12 gennaio Sai cosa faceva Maurizio Liverani al cinema? 15 gennaio Enzo G. Castellari si racconta



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7-17 gennaio Storie di ordinaria follia. I film di Marco Ferreri (parte prima)

12 gennaio Sai cosa faceva Maurizio Liverani al cinema?

15 gennaio Enzo G. Castellari si racconta...

18-19 gennaio Materia oscura. Il cinema di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti

20 gennaio De Coubertin in Brasile - L’altro lato delle Olimpiadi

21-22 gennaio Visioni sociali: Beni comuni

24-31 gennaio Strane storie. Uno sguardo sul cinema italiano degli anni ’90 (prima parte)
7-17 gennaio

Storie di ordinaria follia. I film di Marco Ferreri (parte prima)

«La mia sola morale è quella di fare film negativi»



Marco Ferreri
A vent’anni dalla morte di uno dei cineasti più originali, Marco Ferreri (9 maggio 1997), la Cineteca Nazionale lo celebra con una retrospettiva. «Il sarcasmo surreale eretto a sistema di ricerca antropologica. Gli uomini sono animali idioti (per effetto dei pregiudizi diffusi dalle religioni e dalle morali, nonché dalle abitudini), che debbono essere analizzati con distacco e divertimento. Ferreri – studente pigro che si trasforma in piazzista, in giornalista, in rappresentante di obbiettivi per macchine da presa – arriva al cinema, in Spagna, con queste semplici idee in testa. E produce satire antiborghesi e anticattoliche. Dei tre film spagnoli, El cochecito (1960) è il più crudele: prende di mira i vecchi. Ma la crudeltà rimbalza subito nei film girati in Italia: Una storia moderna - L’ape regina (1963), requisitoria contro il matrimonio; La donna scimmia (1964), sul personaggio patetico di una derelitta circuita da un cialtrone (Tognazzi); Dillinger è morto (1969), ritratto glaciale e atroce di un imbecille, ingegnere borghese dentro la società borghese. Non è necessario citare tutti i film di Ferreri per inquadrare la sua tesi. Basta osservare i più scabri e lucidi, i più gonfi di indignazione sarcastica. La grande abbuffata (1973) ha un piglio quasi epico nel descrivere l’incontro di quattro amici a Parigi per una lugubre orgia alimentare. Non toccare la donna bianca (1974) trasforma la buca dove sorgevano le Halles demolite in un set per una fiaba western, con cavalleria, indiani e spie, ottenendo effetti di grande ilarità. Ciao maschio (1978) descrive una New York astratta, da incubo, per raccontare l’autodistruzione di un matto che rifiuta l’amore. Chiedo asilo (1979) affida al folletto Roberto Benigni il compito di salvare l’umanità e la ragione» (Di Giammatteo).
sabato 7

ore 17.00 El Pisito di Marco Ferreri (1958, 79’)

Rodolfo e Petrita sono fidanzati da ormai dodici anni, ma non riescono a sposarsi non potendo permettersi un appartamento. Dietro consiglio della donna, Rodolfo accetta di prendere in moglie l’ottantenne proprietaria della pensione dove vive, in attesa dell’eredità... Dal realismo dello spunto iniziale – la mancanza di alloggi a Madrid, i salari bassi – Ferreri tira fuori un film pieno di umorismo nero, la prima grande testimonianza della sua poetica cinematografica graffiante e metaforica. Il film segna anche l’inizio del sodalizio tra il regista e il suo sceneggiatore storico, Rafael Azcona.
ore 18.45 El Cochecito di Marco Ferreri (1960, 87’)

Invidioso dell’amico invalido, l’anziano Don Anselmo vuole a tutti i costi una carrozzella a motore, ma i suoi familiari non acconsentono a comprargliela. La otterrà malgrado tutto, arrivando a fare una strage pur di conservarla... Premio Fipresci a Venezia, il terzo film di Ferreri è una denuncia radicale dell’ipocrisia borghese sotto il regime franchista, grazie a uno stile insieme corrosivo e esilarante, che fa spesso il verso al buonismo neorealista e si riallaccia idealmente al miglior Buñuel.
ore 20.45 Gli adulteri di Marco Ferreri (ep. de Le italiane e l’amore, 1960, 11’)

«Gli adulteri dura solo 11 minuti e racconta una storia semplice: un marito va in ufficio mentre la moglie resta a casa col figlioletto influenzato. All’ora del pranzo il marito non fa pausa e non torna a casa; in ufficio si diverte con la segretaria. Contemporaneamente la moglie riceve l’amante. La doppia situazione, descritta col montaggio alternato, si ricompone a cena, quando la famiglia aspetta mangiando che la televisione trasmetta Campanile sera» (Masoni).
a seguire Una storia moderna: l’ape regina di Marco Ferreri (1963, 92’)

Il matrimonio secondo Ferreri: tomba dell’amore e non solo... Un quarantenne si decide a compiere il grande passo portando all’altare una ragazza molto più giovane, illibata e di buona famiglia. Ma la coppia “scoppia” sotto il peso delle convenzioni. Primo film “italiano” del regista milanese, il quale sovverte l’ordine familiare scatenando la reazione della censura, che manomette il film e cambia il titolo per circoscrivere l’attacco del regista a una critica della modernità. Con tanto di dichiarazione in apertura, imposta a Ferreri, di difesa dei «solidi e immutabili principi della morale e della religione». Dichiarazione di principio che non resiste all’urto del film, che valse a Marina Vlady il premio a Cannes per la migliore interpretazione femminile.
domenica 8

ore 17.00 La donna scimmia di Marco Ferreri (1964, 94’)

Antonio Focaccia, quarantenne napoletano, ha sempre vissuto di espedienti. Ma un giorno in uno spazio scopre l’occasione della sua vita: una donna, Maria, vive al riparo da sguardi indiscreti perché, pur essendo per tutto il resto normale, ha il volto ricoperto da lunghi peli, che la rendono mostruosa. Antonio convince la donna a lasciare il suo rifugio e ad andare a vivere con lui. La esibisce quindi come “fenomeno vivente” nel proprio garage trasformato in baraccone. «Ferreri ha tratteggiato con molta delicatezza la figura del povero mostro, attribuendole i sentimenti d’una donna normale [...]. Anche il marito della donna scimmia, pur con qualche ambiguità di disegno, è un personaggio riuscito. L’interpretazione di Annie Girardot è eccezionale per efficacia e intelligenza della parte. Ugo Tognazzi un po’ generico, riesce tuttavia a convincerci della sua complessiva umanità» (Moravia).
ore 19.00 Il professore di Marco Ferreri (ep. di Controsesso,1964, 28’)

Un professore di una scuola magistrale, rigido e ossessivo, fa installare un gabinetto stile Impero in un armadio della classe, perché le sue studentesse non debbano uscire durante le prove d’esame. Il sublime e allarmante ritratto di un eroe ridicolo, protagonista di uno degli aneddoti più significativi e feroci dell’intera opera di Ferreri.
a seguire Break Up - L’uomo dai cinque palloni di Marco Ferreri (1969, 85’)

Realizzato tra il 1963 e il 1967 da Marco Ferreri, il film venne ridotto a episodio del film collettivo Oggi, domani e dopodomani (con gli altri episodi firmati da Luciano Salce ed Eduardo De Filippo), prima della sua uscita in versione completa in Francia nel 1969. Interpretato da Marcello Mastroianni (imprenditore finito nel vortice dell’ossessione nel chiedersi fino a che punto si possa gonfiare un palloncino) e Catherine Spaak (nei panni della fidanzata e prossima moglie), Break Up - L’uomo dei cinque palloni torna nella sua versione integrale. «Prima di Dillinger è morto, Ferreri affronta il tema dell’irrazionale che irrompe nell’ovvietà della civiltà dei consumi, con uno stile semisperimentale già molto interessante. Il film […] è il primo di una serie di ritratti maschili raccontati con “dolorosa autoironia” da cui sa prendere anche le distanze per descriverne follie e contraddizioni, specie di viaggio nei “comportamenti salienti dell’individuo borghese, attraverso le proprie ossessioni e le proprie paure: consumo, cibo, regressione, evasione, feticismo, morte” [Aprà]» (Mereghetti).
martedì 10

ore 18.00 Marcia nuziale di Marco Ferreri (1965, 82’)

Dalle ansie di due raffinati proprietari di cani di razza che ricercano il perfetto accoppiamento tra i due animali, alla noia coniugale di una donna che respinge il marito. Dalla ricerca della soddisfazione attraverso la pianificazione scientifica degli amplessi amorosi, alla futuristica visione di una sessualità meccanica tra manichini di plastica. Quattro episodi duramente sarcastici sulla decadenza dell’istituzione matrimonio che, privata dell’amore necessario e della procreazione, si trasforma in un rito a valenza puramente socio economica.
ore 19.30 L’harem di Marco Ferreri (1967, 97’)

Una giovane e affermata architetto intrattiene relazioni sentimentali con più uomini finendo per apparire, ai loro occhi, come una nemica piuttosto che come un’amante. Ferreri gioca sul tema dell’emancipazione femminile e tenta di scardinare il processo di costruzione del film: «L’harem è un film che ho montato contro come l’ho girato; e che ho girato contro come l’ho scritto». Titoli di Mario Schifano e cameo di Ugo Tognazzi.
mercoledì 11

ore 17.00 Il seme dell’uomo di Marco Ferreri (1969, 105’)

La televisione annuncia la fine del mondo a causa di una misteriosa peste e i due giovani protagonisti si rifugiano in una casa in riva al mare. Lui vorrebbe assicurare un futuro all’umanità attraverso la procreazione, lei si rifiuta. Come scrisse Maurizio Grande, «la fecondazione della donna è l’ultimo gesto di consenso ad un mondo di valori morti che si vuole ricostituire nella falsità ideologica di una visione acritica della realtà e della società». Il dissolversi del mondo fotografato dall’occhio apocalittico di Ferreri, che sancisce la fine dei sogni infantili attraverso il ritrovamento dello scheletro di una balena mentre la bandiera del consumismo, una bottiglia della Pepsi-Cola, vola nell’aria.
ore 19.00 Dillinger è morto di Marco Ferreri (1968, 95’)

L’assurdità del quotidiano e la fuga impossibile: tornato a casa dal lavoro, Glauco trova una pistola avvolta in un vecchio giornale… «L’averci dato un’immagine così lucida della nostra infelicità quotidiana, dove i rumori dei mezzi audiovisivi riempiono lo spazio lasciato vuoto dalle parole e dagli affetti, è un merito pari soltanto a quello acquistato da Ferreri nel descrivere come sbocci […] la rivolta del suo protagonista contro gli schemi razionali che imprigionano nell’assurdo la natura» (Grazzini).
ore 21.00 L’udienza di Marco Ferreri (1972, 111’)

Un grande film ingiustamente dimenticato e fra i più stralunati e corrosivi del regista milanese, ritorna sul grande schermo restaurato dalla Cineteca di Bologna grazie all’originale campagna di crowdfunding lanciata dal Museo Nazionale del Cinema di Torino, che ha consentito di raccogliere oltre quarantamila euro. Racconta i disperati tentativi per ottenere un’udienza privata dal Papa da parte di un uomo (Enzo Jannacci) che nel corso della sua permanenza a Roma incontra l’ambiguo poliziotto Tognazzi, la generosa prostituta Claudia Cardinale e un caricaturale principe romano (Gassman).

Restauro promosso da Cineteca di Bologna e Museo Nazionale del Cinema di Torino, in collaborazione con Cristaldi Film
giovedì 12

Sai cosa faceva Maurizio Liverani al cinema?

Nella ristretta cerchia dei critici passati dall’altra parte della barricata, dietro la macchina da presa, Maurizio Liverani occupa un posto a sé. Dal 1952, quando entra nella redazione di «Paese Sera», fino all’esordio cinematografico a cavallo del ’68, Liverani si fa strada nel mondo del giornalismo. Responsabile delle pagine degli spettacoli e di quelle culturali del quotidiano romano, è il primo a introdurre le stellette per la valutazione dei film. Ma il suo nome circola anche negli ambienti politici: nel 1959 il settimanale «Lo Specchio» pubblica una scheda proveniente dalla Direzione Generale del partito comunista che lo definisce «tendenzialmente deviazionista». Durante l’invasione sovietica in Ungheria, nel 1956, viene richiamato da Pajetta per i titoli del giornale non allineati alla posizione del partito comunista: «Occupati di cinema… lascia stare l’Ungheria». Liverani lascerà il partito e «Paese Sera» una decina di anni dopo, non prima di avere assunto un certo Dario Argento, avviandolo alla breve carriera di critico. Nel giro di pochi anni entrambi passano alla regia: Argento con L’uccello dalle piume di cristallo dà il via alla fortunata stagione del thriller all’italiana, Liverani con Sai cosa faceva Stalin alle donne? si guadagna nei flani il titolo di «film più insolito e divertente dell’anno», definizione che vale ancor oggi, a quasi quarant’anni di distanza. «Nel film pensavo solo a divertire, il divertimento è il moralismo più totale e distruttivo, purché coinvolga anche il moralista. Se cioè l’autore è in guerra anche con se stesso». Dopo l’uscita del film Liverani non si diverte più. Pasolini gli confida: «Te la faranno pagare». Ricorda Liverani, «a Bologna era al secondo posto dei film di Natale del ’69, quando i gestori del cinema furono costretti a smontarlo dalla municipalità rossa. Il caso fece così clamore che un’interpellanza dei liberali costrinse le sale a riproiettarlo. Ma a stagione ormai declinante». Sette anni dopo Liverani sferra un altro colpo ai falsi moralismi giocando con il sesso e l’erotismo, fin dal titolo: Il solco di pesca, che decreta la fine della sua carriera cinematografica. Nel frattempo su «Il Borghese» appaiono articoli satirici a firma Ivanovic Koba, nome di battaglia di Stalin durante la rivoluzione: il cerchio si chiude e l’immedesimazione del protagonista di Sai cosa faceva Stalin alle donne? è ormai completa. Liverani continuerà a dirigere la rivista «Il Dramma» e a collaborare a testate di diversa estrazione: «Il Giornale d’Italia», «Il Tempo», «L’Avanti!», sempre libero nei giudizi e nelle posizioni (le informazioni su Liverani sono tratte dal numero 3 della rivista «Cine 70 e dintorni», in cui Franco Grattarola e Federico Pergolesi hanno dedicato un lungo ritratto al regista dal titolo: Sesso e satira. Vita e cinema di Maurizio Liverani, raccogliendone la testimonianza sul film d’esordio).


ore 19.00 Sai cosa faceva Stalin alle donne? di Maurizio Liverani (1969, 79’)

Film scandalo che mette alla berlina il comunismo e i suoi miti. Rivisto oggi, divertentissimo, con un Benedetto Benedetti, intellettuale del dissenso, che si atteggia a Stalin e un Helmut Berger in crisi d’identità, dopo la comune esperienza partigiana. Un ritratto dell’Italia dal dopoguerra al ’68: un C’eravamo tanto amati al vetriolo, senza omaggi alla commedia all’italiana. Con Margaret Lee, Silvia Monti. «Ad Helmut Berger arrivai attraverso Luchino Visconti, al quale avevo dato da leggere la sceneggiatura. Al famoso regista il mio copione piacque moltissimo e convinse Helmut ad interpretare lo Stalin. […] Benedetto Benedetti, invece, l’ho conosciuto quando scriveva su L’Unità. Non era un attore professionista. Lo preferii ad altri che i produttori cercavano di impormi» (Liverani).
ore 20.45 Incontro moderato da Marco Giusti con Maurizio Liverani e Giacomo Carioti
a seguire Il solco di pesca di Maurizio Liverani (1976, 98’)

«Apparentemente si colloca nel prolifico filone sexy-comico. Interpretato da una lanciatissima e procace Gloria Guida e dalla bella attrice francese Martine Brochard, […] la caustica satira di Liverani questa volta investe i tormentati rapporti tra uomo e donna, il senso del peccato e l’ossessione del sesso» (Grattarola-Pergolesi). «Ho cercato di reagire alla moda corrente dell’erotismo cinematografico con la preoccupazione di ammonire senza falsi moralismi sui paradossi del consumo del sesso. Se all’amore si toglie il concetto di peccato è sottratto alla vita ogni sapore» (Liverani).
venerdì 13

ore 17.00 La grande abbuffata di Marco Ferreri (1973, 123’)

Il film scandalo di Ferreri. Quattro amici si riuniscono in una villa fuori Parigi per trascorrere una notta a base di cibo e sesso. Fino alla nausea, fisica ed esistenziale. Il gusto dell’eccesso esalta i temi cari al regista: l’isolamento, la spinta all’autodistruzione, generata dal consumismo, la degradazione, la morte dell’individuo, dietro la quale si cela il declino di una società. Il tutto condito con humour nero e una vena sarcastica che mette a nudo la disperazione dell’essere umano. Un film strabordante che cancella i limiti di tutto ciò che è ragionevole.
ore 19.30 Non toccare la donna bianca di Marco Ferreri (1974, 91’)

«Marco Ferreri e il western. Sembra qualcosa di impossibile da immaginare. Come può, un regista così controverso, anarchico e destabilizzante cimentarsi in un genere così codificato, sistematico e conformista? La risposta risiede nell’ambientazione del film: la strage di Little Big Horn, in Non toccare la donna bianca, viene ricollocata dall’autore milanese in epoca moderna, nella enorme buca delle Halles, scavata al centro di Parigi negli anni ’70. Non è Ferreri a piegarsi al genere, ma il genere a subire le perforazioni di Ferreri. In questo ambiente surreale, si muovono personaggi storici come il generale Custer, il generale Terry e Buffalo Bill, vestiti di tutto punto con abiti provenienti da altre epoche. In città c’è un problema: gli indiani. Custer e soci tenteranno di risolverlo a fucilate…» (Silipo).
ore 21.10 L’ultima donna di Marco Ferreri (1976, 110’)

«L’ingegnere disoccupato Giovanni (Depardieu) inizia una relazione con l’insegnante d’asilo (Muti) di suo figlio. Il rapporto s’incrina per il progressivo spostarsi d’interesse della donna sul piccolo, per la violenta possessività di Giovanni e per la sua gelosia verso il fidanzato di lei. Ferreri (che firma la sceneggiatura con Dante Metelli e Rafael Azcona) tributa il suo omaggio nichilista alla superiorità femminile, con un tragico apologo che mette sotto accusa il vicolo cieco della cultura arida e fallimentare in cui si è infilata la società maschilista. Notevole la fotografia di Tovoli, i cui toni freddi sottolineano la distanza incolmabile fra i protagonisti» (Mereghetti).
sabato 14

ore 17.00 Ciao maschio di Marco Ferreri (1977, 95’)

Lafayette (Gérard Depadieu) abita in uno scantinato di New York e trascorre le sue giornate fungendo da datore luci in un teatro off di sole ragazze femministe, nonché servendo quale elettrotecnico nel Museo delle Cere di Flaxman (James Coco). Un giorno, passeggiando lungo le rive del fiume Hudson con anziani amici secondo le sue abitudini, Luigi (Marcello Matroianni) trova una scimmietta nell’enorme carcassa di Macho Kong e l’affida al giovanotto. Lafayette, che nel frattempo ha accettato la convivenza di Angelica (Gail Lawrence), stabilisce un rapporto umano con la scimmietta che fa riconoscere quale figlio proprio e della compagna con il nome di Cornelius. Quando Angelica gli annuncia di essere incinta, Lafayette rifiuta la paternità e la ragazza si allontana. «Quali sensazioni ci trasmette tutto questo? L'angoscia, non c’è che dire. Dosata e ritmata lungo un racconto che non è racconto (e che rifiuta le tradizionali strutture drammatiche), costruita ed evocata a balzi, a strappi, con lacerazioni improvvise, con contrasti ora violenti ora teneri» (Rondi).
ore 19.00 Chiedo asilo di Marco Ferreri (1979, 112’)

Roberto (Roberto Benigni), maestro d’asilo, viene accolto con favore dalle colleghe che per la prima volta vedono un uomo intento a curare dei bambini di 2 o 3 anni. Il nuovo maestro dimostra ben presto delle idee rivoluzionarie diventando piccolo tra i piccoli. «Qualcosa avevo scritto, poi però i bambini hanno polverizzato quasi tutto. Ed è giusto, del resto. Che valore poteva avere una mia storia rispetto al mondo vero di un uomo di due anni?» (Ferreri).
ore 21.00 Storie di ordinaria follia di Marco Ferreri (1981, 97’)

«Ferreri (con la collaborazione alla sceneggiatura di Sergio Amidei) insiste sul Bukowski della flânerie e della deriva metropolitana, sul poeta reietto tra i reietti. Non gli interessa il Bukowski satirico e fantastico […]. In Bukowski, ubriacone e poeta, Ferreri cerca, sì, dunque l’irriducibilità dell’arte alla vita borghese, ma più ancora – si direbbe – cerca quella comunanza di tutti i mortali in quanto mortali che solo un’arte radicale permette di scorgere, sottratta com’è al principio di prestazione. Bukowski è infatti l’uomo affrancato dalla schiavitù del lavoro, uno che non ha fretta, come gli dice Cass (Muti), la bellissima Cass, la prostituta autolesionista che ha l’abitudine d’infilarsi spilloni nella carne» (Genovese).
domenica 15

Enzo G. Castellari si racconta...

«Si fa presto a tirare in ballo Quentin Tarantino. Di fatto, l’ex videotecaro assurto all’olimpo dei grandi di Hollywood è il testimonial più ricorrente quando si tratta di riscoprire questo o quel maestro del cinema di genere italiano. Ma un conto è dire “Tarantino si è ispirato ai miei film”, un conto è dire “Tarantino ha preso un mio film e, sulla base di quella pellicola, ha costruito uno dei suoi titoli più incensati”.

Quanti possono dirlo? Enzo G. Castellari è uno dei due registi italiani che può pronunciare a buon diritto questa frase. Per la cronaca l’altro è Sergio Corbucci, autore del Django originale. Bastardi senza gloria viene dritto dritto dall’Inglorious Bastards di Castellari, che una distribuzione miope e scellerata ha rititolato per il mercato nostrano Quel maledetto treno blindato.

Allora che Tarantino nume tutelare sia, perché, per una volta, è citato a buon diritto.

Ma ci sono anche i doveri. Dovere è ricordare che Enzo Girolami, in arte Castellari, è uno degli autori “di genere” più importanti del nostro cinema per ben più che qualche scippo perpetrato dal mixatore di opere altrui americano. Per dire, coadiuvato dal volto del fraterno amico Franco Nero, è stato uno degli iniziatori del poliziesco all’italiana; ha svecchiato lo spaghetti western; ha cercato una via personale al postatomico anni ’80… ma soprattutto ha insegnato a tanti come si gira un film d’azione con una confezione internazionale.

Castellari ha avuto una vita professionale lunga e piena di successi, di incontri eccellenti e di episodi incredibili, di incazzature solenni e di momenti difficili. Ma sempre appassionante. Perché è un uomo che esplode di passione, per il suo lavoro, per la sua famiglia, per lo sport. E, scopriamo oggi, per la narrazione scritta.

Leggere l’autobiografia di Castellari è appassionante come vedere un suo film, perché ha lo stesso stile, schietto, diretto, senza fronzoli. È una narrazione tutta al presente, tutta azione, con un piacevole abuso di punti esclamativi, che ti coinvolge e ti dà l’illusione di vivere con lui sul set. Ed è bello come il lungo racconto della sua carriera sia intercalato dall’altrettanto lungo racconto del suo amore per la moglie Mirella, conosciuta giovanissimo nel luogo che ama di più al mondo: la moviola del montaggio. Perché Enzo è figlio d’arte e ha sempre vissuto di e nel cinema. Quella dei Girolami (la G. puntata) è una dinastia di gente di cinema, iniziata grazie ad Anna Magnani… in che modo?» (Manuel Cavenaghi e Daniele Magni).
ore 17.00 Tuareg - Il guerriero del deserto di Enzo G. Castellari (1984, 92’)

Gacel, un capo tribù tuareg, ospita in una grande oasi nel deserto due giovani assetati. Qualche giorno dopo sopraggiungono dei militari che vogliono arrestare i due, ma leggi dell’ospitalità impongono a Gacel di proteggerli, a ogni costo: «Un tuareg può trasformarsi in sasso… un tuareg può fermare il suo cuore… un tuareg difende sempre il suo ospite». Con Mark Harmon, Luis Prendes, Paolo Malco, Aldo Sambrell, Antonio Sabato, Enio Girolami.


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