4 sintesi del testo: G. Mormino, per una teoria dell’imitazione, Cortina 2016


Ciò che appare imitazione di un modello è dunque in realtà ripetizione di uno schema di comportamento fortuitamente trovato e premiato dall'ambiente



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07.11.2019
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Ciò che appare imitazione di un modello è dunque in realtà ripetizione di uno schema di comportamento fortuitamente trovato e premiato dall'ambiente.

  • La mia ipotesi è che l'azione imitativa scatti necessariamente nel momento in cui compierla fornisce qualche vantaggio e che, senza postulare la presenza di elementi inibitori, si possa spiegare l'astenersi dall'imitazione di un certo atto solo come l'effetto del prevalere di un altro modello, peraltro interno.

  • Propriamente parlando, tranne nella fase dell'esplorazione, non c'è mai un momento in cui noi non imitiamo noi stessi, se pensiamo a come ogni nostra azione, persino il modo di star seduti o di pronunciare una consonante, sia sempre condotta secondo pattern peculiari di ciascuno, appresi in età precocissima (le cosiddette "abitudini").

  • Se dunque l'intermittenza dell'imitazione degli altri può essere spiegata senza introdurre meccanismi inibitori specifici, ma solo con la prevalenza di un differente modello, si può ipotizzare che non esista un meccanismo strutturale che ci porti a copiare modelli esterni, ma piuttosto che tale fenomeno si inneschi in situazioni specifiche a partire da un altro meccanismo, realmente fondamentale e sempre attivo, che identifico con l'imitazione di sé.

      1. COME RISPONDERE ALLA domanda 9: come si producano gli atti che vengono definiti propriamente mimetici, ossia quelli nei quali il modello esterno sembra essere la causa principale, o addirittura unica, dell'azione che le assomiglia. ?

      1. Ovviamente chiunque compia un movimento nuovo può senz'altro trarre vantaggio dall'osservare un modello esterno ma deve poi far proprio lo schema motorio, ossia saggiare movimenti diversi da quelli che gli sono usuali e poi ripeterli;



      1. L'idea che sia possibile copiare direttamente un modello esterno, senza passare per un preliminare tentativo nel proprio corpo che diverrà poi il vero modello imitato, sembra da escludersi.




      1. È ovvio che i buoni modelli sono fondamentali per conseguire risultati positivi, poiché riducono Io sforzo per ottenere una gratificazione, quindi influiscono sull’efficienza del moto esplorativo.



      1. Ma, in realtà, noi non li copiamo affatto: li usiamo come metro di paragone per raffinare le azioni trovate nei nostri schemi motori.



      1. INFATTI L'APERTURA DI POSSIBILITÀ GARANTITA DA UN MODELLO ESTERNO NON È AFFATTO SUFFICIENTE A COMPIERE L'AZIONE: PRIMA DEVO TROVARE TRA I MIEI ATTI MOTORI QUELLI CHE POSSONO SERVIRMI A OTTENERE LA GRATIFICAZIONE CHE MI SPINGE A RIPETERLI.



      1. Ed è imitando questi ultimi, non “assorbendo" per vie misteriose i gesti del modello, che imparo effettivamente a compiere certi gesti o certe attività.

      1. Per imitare un MODELLO attingo ad un repertorio di atti motori già interiorizzati che sono funzionali al mio scopo. In realtà io IMITO QUESTI ATTI E NON DIRETTAMENTE IL MODELLO.

      1. PRECISAZIONE: il successo o l'insuccesso di un'azione, e dunque lo stimolo a ripeterla oppure no, può essere un dato assai difficile da ricavare, soprattutto per animali dotati di percezioni e sensibilità più fini e di un'intelligenza più complessa, posti oltretutto in un ambiente ricco e vario. Sarebbe semplicistico pensare che le risposte siano di facile lettura: percepiamo non solo un esito ma piuttosto una molteplicità di esiti, spesso contrastanti tra di loro.
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