari, in questi ultimi anni, hanno prodotto sul tema approcci teorici di grandissimo spessore e rilevanza. L’elenco sarebbe lungo e difficile da compilare in modo esaustivo, e non compatibile con gli intenti di questa introduzione8. Quello che invece ci pare utile sottolineare qui è che, a causa della complessità e profondità dei cambiamenti in atto, per accedere a descrizioni euristicamente efficaci e positive della transizione è diventata sempre più pressante ed evidente la necessità di perseguire una seria e intensa contaminazione reciproca (dunque senza alcun imperialismo o gerarchia disciplinare) delle diverse prospettive interpretative in gioco. L’imperante e progressiva iper-specializzazione dei saperi ha infatti, spesso e volentieri, indebolito la capacità delle singole scienze di costruire teorie “generali” dei processi in atto, producendo tagli e parzialità (intra e inter disciplinari) sull’oggetto da indagare (e in particolare sulla società capitalistica) fino alla grave conseguenza di produrre il rischio dell’evanescenza della sua complessiva ed unitaria rappresentazione cognitiva.

Questo volume si è posto, quindi, da un punto di vista metodologico, il preciso obiettivo di interrogare (in modo transdisciplinare, dunque) la disciplina socio-lavorista attraverso il confronto con alcune delle più interessanti proposte interpretative sulla transizione provenienti da altre discipline affini, che ci pare consegnino, come già rilevato, alla analisi più generale della contemporaneità socio-economica, alcune piste di indagine che non è più possibile tenere in residuale considerazione.

Per quanto riguarda specificatamente lo sfondo tematico all’interno del quale presentiamo qui i diversi contributi raccolti, al di là della prima richiamata urgenza che li connota e cioè quella di comprendere le nuove modalità attraverso cui la produzione del valore oggi si attualizza nel lavoro e nelle sue forme organizzative, è la necessità di articolare secondo paradigmi innovativi che tengano conto delle effettive continuità e discontinuità tra presente produttivo e passato industriale, e in particolare il mutato e ambivalente rapporto di implicazione che il lavoro instaura oggi con il “comando” capitalistico a porsi come questione rilevante. Riportando, dunque, al centro della riflessione, il tema per lo più oggi negletto, della tensione, del conflitto irriducibile, e delle contraddizioni tra capitale e lavoro che il capitalismo deve continuamente governare e gestire per generare una misura del valore che permetta la sostenibilità generale dei suoi processi di accumulazione.

A questo proposito nella prima sezione della presente monografia, intitolata “Quale analitica del valore nell’economia post-fordista?” presentiamo una serie di contributi, a nostro parere di straordinario valore teorico, che pongono, ciascuno in modo diverso, al centro della loro disamina proprio tale questione.

Il saggio di Carlo Vercellone, che apre il volume, avanza la sua riflessione all’interno dell’ipotesi del cosiddetto “capitalismo cognitivo”. La tesi dell’autore, articolata in modo originale attraverso le principali categorie interpretative marxiane, riguarda in estrema sintesi, la formazione, sulle ceneri del paradigma della produzione di massa (della cui crisi l’autore presenta una attenta e puntuale disamina genealogica), di un nuovo sistema di accumulazione capitalistico, basato prevalentemente sullo sfruttamento della conoscenza. In tale contesto, nella produzione della ricchezza diverrebbe centrale la crescente autonomia del lavoro-vivo cognitivo in rapporto alla “tradizionale” prevalenza del sapere accumulato nelle macchine e nelle organizzazioni manageriali delle imprese. Secondo Vercellone il capitalismo cognitivo è infatti, in primo luogo, caratterizzato dalla definizione sociale di un inedito rapporto, “di una nuova fase storica”, tra capitale e lavoro contrassegnata dalla crescente potenza produttiva di una intellettualità diffusa che si genera prevalentemente al di fuori della classica cornice capitalistica della fabbrica e che richiama direttamente in causa il concetto marxiano di General Intellect. Afferma l’autore in proposito: “Con il concetto di “capitalismo cognitivo” designiamo un sistema di accumulazione nel quale il valore produttivo del lavoro intellettuale e immateriale diviene dominante e dove la posta in gioco centrale della valorizzazione del capitale e delle altre forme di proprietà poggia direttamente sulla espropriazione “attraverso la rendita” del comune e sulla trasformazione della conoscenza in una merce fittizia”. Avremo modo di ritornare rapidamente in seguito su quest’ultima questione che Vercellone definisce attraverso la formula del farsi rendita del profitto, perché essa apre, al di là della aperta e stimolante questione teorica, una prospettiva interpretativa che ci pare per certi versi estremamente feconda ed efficace per leggere le più recenti fenomenologie della crisi finanziaria del capitalismo contemporaneo (Cfr. Fumagalli e Mezzadra, a cura di, 2009).

Il prezioso e ricco di suggestioni teoriche contributo di Enzo Rullani si pone per certi versi in continuità con quello di Carlo Vercellone. Ad esempio quando identifica nella conoscenza la risorsa che nella modernità, in modo più o meno esplicito a seconda dei paradigmi, è stato a fondamento dello sviluppo economico e sociale. Le riflessioni di Rullani, sulla scorta di una prospettiva teorica differente da quella di Vercellone (in particolare le teorie della complessità e i modelli dell’evoluzionismo biologico) concordano però con quest’ultimo nel verificare l’emergenza di un nuovo paradigma capitalistico, quello che lui definisce come capitalismo comunicativo, dove è centrale l’importanza delle infrastrutture tecnologiche di natura comunicativa (Ict) e dove la produzione e la misurazione del valore deve necessariamente adottare criteri diversi da quelli tipicamente industriali e fordisti (Rullani, 2004). La proposta analitica di Rullani permette di fare un importante passo avanti nella lettura della transizione economica per tre principali ordini di motivi: a) mostra la centralità delle risorse immateriali nella produzione del valore e identifica le proprietà costitutive della risorsa conoscenza rispetto alla risorsa produttiva materiale (la conoscenza non è una risorsa scarsa e non si consuma con l’uso, la conoscenza ha costi di riproduzione che tendono a zero); b) propone una innovativa analitica del valore dell’economia della conoscenza basata: i. sulla misurazione della capacità del bene conoscenza di produrre valore per l’esperienza soggettiva, ii. sul potenziale di moltiplicabilità e ri-uso della risorsa conoscenza, e iii. sulla possibilità di regolare e distribuire istituzionalmente il valore economico e sociale prodotto all’interno della articolata filiera della cosiddetta fabbrica dell’immateriale; c) evidenzia come i processi “normali” di produzione del valore oggi non possano più essere ricompresi all’interno della classica definizione di impresa. “Si tratta infatti, come abbiamo detto, di una ‘fabbrica diffusa’, che super ai confini proprietari delle singole imprese e si distribuisce lungo la filiera dei molti operatori e delle molte funzioni”.

Quest’ultima considerazione pone, inoltre, un’altra fondamentale questione: la difficile definizione dei confini (oggi sempre più porosi e difficili da tracciare) tra lavoro e consumo (infatti per Rullani il consumatore è certamente un attore, tutt’altro che passivo, della filiera produttiva del capitalismo comunicativo). Ritorneremo più avanti sull’argomento, anche richiamando le stimolanti considerazioni proposte nel suo contributo da Vanni Codeluppi riguardo ai concetti di terzo lavoro e di prosumer di Alvin Toffler, ci basti per ora qui mettere in evidenza come su questa questione, non a caso, siano molti i contributi del volume che si soffermano ad indagare le qualità emergenti di questo rapporto.







Condividi con i tuoi amici:
  1   2   3


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale