1609 Impiego del cannocchiale



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1609 Impiego del cannocchiale

  • 1609 Impiego del cannocchiale

  • 1610 Sidereus Nuncius - dedicato a Cosimo II De’ Medici, scritto in latino

  • 1616 primo richiamo del Santo Uffizio

  • 1623 Il Saggiatore, trattato filosofico-scientifico, scritto in volgare, dedicato a Papa Urbano VIII [importante per il metodo]

  • 1632 Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano - scritto in volgare

  • 1633 Processo, abiura «con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li sudetti errori e eresie, e generalmente ogni e qualunque altro errore e eresia […] contraria alla Santa Chiesa», e conseguente condanna «al carcere formale in questo Santo Offizio ad arbitro nostro»

  • 1638 Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze



Galileo nasce a Pisa il 15 febbraio 1564

  • Galileo nasce a Pisa il 15 febbraio 1564

  • Da Vincenzo di Michelangelo di Giovanni Galilei (suonatore di liuto) e da Giulia di Cosimo di Ventura degli Ammannati da Pescia

  • A 17 anni si iscrive al corso di laurea in medicina dello Studio Pisano

  • Professore di matematica a Pisa 1589-92

  • Professore di matematica a Padova 1592-1610

  • In questi anni conosce Marina Gamba, da cui ha tre figli.

  • Nel 1608 inizia a costruire per sè cannocchiali





«Sono dieci mesi incirca, che pervenne a’ nostri orecchi un certo grido, esser stato fabricato da un tal Fiamingo uno occhiale, per mezzo del quale gli oggetti, benché assai distanti dall’occhio, si vedevan distintamente come se fussero vicini; e di questo effetto invero ammirabile si raccontavano alcune esperienze, le quali altri credevano, altri negavano. L’istesso pochi giorni dopo fu confermato a me per lettera di Parigi da un tal Iacopo Badovero, nobil francese; il qual avviso fu cagione che io mi applicai tutto a ricercar le ragioni ed i mezzi per i quali io potessi arrivare all’invenzione di un simile instrumento: la quale conseguii poco appresso, fondato sopra la dottrina delle refrazioni. E mi preparai primieramente un cannone di piombo, nelle estremità del quale accomodai due vetri da occhiali, amendue piani da una parte, ma uno dall’altra convesso e l’altro concavo: al quale accostando l’occhio, veddi gli oggetti assai prossimi ed accresciuti; poi ché apparivano tre volte piú vicini, e nove volte maggiori, di quello che si scorgevano con la sola vista naturale. Dopo mi apparecchiai un altro strumento piú esatto, che rappresentava gli oggetti piú di sessanta volte maggiori. Finalmente, non perdonando a fatica né a spesa alcuna, pervenni a tal segno, che me ne fabbricai uno così eccellente, che le cose vedute con quello apparivano quasi mille volte maggiori, e piú che trenta volte piú prossime, che vedute dall’occhio libero. Quali e quanti siano i commodi ed usi di questo instrumento, cosí in terra che in mare, sarebbe affatto superfluo il registrargli. Di che accortomi allora, lasciando le cose terrene, mi rivolsi alle speculazioni celesti.»

  • «Sono dieci mesi incirca, che pervenne a’ nostri orecchi un certo grido, esser stato fabricato da un tal Fiamingo uno occhiale, per mezzo del quale gli oggetti, benché assai distanti dall’occhio, si vedevan distintamente come se fussero vicini; e di questo effetto invero ammirabile si raccontavano alcune esperienze, le quali altri credevano, altri negavano. L’istesso pochi giorni dopo fu confermato a me per lettera di Parigi da un tal Iacopo Badovero, nobil francese; il qual avviso fu cagione che io mi applicai tutto a ricercar le ragioni ed i mezzi per i quali io potessi arrivare all’invenzione di un simile instrumento: la quale conseguii poco appresso, fondato sopra la dottrina delle refrazioni. E mi preparai primieramente un cannone di piombo, nelle estremità del quale accomodai due vetri da occhiali, amendue piani da una parte, ma uno dall’altra convesso e l’altro concavo: al quale accostando l’occhio, veddi gli oggetti assai prossimi ed accresciuti; poi ché apparivano tre volte piú vicini, e nove volte maggiori, di quello che si scorgevano con la sola vista naturale. Dopo mi apparecchiai un altro strumento piú esatto, che rappresentava gli oggetti piú di sessanta volte maggiori. Finalmente, non perdonando a fatica né a spesa alcuna, pervenni a tal segno, che me ne fabbricai uno così eccellente, che le cose vedute con quello apparivano quasi mille volte maggiori, e piú che trenta volte piú prossime, che vedute dall’occhio libero. Quali e quanti siano i commodi ed usi di questo instrumento, cosí in terra che in mare, sarebbe affatto superfluo il registrargli. Di che accortomi allora, lasciando le cose terrene, mi rivolsi alle speculazioni celesti.»



«Ben è vero che le loro ragioni di dubitare sono molto frivole e puerili, potendosi persuadere che io sia tanto insensato, che con lo sperimentare centomila volte in centomila stelle e altri oggetti il mio strumento, non vi abbia potuto o saputo conoscere quegl’inganni che essi, senza averlo mai veduto, stimano avervi conosciuto; o pure che io sia cosí stolido, che senza necessità alcuna abbia voluto mettere la mia reputazione in compromesso e burlare il mio Principe. L’occhiale è arciveridico, e i Pianeti Medicei sono pianeti, e saranno sempre, come gli altri: hanno i loro moti velocissimi intorno a Giove, sì che il più tardo fa il suo cerchio in 15 giorni incirca. Ho seguitato di osservargli, e séguito ancora, se bene oramai per la vicinanza dei raggi del sole cominceranno a non si poter vedere più per qualche mese. Questi che parlano, doveriano (per fare il giuoco del pari) mettersi come ho fatto io, cioè scrivere, e non commettere le parole al vento. Qua ancora si aspettavano 25 che mi volevano scrivere contro; ma finalmente sinora non si è veduto altro che una scrittura del Keplero, Mattematico Cesareo, in confirmazione di tutto quello che ho scritto io, senza pur repugnare a un iota: la quale scrittura si ristampa ora in Venezia, e in breve V.S. la vedrà, sicome ancora vedrà le mie osservazioni molto più ampliate e con le soluzioni di mille instanze»

  • «Ben è vero che le loro ragioni di dubitare sono molto frivole e puerili, potendosi persuadere che io sia tanto insensato, che con lo sperimentare centomila volte in centomila stelle e altri oggetti il mio strumento, non vi abbia potuto o saputo conoscere quegl’inganni che essi, senza averlo mai veduto, stimano avervi conosciuto; o pure che io sia cosí stolido, che senza necessità alcuna abbia voluto mettere la mia reputazione in compromesso e burlare il mio Principe. L’occhiale è arciveridico, e i Pianeti Medicei sono pianeti, e saranno sempre, come gli altri: hanno i loro moti velocissimi intorno a Giove, sì che il più tardo fa il suo cerchio in 15 giorni incirca. Ho seguitato di osservargli, e séguito ancora, se bene oramai per la vicinanza dei raggi del sole cominceranno a non si poter vedere più per qualche mese. Questi che parlano, doveriano (per fare il giuoco del pari) mettersi come ho fatto io, cioè scrivere, e non commettere le parole al vento. Qua ancora si aspettavano 25 che mi volevano scrivere contro; ma finalmente sinora non si è veduto altro che una scrittura del Keplero, Mattematico Cesareo, in confirmazione di tutto quello che ho scritto io, senza pur repugnare a un iota: la quale scrittura si ristampa ora in Venezia, e in breve V.S. la vedrà, sicome ancora vedrà le mie osservazioni molto più ampliate e con le soluzioni di mille instanze»

  • Lettera a Matteo Carosi, 24 maggio 1610



«Io scopersi pochi anni a dietro, come ben sa l’Altezza Vostra Serenissima, molti particolari nel cielo, stati invisibili sino a questa età; li quali, sí per la novità, sí per alcune consequenze che da essi dependono, contrarianti ad alcune proposizioni naturali comunemente ricevute dalle scuole dei filosofi, mi eccitorno contro non piccol numero di tali professori; quasi che io di mia mano avessi tali cose collocate in cielo, per intorbidar la natura e le scienze. E scordatisi in certo modo che la moltitudine de’ veri concorre all’investigazione, accrescimento e stabilimento delle discipline, e non alla diminuzione o destruzione, e dimostrandosi nell’istesso tempo piú affezzionati alle proprie opinioni che alle vere, scorsero a negare a far prova d’annullare quelle novità, delle quali il senso istesso, quando avessero voluto con attenzione riguardarle, gli averebbe potuti render sicuri»

  • «Io scopersi pochi anni a dietro, come ben sa l’Altezza Vostra Serenissima, molti particolari nel cielo, stati invisibili sino a questa età; li quali, sí per la novità, sí per alcune consequenze che da essi dependono, contrarianti ad alcune proposizioni naturali comunemente ricevute dalle scuole dei filosofi, mi eccitorno contro non piccol numero di tali professori; quasi che io di mia mano avessi tali cose collocate in cielo, per intorbidar la natura e le scienze. E scordatisi in certo modo che la moltitudine de’ veri concorre all’investigazione, accrescimento e stabilimento delle discipline, e non alla diminuzione o destruzione, e dimostrandosi nell’istesso tempo piú affezzionati alle proprie opinioni che alle vere, scorsero a negare a far prova d’annullare quelle novità, delle quali il senso istesso, quando avessero voluto con attenzione riguardarle, gli averebbe potuti render sicuri»

  • Lettera a Cristina di Lorena Granduchessa di Toscana, 1615



«io internamente sono ammiratore di un tanto uomo, quale è Aristotile. [..] Io stimo che l’esser veramente Peripatetico consista principalissimamente nel filosofare conforme alli aristotelici insegnamenti, procedendo con quei metodi e con quelle mere supposizioni e principii sopra i quali si fonda lo scientifico discorso. […] Tra queste supposizioni è tutto quello che Aristotile ci insegna nella sua Dialettica, attenente al farci cauti nello sfuggire le fallacie del discorso.[…]

  • «io internamente sono ammiratore di un tanto uomo, quale è Aristotile. [..] Io stimo che l’esser veramente Peripatetico consista principalissimamente nel filosofare conforme alli aristotelici insegnamenti, procedendo con quei metodi e con quelle mere supposizioni e principii sopra i quali si fonda lo scientifico discorso. […] Tra queste supposizioni è tutto quello che Aristotile ci insegna nella sua Dialettica, attenente al farci cauti nello sfuggire le fallacie del discorso.[…]

  • Se Aristotele tornasse al mondo, egli riceverebbe me tra i suoi seguaci, in virtù delle mie poche contradizioni, ma ben concludenti, molto più che moltissimi altri che, per sostenere ogni suo detto per vero, vanno espiscando dai suoi testi concetti che mai non li sariano caduti in mente»



Galilei critica quelli che

  • Galilei critica quelli che

  • «vogliono che il ben filosofare sia il ricevere e sostenere qual si voglia detto e proposizione scritta da Aristotele, alla cui assoluta autorità si sottopongono, e per mantenimento della quale si inducono a negare esperienze sensate o a dare strane interpretazioni a’ testi di Aristotele»



Galilei

  • Galilei

    • distingue l’atteggiamento originario di Aristotele e quello della tradizione degli aristotelici suoi seguaci, condannando il cieco dogmatismo della scuola
    • smaschera l’aristotelismo contemporaneo che aveva stravolto l’empirismo di fondo del pensiero del maestro
    • si riconosce peripatetico nella misura in cui aderisce alla prospettiva di un metodo
    • fa valere la determinazione dei principi e delle ipotesi o postulazioni da cui muovere argomentativamente
    • critica la tortuosa verbosità e la preconcetta apologetica della tradizione peripatetica


«Procedendo di pari dal verbo divino la Sacra Scrittura e la natura, quella come dettatura dello spirito santo, questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio; ed essendo, di più, convenuto nelle Scritture, per accomodarsi all’intendimento dell’universale, dir molte cose diverse, in aspetto e quanto al significato delle parole, dal vero assoluto; ma all’incontro, essendo la natura inesorabile e immutabile e nulla curante che sue recondite ragioni e modi di operare sieno e non sieno esposti la capacità degli uomini, per lo che ella non trasgredisce mai i termini delle leggi imposteli»

  • «Procedendo di pari dal verbo divino la Sacra Scrittura e la natura, quella come dettatura dello spirito santo, questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio; ed essendo, di più, convenuto nelle Scritture, per accomodarsi all’intendimento dell’universale, dir molte cose diverse, in aspetto e quanto al significato delle parole, dal vero assoluto; ma all’incontro, essendo la natura inesorabile e immutabile e nulla curante che sue recondite ragioni e modi di operare sieno e non sieno esposti la capacità degli uomini, per lo che ella non trasgredisce mai i termini delle leggi imposteli»



«Pare che quello de gli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone innanzi agli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser revocato in dubbio per luoghi della Scrittura ch’avesser parole diverso sembiante, poi che non ogni detto della Scrittura è legato a obblighi così severi come ogni effetto della natura».

  • «Pare che quello de gli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone innanzi agli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser revocato in dubbio per luoghi della Scrittura ch’avesser parole diverso sembiante, poi che non ogni detto della Scrittura è legato a obblighi così severi come ogni effetto della natura».



Galilei sostiene una dottrina che sembra una variante della tradizionale visione tomista.

  • Galilei sostiene una dottrina che sembra una variante della tradizionale visione tomista.

  • Non può esservi un conflitto tra la verità della Scrittura e la verità della scienza, discendendo entrambe dal Verbo divino.





Galilei vuole solo offrire una diversa lettura dei luoghi biblici oggetto di contesa e confutare quindi “le male intepretationi” più comuni, da cui discende la presunta inconciliabilità fra Sacra Scrittura e teoria copernicana. La Bibbia non può mai mentire o errare, ma i suoi interpreti sì, «non potendo noi con certezza asserire che tutti gli interpreti parlino inspirati divinamente».

  • Galilei vuole solo offrire una diversa lettura dei luoghi biblici oggetto di contesa e confutare quindi “le male intepretationi” più comuni, da cui discende la presunta inconciliabilità fra Sacra Scrittura e teoria copernicana. La Bibbia non può mai mentire o errare, ma i suoi interpreti sì, «non potendo noi con certezza asserire che tutti gli interpreti parlino inspirati divinamente».



«La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non si impara a intender la lingua e a conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto.

  • «La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non si impara a intender la lingua e a conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto.

  • Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto»

  • Il Saggiatore



«Io veramente stimo il libro della filosofia esser quello che perpetuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, ma perché è scritto in caratteri diversi da quelli del nostro alfabeto, non può esser da tutti letto; e sono i caratteri di tal libro triangoli, quadrati, cerchi, sfere, coni, piramidi et altre figure matematiche, attissime per tal lettura»

  • «Io veramente stimo il libro della filosofia esser quello che perpetuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, ma perché è scritto in caratteri diversi da quelli del nostro alfabeto, non può esser da tutti letto; e sono i caratteri di tal libro triangoli, quadrati, cerchi, sfere, coni, piramidi et altre figure matematiche, attissime per tal lettura»

  • Lettere



Il mondo fisico

  • Il mondo fisico

    • è intrinsecamente razionale
    • è strutturato secondo schemi matematici immanenti
    • non rinvia ad archetipi trascendenti
    • è ordinato
    • è labirintico solo se si ignora il linguaggio


La meccanica per Galilei assicura un ponte tra il mondo degli enti naturali ed artificiali e la razionalità dei modelli matematici; la macchina si dispone nella natura sfruttandone l’ordine a vantaggio dell’uomo; essa è costruita conformemente ad un progetto meccanico che ha i suoi fondamenti nella geometria.

  • La meccanica per Galilei assicura un ponte tra il mondo degli enti naturali ed artificiali e la razionalità dei modelli matematici; la macchina si dispone nella natura sfruttandone l’ordine a vantaggio dell’uomo; essa è costruita conformemente ad un progetto meccanico che ha i suoi fondamenti nella geometria.

  • Per evitare gli impacci accidentali della materia si deve fare astrazione così da concepirla perfetta e inalterabile e passibile di una elaborazione matematica rigorosa.

  • Rendendo via via più complesso l’universo astratto della fisica matematica si giunge per approssimazione all’universo effettivo.



La macchina si presenta come materializzazione fisica del disegno matematico.

  • La macchina si presenta come materializzazione fisica del disegno matematico.

  • L’idealizzazione del fenomeno fisico e la sua riduzione allo schematismo geometrico garantiscono la sua intelligibilità.

  • Della matematica si accentua l’impronta ingegneristica eliminandone i tratti mistici che ancora conservata in contemporanei come Keplero.

  • Galilei è innovativo perché favorisce:

    • una maggiore sensibilità per il progresso
    • una superiore disponibilità alla revisione
    • una prospettiva ad una concorso cooperativo tra ricercatori
    • una valutazione della scienza in chiave pratico-trasformativa


«perché o noi vogliamo specolando tentar di penetrar l’essenza vera ed intrinseca delle sustanze naturali; o noi vogliamo contentarci di venir in notizia d’alcune loro affezioni. Il tentar l’essenza, l’ho per impresa non meno impossibile e per fatica non men vana nelle prossime sustanze elementari che nelle remotissime e celesti».

  • «perché o noi vogliamo specolando tentar di penetrar l’essenza vera ed intrinseca delle sustanze naturali; o noi vogliamo contentarci di venir in notizia d’alcune loro affezioni. Il tentar l’essenza, l’ho per impresa non meno impossibile e per fatica non men vana nelle prossime sustanze elementari che nelle remotissime e celesti».



Ne Il Saggiatore Galilei esibisce il suo orientamento riduzionista concentrandosi sui fenomeni registrabili e facendo astrazione da tutti gli aspetti soggettivi per fissare gli elementi di oggettività.

  • Ne Il Saggiatore Galilei esibisce il suo orientamento riduzionista concentrandosi sui fenomeni registrabili e facendo astrazione da tutti gli aspetti soggettivi per fissare gli elementi di oggettività.



«Il modo col quale Iddio conosce le infinite proposizioni, delle quali noi conosciamo alcune poche, è sommamente più eccellente del nostro, il quale procede con discorsi e con passaggi di conclusione in conclusione, dove il suo è di un semplice intuito: e dove noi per esempio per guadagnar la scienza d’alcune passioni del cerchio, che ne ha infinite, cominciando da una delle più semplici e quella pigliando per sua definizione, passiamo con discorso ad un’altra, e da questa alla terza, e poi alla quarta, ecc, l’intelletto divino, con la semplice apprensione della sua essenza comprende, senza temporaneo discorso, tutta l’infinità delle passioni»

  • «Il modo col quale Iddio conosce le infinite proposizioni, delle quali noi conosciamo alcune poche, è sommamente più eccellente del nostro, il quale procede con discorsi e con passaggi di conclusione in conclusione, dove il suo è di un semplice intuito: e dove noi per esempio per guadagnar la scienza d’alcune passioni del cerchio, che ne ha infinite, cominciando da una delle più semplici e quella pigliando per sua definizione, passiamo con discorso ad un’altra, e da questa alla terza, e poi alla quarta, ecc, l’intelletto divino, con la semplice apprensione della sua essenza comprende, senza temporaneo discorso, tutta l’infinità delle passioni»



Salviati: «Convien ricorrere a una distinzione filosofica, dicendo che l’intendere si può pigliare in due modi, cioè intensive o vero extensive: e che extensive, cioè quanto alla moltitudine degli intelligibili, che sono infiniti, l’intender umano è come nullo, quando bene egli intendesse mille proposizioni, perché mille rispetto all’infinità è come uno zero; ma pigliando l’intendere intensive, in quanto cotal termine importa intensivamente, cioè perfettamente, alcuna proposizione, dico che l’intelletto umano ne intende alcune così perfettamente, e ne ha così assoluta certezza, quanto se n’abbia l’istessa natura; e tali sono le scienze matematiche pure, cioè la geometria e l’aritmetica, delle quali l’intelletto divino ne sa bene infinite proposizioni di più, perché le sa tutte, ma di quelle poche intese dall’intelletto umano credo che la cognizione agguagli la divina nella certezza obiettiva, poiché arriva a comprenderne la necessità, sopra la quale non par che possa esser sicurezza maggiore»

  • Salviati: «Convien ricorrere a una distinzione filosofica, dicendo che l’intendere si può pigliare in due modi, cioè intensive o vero extensive: e che extensive, cioè quanto alla moltitudine degli intelligibili, che sono infiniti, l’intender umano è come nullo, quando bene egli intendesse mille proposizioni, perché mille rispetto all’infinità è come uno zero; ma pigliando l’intendere intensive, in quanto cotal termine importa intensivamente, cioè perfettamente, alcuna proposizione, dico che l’intelletto umano ne intende alcune così perfettamente, e ne ha così assoluta certezza, quanto se n’abbia l’istessa natura; e tali sono le scienze matematiche pure, cioè la geometria e l’aritmetica, delle quali l’intelletto divino ne sa bene infinite proposizioni di più, perché le sa tutte, ma di quelle poche intese dall’intelletto umano credo che la cognizione agguagli la divina nella certezza obiettiva, poiché arriva a comprenderne la necessità, sopra la quale non par che possa esser sicurezza maggiore»



Per Galilei è evidente:

  • Per Galilei è evidente:

    • l’inferiorità dell’intelligenza umana rispetto a quella divina
    • l’indisponibilità per l’uomo di eguagliare la conoscenza divina
    • lo scarto tra le possibilità conoscitive dell’uomo e quelle di Dio
    • il carattere discorsivo dell’intelligenza umana e quello intuitivo di quella divina
    • la consapevolezza dei limiti, da cui può scaturire la potenza della razionalità
    • che, qualitativamente, il pensiero dell’uomo in ambito matematico può raggiungere quello divino
    • che la forza dimostrativa dell’intelletto umano è una qualità speciale che avvicina l’uomo a Dio, per le cifre di necessità e certezza di cui è dotato
    • la matematica è il ponte tra pensiero umano e pensiero divino
    • l’assenza di un abisso incolmabile tra uomo e Dio


«Or questi passaggi, che l’intelletto nostro fa con tempo e con moto di passo in passo, l’intelletto divino, a guisa di luce, trascorrere in un istante, che è l’istesso che dire, gli ha sempre tutti presenti.

  • «Or questi passaggi, che l’intelletto nostro fa con tempo e con moto di passo in passo, l’intelletto divino, a guisa di luce, trascorrere in un istante, che è l’istesso che dire, gli ha sempre tutti presenti.

  • Concludo per tanto, l’intender nostro, e quanto al modo e quanto alla moltitudine delle cose intese, esser d’infinito intervallo superato dal divino; ma non però l’avvilisco tanto, ch’io lo reputi assolutamente nullo; anzi, quando io vo considerando quante e quanto maravigliose cose hanno intese investigate ed operate gli uomini, purtroppo chiaramente conosco io ed intendo, esser la mente umana opera di Dio, e delle più eccellenti»



Intendere divino

  • Intendere divino



Simplicio: «Aristotele fece il principal suo fondamento sul discorso a priori, mostrando la necessità dell’inalterabilità del cielo per i suoi principi naturali, manifesti e chiari; e la medesima stabilì dopo a posteriori, per il senso e per le tradizioni de gli antichi».

  • Simplicio: «Aristotele fece il principal suo fondamento sul discorso a priori, mostrando la necessità dell’inalterabilità del cielo per i suoi principi naturali, manifesti e chiari; e la medesima stabilì dopo a posteriori, per il senso e per le tradizioni de gli antichi».

  • Salviati: «Cotesto è il metodo col quale egli ha scritta la sua dottrina, ma non credo già che e’ sia quello col quale egli la investigò, perché io tengo per fermo ch’e’ procurasse prima, per via de’ sensi, dell’esperienze e delle osservazioni, di assicurarsi quanto fusse possibile della conclusione, e che dopo andasse ricercando i mezi da poterla dimostrare, perché così si fa per lo più nelle scienze dimostrative; e questo avviene perché, quando la conclusione è vera, servendosi del metodo risolutivo, agevolmente si incontra qualche proposizione già dimostrata o si arriva a qualche principio per sè noto; ma se la conclusione sia falsa, si può procedere in infinito senza incontrar mai verità alcuna conosciuta, se già altri non incontrasse alcun impossibile o assurdo manifesto».



La dimensione osservativa è per Galilei fondamentale e esprime l’esigenza di potenziare al massimo i sensi. Di seguito teorizza l’astrazione, implicita nella matrice aristotelica, che però puntava all’estrazione di una essenza metafisica.

  • La dimensione osservativa è per Galilei fondamentale e esprime l’esigenza di potenziare al massimo i sensi. Di seguito teorizza l’astrazione, implicita nella matrice aristotelica, che però puntava all’estrazione di una essenza metafisica.

  • Per Galilei invece occorre procedere all’idealizzazione del dato fenomenico e alla valorizzazione del ruolo della immaginazione creativa.

  • Il metodo resolutivo è così strutturato:

    • paziente riscontro empirico
    • risoluzione da cui risalire
    • spiegazioni del fenomeno osservato - metodo compositivo


Accurata osservazione e registrazione empirica

  • Accurata osservazione e registrazione empirica

  • Riduzione delle proprietà osservate agli elementi essenziali

  • Composizione delle implicite relazioni matematiche in un assunto ipotetico e conseguenti deduzioni

  • Analisi sperimentale di modelli o esempi del fenomeno indagato per verificare l’ipotesi



«rinserratevi con qualche amico nella maggiore stanza che sia sotto coverta di alcun gran navilio, e quivi fate d’aver mosche, farfalle e simili animaletti volanti; siavi anco in gran vaso d’acqua, e dentrovi de’ pescetti; sospendasi anco in alto qualche secchiello, che a goccia a goccia vadia versando dell’acqua in un altro vaso di angusta bocca, che sia posto in basso […] voi non riconoscerete una minima mutazione in tutti li nominati effetti, né da alcuno di questi potrete comprender se la nave cammina o pure sta ferma».

  • «rinserratevi con qualche amico nella maggiore stanza che sia sotto coverta di alcun gran navilio, e quivi fate d’aver mosche, farfalle e simili animaletti volanti; siavi anco in gran vaso d’acqua, e dentrovi de’ pescetti; sospendasi anco in alto qualche secchiello, che a goccia a goccia vadia versando dell’acqua in un altro vaso di angusta bocca, che sia posto in basso […] voi non riconoscerete una minima mutazione in tutti li nominati effetti, né da alcuno di questi potrete comprender se la nave cammina o pure sta ferma».

  • Dialogo sopra i due massimi sistemi



  • Osservatore A



Con questo principio Galilei neutralizza tutte le esperienze che vanno contro il sistema copernicano delineando una nuova configurazione della meccanica.

  • Con questo principio Galilei neutralizza tutte le esperienze che vanno contro il sistema copernicano delineando una nuova configurazione della meccanica.

  • Il principio della relatività dei moti infatti stabilisce che, sulla base di osservazioni meccaniche compiute all’interno di un determinato sistema, è impossibile asserire se tale sistema sia in quiete o in moto rettilineo uniforme.

  • Tanto la quiete quanto il moto sono due stati dei corpi, sono cioè sullo stesso piano ontologico.

  • Il corpo è indifferente di fronte all’uno o all’altro di questi due opposti stati. In assenza di resistenze esterne affinché un corpo in moto sia arrestato è necessario l’intervento di una forza.



«Ma poi, al di là delle stelle di sesta grandezza, si scorgerà con il cannocchiale un così numeroso gregge di altre, sfuggenti alla vista naturale, che appena è credibile; è dato infatti di vederne di più di quante ne comprendono le altre sei differenti grandezze».

  • «Ma poi, al di là delle stelle di sesta grandezza, si scorgerà con il cannocchiale un così numeroso gregge di altre, sfuggenti alla vista naturale, che appena è credibile; è dato infatti di vederne di più di quante ne comprendono le altre sei differenti grandezze».

  • Sidereus Nuncius, 41



«È infatti la Galassia niente altro che una congerie di innumerevoli stelle disseminate a mucchi; chè in qualunque regione di essa si diriga il cannocchiale, subito una ingente folla di Stelle si presenta alla vista, delle quali parecchie si vedono abbastanza grandi e molto distinte, ma la moltitudine delle piccole è del tutto inesplorabile».

  • «È infatti la Galassia niente altro che una congerie di innumerevoli stelle disseminate a mucchi; chè in qualunque regione di essa si diriga il cannocchiale, subito una ingente folla di Stelle si presenta alla vista, delle quali parecchie si vedono abbastanza grandi e molto distinte, ma la moltitudine delle piccole è del tutto inesplorabile».

  • Sidereus Nuncius, 43





«Ma haimè, Signor mio, il Galileo, vostro caro amico e servitore, è fatto irreparabilmente da un mese in qua del tutto cieco. Or pensi V. S. in quale afflizione io mi ritrovo, mentre che vo considerando che quel cielo, quel mondo e quell’universo che io con le mie meravigliose osservazioni e chiare dimostrazioni avevo ampliato e cento e mille volte di più del comunemente veduto dà sapienti di tutti i secoli passati, ora per me s’è diminuito e ristretto chè non è maggiore di quel che occupa la persona mia»

  • «Ma haimè, Signor mio, il Galileo, vostro caro amico e servitore, è fatto irreparabilmente da un mese in qua del tutto cieco. Or pensi V. S. in quale afflizione io mi ritrovo, mentre che vo considerando che quel cielo, quel mondo e quell’universo che io con le mie meravigliose osservazioni e chiare dimostrazioni avevo ampliato e cento e mille volte di più del comunemente veduto dà sapienti di tutti i secoli passati, ora per me s’è diminuito e ristretto chè non è maggiore di quel che occupa la persona mia»




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