224 “L’immagine dell’Unione Europea e il rapporto con il cittadino europeo”



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CIRCOLO DI STUDI DIPLOMATICI

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DIALOGHI DIPLOMATICI




224

L’immagine dell’Unione Europea e il rapporto



con il cittadino europeo”
(4-11 luglio 2016)


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Roma
2016



DIALOGHI DIPLOMATICI

224
L’immagine dell’Unione Europea e il rapporto

con il cittadino europeo”
(4-11 luglio 2016)
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Tavola rotonda con la partecipazione del: Min. Plen. Fabrizio BUCCI, Vice Direttore Generale dell’Unione Europea; del Prof. Umberto TRIULZI, Ordinario di Politica Economica e Delegato del Rettore per la Cooperazione Internazionale presso il Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche all’Università La Sapienza di Roma; del Dottor Pierluigi CIOCCA e del Professore Filippo SATTA, Direttori della Rivista ApertaContrada; del Prof. Gian Luigi TOSATO; del Dottor Giuseppe CARTA, Presidente dell’Associazione TAB; del Dottor Giulio DI PINTO, Junior Researcher, e della Dottoressa Clementina CARTA dell’Associazione TAB, dell’Amb. Maurizio SERRA, Rappresentante Permanente presso le Organizzazioni Internazionali in Ginevra, e del Dottor Alberto VOLPATO della Commissione Europea a Roma

e con la partecipazione degli Ambasciatori del Circolo di Studi Diplomatici:
Francesco ALOISI de LARDEREL, Adriano Benedetti, Francesco CORRIAS, Arduino FORNARA, Luigi GUIDOBONO CAVALCHINI, Giuseppe JACOANGELI, Giancarlo LEO, Mario E. MAIOLINI, Maurizio MELANI, Andrea MELONI, Francesco MEZZALAMA, Laura MIRACHIAN, Roberto NIGIDO, Carlo Maria OLIVA, Claudio PACIFICO, Alessandro QUARONI, Stefano RONCA, Ferdinando SALLEO, Gianfranco VERDERAME.

CIRCOLO DI STUDI DIPLOMATICI

Palazzetto Venezia – Via degli Astalli 3/A – 00186 ROMA

tel. e fax: 06.679.10.52

e-mail: studidiplomatici@libero.it

www.studidiplomatici.it

Roberto Nigido: il Dialogo odierno e il suo seguito l’11 luglio sono destinati a fornire al Ministero degli Affari Esteri uno studio e proposte operative sull’identità dell’Unione Europea e il rapporto con il cittadino europeo. Sono molto grato al collega Fabrizio Bucci, al Professor Umberto Triulzi, al Dottor Pierluigi Ciocca, al Professor Gianluigi Tosato e all’Avvocato Filippo Satta di voler introdurre il dibattito. Ricordo che nella nostra riunione del 27 giugno abbiamo anticipato la discussione odierna con uno scambio di idee sul risultato del referendum in Gran Bretagna. Degli interventi fatti in quella occasione sarà fatto stato nel contesto del presente Dialogo.

Nella attuale congiuntura è inevitabile in affetti affrontare il tema del presente Dialogo partendo dai risultati del recente referendum in Gran Bretagna sulla sua appartenenza all’Unione Europea. Questi risultati sono stati commentati in prevalenza come la riprova della crescente disaffezione del cittadino europeo nei confronti dell’Unione, ritenuta responsabile dell’insoddisfacente gestione negli ultimi anni della crisi economica e di quella delle frontiere esterne. Sono personalmente convinto, come cercherò di spiegare nel corso della discussione, che la vittoria del “leave” sia da attribuire invece a ragioni derivanti da percezioni unicamente del cittadino britannico. Ma non voglio anticipare il dibattito.

Prego Fabrizio Bucci di avviare il dialogo illustrandoci le sue considerazioni alla luce delle discussioni in corso a Bruxelles e nei Paesi Membri. Ricordo che, per regola del Circolo di Studi Diplomatici, quanto verrà detto in questa sede rimarrà riservato. Verrà diffuso all’esterno solo quanto chi interverrà ci farà avere per scritto.
Fabrizio Bucci: l’esito del referendum britannico dello scorso 23 giugno ha rappresentato un duro colpo per l’Europa e ha innescato una crisi sistemica che rischia di rimettere in discussione le stesse fondamenta del processo di integrazione europea.

È stato al contempo un segnale di sveglia: un richiamo che deve indurre tutti noi ad una profonda riflessione sul futuro dell’Unione europea.

Sino ad oggi, a quasi sessant’anni dalla storica firma dei Trattati di Roma, il processo di integrazione europea si è sviluppato ed ampliato passo dopo passo, settore per settore, nella direzione di una sempre maggiore «sovranità condivisa», quale tratto distintivo che rende ancor oggi l’Unione un unicum rispetto al resto del mondo.

L’insieme delle spinte proprie del funzionalismo, sommate al gioco delle c.d. ambiguità costruttive, hanno consentito al progetto europeo di consolidarsi e ampliarsi fino a diventare l’esempio strutturalmente più avanzato di regionalismo contemporaneo: né uno Stato, né un’Organizzazione regionale in senso classico, ma un laboratorio costituzionale in continuo divenire, fatto di idee, politiche, istituzioni, cittadini, rappresentanze di interessi, statisti e uomini di governo che hanno visto nel disegno di un’Europa unita la possibilità di condividere un futuro di pace e prosperità fondato su valori comuni.

Negli ultimi dieci anni, alle ambiguità costruttive sono tuttavia gradualmente subentrate delle forme di ambiguità “distruttive” che sull’onda della crisi economica e della crisi migratoria stanno rendendo sempre più difficile rafforzare la capacità di risposta UE alle sfide che abbiamo di fronte.

In questa prospettiva, la Brexit non va vista soltanto come uno dei (numerosi) momenti di crisi della storia europea: questa prospettiva infatti non renderebbe le giuste proporzioni ad un fatto che invece pesa come un macigno sulla storia d’Europa: si tratta di un vero e proprio punto di rottura, una svolta periodizzante che segna l’esaurimento di quelle spinte funzionaliste e di quelle ambiguità costruttive su cui si sono costruiti gli ultimi decenni di integrazione UE.

La Brexit, seppur nella sua drammaticità, può ora trasformarsi da crisi in opportunità per superare tali ambiguità e fare chiarezza sul futuro dell’Europa.

Nel breve periodo, lo sforzo di assorbire il colpo della Brexit dovrà concentrarsi nella ricerca di risposte puntuali e concrete in termini di policies: è stata questa la soluzione nel breve-medio termine individuata da Renzi, Merkel e Hollande nell’incontro a tre a Berlino dello scorso 27 giugno: procedere con calma ma secondo tempi e procedure certe nella gestione del post-referendum trovando allo stesso tempo nuovo slancio per avvicinare l'Europa ai cittadini. Tale rilancio dovrà avvenire con iniziative concrete intorno a tre priorità: sicurezza, economia e coesione sociale, giovani.

Partendo dalle proposte italiane sull’approfondimento dell’Unione Economica e Monetaria e dal “Migration compact”, sarà cruciale rendere l’Unione più attenta al tema della crescita economica e più efficace nella gestione dell’immigrazione, al fine di recuperare il consenso delle opinioni pubbliche nazionali intorno al progetto europeo e ridurre le distanze tra Istituzioni e cittadini UE.

Nel lungo periodo, sarà invece fondamentale concentrarsi su risposte di carattere più sistemico e strutturato da pensare in termini di nuovi assetti istituzionali. Le recenti crisi – da quella greca a quella migratoria, fino allo shock della Brexit – hanno evidenziato ancora una volta i limiti politici di una costruzione europea “incompiuta”, dove ai progressi nella realizzazione di un’Unione economica, bancaria e finanziaria non sono corrisposti sufficienti passi in avanti verso la realizzazione di un’Unione politica.

Per questo motivo, la Brexit può essere vista come uno shock salutare per capire come poter accelerare il processo verso un’Europa a “cerchi concentrici”, con un “nucleo duro” di Paesi disposti ad avanzare verso una “ever closer Union”. Se vogliamo evitare che le spinte centrifughe attuali e future finiscano per produrre una disordinata dissoluzione della UE, dobbiamo elaborare un progetto di “differenziazione” che sia pragmatico, sostenibile e coerente. In questo senso i sei Paesi Fondatori UE riuniti a Berlino lo scorso 25 giugno hanno voluto guardare lontano, parlando di “diversi livelli di ambizione” tra Stati Membri in relazione al progetto di integrazione europea.

Su questa lunghezza d’onda, una tappa importante sarà costituita dalle celebrazioni per il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma (25 marzo 2017) con tre possibili strade da percorrere per riprendere il filo dell’”Unione sempre più stretta”.

Quanto alla “meccanica”, vale a dire agli strumenti istituzionali a disposizione per metter mano al “cantiere Europa”, occorre evidenziarne soprattutto tre:


  1. Conferenza Intergovernativa (CIG) per la riforma dei Trattati. Si tratta di una strada difficile in questa particolare fase dell’Unione dove egoismi nazionali di qualche piccolo Paese rischiano di far fallire un grande progetto di riforma. Pur convocata a maggioranza semplice del Consiglio europeo, una CIG implica la necessità di trovare successivamente un accordo unanime a 27, ulteriormente complicato con un passaggio per le ratifiche nazionali che possono rendere l’esercizio un’impresa destinata a fallire. Peraltro, la CIG rimane uno strumento che deve perseguire un fine: in altri termini, è inutile convocare una CIG quando non è chiaro quale debba essere l’approdo finale.

  2. Cooperazioni rafforzate. Il consenso unanime a tutti i costi non può essere un metodo per prendere decisioni in un’Unione di 27 Stati. Occorrono istituzioni capaci di adottare decisioni in maniera democratica ma senza essere ostaggio di singole opinioni pubbliche o Parlamenti nazionali. L’Unione sempre più stretta si realizza anche attraverso la possibilità per gli Stati più ambiziosi che lo vogliono di approfondire l’integrazione europea. Le cooperazioni rafforzate possono essere la soluzione a questo problema, sulla base dell’articolo 20 del TUE e degli artt. 326-334 del TFUE.

  3. Accordi intergovernativi non necessariamente tra tutti (la soluzione più pragmatica), sul modello di quanto inizialmente fatto con l’acquis di Schengen e con il Fondo Europeo di stabilità Finanziaria.

Nel pensare ad un rilancio dell’Unione non possiamo rifarci alla vecchia retorica dell’Europeismo come strumento di pace e prosperità. Occorre però declinarli in maniera diversa e attrezzare l’Unione per affrontare non soltanto le sfide del nuovo millennio ma anche i cambiamenti sociali che stanno avvenendo all’interno dei nostri Paesi.

L’Unione europea che abbiamo costruito negli ultimi decenni è infatti un luogo di straordinarie convergenze e marcate contraddizioni. Dobbiamo lavorare per evitare che queste ultime prevalgano e che la visione di un’Europa di Stati nazioni, voluta ad esempio dalla Polonia, impedisca al nostro continente di reclamare il ruolo che gli spetta sulla scena mondiale.

Le nuove generazioni hanno più opportunità di qualsiasi generazione precedente nella comprensione del mondo e nella possibilità di interagire con altri Paesi e altre culture. Ma sono anche esposte ad una vulnerabilità senza precedenti a cui soltanto un attore globale e di peso come l’Unione può dare risposte efficaci.

Occorre imprimere un cambio di marcia che vada oltre gli equilibrismi politici e i calendari elettorali degli Stati membri. Il voto del 23 giugno scorso e l’uscita di UK dall’Unione potrebbero aver dato quella spinta necessaria per emancipare il dibattito sul futuro dell’UE dalle eccessive cautele che l’hanno contraddistinto nell’ultimo decennio.


Umberto Triulzi:

1. Se vista dagli economisti (ad esempio Paul Krugman) la crisi è chiara. L’UEM non è un’area valutaria ottimale, è stata introdotta una valuta e una Banca centrale comune ma non un Governo e politiche economiche comuni con la conseguenza che di fronte ad eventuali shock i Paesi sono privi di strumenti adeguati per farvi fronte.

Se vista dai politici dei Paesi del Nord Europa, in particolare dalla Germania, la crisi è la conseguenza di comportamenti irresponsabili adottati dai Paesi dell’Europa meridionale. La crisi dell’Euro è in buona sostanza interpretabile moralmente come differenza tra Paesi debitori/peccatori e Paesi creditori/virtuosi. I primi pagano con severe politiche di austerità e complesse riforme strutturali gli errori commessi.

In realtà le interpretazioni della crisi, Brexit inclusa, sono più complesse e le analisi dagli esperti guardano anche a variabili riconducibili agli effetti della globalizzazione. Eric Kaufmann parla di conflitti di valori, di paura del cambiamento; Paul De Grauwe di losers of globalization in un’Europa che non ha competenze e quindi ammortizzatori sociali. Altri sostengono che l’uscita della Gran Bretagna può produrre a better chance per l’Europa (Steven Hill).

E’ difficile, in una miriade di articoli e documenti sulla crisi che escono giornalmente sui media e sulle riviste internazionali specializzate, cercare di conciliare posizioni, e quindi proposte di risoluzione della crisi, così distanti ed antitetiche.



2. L’Europa resta comunque un attore fondamentale a livello internazionale, è il principale mercato mondiale di beni e servizi e ha conseguito successi rilevanti nel suo lungo percorso di integrazione. La crisi, tuttavia, e le cure imposte dai Paesi virtuosi hanno fortemente rallentato questo percorso e la Brexit sta producendo effetti, a livello economico e finanziario, la cui dimensione ed estensione non è, allo stato attuale, facilmente prevedibile. Le aspettative degli operatori, se guardiamo all’evoluzione della borsa e dei mercati finanziari, restano negative e non credo che sarà facile invertire questa tendenza. Che fare allora?

3. Credo si possa convenire che l’imperativo a cui nessuno può sottrarsi è riprendere a crescere. Completare le riforme in campo sociale, fiscale, amministrativo e riprendere ad effettuare investimenti pubblici nelle infrastrutture (sia a carattere civile che sociale) è certamente la strada obbligata per i Paesi più indebitati e vulnerabili dell’UE ma l’Europa deve anch’essa muovere in più direzioni: da una parte, allentare il rigore fiscale consentendo in tal modo ai paesi euro di riprendere ad investire e a fare crescere l’economia reale; dall’altra portare a completamento l’architettura dell’UEM realizzando l’Unione bancaria e dei mercati dei capitali (siamo solo a metà dell’opera), l’Unione fiscale e un bilancio unico dell’Eurozona per la condivisione dei crediti e dei debiti, ma anche politiche comuni nei settori strategici per la competitività europea.

4. Cambiare le attuali regole della governance europea, rovesciare la filosofia dell’austerità e passare da politiche di bilancio volte a garantire “la stabilità per la crescita” a politiche rivolte “alla crescita per garantire la stabilità” richiede un coraggio politico, istituzionale ed economico che non alberga nella attuale leadership europea.

5. Percorsi veloci in tale direzione non sembrano oggi né possibili né auspicabili.

Per operare i cambiamenti di cui si è parlato occorre tempo e sopratutto energie nuove, nuove forme di rappresentanza della volontà politica degli elettori costruite non solo su base nazionale ma su base europea, nuovi modelli di democrazia partecipativa che consentano ai cittadini e alla società civile di essere costantemente informata dalle istituzioni europee e dagli Stati membri dei progressi compiuti e/o delle difficoltà incontrate non lasciando incertezze sul loro operato.

Il percorso verso l’Unione politica, come avvenuto per tutte le grandi realizzazioni ottenute dall’UE (l’unione doganale, il mercato interno, l’unione economica e monetaria) potrà realizzarsi solo se portato avanti per fasi successive, di cui è difficile oggi immaginare la cadenza temporale, ma i cui progressi negli obiettivi da realizzare devono essere ben visibili e condivisi dai cittadini dei 27 paesi membri per avere il loro consenso a muovere verso fasi di maggiore e più efficiente integrazione.

6. E vengo ora all’Italia che si trova in una situazione di grande difficoltà, anche se qualche debole segnale di miglioramento, rispetto al quinquennio trascorso, si incomincia a intravedere. Restano, tuttavia, molti problemi da risolvere: riforme non ancora completate, elevati tassi di disoccupazione, bassi livelli di competitività del sistema produttivo e industriale, peso crescente della criminalità economica, dell’evasione fiscale, del disagio sociale, della povertà in fasce sempre più ampie di popolazione.

L’Italia sta chiedendo alla Commissione più flessibilità nell’interpretazione delle regole fiscali ma, tenuto conto di quanto ci è stato accordato per il 2016 (che vale 0,85 punti di Pil), non mi pare che siamo usciti dall’ideologia culturale dominante.

L'Italia può e deve fare di più. Siamo uno dei sei paesi fondatori, abbiamo avuto figure storiche che hanno guidato il processo di integrazione e dato contributi importanti alla sua realizzazione (Einaudi, Spinelli, Albertini, De Gasperi, ecc).

Ma non solo il governo, i parlamentari, i partiti politici sono chiamati a fare di più, siamo tutti chiamati a fare qualcosa di più. Penso al ruolo delle Università, come istituzioni di formazione e di ricerca, ma anche al ruolo che possono svolgere nel formare professionisti del terzo settore. Ma penso anche ai cittadini che desiderano impegnarsi di più a livello politico e che hanno la possibilità di costituire, così come previsto dai regolamenti dell’UE e dalle risoluzioni del PE, partiti politici europei ottenendo finanziamenti a carico del bilancio dell’UE.

Sta a noi immaginare e concretamente operare per aprire uno spazio politico europeo in cui affrontare i grandi temi che interessano il presente e il futuro dell’UE.

7. Vorrei terminare questo intervento portando la vostra attenzione su un tema, che credo interessi tutti perché riguarda la ripresa della crescita in Italia e in Europa.

E’ un tema di competenza della politica economica ma che la politica economica da sola non può risolvere perché la crescita è un fenomeno trasversale che interessa tutte le componenti economiche, sociali e istituzionali del Paese, che necessità per essere promossa dall’attivazione di professionalità e competenze diverse (giuridico - normative, amministrative, procedurali, finanziarie, manageriali, economiche, attuariali), ha forti impatti sulle politiche di welfare, sulle politiche del lavoro, ma ha anche forti contenuti etici e valoriali.

E’ il tema degli investimenti pubblici da realizzare senza un aumento dell’indebitamento. E’ il tema della prossima riunione.
Pierluigi Ciocca: tre problemi d’ordine economico riguardano: a) gli effetti del “Brexit”, b) il ristagno europeo in un mondo in crescita, c) la Germania, concausa del ristagno europeo.

a) Le conseguenze negative immediate e dirette del voto inglese non devono sopravvalutarsi. L’incertezza e i minori flussi di merci, lavoro, capitali freneranno il Pil dello U.K. L’OCSE stima nel -3,3% l’impatto al 2020. Ma la crescita tendenziale prevista pre-Brexit era del 2%. Resta un -1%. E la politica economica – fiscale, monetaria, del cambio – risponderà, limitando il rischio di regresso. Non converrà alla UE “punire” lo U.K. con trattati che ne discrimino i prodotti. Il peso dello U.K. sul commercio mondiale sfiora il 4% (5% delle esportazioni italiane, pari all’1,5% del nostro Pil). Londra resterà centro finanziario del mondo. Globalizzazione e WTO vanno ben oltre gli eventuali steccati europei.

Oltre l’immediato e nel medio-lungo termine le negative conseguenze economiche per la UE dipenderanno dalla UE. Saranno gravi se, venuto meno l’argine diplomatico britannico, la Germania dovesse scegliere di affermare ancor più la supremazia politica e il rigore di bilancio in Europa (la vera ragione del leave è l’indomito senso d’indipendenza inglese!). L’euro è un’ottima, solida moneta, ma la politica monetaria del SEBC, da sola, non è bastata e non basterebbe ad assicurare crescita e coesione all’Eurozona. Già oggi il principale effetto del QE di Francoforte è di porre a repentaglio le banche, con margini di interesse pressoché azzerati nell’improvvido regime di bail in. La deflazione è sfuggita di mano quando fra metà 2012 e metà 2014 il bilancio consolidato e la base monetaria del SEBC sono stati assurdamente tagliati di un terzo.

Le conseguenze potranno essere al limite positive se la Germania capirà che solo una politica fiscale espansiva – fatto salvo l’equilibrio del bilancio al netto del ciclo, con la crescita il vero limite ai debiti pubblici – può evitare la disoccupazione in Europa e quindi lo sfarinamento istituzionale della UE.

b) I timori di “malthusiano” ristagno mondiale, dal lato della domanda (Summers) e ancor meno dal lato del progresso tecnico (Gordon) non convincono, per più ragioni. La previsione dell’IMF al 2021 é di crescita del Pil mondiale tendente al 3,9%. Sarebbe il ritmo più elevato della storia, se si eccettua l’età aurea 1950-1973 (4,9%). L’eccezione negativa più grave (con Russia e Brasile) è l’area dell’Euro (data in crescita al 2021 solo dell’1,5%, e la stima è precedente al Brexit). Il problema economico europeo non è di produttività ma di domanda globale (anche qui vi è un’importante eccezione, l’Italia, dove il progresso tecnico è da anni negativo!). Segnatamente il freno è costituito dalla stanca della domanda interna. La politica monetaria è impotente, se non controproducente, perché non è il complemento di una politica fiscale decisamente espansiva – come invece è avvenuto negli USA dopo Lehman. Mancano in particolare preziosi investimenti pubblici, che avrebbero un elevato “moltiplicatore” (compreso fra 2 e 3). Gli investimenti pubblici nazionali sono assurdamente inclusi nel vincolo di Maastricht. Il bilancio comunitario è ridicolmente piccolo. Il piano Juncker è modesto. Molti non comprendono che quegli investimenti nell’arco di un biennio si autofinanzierebbero, attraverso il gettito sul maggior Pil che generano.

c) Alla radice della stasi della domanda globale europea vi è la Germania. Il rigorismo di bilancio tedesco nega la crescita, in Europa e nella stessa Germania. L’economia più competitiva del mondo è inchiodata, per voluti limiti di domanda, a uno sviluppo stimato dall’IMF al 2021 solo di poco superiore all’1%. Inoltre la Germania cede copiose risorse reali al resto del mondo, piuttosto che impiegarle in casa, attraverso un avanzo commerciale abnorme, nel 2015 prossimo a 300 miliardi di dollari (8,5% del Pil, ben al di là di ogni limite convenuto in Europa). Infine, imponendo alta disoccupazione in Spagna, Francia, Italia, Grecia, la Germania rischia di essere sommersa dall’ondata d’immigrazione da Sud.

Di questi tre ordini di costi economici che si autoinfligge, la Germania – chi la governa, almeno – non può non essere consapevole. Eppure essa accetta – vuole? – essere creditrice netta del resto d’Europa. E lo è in misura gigantesca: la sua posizione verso l’estero è creditoria netta per il 50% del Pil, vis a vis quelle debitorie di Grecia (-126% del Pil), Portogallo (-109%), Spagna (-91%), Irlanda (-70%), Italia (-24%), Francia (-17%).



Evidentemente se si accettano quei costi economici, si mira a essere creditori per fini politici. Quali?
Gian Luigi Tosato: riassumo qui di seguito qualche riflessione sulle implicazioni giuridiche del referendum pro-Brexit.

  • Il referendum non ha avuto l’effetto immediato di far uscire il Regno Unito dalla UE. Questo si verificherà solo a seguito e nel rispetto della procedura ex art. 50 TUE. Il referendum ha determinato tuttavia la decadenza in toto dell’accordo UE – UK del 19 febbraio 2016. Le concessioni a Cameron contenute in questo accordo non costituiscono quindi un precedente invocabile in futuro da qualche altro Stato membro.

  • Non esiste altra via di uscita dalla UE al di fuori della procedura ex art. 50 TUE. Altre vie incentrate sul diritto internazionale generale devono considerarsi impraticabili nelle circostanze.

  • La procedura dell’art. 50 prende avvio su iniziativa e richiesta dello Stato recedente, non può essere attivata dalle istituzioni dell’Unione. Queste possono sollecitare il Regno Unito a farlo, ma non determinare unilateralmente l’inizio della procedura.

  • L’iniziativa dello Stato recedente, quando assunta, comporta una notifica al Consiglio europeo dell’intenzione di lasciare l’Unione. L’organo competente ad effettuare la notifica, come pure le procedure interne che la precedono, dipendono ovviamente dall’ordinamento costituzionale del Regno Unito. Una semplice comunicazione circa l’esito dell’avvenuto referendum non basta ai fini dell’art. 50; ci vuole una vera e propria notifica dell’intenzione di recedere.

  • A seguito della notifica si apre un negoziato fra l’Unione e il Regno Unito sulle “modalità del recesso”, che deve tenere conto delle “future relazioni con l’Unione”. L’art. 50 distingue dunque tra “modalità del recesso” e “future relazioni”. Solo le prime formano oggetto specifico del negoziato, mentre delle seconde si deve unicamente tenere conto. Non è escluso tuttavia che, se le parti concordano di farlo, l’accordo si estenda anche alle seconde.

  • Il negoziato coinvolge le quattro istituzioni principali dell’Unione: il Consiglio europeo detta gli “orientamenti”, vale a dire il mandato che la Commissione deve seguire in quanto negoziatore dell’accordo, che poi è concluso dal Consiglio, previa approvazione del Parlamento europeo. Il Consiglio europeo delibera con il consenso di tutti i suoi membri, il Consiglio a maggioranza qualificata, il Parlamento europeo a maggioranza dei suffragi espressi. Alle delibere e decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio non partecipa il rappresentante dello Stato che recede dall’Unione. Le direttive a monte del Consiglio europeo conferiscono al negoziato un’impronta altamente politica, ribadita dalla necessaria approvazione del Parlamento europeo.

  • Lo Stato recedente cessa di far parte dell’Unione alla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso o, al più tardi, due anni dopo la notifica dell’intenzione di recedere. La scadenza dei due anni può essere prorogata, ma solo con delibera unanime del Consiglio europeo. Fino all’uscita dall’Unione, il Regno Unito è soggetto a tutte le regole e alle procedure della UE. Successivamente, gli si applicano le disposizioni dell’accordo di recesso: in sua assenza, soccorrono i principi generali di diritto. Quanto alle relazioni future con l’Unione, quelle commerciali, se non concordate, ricadono sotto il regime ordinario del WTO.

  • L’accordo di recesso interviene tra la UE e il RU, non tra il RU e gli altri Stati membri. Al pari di tutti gli accordi della UE, è dunque soggetto al controllo giurisdizionale della Corte di giustizia, specie in via preventiva (art. 218.11 TFUE).Se la Corte ne dovesse accertare la incompatibilità con i Trattati, l’accordo non potrebbe essere concluso se non previa modifica della pattuizione ritenute illegittime.

  • La procedura ex art. 50 lascia margini di incertezza circa i tempi dell’uscita del RU e i contenuti dell’accordo di recesso. I primi restano in qualche modo nella disponibilità del RU, in quanto sono condizionati alla concreta effettuazione della notifica di recedere. Rispetto ai secondi, resta nella discrezionalità dei negoziatori di decidere se limitare l’accordo alla disciplina transitoria del recesso o estenderla alle future relazioni tra il RU e la UE.

  • Un tempestivo chiarimento sui due fronti (tempistica dell’uscita nonché portata dell’accordo di recesso) è certo nell’interesse dell’Unione, specie per i riflessi nei rapporti fra Stati membri. Ma dovrebbe interessare anche al Regno Unito: fino a che continua a far parte dell’Unione, deve rispettare in toto gli obblighi che ne conseguono, mentre l’esercizio dei diritti risulterà inevitabilmente pregiudicato dalla prospettiva del recesso.

  • L’art. 50 costituisce il passaggio obbligato per il Regno Unito, e per eventuali altri Stati Membri che dovessero maturare in futuro l’intenzione di lasciare l’Unione. Non solo: la procedura dell’art. 50 si impone anche per Stati euro che volessero eventualmente recedere dall’unione monetaria. Allo stato attuale del diritto della UE, non è consentito di farlo se non lasciando l’Unione nel suo complesso.



Filippo satta:
Luigi guidobono cavalchini:
Giulio di pinto:
Laura mirachian:
Adriano benedetti:



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