2. La Guerra Fredda



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I motivi di maggiore contrasto fra i russi e i loro alleati occidentali derivano, come si è accennato, dalla riluttanza sovietica a garantire, nei territori occupati dall'armata rossa, il consolidarsi di istituzioni politiche ispirate alle regole della democrazia parlamentare. Sul comportamento di Mosca influisce anche la particolare realtà politica e sociale dei paesi che si sono venuti a trovare sotto la sua sfera d'influenza. Con poche eccezioni, concernenti soprattutto la Germania orientale e la Ceco­slovacchia, i territori dove è giunta l'armata rossa non sono popolati da un proletariato operaio sensibile al messaggio comunista. Predomina quasi dappertutto un ceto contadino conservatore, tradizionalmente soggetto all'influenza sociale dell'aristocrazia latifondista e all'influenza politica di un clero, cattolico od ortodosso, decisamente anticomunista. In condizioni di questo genere, le libere elezioni invocate dagli occidentali e previste dagli accordi di Yalta comporterebbero l'avvento di governi conservatori decisamente antisovie­tici ed antisocialisti. Per garantirsi regimi ad essa favorevoli nell'Europa orientale l'Urss si trova di conse­guenza costretta ad una strategia articolata, che alterna quell'indubbio strumento di pres­sione che è la presenza militare con l'infiltrazione nei partiti avversari o i veri e propri colpi di mano. In un primo tempo, in generale, viene promossa la nascita di governi di coalizione, nei quali i partiti comunisti, per altro generalmente rispettosi delle regole del gioco, cercano di garantirsi almeno i dicasteri chiave, come gli esteri e gli interni. In una seconda fase, però, sfruttando la presenza dell'armata rossa e le posizioni di rilievo raggiunte, le forze filocomuniste tentano con successo di scalzare le posizioni degli avversari. Ora fabbricano e denunciano falsi complotti, che giustificano la decapitazione delle classi dirigenti dei partiti avversari, o almeno della parte di esse più irriducibilmente ostile nei loro confronti; ora cercano di trarre partito dai fenomeni di proletarizzazione e disgregazione sociale provocati sia dalla guerra sia dalle pesanti condizioni economiche imposte dai trattati di pace; ora operano una tecnica di infiltrazione nei partiti contadini e socialdemocratici, inducendoli a partecipare a «grandi coalizioni» in cui i comunisti saranno la forza egemone.Fra il '46 ed il '47 che i governi di coalizione vengono sostituiti quasi ovunque nell'Europa dell'est dai fronti popolari. Tipico è il caso dell'Unghe­ria, dove le elezioni del 1945 danno la maggioranza assoluta al partito dei piccoli proprietari terrieri, anticomunista, e tre anni dopo si insedia una maggioranza filosovietica che arresta e fa condannare all'ergastolo il capo (primate) della chiesa cattolica locale, il cardinale Min­dszenty. Ma particolarmente interessante, soprattutto per le sue ripercussioni sull'opinione pubblica occidentale, è l'evolversi della situazione in Cecoslovacchia. In questa nazione, dove la sinistra socialcomunista vanta profonde tradizioni ed un largo seguito di massa, il partito comunista ha già acquisito la maggioranza relativa con le elezioni del '46, con oltre un terzo dei voti, ed è entrato in un governo di coalizione nazionale. Ma i contrasti affiorati all'interno di esso circa l'atteggiamento da tenere nei confronti dell'Occidente inducono nel 1948 le forze comuniste a operare un colpo di stato, che si conclude con la morte violenta del ministro degli esteri Masaryk e con le dimissioni del presidente Benes. Protagonista di questa politica di sovietizzazione forzata dell'Europa orientale è il Cominform, fondato nel 1947 come organo di collegamento fra i principali partiti comunisti dell'est e dell'ovest. Caratteristiche diverse presenta l'instaurazione di un regime di tipo comu­nista nella Iugoslavia, dove dopo la guerra si è insediato al potere il capo partigiano Josip Broz, detto Tito, prontamente liberatosi nel governo del suo paese dei rappresentanti monarchici impostigli dagli accordi di Yalta. Munito di un seguito popolare assai superiore a quello degli altri leaders comunisti, Tito riesce ad imporre ad un paese da tempo contrassegnato da profondi contrasti etnici un governo unitario di tipo socialista, che tuttavia si distingue dal modello delle altre «democrazie popolari» per la sua costituzio­ne a carattere federalistico e per il tentativo di organizzare l'economia secondo i princfpi dell'autogestione operaia. Per questi motivi, ed anche per uno spirito di maggiore autono­mia nazionale, il «modello iugoslavo» incontra l'ostilità di Stalin. Accusato nel 1948 di «deviazionismo» dal Cominform, Tito rifiuta di sottomettersi e, sfruttando anche la posi­zione geografica del suo paese, decentrata rispetto all'Urss, rivendica il proprio diritto ad una linea politica autonoma, sperando anche negli aiuti economici degli occidentali. I governi occidentali si preoc­cupano di mettere in atto una strategia di contenimento dell'espansioni­smo sovietico, da attuarsi in una «guerra fredda» non dichiarata ma non per questo meno reale. Gli Stati Uniti e i loro alleati europei possono fare ben poco sotto il profilo militare. Essi detengono, è vero, il monopolio dell'ar­ma atomica (non per molto, però: i sovietici lo strapperanno loro nel 1949); ma far ricorso a un conflitto è impensabile anche per la schiacciante superiorità numerica dell'armata rossa sullo scacchiere europeo. Dopo la guerra, infatti, Stalin non ha smobilitato, conservando sotto le armi una forza di oltre quattro milioni di uomini; Truman sf, e le poche centinaia di migliaia di americani presenti in Europa non sarebbero in grado di sostenere un conflitto, neppure difensivo, con gli ex alleati. Nasce in questo quadro e con tali intenti la cosiddetta dottrina Truman: preso atto che, come ha sostenuto Churchill un anno prima in un celebre discorso all'università di Fulton, una «cortina di ferro» è calata sull'Europa dell'est, il presidente degli Stati Uniti promette il proprio aiuto ai popoli che si ritengano minacciati da sovvertimenti interni di tipo comunista o dall'intervento dell'Urss e dei suoi alleati. La dottrina Truman trova una fondamentale area di applicazione nei paesi dell'Europa occidentale o centrale in cui la presenza di forti partiti comunisti legati al Cominform lascia prevedere -nonostante i consigli di prudenza generalmente forniti da Mosca - effetti destabilizzanti. Proprio per evitare questi effetti destabilizzanti gli Stati Uniti sono indotti a favorire la ripresa delle economie dei paesi europei devastati dalla guerra e a incoraggiare i primi sforzi di unificazione del vecchio continente.

L'idea, di ispirazione sia cristiana che laica, sia liberale che socialista, di un'unione europea che superi gli egoismi nazionali responsabili della rovina del continente, non nasce con l'immediato dopoguerra, ma già nel corso degli anni Venti e Trenta ha trovato ascolto presso alcuni fra i più sensibili intellettuali del vecchio mondo. Nel clima della guerra fredda, comunque, essa si ripresenta con un'accesa venatura anticomunista. In questa formulazione l'Europa unita si configura come un'avanguardia dell'Occidente, una sorta di bastione della libertà e della civiltà contrapposto al totalitarismo sovietico come lo era stata in precedenza al totalitarismo nazista. Un disegno di questo genere consente, tra l'altro, il recupero della Germania, o meglio dell'entità politica tedesco-occidentale sorta nella zona occupata dagli statunitensi e dai loro alleati, che dal 1949 si inserisce nei primi organismi politici comunitari. Questi iniziano la loro esistenza con la nascita, nel 1948, dell'Oece, l'Orga­nizzazione europea di cooperazione economica volta a promuovere una progressiva libera­lizzazione degli scambi fra i vari paesi dell'Europa occidentale. L'anno successivo registra la costituzione del Consiglio d'Europa, un organismo politico dai compiti ancora estrema­mente limitati, mentre il tentativo di costituzione di un'unione doganale europea prosegue con la fondazione della Ceca, la Comunità europea del carbone e dell'acciaio. Matura in questo quadro anche l'idea di costituire un esercito continentale. Una Comunità per la difesa europea (Ced) è infatti caldeggiata anche dagli Stati Uniti, desiderosi di dividere con i partners d'oltre oceano re­sponsabilità ed oneri della «strategia di contenimento». Il progetto della Ced è tuttavia destinato a naufragare fra la tendenza britannica a non impegnarsi direttamente negli affari continentali e la diffidenza francese nei confronti di un riarmo della Germania dell'ovest, sia pur nell'ambito delle strutture comunitarie.Un'importanza politica assai superiore alle neonate istituzioni comunitarie viene assunta cosi dal patto atlantico, l'alleanza promossa dagli Stati Uniti per legare con un patto di mutua assistenza militare le nazioni situate sulle due sponde dell'oceano che si riconoscono nei principi della democrazia parlamentare. La Nato (Organizzazione del trattato nord-atlantico), nata nel 1949 e destinata ad estendersi anche a nazioni che non sono atlantiche, come la Turchia, o, come la Spagna, che negli anni Cinquanta non sono democratiche, si regge soprattutto sul sostegno militare ed economico degli Stati Uniti, che ricoprono al suo interno una posizione egemone e che promuoveranno in altri scacchieri strategici analoghi trattati di alleanza, come la Seato nell'area del Pacifico. Ad essa si oppongono le forze dell'armata rossa, preponderanti sotto il profilo degli armamenti convenzionali e integrate con quelle degli altri paesi dell'est da una serie di accordi militari, perfezionati nel 1955 con il patto di Varsavia.

Prima ancora della nascita della Nato, comunque, gli Stati Uniti si trovano impegnati ad applicare nello scacchiere europeo la dottrina Truman del «contenimento». Nel 1946 la Grecia, in cui elezioni politiche rifiutate dai gruppi dell'estrema sinistra hanno mandato al parlamento una maggioranza monarchica, è scossa da una guerriglia comunista che segue alla guerra civile successiva all'immediata liberazione del paese. Gli Stati Uniti forniscono ampi aiuti al governo di Atene, che nel giro di tre anni riesce ad avere la meglio sugli oppositori interni. Nel frattempo le pressioni dell'Urss sulla Turchia affinché conceda una revisione del regime degli stretti dei Dardanel­li provocano una brusca replica di Truman, che invia una squadra navale davanti ad Istan­bul e concede nel 1947 massicci aiuti economici al governo di Ankara. Il maggiore successo, militare e propagandistico, della strategia del contenimento gli Stati Uniti tuttavia lo realizzano a Berlino. La decisione ameri­cana di promuovere nella zona della Germania occupata dagli eserciti francese, britannico e statunitense la nascita di uno stato tedesco filo-occidentale si scontra con la strategia dei sovietici, che stanno favorendo la nascita nella Germania orientale di un regime di tipo comunista sul modello delle altre democrazie popolari. I contrasti si concen­trano intorno alla città di Berlino, che si trova nel cuore della zona di occupazione sovietica ma è divisa secondo gli accordi interalleati in quattro zone di occupazione. Nel luglio del '48 i sovietici ritengono giunto il momento di ricorrere a un atto di forza, bloccando le vie di comunicazione e di rifornimento di Berlino ovest nella speranza di piegare le resistenze occidentali. Gli Stati Uniti, per ovvi motivi, non accettano lo scontro per terra, dove la superiorità russa è schiacciante, ma decidono di rifornire l'ex capitale per cielo, contando sull'efficienza della loro aviazione. Con la più straordinaria operazione di aviotrasporto che la storia ricordi un'intera città è rifornita tramite un ponte aereo: per Otto mesi Berlino ovest è approvvigionata di tutti i generi di prima necessità, dal burro al carbone, da centinaia di aerei pronti a decollare in qualsiasi condizione meteorologica, sinché, nel maggio del '49, l'Unione Sovietica è costretta a riconoscere il proprio fallimento togliendo il blocco. Il messaggio politico dell'intera operazione è evidente: gli Stati Uniti sono sempre e comunque in grado di difendere i propri alleati e al predominio terrestre delle forze armate sovietiche l'America è in grado di replicare con il dominio del cielo. Con gli Stati Uniti impossibilitati a mantenere un forte esercito di terra, l'aviazione si configura sempre di più come l'«arma regina dell'Occidente», in una lotta che non si limita per altro al solo scac­chiere europeo.


Il 15 febbraio 1942 quattro ufficiali inglesi si presentarono con una bandiera bianca spiegata a offrire la resa della piazzaforte di Singapore al generale Tomoyuki Yamashita, dell'esercito imperiale nipponico. Qualche anno più tardi l'Inghilterra potrà riconquistare Singapore e gli statunitensi, al termine di un procedimento analogo a quello condotto a Norimberga contro i vertici tedeschi, impiccare come «criminale di guerra» Yamashita, che in effetti si era comportato in maniera disumana contro i prigionieri di guerra bianchi. Ma né gli uni né gli altri avrebbero potuto mai riconquistare qualcosa di molto più importante: la fiducia degli asiatici nell'invincibile superiorità dell'uomo bianco. Non a caso, in tutte le più importanti aree dell'Asia, l'immediato secondo dopoguerra conosce l'inizio di una decolonizzazione i cui primi fermenti hanno già iniziato a manifestarsi nel corso degli anni Venti e Trenta, ma che dopo la crisi degli imperi europei in seguito all'invasione giapponese diviene un feno­meno sempre più irreversibile. Il processo, sollecitato dalle élites culturali indigene formatesi, spesso per iniziativa dei bianchi, nelle colonie, è in un primo tempo favorito dagli Usa. L'atteggiamento statunitense è dettato da fattori ideologici, ed in particolare da un'interpretazione estensiva della carta atlantica, dove que­sta proclama «il diritto di tutti i popoli a scegliere la forma di governo sotto la quale essi intendono vivere»: un diritto che Churchill avrebbe voluto considerare sancito solo per i paesi sulle rive dell'Atlantico, e che Roosevelt invece dichiarò esteso anche ai non europei. Ad ispirare gli americani sono tuttavia anche concreti interessi economici. Gli Stati Uniti, che aspirano a soppiantare la Gran Bretagna e le altre nazioni europee come grandi potenze imperiali, sostengono i movimenti di liberazione nazionale, purché moderati e non comuni­sti, sperando di potersi garantire una massiccia penetrazione politica ed economica in diverse aree del terzo mondo, in concorrenza o in alternativa ai paesi colonialisti. In questo clima gli olandesi si vedono costretti ad abbandonare il loro impero in Indone­sia, dove il leader indipendentista Sukarno nel 1945 ha proclamato la repubblica, che quattro anni più tardi otterrà il riconoscimento ufficiale. In questo clima gli inglesi prendo­no la sofferta decisione di concedere l'indipendenza all'India, in cui la predicazione del leader indipendentista Gandhi, fautore dell'uso della non violenza, esercita ormai un pro­fondo influsso sulle masse popolari. Il 15 agosto 1947, così, l'ex perla dell'impero coloniale inglese si trasforma in due stati sovrani: il Pakistan, a maggioranza musulmana, e l'Unione indiana, induista. La decisione non segna però l'inizio di un periodo di pace e di prosperità per gli ex sudditi britannici. Oltre a una diffusa miseria, Pakistan ed India si affacciano alla storia gravati da pesanti contrasti interni sia politici che religiosi. Una delle prime vittime di tale situazione è lo stesso Gandhi, assassinato nel 1948 da un fanatico indù insofferente dei suoi tentativi di conciliazione fra le due comunità. Assai pesante si fa, nel frattempo, anche la posizione dei francesi in Indocina. Questi, esautorati di fatto dall'occupazione nipponica, tentano di ripristinare il loro dominio su Laos, Cambogia e Vietnam, proclamatisi indipendenti nel 1945. Ma l'impero restaurato deve fare i conti col battagliero movimento di ispirazione comunista dei Vietminh, forte soprattutto nel Vietnam settentrionale. Anche in Cina la liberazione dal dominio nipponico non coincide con un ritorno alla situazione antecedente. Alla fine dell'occupazione giapponese, si trova di fatto divisa fra le regioni dell'interno, prevalenza rurali, controllate dai guerriglieri comunisti, che hanno realizza­to una riforma agraria gradita a larga parte delle masse contadine, e il regime di Chang Kai­shek, che controlla le aree urbane ed il sud del paese. Dopo un breve periodo di tregua, nel 1947 i comunisti di Mao Tse-tung ritengono giunto il momento di scatenare una massiccia offensiva e, nel giro di due anni, riescono a sconfiggere il debole regime di Chang, mal sostenuto dai tardivi aiuti statunitensi. Mentre il generale sconfitto trova rifugio nell'isola di Formosa, dove dà vita al regime filo-occidentale della Cina nazionalista, Mao diviene il presidente della Repubblica popolare cinese, con un ordinamento simile a quello dello stato sovietico. Il nuovo regime non si limita ad attuare una vasta opera di collettivizzazione forzata della terra, ma persegue una politica estera decisamente espansionistica. La Cina comunista trasforma nel 1951 il Tibet, stato indipendente dal 1934, in un proprio protetto­rato, destinato a trasformarsi nel 1959 in un dominio diretto, con la cacciata della massima autorità religiosa locale, il Dalai Lama; ma soprattutto tenta di estendere la propria influen­za sull'intera penisola coreana. Questa, al termine dell'occupazione nipponica, era stata, in omaggio alla logica di Yalta, divisa fra una parte settentrionale, a regime comunista, e l'altra, filo-occidentale, a sud del 38° parallelo. Il desiderio di operare la riunificazione del paese in un regime di tipo comunista induce nel 1950 il governo comunista del nord a varcare il confine invadendo l'altra metà del paese. Pronta è però la reazione degli Stati Uniti e della stessa Onu, che condanna l'aggressione nord-coreana e stabilisce l'intervento dei «caschi blu» - in prevalenza statunitensi - in difesa del governo del sud. La guerra si svolge a fasi alterne, con una massiccia controffensiva americana contrastata dall'intervento in forze dei cinesi, intervenuti con massicce formazioni di «volontari». La situazione si fa ben presto drammatica, con il rischio sempre più ravvicinato di un conflitto totale che veda coinvolti direttamente gli statunitensi, i cinesi e magari, alleati di questi, i sovietici. Alla fine, però, prevalgono le preoccupazioni di quanti mirano ad assicurare la pace. L'armistizio di Pan Munjom, nel 1953, e la precedente esautorazione del generale statunitense Mac Arthur, che ha proposto di impedire il sostegno cinese alla Corea del nord anche con l'eventuale ricorso alle armi atomiche, stanno ad indicare che, arrivata al suo culmine, la fase della guerra fredda sta per essere superata.

Alla logica della decolonizzazione, e soprattutto al conflitto latente fra Usa e Gran Bretagna per il controllo della regione mediorientale, è possibile ricondurre anche la nascita dello stato d'Israele. Tradizionalmente ostili all'avvento di uno stato ebraico, per il non infondato timore che la sua presenza possa rinfocolare il nazionali­smo arabo, gli inglesi sono costretti a cedere sia dalla massiccia presenza del movimento sionista, che non si tira indietro neppure dinanzi a sanguinosi attentati a militari e civili britannici, sia dalle pressioni congiunte di americani e sovietici. Probabilmente questi ultimi sono attratti dalle tendenze socialiste presenti nel movimento sionista, al cui centro èl'esperienza dei kibbutz, comunità agricole improntate ad un rigoroso spirito egalitario. Sulle simpatie di Washington per la causa sionista influisce però, oltre alla presenza negli Usa di una compatta e numerosa comunità israelita, la speranza di inserire con il «focolare ebraico» un cuneo nel predominio inglese in Medio Oriente. Anche per questa situazione l'Onu decide per una spartizione della Palestina fra ebrei ed arabi, che presuppone una pacifica convivenza destinata a rivelarsi, alla prova dei fatti, impossibile. Appena partiti gli inglesi dalla regione, nel 1948, fra coloni ebrei e palestinesi scoppia un conflitto che si conclude con la sconfitta degli arabi, la nascita dello stato d'Israele e la spartizione della restante parte della regione fra Egitto e regno di Giordania. La speranza statunitense di poter controllare e utilizzare a proprio vantaggio i movimenti indipendenti­stici è comunque di breve durata. Presto gli americani, alle prese nel frattempo con i gravi problemi europei, devono convincersi che nel terzo mondo il tramonto degli imperi coloniali apre la strada ad un'epoca di destabilizzazione, in cui sulla via del riformismo demo­cratico ha la meglio la strategia sovietica di un'alleanza fra rivoluzione sociale e rivoluzione nazionale, socialismo e nazionalismo antieuropeo, «borghesie nazionali» e proletariato rurale.



Al termine del secondo conflitto mondiale, gli Stati Uniti sembrano giunti al culmine della loro potenza economica, configurandosi come la più grande concentrazione di risorse agricole, minerarie, industriali, commerciali e finanziarie che la storia ricordi. Popolati da appena un settimo della popolazione mondiale, gli Usa detengono oltre un terzo del pro­dotto lordo mondiale ed oltre la metà delle riserve auree. Metà del carbone, metà dell'ener­gia elettrica, tre quarti del petrolio prodotti nel mondo escono dalle aziende di questa nazione, il cui reddito nazionale nel giro di quattro anni, dal 1940 al '44, è raddoppiato passando dai 90 ai 180 miliardi di dollari.

Contro la Germania, gli Stati Uniti hanno pronto il piano Morgenthau, che dovrebbe comportare la definitiva liquidazione dell'aggressivo industrialismo tedesco. Nel Giappone posto sotto il controllo delle loro truppe d'occupazione, gli americani proce­dono allo smantellamento degli Zaibatsu, le grandi concentrazioni monopolistiche che fin dall'Ottocento governano l'economia di questa nazione. Ben più significativo, però, è lo scontro imperiale con la Gran Bretagna, che ha come grande posta in gioco la sostituzione sui mercati mondiali del predominio della sterlina con quello del dollaro. Costretta ad un vero e proprio «svenamento» finanziario per acquistare gli armamenti necessari alla guerra sul mercato statunitense, l'Inghilterra si trova alla fine del conflitto nell'ingrata situazione di un debitore che non è in grado di onorare i propri debiti, anzi che è costretto a farne sempre di nuovi. Se nel 1938 la Gran Bretagna aveva investimenti esteri per 4500 milioni di sterline, debiti esteri per 800 milioni e riserve auree per la stessa cifra, nel 1945 la situazione si ècapovolta: i debiti sono aumentati di quattro volte e mezzo, gli investimenti sono ridotti a un terzo, le riserve auree sono scese a 450 milioni. Fatto ancora più grave, la bilancia dei pagamenti è cronicamente passiva, anche per le perdite di naviglio commerciale legate alla guerra: alla fine del conflitto la Gran Bretagna spende all'estero ogni anno 2000 milioni di sterline incassandone solo 350. La sua flotta mercantile, che all'inizio del conflitto era doppia rispetto a quella statunitense, si è nel frattempo ridotta alla metà. Gli Stati Uniti approfittano della loro posizione privilegiata di creditori nei riguardi di un debitore insolvente. Per scalzare la residua egemonia britannica, gli americani reclamano una massiccia liberalizzazione degli scambi commerciali e dei mercati valutari, che ponga fine alla posizione di privilegio detenuta dall'Inghilterra all'interno del suo impero e del Commonwealth. Una posizione che consiste nella possibilità di attingere materie prime a condizioni particolarmente vantaggiose e nell'impegno dei vari dominions a collocare pres­so la Banca d'Inghilterra i loro surplus finanziari, sostenendo di conseguenza la sterlina. I nodi vengono al pettine sin dal 1944 alla conferenza di Bretton Woods, dove si svolgono le trattative per la costituzione del Fondo monetario internazionale, che ancora oggi costituisce il massimo organo direttivo delle transazioni finanziarie fra stati. Qui gli Stati Uniti reclamano, in nome di una visione liberistica dei rapporti commerciali fra le nazioni, lo smantellamento dell'«area della sterli­na»: in altre parole, l'apertura dei mercati del Commonwealth all'aggressiva concorrenza dell'industria americana. E, di fronte alle obiezioni della delegazione britannica, guidata dal grande economista Keynes, rispondono con un autentico ricatto, annunciando la cessazio­ne, a guerra ormai finita, di qualsiasi aiuto finanziario a Londra. Con l'acqua alla gola, gli inglesi sono cosi costretti ad accettare, insieme a un nuovo prestito di quasi quattro miliardi di dollari, gli accordi di Bretton Woods che segnano, insieme ad un'effettiva razionalizzazione dei rapporti economici mondiali secondo la logica capitalista, la definitiva affermazione dell'egemonia del dollaro. Forti del trionfo di questa visione «liberoscambista e dollarocentrica» (E. Galli della Loggia) dei rapporti internazio­nali, gli Usa si apprestano ad esercitare un pesante predominio sui mercati, nel quadro di un imperialismo economico destinato a lasciare ben poco spazio ai poteri di programmaz1o~ ne dei singoli governi nazionali. Il fatto che tale imperialismo non poggi su un diretto controllo militare, ma piuttosto su pressioni politiche e su un aggressivo apparato mercanti­le ed industriale, non toglie nulla alla solidità del grande sogno di egemonia mondiale carezzato dagli statunitensi all'indomani del conflitto. Ad accantonare questo grande disegno di natura economica gli Stati Uniti sono indotti però da un brusco colpo di scena politico e militare: la rapida sovietizzazione dell'Europa dell'est e la rivela­zione dell'estrema incisivita dell'espansionismo sovietico. Un espansioni­smo che, almeno nelle preoccupazioni statunitensi, minaccia anche la parte occidentale del vecchio mondo. Dinanzi alla prospettiva di un continente destabilizzato politicamente da una duratura recessione, i dirigenti americani procedono ad una drastica revisione delle loro scelte subordinando gli immediati interessi economici ad esigenze e preoccupazioni di natura politica. Non si tratta più di affermare tramite uno spietato braccio di ferro il predominio economico sul vecchio mondo, ma di mettere in condizione i governi europei, tramite un adeguato trasferimento di risorse, di assorbire le eventuali spinte rivoluzionarie delle masse popolari e dei partiti comunisti procedendo all'opera di ricostruzione in un quadro di stabilità sociale. Prima conseguenza di questa nuova strategia è la liquidazione politica del piano Mor­genthau e del suo stesso ideatore, il segretario al tesoro statunitense che, dopo essere stato uno dei più stretti collaboratori di Roosevelt, viene costretto da Truman alle dimissioni. In un Europa in cui il comunismo sembra dilagare a macchia d'olio, l'umiliazione economica e la conseguente destabilizzazione politica della Germania non sono un rischio da correre. Si intensifica anzi da parte statunitense la concessione di aiuti economici ai paesi europei, amministrata dalla cosiddetta Unrra (la United Nations Relief and Rehabilitation Admini­stration) e accompagnata a un'intensa e capillare opera di propaganda. Ben presto, tuttavia, si fa strada l'esigenza di un aiuto massiccio e organizzato da recare ai paesi europei tramite una precisa strategia. Con tali caratteristiche viene ideato, nel 1947, il piano Marshall, così chiamato dal nome del segretario di stato americano che ne è l'ideatore. In meno di un lustro, dal '48 al '52, tredici milioni di dollari vengono indirizzati, sotto forma di prestiti e di aiuti di vario genere, in denaro e in prodotti agricoli o industriali, a favorire la ricostruzione dei vari paesi europei, compresi quelli che sino a pochi anni prima erano stati in guerra con gli Stati Uniti. Rifiutato nei paesi dell'est, il piano Marshall è accolto con entusiasmo dalle forze politiche moderate. Qualche perplessità è invece manife­stata dagli ambienti più conservatori, che temono sia una più stretta subordinazione dell'e­conomia europea al capitalismo d'oltre oceano, sia i propositi riformisti e la filosofia libero­scambista degli statunitensi, eredi pur sempre del New Deal. Netta invece è l'opposizione dei partiti comunisti ed anche di certe componenti della sinistra laburista e socialdemocra­tica. A conti fatti il piano Marshall si rivelerà un buon affare per l'economia dell'Europa occidentale. Questa, attraverso i massicci aiuti statunitensi, registra già nel 1948 una congiuntura favorevole dopo le ferite della guerra e la depressione postbellica, tre anni più tardi giunge a superare il livello della produzione industriale precedente lo scoppio del conflitto. Nel 1952, poi, si registrano aumenti ancora più significativi. Fatto cento l'indice della produzione industriale del 1937, esso è salito a 133 in Francia, a 143 nella Germania occidentale, a 132 in Gran Bretagna e addirittura a 146 in Italia. Non tutti i ceti sociali vengono tuttavia raggiunti in ugual misura dai benefici di questo piccolo boom economico. La ricostruzione dell'industria europea avviene infatti in un clima di «restaurazione capitalistica» che in generale sacrifica il potere d'acquisto dei ceti operai all'esigenza di assicurare la stabilità monetaria e di garantire adeguati profitti alle aziende. I governi del dopoguerra, ad eccezione dell'Inghilterra laburista, si pongono come obiettivo fondamen­tale la limitazione della spesa pubblica e il consolidamento del bilancio, più che l'aumento del tenore di vita delle classi lavoratrici, che avverrà solo in un secondo tempo. In certi casi, anzi, la fine degli anni Quaranta registra, in paesi come la Francia e l'Italia, una crescita della disoccupazione. Gli Usa, ora, col piano Marshall, non vedono più nell'Europa un rivale su cui avere la meglio, ma un alleato da sostenere.



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