5° Convegno Ecclesiale Nazionale Per un umanesimo della concretezza Discernimento della società italiana e responsabilità della Chiesa



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Convegno Ecclesiale Nazionale

Per un umanesimo della concretezza

Discernimento della società italiana e responsabilità della Chiesa

Prof. Mauro Magatti - Firenze, 11 novembre 2015

Buon giorno a tutti!


Un saluto fraterno a tutti delegate e delegati

Anzi, se mi permettete, un abbraccio a tutti!


Prima di iniziare voglio ringraziare il presidente e i membri della giunta del comitato preparatore per avermi affidato la responsabilità di questo primo intervento.
E desidero altresì ringraziare i nostri vescovi per aver confermato quella che ormai è una bella tradizione della chiesa italiana: il convenire, a metà del decennio, per un momento comunitario di riflessione e discernimento.
Nel mio intervento, cercherò di offrire alcuni elementi che spero utili per collocare

  1. in un tempo - l'inizio del XXI secolo -

  2. e in uno spazio - l'Italia -

il cammino di una Chiesa sollecitata dal dono del pontificato di Papa Francesco.
1. É dopo una gestazione durata più di mille anni che, dal grembo della cristianità, venne partorito l'Umanesimo (italiano).
Da allora, la modernità ha fatto molta strada. E per quanto controverso possa essere stato il suo cammino, non dovremmo mai smettere di riflettere sul fatto che l'umanesimo è figlio della cristianità: l'idea di un uomo libero e capace nasce nel cuore dell'Europa cristiana.
2. Nel 1400 Firenze era la punta più avanzata dell'Europa cristiana, centro del mondo.
Oggi l'Italia sta cercando di uscire da una lunga crisi.

Non solo economica e che non è cominciata nel 2008.


In queste condizioni, ritrovarsi proprio qui, a Firenze, per parlare del tema “In Gesù Cristo un nuovo umanesimo” ci pone in una posizione spinosa:

a che titolo possiamo interrogarci sul nuovo umanesimo?

Non si tratta di un compito sproporzionato rispetto all'Italia di oggi?
3. La stagione che abbiamo alle spalle, sospingendo la modernità verso le sue più estreme conseguenze, ha introdotto livelli tecnologici, istituzionali, organizzativi, culturali, cognitivi più esigenti.
Rispetto a questo salto storico - che abbiamo chiamato globalizzazione - l'Italia non è ancora riuscita a trovare un suo modo di “stare al mondo”.

In questo senso, la sua crisi è crisi di identità.


Faticosamente si sta cercando di risalire la china. Ma siamo ancora lontani dall'aver trovato la risposta, anche perché non si tratta semplicemente di rimetterci a correre. Correre verso dove, poi, e per che cosa?
Ecco dunque la domanda che interpella l'Italia, e con essa la Chiesa italiana: quale contributo il nostro Paese, la nostra cultura potrà mai dare al mondo di oggi?
4. Anche al di là delle nostre frontiere, vediamo diverse nubi addensarsi.
Basta guardare a un'Europa che, imbarazzata nel riconoscere le sue radici cristiane, stenta a essere qualcosa di più di un apparato tecno-burocratico, finendo per schiacciare i più deboli.
O al Mediterraneo, diventato la frontiera che conta più morti al mondo.
O al disordine mondiale, dove si moltiplicano i focolai di guerra e dove domina una tecno-economia che, con troppa disinvoltura, "gioca" con la finanza e "mette le mani" sulla vita.
Tra le persone, nei popoli c'è disorientamento.
La paura è quella di rimanere intrappolati tra due poli solo apparentemente contraddittori:


  1. Dis-umanità. Secondo la "logica dello scarto".

Ci sono troppi uomini e donne che, dimenticati, abbandonati, messi alla porta, si vedono privati della loro dignità.

Le periferie esistenziali (quelle della solitudine, della sofferenza, della emarginazione, della lontananza da Dio) sono dappertutto: ai bordi delle nostre città, ma anche dentro i nostri condomini.

Per diventare periferici, e a rischio di abbandono, basta non essere all'altezza delle performance richieste dal modello di vita prevalente.


  1. Trans-umanità. Si fa largo l'idea paradossale secondo cui ‘il’ limite che va forzato è l'essere umano in quanto tale.

Siamo davanti ad una nuova ideologia: quella della "perfezione" di un essere umano potenziato in tutte le sue facoltà.

Ma, nel trans-umano, non c'è più "mondo" perché tutto è prodotto e, pertanto, manipolabile.



La supponente superficialità con cui viene trattata una questione tanto delicata come quella del gender è sintomo della prepotenza da cui può essere affetto l'uomo tecnicizzato.
Occorre dunque leggere la crisi italiana nel quadro della transizione globale, lavorando con tutti gli uomini di buona volontà per evitare entrambe queste involuzioni e aprire la strada di un nuovo futuro.
5. L'umanesimo moderno ha ottenuto importanti successi: benessere, democrazia, libertà, conoscenza scientifica, sviluppo tecnico.
Eppure, volendo costruire tutto a misura dell'uomo, ci ritroviamo in un mondo dove sembra prevalere la logica della potenza, dell’efficienza, dell’impersonalità.
Un mondo in cui c'è "troppo uomo" finisce per non avere più posto per l'essere umano.
È questo il paradosso che sollecita oggi la Chiesa italiana a essere in prima linea nella ricerca di un nuovo umanesimo.
Senza saccenza, ma con cordialità verso tutti e passione per l'umanità, nello spirito del Concilio Vaticano II che si chiudeva proprio 50anni fa.
Con le parole usate allora da Paolo VI: “La religione del Dio che si è fatto Uomo si è incontrata con la religione dell'uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? poteva essere; ma non è avvenuto (...) Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (...) ha assorbito l'attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell'uomo”.
6. Dalla fine del Concilio, molta acqua è passata sotto i ponti.
Le spinte verso un “umanesimo esclusivo” che si traducono in forme sempre più radicali di “individualismo” sono diventate ancora più forti.
C’è chi immagina una società fatta di atomi isolati, possibilmente neutri, autonomi e funzionanti, organizzati da sistemi estesi e performanti, che si incontrano occasionalmente e provvisoriamente per uno scambio di interesse o un godimento reciproco.
Un mondo ben poco desiderabile!
7. Grazie a sistemi e infrastrutture sempre più grandi ed efficienti, l'umanità è oggi integrata su scala planetaria.
Allo stesso tempo, la capacità di scomporre e ridurre tutto in frammenti ha accresciuto il nostro potere di manipolazione della realtà.
Ma lungo questa via - che, come dice Benedetto XVI, comporta il progressivo restringimento della ragione - si va verso una crescente a-strazione (‘astrarre’ etimologicamente significa ‘distaccare', 'separare’): tutto, cioè, viene separato da parte di un uomo che si sente di poter fare tutto.
Se ci pensiamo bene, la nostra stessa vita rischia di diventare un'astrazione - sempre più frammentata e separata da ciò che la circonda; persino dagli affetti più intimi. Per il modo in cui le nostre giornate sono organizzate, l'esistenza di ciascuno è costantemente a rischio di andare in frantumi o perdere, un po' alla volta, di consistenza.
La pretesa di liberarsi dalle identità religiose e culturali, porta a produrre un mondo piatto, indifferente rispetto alle domande di senso e di appartenenza, semplice palcoscenico per le infinite ed equivalenti possibilità d'azione individuali.
Non più solo l'uomo al posto di Dio, ma persino la negazione del posto di Dio.
Una tale soluzione, peraltro irrealistica e insostenibile, produce due aggiustamenti contraddittori:

  1. la fuga in un immaginario rigoglioso che evita però il confronto con la realtà;

  2. la “reazione fondamentalista” (o populista) - risposta “isterica” alla frammentazione mediante l'attaccamento a semplificazioni rigide e perciò stesso rancorose e violente.

8. Se si chiude il cielo, e l’umanesimo diventa esclusivo, all'uomo non rimane che intestardirsi nel movimento ossessivo di una conoscenza sempre più analitica per produrre potenza e accelerazione. Dove anche la persona è ridotta a numero e quindi a strumento.


Ecco allora il problema: se l’universale viene appiattito sull’astratto senza volto, senza realtà né apertura, la vicenda moderna rischia di virare verso un esito problematico.

Perché l’astratto è una generalizzazione senza vita, un esercizio da cui derivano tutt’al più una procedura o una algida certezza. Mai un senso. O una affezione.

Per questo esso, alla fine, “manca” la vita.
Non è forse vero che la solitudine è una condizione sempre più diffusa e che, ingolfati da mille cose, sembra che non abbiamo mai tempo per niente e per nessuno?
9. Ma torniamo all'Italia. Al di là della superficie, la ragione profonda che spiega le difficoltà in cui da anni si dibatte il nostro paese è che L'Italia ha stentato a fare il salto richiesto dalla globalizzazione.
Da una parte, la nostra idea di persona - fatta di relazione, bellezza, luoghi, volti - fatica ad adattarsi a questo destino di astrazione.
Ma, dall'altra parte, dobbiamo ammettere che troppe volte ci siamo accontentati di un parlare vuoto, retorico, dottrinale. Privo di presa sulla realtà.
Un parlare sovente utilizzato con maestria da medie élites, politiche, economiche, sociali e, ahimè, qualche volta persino religiose, come copertura di quel particulare dentro cui prosperano le tante forme regressive che come italiani conosciamo bene (localismi, corporativismi, familismi, corruzioni, faziosità, mafiosità).
Forme che danneggiano e mortificano quella capillare creatività che continuamente sgorga da un terreno reso fertile da una concezione “ricca” di persona.
Davanti a noi abbiamo dunque una doppia questione.
La prima è il destino dell'umanesimo contemporaneo, oltre il disumano e il transumano.
La seconda è il posto dell'Italia nell'era della globalizzazione. E il suo eventuale contributo all’elaborazione di un nuovo umanesimo.
10. Per capire cosa fare, cominciamo con il guardarci attorno. Nelle nostre città, nelle nostre parrocchie, nelle nostre famiglie: l'umano è resiliente. Non solo resiste ad un destino di astrazione e frammentazione, ma vi risponde creativamente.
Sono ancora tanti - anzi sono forse addirittura la maggioranza, dentro e fuori la Chiesa - le donne e gli uomini che, reinterpretando i successi della tecnica e della economia, continuano a custodire la tenerezza e il calore dell'umano.
Rifiutandosi, nel contempo, di richiudersi nel particulare o di accettare retoriche prive di presa sulla realtà.
Nelle imprese che sperimentano nuove soluzioni intelligenti, coinvolgenti, sostenibili;

nelle scuole capaci di integrare chi fa più fatica;

nelle amministrazioni pubbliche che si oppongono alla corruzione;

nelle famiglie che continuano ad essere grembo della vita;

nel lavoro di cura e ricucitura nelle periferie, con i migranti, nelle carceri, negli ospedali, con i giovani;

nei giovani che hanno il coraggio di essere in prima linea nel creare un mondo di tolleranza tra le culture e le religioni;

nelle parrocchie che sanno essere comunità vive...
Si, c'è ancora tanta umanità resiliente, felicemente dedicata all'umanizzazione dell'uomo, che va ascoltata, amata, autorizzata, accompagnata.
11. Che cosa ci dice questa resilienza?
In primo luogo che, nonostante tutto, c'è una domanda che non si satura.

L'umanesimo esclusivo, per quanto si sforzi, non basta a se stesso.

Né, tanto meno, può bastare il particulare ottuso.
Al di là delle pretese del tempo che viviamo di saturare tutto, l'uomo contemporaneo si sente ancora attraversato da una mancanza. Da un vuoto creativo. Da un’essenziale inquietudine che è anche un'apertura. Che non lo abbandona e lo rimette in movimento.

Lo dice bene il poeta fiorentino Mario Luzi: “Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che ad un tratto ne sei pieno?”


Non “l'uomo misura di tutte le cose”. Ma “la misura dell'uomo non sta in nessuna misura”. Semplicemente perché la mancanza di cui siamo fatti - che non è semplice carenza da colmare, ma desiderio di ulteriorità e capacità di eccedenza - non possiamo riempirla da soli.
Per questo occorre, oggi più che mai, prestare orecchio alle inquietudini non dette del cuore, alle speranze frustrate di riscatto, alle domande inascoltate di senso.
Ecco, di questo possiamo essere sicuri: quel “senso religioso” di cui parlava Paolo VI continua a rinascere dallo stupore, dalla bellezza, qualche volta dal trauma, altre volte dalla grazia. Da una realtà che è altro e oltre noi, che ci interpella rompendo il nostro isolamento.
In secondo luogo, la resilienza ci dice che, contro ogni aspettativa, il volto di altri quando diventa 'tu' è la chiave che continua ad aprire il cuore di molti.
Che non hanno paura a mettere in gioco la propria vita esprimendo la loro affezione verso il povero, il malato, il profugo, l'abbandonato. La vita.
È vero: l'altro ci scomoda sempre. Perché il suo esserci apre una ferita-feritoia alla nostra supposta autosufficienza. Eppure, la logica moderna dell’‘immunitas’ - tenere l’altro a debita distanza - rimane insoddisfacente. Socialmente - perché non sa ricreare le ragioni dello stare insieme - ed esistenzialmente - perché l'uomo non può vivere senza affezionarsi.
12. Se dunque prestiamo ascolto non a ciò che è gridato, ma a ciò che è sussurrato, possiamo capire:

ciò che ancora manca all'umanesimo del nostro tempo è ammettere che la misura dell'uomo non sta in nessuna misura.

La sua misura non si può colmare con nessuna potenza.

Non sta in nessun consumo.

In nessuna tecnologia.

In nessun potere.

In nessuna procedura.

Il granello che può mettere in discussione - e di fatto già riapre - la deriva di astrazione della contemporaneità è il fatto che, al di là di tutta la sua efficienza tecno-economica, l'uomo contemporaneo rimane quello che è sempre stato: mancanza (a essere) e desiderio (d'altri).


13. In questo convegno non siamo chiamati a formulare una teoria del nuovo umanesimo.
Siamo qui piuttosto per incontrarci e parlarci.
Per riconoscere che è dando nome a questa mancanza e a questo desiderio, cioè sostenendo e accompagnando il movimento che da qui deriva - qualcosa che condividiamo con tutti gli esseri umani - che possiamo superare la logica dell'astrazione che ci intrappola fra disumano e transumano.
Oggi più che mai, di fronte al mondo che stiamo costruendo, dobbiamo chiederci:

È possibile vivere l'altezza del desiderio che ci caratterizza come esseri umani senza distruggere il mondo, la vita, noi stessi?


14. Ma se non si tratta di trovare una nuova teoria, di che cosa allora abbiamo bisogno?
R. Guardini dice che l'umano è “un concreto vivente”.

È una espressione felicissima che può indicarci la strada.


Etimologicamente ‘concretezza’ significa ‘cum crescere’, ‘crescere insieme’. Dunque, essa ha a che fare con il rimettere insieme – cioè, in dialogo - ciò che abbiamo imparato a separare.

In una visione integrale e integrante della realtà.


Concretezza è il contrario di ‘separazione’ (astrazione).

Non si tratta, ovviamente, di rifiutare l'astrazione. Cosa che, oltre a essere assurda, non è possibile.


Si tratta piuttosto di evitare le sue derive più tiranniche e disumanizzanti, aprendoci alla logica della concretezza, intesa come pratica di affezione (amore) aperta alla trascendenza e per questo capace di ricomporre la frammentazione che dilaga nella nostra vita personale e sociale - conseguenza dell'eccesso di astrazione - e riqualificare il rapporto tra la nostra persona e la realtà che ci circonda. Tra noi e la vita.
Da qui derivano conseguenze molto “concrete”.
Un’economia astratta è un’economia puramente finanziaria, dimentica del fatto che il suo stesso futuro si fonda sul lavoro, l'educazione, lo sviluppo sociale.
Una politica astratta è quella che riduce i cittadini a elettori da cui estrarre un consenso, dimenticandosi di essere al servizio della comunità. Soprattutto di chi ne ha più bisogno.
Una città astratta è quella pensata per le automobili, i telefonini, gli uffici, e non per le persone, le famiglie, gli anziani, i bambini, i poveri. Dove non c'è spazio per la natura.
15. Ecco dunque la via per riaprire l'orizzonte chiuso in cui rischia di finire l'umanesimo esclusivo: un nuovo umanesimo della concretezza che, guardando a Gesù Cristo, torni a essere capace di quella postura relazionale, aperta, dinamica, affettiva verso cui ci sospinge continuamente Papa Francesco.
Restituendoci la capacità di affezionarci creativamente, la “via relazionale” è l'unica in grado di allargare la nostra ragione.
La concretezza, infatti, richiede prima di tutto, di rimanere aperti alla vita e alle sue istanze. Nella serena consapevolezza che la vita va oltre ciascuno di noi.

Per questo la concretezza è generativa. Una generatività che si esprime nei movimenti del desiderare, mettere al mondo (non solo in senso biologico), prendersi cura, lasciare andare.
16. Essere concreti significa poi non disgiungere mai i mezzi tecnici e le possibilità economiche dalle obbligazioni e responsabilità verso la rete di rapporti - personali, sociali, istituzionali, ambientali, cosmologici - in cui siamo immersi e di cui siamo fatti. Perché 'tutto è connesso': l' essere umano con gli altri esseri viventi, la natura, il cosmo, Dio.
Significa saper “stare vicini” alla realtà particolare senza perdere la prospettiva dell’universale. Perché la vita sta, in un certo senso, sempre dentro e fuori da se stessa: nella vicinanza qui-e-ora e nell’apertura, nell’aspirazione, nell’attesa, nella domanda di giustizia insoddisfatta. Non c'è solo un agire concreto. Ci sono anche uno spirito e un intelletto 'concreti'.
Essere concreti significa non dimenticare che, al di là degli apparati funzionali, si può crescere solo con le persone e per le persone. Tutto ciò che di grande gli esseri umani possono fare, finisce per diventare disumano se nega la fragilità della nostra comune esistenza. Una crescita solo quantitativa che comporta la distruzione della famiglia, della comunità, della natura, va denunciata come inadeguata.

17. Giunti a questo punto possiamo fare un passo più in là.

Non è forse questa sguardo relazionale intriso di affezione e aperto all’ulteriorità ciò che costituisce il tratto più tipico del nostro essere italiani?

Non è forse proprio questo fondo relazionale aperto alla bellezza, all'infinito, all'eccedenza, all'universale, l'origine di ciò che gli stranieri ci invidiano?

E non è forse proprio questa concretezza generativa il tratto che distingue l'Italia nel mondo?
Il ‘Made in Italy’, il volontariato, le cento città, l’artigianato, l’arte, la cura e la carità, le tante forme di sussidiarietà ed economia civile, la famiglia sono le espressioni, già presenti nella realtà, di quell'"umanesimo della concretezza" che è in qualche modo una nostra prerogativa, una preziosa eredità.
Se l'Italia, non è una mera 'espressione geografica’, è solo perché da secoli essa ha saputo esprimere, dal basso, questa straordinaria vitalità plurale che le proviene da una concezione integrale (cioè "cattolica") della persona.
È da qui che la vocazione di questo Paese, nell'era della globalizzazione e dell'astrazione, può essere riscoperta.
18. Dunque, questo è un tempo propizio per una Italia chiamata a uscire dalla sua crisi di identità

Apocalittico nel senso biblico. Un tempo di disvelamento e scelta.


Il nostro contributo - come Chiesa italiana e come cittadini italiani - a un “nuovo umanesimo” può derivare dal riscoprire la nostra storia, la nostra identità più profonda: dal creare, cioè, un terreno favorevole alla fioritura di un umanesimo della concretezza che, facendoci riscoprire l'infinito di Dio attraverso la cura della carne dell'altro e della natura che ci ospita, sia paradigma per un vero rilancio del nostro Paese e farmakon contro gli esiti del trans-umano e del disumano.
19. Non si batte l'astrazione in cui rischiamo di finire con un'altra astrazione.

Ciò di cui abbiamo bisogno non è un altro discorso astratto o intellettuale. Di un giudizio sul mondo.


Ciò che serve è piuttosto un modo di stare dentro la realtà che viviamo in modo che quell’universale - di cui il nuovo umanesimo, nell'epoca della globalizzazione - ha estremo bisogno, possa essere un po' per volta conquistato.

Permettendoci di scoprire e valorizzare tratti dell'umano più ricchi e profondi.


20. Per far questo occorre un popolo (la Chiesa) disposto a mettersi in cammino (ex-odos) insieme (sun-odos).

Confidando nella terra promessa.


Una Chiesa disposta ad immaginare, tanto per se stesso quanto per l'intera società italiana, non una legge - fosse anche una dottrina esauriente - ma "grazia e verità", cioè un dinamismo originario capace di aprire spazi di incontro tra fede e storia, ragione e vita, amore e verità.
21. È solo uscendo (esodo) - come ha saputo fare già tante volte nel corso dei secoli nelle sue espressioni migliori - che la Chiesa italiana potrà accompagnare (sinodo) la società italiana verso la riscoperta della sua vocazione più profonda - che accomuna ciò che di eccellente c'è nella sua storia - che tanto serve all’umano di oggi in ogni continente:
La costitutiva relazionalità della vita quale origine di un dinamismo generativo, luogo teologico e storico di una mancanza desiderante ed eccedente, attraversata ma mai colmata, capace di creare una tensione vitale tra il concreto e l'universale.
Solo entro tale dinamismo sarà possibile sostenere quel "movimento impossibile" che questo nostro tempo richiede per aprirsi ad un nuovo umanesimo: "attraversare abitando" le due frontiere che, al di là ogni tecnica, sistema, organizzazione, continuano a interpellare l'uomo contemporaneo:

la mancanza (a essere) e il desiderio di altri.


22. (Prima frontiera) Attraversare abitando la mancanza, non solo come inquietudine, ma come mistero, grazia, fede.

L'umanesimo della concretezza non è perdersi nel particolare, ritorno a un concreto ottuso, chiuso, statico.


È, piuttosto, custodia della trascendenza, condizione per tenere insieme la mancanza con la pienezza, il limite con l'eccedenza, la realtà particolare con la sua proiezione universale.

In una parola, trasfigurare.


É questa una grande responsabilità della Chiesa nella sfera pubblica contemporanea: prima e più che la esibizione di certezze granitiche, prima e più che la partecipazione alla discussione collettiva, siamo interpellati a tenere vivo nella città il fuoco della preghiera.
Come capacità di inabitare il silenzio, di cimentarsi con gli orizzonti ultimi dell'esistenza, di riflettere su di sé davanti al mistero della vita. Cioè, di ascoltare: come atto originario e distintivo del credere.
Con una presenza discreta ma aperta, riconoscibile e profonda, così da immettere quel movimento eccedente che è essenziale per bucare l'orizzonte chiuso dell'umanesimo esclusivo.
La parola (annunciare) di cui il nostro tempo ha fame e sete non è quella del dogmatismo astratto, gelido, distaccato. Nè tecno-economico né religioso.
Ciò di cui l'uomo contemporaneo ha bisogno é piuttosto una parola calda e piena di misericordia: perché solo cosi la vita dell'ultimo dei perduti - cioè di ognuno di noi - può essere colmata di amore.

La parola-racconto del testimone che non parla di sé, ma che non può far altro che cercare di-dire-l’ascolto.

La parola-mito che non è una leggenda, ma rapporto vivo con il mistero.

La parola-liturgia capace, quando è davvero "azione di popolo", di "rilegare", senza dissolverla, la libertà della persona.


Non ci potrà essere nessun nuovo umanesimo senza una nuova spiritualità.
Così come sarà solo su queste basi che anche il dialogo con i nuovi cittadini di altre religioni e confessioni potrà essere proficuamente intessuto.

23. (seconda frontiera) Attraversare abitando il desiderio dell'altro. E dunque incontro e “grazia” (charis).


L'altro - specie quando è piccolo, povero, malato, carcerato, straniero, abbandonato - è sempre una provocazione, a voltare dolorosa.
Eppure, è sempre l'altro che ci salva.
Perché è solo accettando di farci prossimi al volto dell'altro - simbolo concretissimo di ciò che effettivamente riconosciamo e amiamo oltre noi stessi - che riusciamo a riappropriarci della nostra umanità.
Senza il movimento dell’uscire - che si declina prima di tutto nell'ospitalità, cioè nel far entrare - non sarà possibile riaccendere quel dinamismo vitale da cui deriva quella capacità di tenere insieme concreto e universale che è il segno più distintivo di ciò che è italiano.
Perché la libertà si esprime appieno solo in un rapporto di amore, cioè in quel movimento che permette di esprimere un modo personale di vedere, di parlare, di fare. Di essere al mondo.
Non si tratta di pauperismo. Ma della via per prendere le distanze da quello che papa Francesco chiama “eccesso antropocentrico”: la realtà non è terreno di esercizio della nostra sovranità, ma luogo di un incontro sorprendente che, spingendoci oltre noi stessi, le nostre paure e le nostre contorsioni, ci può liberare. E salvare.
Per quanta efficienza possiamo costruire, è solo attraverso la cura - un verbo della reciprocità! - e la tenerezza - quanta umanità passa da una carezza! - che possiamo sanare l’umano e, quindi, noi stessi, restituendo il senso del limite alla nostra autonomia e potenza.

E ricreando così anche le basi, che sembrano perdute, della giustizia.


Se, come “rete sinodale” ci facessimo convertire da questi due movimenti del trasfigurare e dell'uscire la fede tornerebbe a radicarsi nella carne del Paese e l'intera società italiana a mettersi in cammino.
Per questo, serve però una Chiesa ardente, coraggiosa, povera.

Una Chiesa in cammino che si sa popolo e vicina al popolo, che sa pensarsi prima di tutto in fraternità; rete ricca e plurale fatta di territori, parrocchie, associazioni, famiglie, persone.

Una Chiesa ‘comunione di comunità'.
In grado di capire che il nuovo ambiente digitale è un'occasione straordinaria per rendere concreta la sua indole sinodale, dando il senso del cammino comune, in una ricerca circolare e plurale, capace di usare linguaggi diversi. Indispensabili per coinvolgere i giovani e accogliere il loro irrinunciabile contributo.
Una Chiesa che guarda con simpatia ogni uomo e ogni donna, e in modo particolare chi è “scartato”. Che si fida dei suoi figli. E che per questo si fa madre generativa, disposta a "dare la vita"- nel duplice senso del "dare vita', cioè far nascere, generare, rigenerare, e del 'donare (dedicare) la propria vita'.
La speranza, lo sviluppo, il futuro rinascono quando il più grande si fa davvero servitore del più piccolo, abilitandolo e autorizzandolo al futuro (come suggerisce il significato autentico del termine ‘autorità’).
24. L'umanesimo della concretezza va declinato rispetto alle sfide che l'Italia ha davanti a sé.


  1. rilanciare l'economia, senza avvantaggiare solo i forti, ma combattendo la disoccupazione (specie giovanile), la povertà diffusa, la desertificazione del sud;

  2. governare l'emergenza storica dei profughi, con spirito di accoglienza, ma anche con intelligenza e creatività istituzionale;

  3. accompagnare il cambiamento del profilo demografico del paese, stimolando nuovi rapporti tra le generazioni e sostenendo le famiglie.

Il nuovo umanesimo della concretezza potrà nascere, con il contributo originale delle nostre comunità, in rapporto a queste sfide attraverso un cammino condiviso in grado di dar vita a concrete esperienze di popolo - diffuse e plurali - capaci persino di tradursi in nuove "esperienze istituenti" - cioè soluzioni innovative e sensate, perché non meramente funzionali - per ricombinare ciò che oggi è diviso: famiglia e lavoro; valore e comunità; tecnologia e senso, appartenenza culturale e universalità.


Come già molte volte accaduto nella nostra storia: con i comuni, gli ospedali, i conventi, le università, i convitti per i bambini, le casse mutue, le comunità terapeutiche.

Tutte forme istituzionali inventate dal cattolicesimo popolare italiano.


Non si tratta di cominciare da zero, ma di riconoscere le tante iniziative che già ci sono, di farle maturare dal punto di vista del metodo e soprattutto di inserirle nella cornice di un cammino comune. Evitando che implodano nel particolare.
Non si può non partire dalla questione "storica" dei rifugiati. Papa Francesco ha invitato a un'ospitalità diffusa: Quale altra occasione concretissima possiamo avere oggi per dare il senso della potenza creativa della fede?
C'è poi il tema di una generazione di giovani che non studia e non lavora. Non sono forse chiamate in causa l'idea e la pratica dell'educare? Perché non pensare di rimettere in gioco i nostri oratori come luoghi di trasmissione intergenerazionale delle competenze lavorative?
E, infine, perché non accompagnare, anche mettendo in campo i patrimoni ecclesiali, nuove forme dell’abitare, più consone ai corsi e percorsi di vita, lunghi, articolati, qualche volta tortuosi, delle persone e delle famiglie di oggi?
Sono solo prime indicazioni. Sarà poi il lavoro comune di questi giorni che dovrà individuare le vie sulle quali impegnarsi affinché la speranza di uno sviluppo basato su una concretezza aperta all'universale possa rinascere nel nostro Paese.
Compito di straordinaria importanza perché, in questo inizio di XXI secolo, proprio l'uscita dalla crisi finanziaria offre l'occasione per andare al di là della società dei consumi, verso una società e un’economia capaci di "generare valore condiviso": che è un ‘crescere insieme’ attraverso la valorizzazione e la contribuzione di tutti.
Rilegando ciò che in questi anni è stato slegato: le generazioni, i territori, le istituzioni, le famiglie, le vite.
25. La Chiesa italiana ha, dunque, una grande responsabilità nei confronti dell'Italia: essere custode audace e creativa di una storia e di una terra che hanno molto da dire al tempo che l'umanità sta vivendo.
Ecco perché la società italiana ha bisogno di una Chiesa viva. Conquistata dallo Spirito. Lieta nell'abbandonare gli eccessi di specializzazione e burocratizzazione, per diventare sempre più capace di trasfigurazione e in uscita.

Maestra di umanità perché capace di parresia e ricca della misericordia del Padre.


Ricordavo all'inizio che, a differenza di sei secoli fa, l’Italia oggi non è più l'epicentro del sistema-mondo.
Ciò è, per molti aspetti, un problema. Ma forse, non trovarsi "nell'occhio del ciclone" può essere un vantaggio.
A condizione che smettiamo un certo nostro provincialismo e assumiamo seriamente, coraggiosamente, fino in fondo che l'emergere di una dimensione planetaria - che ci ha già cambiato profondamente - ha bisogno di nuove vie verso l'universale concreto.
Il compito che ci aspetta non è facile, ma é entusiasmante. E, soprattutto, è quello che hanno saputo svolgere i nostri padri, prima di noi.
Mai come oggi si tratta di essere lievito e sale. Per far crescere e dar sapore alla nostra storia comune.





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