17 luglio 2004 Sansepolcro



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17 luglio 2004 - Sansepolcro
Il treno scivola lungo le curve dello svincolo ferroviario. Non avevo voglia di partire: quando stamattina è suonata la sveglia ho pensato di rimandare e continuare a dormire. Ho tenuto duro e poi tutto è andato per il suo verso. Mi sono comperata anche la settimana enigmistica: più che un pellegrinaggio, una gita scolastica.
Non so bene cosa sto facendo: la tentazione di lasciar perdere è forte e non controbilanciata da aspettative intense. Forse il fatto di rimanere in Italia destituisce un po’ di intensità l’anima della vacanza. Eppure voglio entrare in questa cosa, voglio viverla fino in fondo, voglio assaporare ancora lo spazio, la distanza, la libertà totale del camminare. Ma è solo fantasia, l’Umbria mi appare come una specie di cosa verde ed indistinta, riva fatale rivelatasi quest’ultimo anno, imprevedibile cardine della mia vita quotidiana. Penso a quanto l’anno scorso desiderassi andarci, ebbene, ecco qua. Vediamo che ne sarà.
Vorrei trovare un registro nuovo, differente, ma ormai so che il tono dipende dalla funzione che si attribuisce alla scrittura. Se uso la pagina come strumento per scardinare la superficie della realtà, come lente che consente alla mia anima miope di distinguere le cose, ancora una volta, non farò che descrivere, e descrivere.
Mi piace quest’ora, la striscia di nebbia che indugia sui campi, la pianura padana in tutta la sua bellezza, l’infinito cantiere dell’alta velocità.

Il viaggio è gradevole ma non riesco a goderlo fino in fondo, continuo ad essere preoccupata all’idea di non trovare sistemazioni per la notte. So già che ci vorrà qualche tempo per spogliarmi da questi irrigidimenti, intanto qualcosa combinerò, resta sempre la via di fuga di un rapido ritorno a casa. Sono intorpidita dal sonno e non ho voglia di guardare fuori, preferisco avvolgermi nelle preoccupazioni come in una coperta.


*
Ad Arezzo ho preso al volo un pullman per Sansepolcro, gomito a gomito con una suora, la mia prima suora umbra. Abbiamo costeggiato Anghiari dal basso, una montagna tornita di costruzioni, una piccola torre di babele, come nel quadro di Brueghel. Poi la Valtiberina si è aperta ai nostri piedi immersa in una nebbia azzurrina di calore.
Da Sansepolcro sono salita agevolmente al convento dei cappuccini, un posto bello ed accogliente, dove però per me non c’era posto, così sono tornata in paese con la coda fra le gambe, un po’ delusa. Varcate le mura ho imboccato una viuzza e mi sono trovata di fronte ad ristorante che ricordavo di aver visitato anni fa con la mamma. Il ristorante ha un minuscolo albergo a una stella: ecco risolto – dovrei proprio dire ex machina - il problema del posto per la notte.

Ho aggredito un piatto splendido di tagliatelle fatte in casa col sugo di cinghiale, poi sono passata al dolce, una cialda croccante e burrosa, ripiena di vaporosa crema chantilly e fragole freschissime. Un pranzo celestiale.

Nel tavolo accanto a me, una compagnia male assortita: un uomo decrepito, immagine stessa di tutto quanto vi è di sgradevole nella vecchiezza maschile, conciona pomposamente il figlio e una ragazza filippina. Il vecchio però è sordo e gli sforzi del figlio di sostenere la conversazione ispirano ansia e pena, egoisticamente anche fastidio. La ragazza filippina assiste serafica.

Il figlio vive a Londra e probabilmente sta adempiendo alla sua dose annua di dovere filiale. Lo fa con evidente impaccio, domani tornerà a Londra e cenerà al club Oxford-Cambridge, affiliato all’università dove lavora, come ha grottescamente ripetuto più volte, nel – vano - tentativo di farsi ammirare dal padre.


*

Percorro le strade medievali di Sansepolcro, affascinata dai monumenti, i bei negozi, l’ordine e la pulizia. Mi rendo conto di enunciare criteri estetici banali, molto padani e prevedibili: negozi, ordine, pulizia, ma non riesco ad esprimere altrimenti lo stupore un po’ ebete davanti a queste strade antiche, piene di gente e colore. Camminando, mi ripetevo come un mantra, sono in vacanza, sono libera, e man mano tale consapevolezza si faceva strada.


Mi trovo nel museo di Sansepolcro, davanti alla Resurrezione di Pier della Francesca. Come tutti i grandi quadri di cui si sono viste decine di riproduzioni, l’originale sembra in qualche modo più piccolo, più modesto, diverso dall’icona che ci si rappresentava. Eppure la potenza del quadro qui risulta rafforzata proprio dalla relativa modestia delle dimensioni e dell’impianto.

Aldous Huxley diceva che questo è il quadro più bello del mondo. Io non sono in grado di far altro che accodarmi a questa o quella opinione. Ma certo la figura di Cristo, con quel ginocchio avvolto dai drappeggi che esprime tutta l’energia trattenuta della risurrezione, come una forza pronta ad esplodere; l’intensità dell’espressione, la perfetta costruzione prospettica, l’armonia dei corpi, le linee dei contorni.

Sono scesa nel sotterraneo, una galleria dalle volte a crociera che ospita reperti ecclesiastici, paramenti, ostensori eccetera. E un fregio in pietra con un bassorilievo staccato dalla facciata di un palazzo del duecento. Tre cavalieri, due a cavallo e uno a piedi, che brandiscono la spada, poi grifoni, un’aquila, e un altro cavaliere. Fantasia romanica e ferocia medievale, volute e masse quadrate, i tre cavalieri soprattutto incutono paura.

Poi, vesti e paramenti, tripudio di sete e broccati, ricami di accuratezza e complessità persino difficili da decifrare, uno scintillio di oro, argento, fiori, tralci, volute. Infine un’esposizione di chiavi e serrature, dove non so se mi stupisca più la bellezza dei disegni e delle forme o l’ingegnosità dei meccanismi.


*

Via Venti Settembre, selciato di pietra, case basse e quadrate, nessuna auto, un’impressione di straniamento. Senza i rumori del traffico, il ventunesimo secolo si fonde nei suoi predecessori. Le vie hanno nomi strani, a volte buffi, forse una peculiarità coltivata ad uso dei turisti. Nelle strette strade laterali, le facciate si fanno popolari, le finestre, più piccole; stenditoi, persiane e piante fiorite si sostituiscono ai frontoni ed agli ingressi di marmo, il silenzio si inframezza a voci e richiami, gente sulle seggiole chiacchiera nella pigrizia del tardo pomeriggio.

Case ordinate, strade pulite, tutto probabilmente frutto più del benessere che di una buona amministrazione. In una vietta, una pasticceria da cui usciva quel profumo di crema e burro, lo stesso che sentivo aleggiare attorno alle pasticcerie di Porto S. Giorgio la mattina, quando con la nonna e la mamma andavamo a fare la spesa. Ho sbirciato il laboratorio, tre donne vestite di bianco guarnivano un’enorme crostata alla frutta, certo una torta nuziale.
Osservo un palazzotto d’angolo, architettura finto medievale stile Viollet le Duc. Fantastico sull’eccentrico filantropo di paese che avrà ordinato il fregio nero a grifoni bianchi, più liberty che neogotico, adorno di motti simpatici, “in necessariis unitas, in dubiis libertas”, suo quisque studio ducitur”.
Scende la sera, la luce si addolcisce, dalla strada sale l’odore della pietra scaldata, dalle porte esce profumo di carne arrostita, di carbone mentre i sentori della notte calano come un velo, e tutto si mescola.
Ad un certo punto mi sono persa, continuavo a percorrere strade già viste, mi sentivo in trappola, assurdo in un posto tanto piccolo.Grazie alla cartina, ho ritrovato la direzione ed un irish pub, in una piazzetta asimmetrica e silenziosa. Tavolacci di legno all’aperto sotto ombrelloni quadrati, musica soffusa e Guinness, ecco la mia cena. La pinta è un po’ striminzita, il bordo di schiuma è troppo alto, però la birra è buona, con appena una sfumatura metallica, colpa di un poco assiduo lavaggio dei sifoni. Nel tavolo di fronte quattro buffi ragazzini si accapigliano poi, dopo aver esaurito i rituali imposti dagli ormoni, si mettono tranquilli a parlare di sigarette con piglio da esperti e i soliti discorsi da adolescenti di paese, che si fa, dove si va. Usano strani modi di dire, arcaici, poi, come i bambini che credono di non essere più, finiscono per parlare delle rispettive madri.
Come mi sento? Come sono? Desiderosa di iniziare, di mettermi alla prova, di affrontare finalmente questa cosa. L’aria è ferma, sono le nove, leggo il mio giallo e ozio. Che nostalgia per il Camino, per il clima che si respira, per il modo in cui si vivono le cose. Spero di riuscire a combinare qualcosa, domani.

Ho comprato un pacco di biscotti. Ciò che mi crea problemi di identificazione in questo viaggio è l’assenza di una meta. Si ha un bel dire che il Camino vale di per sé e non per l’arrivo a Santiago, ma non è vero. Anche per chi non lo riconosce, il senso del Camino è Santiago, la Cattedrale, l’Apostolo. Ciò che attira, trascina, spinge è la meta. Qui, forse, la natura acefala di questo viaggio è un limite invalicabile. Assisi è solo a metà del viaggio. Ma forse questo aumenta il senso di itineranza, lo spezzarsi delle esperienze. Francesco non si è mai fermato, ha continuato a pellegrinare fino alla fine.

Avrei voluto salire al convento di Montecasale oggi, ma non mi sembrava il caso di stancarmi ancora prima di iniziare. Ho paura di non farcela, di essere tradita dalle gambe, anche per questo non ho osato allenarmi durante l’anno, non avrei sopportato di non poter partire. Sono le nove e mezza, è scesa la notte, è finita la birra. Andrò, sognando la strada di domani.
18 luglio 2004 Sansepolcro – Città di Castello
Ho cominciato dunque e, per rinnovare l’immortale citazione che ha aperto il diario dell’anno scorso, “fino qui tutto bene”. Alle 6.20 ho trovato un bar aperto, dove ho comprato una brioche calda. Ero molto, molto preoccupata per la risposta delle mie gambe, ma le Lodi di questa mattina mi hanno rassicurato “Padre sai che la nostra fragilità non può resistere a lungo (…) donaci la salute fisica e la serenità dello spirito”. E così sia.
Seguendo le indicazioni del libro di Angela, sono uscita dal paese attraverso una zona in cui alle cascine si addossavano i capannoni, città e campagna ancora confuse l’una nell’altra. Poi le costruzioni si sono ritirate, lasciando tutto lo spazio ai campi.

La luce era dorata, l’aria sapeva di menta, the e camomilla, i piccioni si levavano al mio passare, pompando l’aria come se fosse densa.

Mentre costeggiavo un campo di pomodori mi sono resa conto che il sole stava salendo, rapido, preannunciando una giornata calda. Ho attravesato Grignano, una frazione col suo palazzotto tristemente abbandonato, tre piani da terra, persiane verdi sgretolate e un festone di edera rinsecchita che pendeva dal balcone.

Alle 7.30 il sole era già alto e la strada si manteneva in piano, consentendomi di allenare le gambe in vista delle imminenti salite. Lunghe distese di campi in cui il solo movimento erano i getti degli irrigatori, i soli suoni, il battito dei miei passi e il canto degli uccelli. In una cascina, un gallo enorme, bianco con riflessi rosa, gonfio come un cuscino sprimacciato, due zampe che sembravano rami.


Finita la piana, ho raggiunto in mezz’ora il santuario della Madonna di Petriolo, dove mi sono concessa la prima pausa su una panca, ai piedi di un orrendo campanile moderno affacciato sulla Val Tiberina. Da lì sono scesa per una piccola valle, stretta fra le colline verde scuro, un campo di grano maturo a sinistra, qualcosa di verde a foglia larga a destra, in alto si intravedevano le case di Citerna, alle mie spalle il campanile di Petriolo era già minuscolo. Il bordo della strada era una profusione di fiori azzurri, malva o lino, non saprei.

Un altro campo mentre la strada curvava e si alzava leggermente, spighe piccoline esili e quasi bianche. Ho camminato per un po’ con un signore che portava la bici a mano perché la salita era troppo aspra. Mi ha indicato sentieri ormai scomparsi, divorati dal bosco, e mi ha raccontato di quando da bambino andava a scuola a Citerna arrancando in mezzo alla neve.


Dopo essere entrata nel bosco, la strada ha continuato a salire fino al santuario degli Zoccolanti. Nella chiesa, suore di clausura vestite di bianco terminavano di cantare il Salve Regina. La grata dietro l’altare era aperta ma la reclusione era un muro tangibile. Mi sono sentita stringere il cuore al pensiero. Attorno al monastero correva il filo spinato…brr.
A Citerna, una lapide cita ”Questo civile ostello accolse nel luglio 1849 Giuseppe Garibaldi e la sua Anita, oggi 6 agosto 1882 il municipio di Citerna pose questo marmo e non aggiunge parola per nulla togliere all’eloquenza di tanto ricordo”. Carino.
Una sosta sulla rocca di Citerna, un quadrilatero mal tenuto di pietre gialle con una balaustra affacciata sulla valle, all’ombra di due begli alberi dalle foglie affusolate, raggruppate a ciuffetti su rami sottilissimi. La valle è larga, bassa, vedo le case di Sansepolcro ed il tozzo stabilimento della Buitoni. Mi rendo conto di aver fatto un bel po’ di strada, in tre ore. Il signore in bici mi ha detto che cammino veloce, mi sono sentita lusingata, soprattutto perché credevo di aver assunto un’andatura lenta e rilassata. Starei qui per sempre, all’ombra degli alberi, stesa sui gradini di pietra, ma sono le nove e mezza e devo proprio andare.
*
Ho esplorato rapidamente il camminamento coperto che corre sotto le mura, ristrutturato ma tenuto molto male, poi sono scesa verso Monterchi, fra ginestra ed ulivo in fiore. Nonostante la strada fosse stretta e sassosa, lo sguardo spaziava lontano. Una pineta emanava il suo aroma caldo e appiccicoso, ma già i fianchi della collina erano butterati dai cantieri di case in costruzione e giù, vicino all’abitato, il luccichio eccessivo delle lamiere denotava la presenza di un parcheggio.

A Monterchi mi sono aggirata per il mercato, godendo degli accenti, delle chiacchiere delle donne e dei lazzi dei venditori – così “da mercato”, così medievali, così uguali dovunque – infine ho comprato un panino con la porchetta che mangerò più tardi e che già impesta il mio zaino. Sono andata a vedere il quadro della Madonna del parto, approfittando del piccolo museo per riposare un po’, usare il bagno e bere.


Fuori del paese ho sostato sotto un albero di prugne, controllata a vista dal contadino. I rami erano carichi di frutti ma troppo alti, così ho preferito cercare fra le prugne a terra e ne ho raccolte tre, non troppo marce e molto buone.
Poco dopo Monterchi ho dovuto affrontare una salita faticosissima, al termine della quale ho sbagliato a contare ed ho mancato un bivio. All’altezza di Patrignone ho raggiunto un casale semiabbandonato e circondato da filo spinato, guardato da un enorme pitbull. Immediatamente ha fatto capolino un inquietante ragazzotto muscoloso e tatuato che mi ha invitato ad andare via. Se questo fosse un film, quello sarebbe il quartier generale di qualche organizzazione paramilitare.

Per fortuna almeno la direzione era giusta, così alla fine ho raggiunto un punto indicato nel libro di Angela e mi sono potuta orientare.

La salita è proseguita più aspra, io ero sempre più tormentata dalla sete. Stupidamente non mi ero portata acqua, non per distrazione ma nella pretesa di temprarmi. Per fortuna ho trovato un albero di mele, con cui ho potuto dissetarmi. Verso l’una, ho raggiunto una pineta e mi sono stesa fra gli aghi, godendo della brezza che soffiava fra i pini. Ho sonnecchiato un po’, svegliandomi coperta di lappole. Ho rimesso le scarpe, sbattuto bene la maglia ed ho ripreso.
*
La strada proseguiva per il crinale in lieve discesa, la Val Tiberina sembrava spalancarsi sotto di me, verde e gialla, piccoli appezzamenti, alberi isolati e snelli, l’impressione di guardare il plastico di un trenino. All’altezza dell’ennesimo casolare ho dovuto deviare per risalire un colle, verso un gruppo di case posate sul cucuzzolo, da lontano sembrava carino e suggestivo e mi sono illusa che ci fosse un bar dove bere quei due litri d’acqua cui anelavo disperatamente.

Purtroppo a Celle, questo è il nome della frazione, c’era un rélais molto suggestivo ma nessun bar. Il posto era completamente restaurato, il selciato tutto nella stessa identica pietra gialla delle case, ma in modo sobrio e rispettoso e l’assenza di vita era compensata da una sorta di algida bellezza, come una farfalla infilzata su uno spillo.


Sono scesa dall’altro lato, la valle era stretta, assediata dai boschi, i campi di grano erano strisce o trapezi obliqui, stesi sui fianchi delle colline.
Da lì è iniziato un tratto massacrante ed inutile, un’ora di arrampicata nella polvere e sotto il sole a picco, solo per raggiungere un crinale attraverso un boschetto e poi ridiscendere. Io morivo di sete, avevo le gambe molli, ma non osavo fermarmi perché non ero sicura della direzione e soprattutto perché non sapevo se sarei riuscita a riprendere.

Cercavo di sopportare la sete, ma mi sembrava di avere la bocca piena di colla. Inoltre ero digiuna, se si eccettuano i biscotti e le mele, e mi ero scottata fronte, naso, faccia, collo e braccia.

Ho finalmente raggiunto la cima, non so come, forse solo il pensiero ossessivo dell’acqua mi ha dato la forza di proseguire.

Poi la strada è entrata in un bosco, la temperatura si è abbassata, facendomi sentire meglio. Il sentiero si è ristretto ma, invece che scendere, come indicato nel libro, ha ripreso a salire. Ero preoccupata, non mi sentivo in condizioni di tornare indietro – e poi dove? – ma, superato un campo di grano sul limitare del bosco, è iniziata la discesa. In una mezz’ora ho raggiunto il fondovalle e mi sono catapultata nel primo bar del paese.

Ho ordinato un enorme bicchiere di coca, l’ho bevuto d’un fiato, quasi senza accorgermene e, dopo pochi secondi, ho iniziato a sudare, riprova di quanto fossi disidratata. La coca cola era pura libidine, per reidratarmi seriamente ho comprato una bottiglia d’acqua da due litri e me la sono bevuta d’un fiato mentre decidevo se proseguire sulla nazionale per Città di Castello, oppure salire all’eremo.
*
Alla fine ho ceduto, ero – non stanca – ma timorosa di tirare troppo la corda. Così ho proseguito lungo la nazionale fra le auto e sono arrivata a Città di Castello. L’avvicinamento è stato lento e sgradevole come sempre, ma ho trovato l’albergo segnalato da Angela, anche se la signora che mi ha ricevuto non sapeva nulla della convenzione coi pellegrini. Appena entrata in camera, mi sono levata le calze e gettata sul lavandino, bevendo ancora, fino a stordirmi.

Poco dopo mi sono diretta al parco ansa del Tevere. L’ansa non c’è ma c’è il festival dell’Unità. Sono passata un prima volta, quando i capannoni erano chiusi e deserti ma l’erba era fresca ed avevo bisogno di sedermi. Spezzare la scansione delle soste ogni due ore ha sempre effetti deleteri sui piedi. Un gruppo stava provando sul palco, accanto a me cinque signore hanno preso le sedie di plastica e si sono accomodate a chiacchierare. Tutti conoscevano tutti.

Ho visitato da cima a fondo Città di Castello e come al solito ho girato troppo. Poi sono tornata alla festa dell’Unità ed ora siedo avanti ad un piattone (altro che salamelle!) di tagliatelle all’oca, fagioli con le cotiche e anguria. Tutto buonissimo, come al ristorante. Il clima è placido, da festa di paese, ma io ho solo voglia di stendermi e dormire. Sono stata a Messa, ma ero distratta e persino l’insegnamento di Marta e Maria (“Marta, Marta, tu ti affanni per troppe cose, solo una è la cosa importante, tua sorella Maria si è presa la parte migliore e non le sarà tolta”), spiegato bene da un prete anziano e bravo, mi ha toccato a stento.
*
Sono a letto; benché siano solo le nove e venti mi sento ubriaca di stanchezza. Eppure ho percorso solo 26 km, cioè quasi niente. Domani devo stare molto attenta, l’anno scorso ho bruciato il ginocchio proprio il secondo giorno. Prima pensavo a quanto mi manca tutto quello che si trova sul Camino, la stima altrui, la sensazione di rivestire un ruolo preciso e riconosciuto, cose che aiutano a divenire pellegrini dentro.
In un percorso di questo genere invece è molto più difficile, anche perché la costante preoccupazione circa la giusta direzione toglie spazio ad ogni riflessione. Oggi, mentre salivo faticosamente tra la polvere, sotto il sole a picco e solo tenere lo sguardo fisso a terra mi dava la forza di spingere sui garretti per sollevarmi sino al passo successivo, mi rendevo conto che nella mente mi rimaneva conficcato in sottofondo un tormentone, una frase, un ritornello, a cui si sovrapponeva il pensiero dominante, la stanchezza, la sete, infine sopra ancora – ma con un maggior sforzo di concentrazione - il pensiero del percorso, quello fatto, quello da fare. In tutto questo è difficile insinuare un pensiero astratto, la mente - semplicemente – si rifiuta.
19 luglio 2004 Città di Castello – Pietralunga
5.45, c’è già gente in giro ed ho trovato subito un bar aperto. Il risveglio è stato sgradevole, ero tutta indolenzita, nei muscoli, non nelle ossa. Mi sentivo stanca e demotivata. In queste situazioni si coglie la forza del Camino: l’esempio degli altri, i riti, l’istituzione, ogni cosa ti trascina.

Mi sono fermata ad un altro bar per un caffè e ho preso, potendo, un bombolone. Il primo morso di ogni bombolone mi riporta ai bar sulla spiaggia, quando la mattina presto arrivavano ancora tiepidi sul cabaret di cartone chiazzato di unto.


Se ripenso alla giornata di ieri, la rivedo sbriciolata in decine di episodi inconciliabili, come se si fosse trattato di giorni diversi. Così la sofferenza dell’ultimo tratto non sembra più decisiva, come mi era parsa mentre la subivo.

Risalgo lentamente questa valle coltivata a grano e girasoli. Vorrei essere come gli eschimesi, che hanno sessanta vocaboli per definire la neve, vorrei avere sessanta vocaboli per definire le colline , i campi. Questa è un anfratto triangolare, ultima propaggine delle distese alle mie spalle, chiusa da colli verdi, bassi, a forma di sigaro.


La strada risale in una galleria d’alberi lasciando il fondovalle. Sono le 6.30 il sole è già alto. Oro giallo è la luce del mattino, ambra e miele quella della sera. All’ombra ristagna ancora il freddo della notte, quell’impressione di solitudine che si accompagna alle tenebre. Molte macchine, anche se non capisco dove vadano o da dove vengano.

Il disgusto di ricominciare è già un ricordo lontano, offuscato dalla nuova avventura e da quest’ora, che è la mia preferita, quando camminare è bello, sembra naturale come respirare, quasi non ce ne si accorge.


Percorro una striscia di asfalto che controluce sembra incandescente. Uno stormo di uccelli frulla via dai tralci di un vigneto, i cani abbaiano. In basso scorre un torrente. Dalle stoppie sale un odore appena acido che si perde nel profumo del bosco. L’ululato si è trasformato in un coro lugubre, chissà che cosa l’ha provocato.

In simili momenti penso che questa sia la vacanza migliore che potessi desiderare. Ieri sera ero stanca e svuotata, il giro inutile per Città di Castello, il mancato riposo per decomprimere lo stress della giornata, mi avevano lasciato abbattuta e infelice, ho pensato di fermarmi qualche giorno per riposare. Ma sapevo che una sosta mi avrebbe trasformato in un topo in gabbia, avrei girato qua e là fino a consumarmi. La strada è l’unica cura.

Dopo una curva mi trovo ai piedi di una parete di roccia, un ponte coperto ad una sola corsia fatto di tubi innocenti arrugginiti, costruito per proteggere la strada dai massi. E sotto il torrente si allarga in una serie di secche rocciose, lambisce un praticello e scende dolcemente, gradino dopo gradino, in mulinelli gentili e dall’aria innocua.

Mi sono fermata un attimo, siedo su questo prato madido di rugiada e guardo l’acqua intorbidata dal muschio mormorare sommessa ai miei piedi. E’ troppo presto per soffermarsi, devo riprendere.


*
Sto salendo per una strada larga, fra i pini, il profumo mediterraneo della ginestra si mescola a quello aromatico della resina. Poco fa, al bivio, mi è capitata una cosa buffa. Una signora che lavorava al proprio orto mi ha sentito cantare e mi ha fatto i complimenti, osservando che dovevo essere contenta, se cantavo. Forse aveva ragione.

Poi mi ha detto che il tragitto fino a Pietralunga sarebbe stato lungo e mi ha chiesto quello che chiedono tutti, “abita a Pietralunga?” Ieri il ciclista mi ha domandato se abitassi a Castello. Italia contadina, profonda, dove l’andare in sé e per sé rappresenta ancora un’eccentricità inconcepibile.

I primi tornanti sono stati duri, ma ho resistito ed ora il pendio si addolcisce, alternando tratti aspri a salite come questa, nelle quali posso dedicarmi ad assaporare i profumi della natura ed ad individuare le poche piante che conosco.

All’improvviso si è alzato il canto dei grilli. Ieri, mentre arrancavo dopo Patrignone, ad ogni mio passo dal sentiero sconnesso e polveroso si levavano centinaia di cavallette, facendomi sentire una sorta di divinità indiana scesa sulla terra.


La strada scende seguendo la cresta della collina, alla mia sinistra le ginestre, i rami ritti come candelabri ornati di fiamme gialle, campi di grano cintati modellano la sinuosità del terreno. Ai pini si alternano le robinie, ornate di strani baccelli panciuti. Ora è segale, esile, cartacea, di un biondo slavato, quasi bianco. A destra il campo scende a precipizio contro il fianco alberato di un’altra collina, odore di erba tagliata, secca, pino.

8.30, fa già molto caldo. In un orto ho visto un animale stranissimo, bianco con penne folte e becco rosso, più affusolato di un’oca e più gonfio, ondeggia come un tacchino ma ha il collo più corto. Ieri ho visto delle gallinelle piccolissime, poco più di piccioni, sono galline donde, mi ha precisato orgoglioso il padrone. Qui i casali appaiono per lo più abitati e ancora attivi, Mi piace questa contaminazione fra civiltà moderna e contadina, non c’è certo il culto del nuovo, ogni cosa è vecchia, impolverata, reca i segni di un uso ripetuto e decennale.


Piedi e gambe mi richiamano all’ordine, non posso ignorare il minimo segnale. Non c’è altro che il ciglio della strada, così mi accomodo all’ombra di un pino fra l’erba alta e pungente. Anche stavolta mi sono quasi assopita. La mente vaga, stanca come il corpo e poco intenzionata a cimentarsi in riflessioni impegnative o complesse.

In Spagna non ho visto una bellezza paragonabile, forse più indietro, nei Pirenei che non ho conosciuto. Qui, persino il bordo della strada è un luogo paradisiaco. Niente di francescano in questo, tuttavia. I rami del pino adorni di strane palline, formano sopra il mio capo un reticolo quadrato contro il cielo quasi indaco.

Il sole si fa sempre più caldo e tra poco potrebbe diventare insopportabile. E’ strano, sono rimasta qui venti minuti e non ricordo nulla, come in un sonno. Mi sono lasciata solo cullare dalle sensazioni, l’erba pungente, la frescura, la luce, i ronzii, i fruscii e, meno ancora, il rilassamento dei piedi e delle spalle, della schiena. L’impressione di cedere tutto il mio peso alla terra.
*
I pini e la pendenza lieve ricordano un altopiano dell’Alto Adige. Farfalle maculate, bianche e nere, si posano numerose sui fiori. Ieri, in un momento di crisi, forse il peggiore, ho scoperto che la fatica della salita si attenua se si tiene la testa bassa sul sentiero, in modo da non percepire visivamente la pendenza. Sembra una sciocchezza, ma funziona.

In due giorni ho imparato a prestare attenzione alle altimetrie, così da sapere esattamente cosa mi aspetta. E’ una considerazione banale, ma capisco che la gamba per la montagna comincia dalla testa, soprattutto per chi – come me - l’affronta da sola, senza avercela nel sangue. La strada è divenuta bianca, larga e polverosa e si addentra in un bosco di querce e noccioli.


Ho raggiunto la Pieve di Saddi, un luogo deludente ed abbandonato, qualche vecchio ponteggio per scongiurare crolli importanti e vari rottami abbandonati fuori della casetta adiacente. Mi sono scalzata ed ora sto qui, all’ombra del rudere, avvolta in un nugolo di moscerini che tento buddisticamente di ignorare ma senza effetto.

L’orgoglio di aver percorso 15 km prima delle undici, si smorza nel fastidio e nel disagio di questo posto poco accogliente. Metto i sandali e cerco qualcosa di meglio, ma non c’è scampo, i moscerini mi assediano, attratti forse dal sudore o dal colore sgargiante dei miei abiti.

Mi sono spostata sotto un pino ed ho dormito un’ora, ignorando gli insetti, meno molesti sotto l’albero, cullata dal vento fresco e dal canto degli uccellini, stesa fra paglia e lappole. Mi sento un po’ debole e istupidita, piena di spighe come un cane randagio. Sto bene. Eppure è difficile descrivere l’abbandono. Prima, mentre salivo, pensavo a quanta fatica io faccia per rivolgere il pensiero in preghiera, anche in luoghi come questi. Spiace abbandonare le riflessioni superficiali o compiaciute - che durano un istante e sono sostituite da altre altrettanto frivole - e rivolgere il pensiero al Signore. Non è certo il paesaggio, ciò che ispirò Francesco. La fede è a monte e la fede viene dalla disciplina, dalla preghiera. Ma la sola disciplina che riesco ad impormi è quella delle gambe. La mente è un cavallo viziato ed eccentrico.
Sto rosicchiando il croccante al sesamo comprato stamattina al bar di Città di Castello. Ho dimenticato le riflessioni sul camminare fatte poco prima di arrivare qui e che mi ero ripromessa di trascrivere. Ho finito di ripulire dalle lappole la maglia indiana - ormai lacera ma cui sono profondamente affezionata - e quella rosa presa da decathlon. Sono le 12.30, non è l’ora migliore per mettersi per via, ma è tempo di andare.
Ripartire è il momento peggiore, due forze si contrappongono, il corpo non vuole riprendere ed anche la mente stenta ad accettare il ritorno alla fatica, ai dolori. Solo la necessità trascina, fino a che non riesce ad asservire corpo e mente, e a volte ci vogliono anche mezz’ora di disgusto, repulsione e malumore, prima di rientrare con la testa nel cammino. Camminare e stare fermi sono come il giorno e la notte, inconcepibili l’uno all’altro.
*
L’avvio non è stato traumatico come temevo ed ora scendo lievemente per questo sterrato sassoso. Un ultimo sguardo alla pieve: è un peccato che sia abbandonata, l’abside esagonale è molto bello e le mura snelle si levano alte sulla vallata, sarebbe un complesso splendido se restaurato.

Ho bevuto un sorso alla fontanella maleodorante che Angela garantisce come potabile ed ho bagnato la bandana, per proteggermi dal sole.

Contrariamente alle indicazioni di Angela, dopo il primo tratto la strada si è inerpicata allo scoperto per oltre due chilometri, mentre avrebbe dovuto scendere sin dalla Pieve. Finalmente, all’ingresso di una bella pineta, l’inclinazione si è invertita. Comincio ad avere sete, nonostante il sorso attinto alla pieve. Cammino a mezza costa, la parete è roccia arida e friabile, sostenuta solo dalla vegetazione foltissima, quercioli soprattutto, dai piccoli tronchi rugosi e contorti e dalle foglie piccole e fitte, e poi ginestre, pinetti, felci ed alti cespugli.
Ogni tanto si apre una radura sbilenca di erba verde, costeggiata da alberi più alti. Eppure, nonostante tutto questo verde, non c’è una goccia d’acqua, un lucore di umidità, un rivolo.

Ed io penso all’acqua, vivo mille volte la sensazione di ieri, quando ho accostato alle labbra il vetro verde del bicchiere colmo di coca cola, l’istante in cui ho sentito la grossolana densità del vetro, ho percepito l’alito gelato della bibita…Oggi non ho sete come ieri, e comunque ho con me una piccola scorta, anche se ciò è contro i miei principi di spartana resistenza, l’ho portata solo come misura di emergenza.


L’orizzonte si è aperto verso montagne più scure, nude, grigie. Attorno, le colline sono coperte di boschi con chiazze gialle e verdi, grano e pascolo; nei prati, camomilla e denti di leone, tronchi abbattuti da troppo tempo che hanno assunto una tinta caramello. Lungo il bordo crescono i rovi, ahimè ancora senza frutti, le mele e le prugne di ieri sono solo un ricordo.
Lo sterrato si è trasformato in una stradina asfaltata che è scesa sino ad un torrente e poi è risalita per una pendenza tutto sommato lieve, ma interminabile. Alla lunga il caldo e la fatica mi hanno tagliato le gambe, così mi sono sbattuta – è la parola giusta- in un angolo pieno di polvere e foglie secche, non ce la facevo più. Ora la brezza mi ha abbassato la temperatura corporea e i piedi respirano. Dovrei essere vicina, ma non ne ho la certezza. Sono rimasta ad ascoltare il sudore che mi scendeva dappertutto ed il vento che lentamente mi raffreddava.
*
Chissà come mai l’ultimo tratto è sempre così duro. Superata l’ennesima curva, ho trovato la deviazione per il paese ma – seguendo le indicazioni di Angela - mi sono diretta verso la zona residenziale nel bosco, ovviamente in salita. Poco prima, quando credevo che sarei morta di sete, mi ero imbattuta in un melo, per quanto la sete di oggi non fosse niente di paragonabile a quanto avevo patito ieri.

Ho mangiato un paio di meline e ripreso fiato. Alla fine ho raggiunto la cima dell’ultima collina, dove sorge questo albergo che sembra un enorme chalet col tetto a punta, assurdamente non rifinito, all’interno mattoni e calce a vista, pareti in cemento senza battiscopa.

Nella mia stanza, due letti a scomparsa non scompaiono affatto e incombono sulla mia testa in una nicchia di compensato. Ho fatto il bucato, lavando i pantaloni rossi perché erano pieni di fango e la maglietta, perché doveva essere lavata. Ho spalmato il miracoloso Prep sulle spalle, piagate come quelle di Ben Hur alla galea, e sui piedi, gioendo di questa multifunzionalità da unguento medievale.. Ho scritto alla Michela ed alla Elena. Infine mi sono coricata ed ho dormito fino alle cinque, poi sono scesa in paese, distante almeno un paio di chilometri, con una valutazione ottimistica. La galoppata valeva la pena, Pietralunga è piccolino ma tenuto amorevolmente, alto (ahimè) su una collina, una parte della cinta di mura e molte case perfettamente restaurate.
Purtroppo il ristorante consigliatomi da una signora incontrata per via era chiuso. L’altro era così fetido che, dopo un rapido sguardo al menu, ho aspettato che il cameriere fosse fuori vista, mi sono alzata e sono scappata senza voltarmi.
In ogni caso mi era rimasto impresso il salone dell’albergo, l’ambiente così pieno di tavoli in stile “la montagna incantata”. Così, dopo aver comprato una frolla profumata da una signora gentile in un piccolo panificio, sono risalita, forse troppo velocemente, tanto che sento qualcosa di antipatico nel ginocchio e vorrei prendermi a calci.

Ho cenato in questo salone affacciato sulla vallata, affollato da comitive simpatiche e poco rumorose. Il primo era un piatto di ditalini con un sugo di patate e salsiccia, poi ho preso una bistecca e mi hanno portato il dolce, una torta paradiso ed una boccia piena di albicocche buonissime.

Mentre davo fondo alla frutta, ho notato che una signora accanto a me aveva il libro di Angela sul tavolo ed ho scoperto che anche lei sta facendo lo stesso cammino.Abbiamo chiacchierato a lungo, parlando del giro, di Santiago, di noi. Dopo un po’ questo parlare mi squilibra, mi sento a disagio con me stessa. Temo di aver parlato troppo, di essermi esibita, di aver esagerato. A volte odio persino il suono della mia voce. Anche ora non riesco più a recuperare il filo dei pensieri.
Dal terrazzo arriva un tango, mi piace ascoltare da lontano, qui è pieno di vecchi che se la godono. Il posto è bello, avrei potuto godermelo anch’io, se non avessi preferito scendere a Pietralunga, incapace, come sempre, di restare ferma. Il ragazzo dell’albergo dice che la strada di domani è lunga almeno 33 km e non 27 come diceva Angela, e che la prima parte è molto dura, poi scende. Mi ha dato una brioche da portare via, e una barretta, che fa il paio con la frolla che ho comprato in paese. Ora mi stendo a leggere, sono le 11 e mi farò cullare dalla musica che sale dalla pista da ballo.




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