7-10 gennaio Con le ore contate


Vietato ai minori di anni 14 - Ingresso gratuito



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Vietato ai minori di anni 14 - Ingresso gratuito
24-26 gennaio

Un “idolo” in controluce: Enzo Battaglia

All’inizio del 2009, in tre appuntamenti di (In)visibile italiano (a febbraio, marzo e aprile), la Cineteca Nazionale ha reso omaggio a tre registi prematuramente scomparsi, Enzo Battaglia, Sergio Capogna e Franco Indovina, “tre autori ingiustamente dimenticati», come scrivemmo in quell’occasione. Almeno per il primo (ma la speranza è che accada lo stesso anche per gli altri due) la rassegna ha suscitato interesse e curiosità, tanto da ispirare una serie di eventi e di stimoli per il futuro. Dal 10 al 13 dicembre 2009 la città natale del regista, Ragusa, ha ospitato la XIII edizione del Costaiblea Film Festival, diretto da Francesco Calogero e Vito Zagarrio, che ha dedicato a Battaglia una retrospettiva completa delle sue opere, a cura della Cineteca Nazionale, che ora viene riproposta al Cinema Trevi, a chiudere il cerchio di mesi di lavoro attorno a una figura assolutamente da riscoprire. Come si evince anche dal volume Un “idolo” controluce: Enzo Battaglia, a cura di Andrea Guastella, Domenico Monetti e Luca Pallanch, pubblicato in occasione del Festival, nel quale, attraverso le testimonianze di amici e colleghi, emergono nuovi particolari sulla parabola del regista, emblematica di una crisi generale del cinema italiano, dai fasti e le speranze dei primi anni Sessanta alla crisi di idee e di prospettive del decennio successivo. Come ha scritto Vito Zagarrio nel volume: «La figura e l’opera di Battaglia meritano senz’altro una revisione critica. Genio precoce, poeta, cineasta, scrittore, la figura minuta ma snella che assomigliava a Frank Sinatra, un “vincente” che sembrava destinato a lasciare il segno nel cinema italiano. Collaboratore di registi come Rosi e Germi, in parte responsabile della “scoperta” della zona iblea come location importante. Autore di un film in anticipo sui tempi come Gli arcangeli: si pensi che siamo nel ’62, quando Bertolucci non ha ancora girato il suo Prima della rivoluzione (il film del ’64 che in qualche modo fa pensare alla figura dell’intellettuale su cui riflette Battaglia), Bellocchio non ha ancora concepito I pugni in tasca (’65), cui vorrei simbolicamente contrapporre Le mani tese di Battaglia. […] Di certo, Battaglia è un Autore, se autore vuol dire un regista con un suo universo riconoscibile, con una sua precisa visione del mondo. Tanto che il suo cinema è spesso autocitatorio, una sorta di continuo autoritratto: così è quando il personaggio del suo romanzo dichiara di non saper giocare a scacchi, così è quando cita Catullo, che canta la decadenza dell’impero romano come lui canta la decadenza della borghesia (romana e siciliana). I suoi film sono “autoriflessivi”, cioè riflettono metalinguisticamente sul cinema stesso, sulla letteratura e sui loro apparati».

Un regista in controluce, nella cui opera si riflette l’ombra dell’amato Antonioni, fonte di ispirazione del primo Battaglia e poi sempre più un lontano miraggio. Sei film (più l’inedito, da ritrovare, Happy End nero, girato contemporaneamente a Fermi tutti...! È una rapina...!) in dodici anni di carriera, dal 1963 al 1975, e poi dodici anni, fino al 1987, anno della morte, senza girare un metro di pellicola: la storia di Enzo Battaglia è, anzitutto, la storia di una passione travolgente e poi di un lento ritrarsi. Sconfitto dai suoi stessi sogni: la caduta di un arcangelo ribelle.
domenica 24

ore 16.30

Le mani tese (1960)

Regia: Enzo Battaglia; soggetto e sceneggiatura: E. Battaglia; fotografia: Vittorio Storaro; scenografia: Giorgia Baldoni; interpreti: Enzo Doria, Virma [Maria Virginia] Onorato, Raffaella Pelloni [poi Carrà], Marco Bellocchio, Antonio Bullo, Serafino Fuscagni; origine: Italia; produzione: CSC; durata: 10’



Roma, primavera. Un gruppo di amici gioca a scacchi. Sergio è distratto, perché non riesce a trovare Monica. Si reca al mare, nella speranza d’incontrarla. Trova invece un’amica che sta studiando per un esame universitario. I due chiacchierano del più e del meno. Sergio beve diverse birre, attendendo invano Monica. Mentre la gente si diverte al mare, Sergio accompagna l’amica a casa.
a seguire

Che farai quest’estate? (1961)

Regia: Enzo Battaglia; soggetto e sceneggiatura: E. Battaglia; fotografia: Guido Cosulich; scenografia: Marcello De Filippo; montaggio: E. Battaglia; interpreti: Krystyna Stypulkowska, Romano Giomini, Daniela Igliozzi, Pino Passalacqua, Maira Torcia; origine: Italia; produzione: CSC; durata: 37’



«Riflessioni in margine alla crisi di un rapporto sentimentale tra una maestrina e un medico. Dialoghi di scontato tenore esistenziale si alternano a più felici tagli ambientali. L’influenza di Antonioni – i coevi L’avventura, La notte – è palese anche in certo atteggiarsi del personaggio femminile (la Stipulkowska, poi attrice con Wajda). Curiosamente, Battaglia ricalcò se stesso un paio di anni dopo, rigirando lo stesso soggetto per un film a episodi» (Maurizio De Benedictis).
a seguire

Battaglie di carta (1963)

Regia: Enzo Battaglia; fotografia: Guido Cosulich de Pecine; musica: Sandro Brugnolini; origine: Italia; produzione: Corona Cinematografica; durata: 14’



Documentario su un esempio di campagna politica con pubblicità in tutte le forme, comizi e qualche intervista. Quanto è cambiata l’ars retorica dei politici? Moltissimo sembra suggerirci Enzo Battaglia con le immagini e con la voce ironica (Paolo Todisco). L’eleganza classica degli antichi romani è decaduta per sempre. Al suo posto c’è una cartellonistica sempre più invasiva che si confonde con la pubblicità: DC, PCI, PSI, MSI, sembrano dei loghi, delle marche di qualche prodotto alimentare da promuovere. E in questa società dello spettacolo il comizio elettorale ha perso qualsiasi fascino. L’indifferenza degli elettori completa un quadro di lucido quanto profetico disincanto.
a seguire

La vita provvisoria (1963)

Regia: Vincenzo Gamna; collaborazione artistica: Chris Broadbent; soggetto: Fabio Jegher, Giorgio Prosperi; sceneggiatura: G. Prosperi, C. Broadbent, V. Gamma, Enzo Battaglia; fotografia: Alessandro D’Eva; musica: Carlo Savina; montaggio: Roberto Cinquini; interpreti: Charles Lavialle, Paola Pitagora, Paolo Graziosi, Yves Barsacq, Vicky Ludovisi, Peter Dane; origine: Italia/Francia; produzione: Avers (Roma), Avers (Parigi); durata: 104’



«Il film è costituito da una serie di episodi: un operaio milanese è vittima di un truffatore che gli vende un lotto sulla luna. Il poveretto è portato al manicomio. Esaltate dalla pubblicità cinematografica, due zitelle sfiorite affrontano un regista, sperando di essere assunte in un film. Un giovane contadino, desideroso di evadere dalla miseria del paese, fa strage della famiglia che vuole impedirglielo. Affannosa ricerca di una bustarella smarrita in un ufficio statale. Un’aspirante suora, il giorno in cui compie diciotto anni, non resiste alla tentazione di fare un bagno in mare. Accanto all’innocente amore di due ragazzi che si incontrano su una spiaggia, vediamo la crudele beffa di un gruppo di giovani ricchi e viziosi, che maltrattano uno di loro vestito da donna. Un vecchio impiegato si diverte a giocare con supposti segnali che disturbano tutti i teleschermi vicini. L’ultimo episodio narra la caccia data da un addetto all’aeroporto ad un passeggero, fuggito per sottrarsi alla quarantena cui è destinato, in seguito ad un caso di vaiolo verificatosi sull’aereo». (www.cinematografo.it). Battaglia ha rigirato per questo film il suo saggio di diploma Che farai quest’estate sostituendo l’attore protagonista Romano Giomini con Paolo Graziosi e apportando anche ulteriori modifiche nella scenografia e nella vicenda, presentata qui in una versione ridotta.
ore 19.30

Gli arcangeli (1963)

Regia: Enzo Battaglia; soggetto e sceneggiatura: E. Battaglia; fotografia: Luciano Graffigna; musica: Sandro Brugnolini; montaggio: Franz Regard; interpreti: Roberto Bisacco, Paolo Graziosi, Virginia Onorato, Graziella Polesinanti, Stefano Satta Flores, Louis Norelli; origine: Italia; produzione: Alfredo Salvati; durata: 101’



«Anna Maria, una ragazza di provincia, fugge a Roma col fidanzato perché i suoi genitori si oppongono alle loro nozze e chiede protezione al fratello Roberto. A Roma Anna Maria conosce Diana, il difficile amore del fratello, tutta impeti, ribellione, disordine, e Paolo un amico con il quale Roberto divide oltre all’appartamento anche inquietudini e speranze. L’assoluta libertà che caratterizza la vita dei due amici porta Anna Maria alla scoperta di un modo nuovo di concepire i rapporti umani per cui lei decide di scrollarsi di dosso quelli che ritiene pregiudizi morali» (www.cinematografo.it). «Il prodotto, anche sul terreno strettamente commerciale, esiste, ed è nobilissimo. [...]. Gli arcangeli ha valore anche e soprattutto per questo: nel suo essere un documento, di intenzioni e intonazioni poetiche sull’oggi [...]. È un film sostanzialmente probo, cioè onesto e gentile, ma anche cattivo e pungente, con quella acerbità che era necessaria al tema » (Chiaretti).
ore 21.30

Idoli controluce (1965)

Regia: Enzo Battaglia; soggetto: E. Battaglia, da un’idea di Walter Navarra; sceneggiatura: E. Battaglia, con la collaborazione di Giorgio Prosperi; fotografia: Guido Cosulich De Pecine; arredamento costumi: Berenice Sparano; musica: Ennio Morricone; montaggio: Maria Rosada; interpreti: Enrique Omar Sivori, Massimo Girotti, Valeria Ciangottini, Johanna Shimkus, Riccardo Garrone, Gaspare Zola; origine: Italia; produzione: DIDO (Didattica Documentari); durata: 105’



«Lo scrittore Ugo Sanfelice, incaricato dal suo editore di scrivere una biografia del calciatore Omar Sivori, si reca a Torino per raccogliere gli elementi per il suo nuovo libro. Piuttosto a digiuno in materia di calcio, mentre tenta invano di avere un incontro con il calciatore, Sanfelice interpella alcune persone dell'ambiente calcistico. Tutte queste ricerche conducono Sanfelice a incontrare più volte una giovane promessa del calcio, il centravanti Moretti, il quale gli confida le sue esperienze: il tirocinio in una squadretta di provincia, il promettente esordio nella Juventus accanto al grande Sivori, l'abbandono della fidanzata e il precoce declino causato da una vita disordinata» (www.cinematografo.it). Amara disamina sul mondo calcistico e non solo, Idoli controluce vuole essere un dolente quanto rassegnato e vano attacco, simile alla cosiddetta letteratura e cinema del controboom (La vita agra, Il maestro di Vigevano), alla società dei consumi degli anni Sessanta e ai suoi “valori”.

Vietato ai minori di anni 18
lunedì 25

chiuso
martedì 26



ore 17.00

Play Boy (1967)

Regia: Enzo Battaglia; soggetto: Eduardo M. Brochero; sceneggiatura: E. M. Battaglia, E. Brochero; fotografia: Julio Ortas Plaza; arredamento: Antonio Visone, Cubero Galicia; costumista: Francesca Saitto; musica: Vibio; montaggio: Mario Salvatore; interpreti: Sergio Leonardi, Teresa Gimpera, Gaspare Zola, Daniela Giordano, Caterina Caselli, Fiorenzo Fiorentini; origine: Italia/Spagna; produzione: United Pictures, Copercines; durata: 88’



Sergio, un giovane playboy, ruba dei gioielli alla madre, ricca baronessa, la quale, conoscendo le abitudini del figlio, anziché chiamare la polizia, incarica due investigatori di ritrovare i gioielli. Sergio si imbarca a Genova su una nave per crociere, insieme all’amica Caterina Caselli e alla sua ragazza, e avendo intuito le mosse della madre nasconde i gioielli, dando così origine a una serie di peripezie, dalle quali ne usciranno tutti felici e contenti, tranne la madre.
ore 19.00

Addio, Alexandra (1969)

Regia: Enzo Battaglia; soggetto: E. Battaglia; sceneggiatura: E. Battaglia, con la collaborazione di Guido Leoni; fotografia: Elio Bisignani; musica: Piero Piccioni; montaggio: E. Battaglia; interpreti: Anna Maria Pierangeli, Glenn Saxson, Colette Descombes, Anna Perego, Filippo Perego, Margherita Simoni; origine: Italia; produzione: Intercontinental Arts; durata: 87’



Stefano ed Elisabetta sono una coppia in via di sfaldamento e tentano un recupero sentimentale con un viaggio in Olanda presso una cugina di lei, Alexandra, una bella donna sposata con un ricco assicuratore. Inizialmente Alexandra tenta in tutti i modi di ricostruire il rapporto ormai in crisi della giovane coppia. Poi lentamente la donna si sente sempre più attratta da Stefano anche perché il marito è spesso assente per impegni di lavoro. Il film è stato presentato nella Sezione Informativa al Festival di Venezia nella sezione “Tendenze del cinema italiano”. Nei titoli di testa si legge: “Dedicato a una moglie”. «Battaglia [...] si volge in Addio, Alexandra, un po’ credendoci, un po’ con atteggiamento critico anche verso sé stesso, al mondo dei Patroni Griffi, dei Siciliano, della Maraini. Qui si inserisce nella vita di una giovane coppia la matura Pierangeli: breve ménage a tre. Il dialogo è però spesso fumettistico e lo stesso Battaglia in una battuta lo ammette» (Mario Verdone, «Audiovisivi»). Secondo film italiano girato in super16, dopo Le Salamandre di Alberto Cavallone.

Per gentile concessione di Surf Film - Ingresso gratuito

Vietato ai minori di anni 18
ore 20.45

Fermi tutti...! È una rapina...! (1975)

Regia: Enzo Battaglia; soggetto: Günther Heller; sceneggiatura: G. Heller, E. Battaglia; fotografia: Pasqualino Fanetti; arredamento: Alfredo De Prinzio; musica: Alfredo Baldan: montaggio: Jolanda Benvenuti; interpreti: Robert Wood, Fred Williams, Francesca Muzio, Karin Field, Rosario Borelli, Nando Marineo, Attilio Severini; origine: Italia/Germania Occidentale; produzione: International Art Film, Neue Emelka; durata: 90’



In un grande albergo una banda di ladri, travestiti da finti orchestrali, ruba gioielli preziosissimi. Ma i malviventi, durante la fuga, vengono ad uno ad uno misteriosamente eliminati, forse per mano del loro capo, Robert Breiton. Il commissario Scarfoglio sospetta di un ex galeotto, Joe Benetti, coinvolgendolo suo malgrado nelle indagini. Joe, grazie all’aiuto di una intraprendente giornalista e fotografa, riesce a trovare i gioielli e a sgominare i malfattori. Il film uscì in pochissime sale nel 1975, fu rimesso in circolazione nel 1978/79, ma con esiti trascurabili.
mercoledì 27

(In)visibile italiano: Stefano Gabrini, il regista dei suoni e delle ombre

Parlare di Stefano Gabrini significa inevitabilmente parlare del cinema italiano degli ultimi venticinque anni e di una generazione di registi che ha mosso i primi passi negli anni Ottanta, sull’onda di una crisi ormai conclamata, di una televisione sempre più presente e pressante, di uno spaventoso vuoto produttivo (e legislativo: l’oscura vicenda degli articoli 28), di una mancanza di prospettive, dopo decenni di crescita esponenziale di film, generi, idee, stimoli. Una generazione abbandonata a se stessa, all’interno della quale pochi sono riusciti a emergere e a ritagliarsi un proprio spazio. Gli altri, i più, sono stati costretti a sporadiche incursioni sul grande schermo e a molteplici altre esperienze. Significativa al riguardo la biografia di Gabrini, da anni docente al Centro Sperimentale di Cinematografia: «Nel mondo dello spettacolo dal 1983, realizza cortometraggi, videoclip, documentari e collabora a programmi televisivi (“La notte della Repubblica”, “Viaggio intorno all’uomo”). Si occupa anche di teatro come direttore di scena. Dopo un’esperienza come critico cinematografico (“Reporter”), esordisce come attore interpretando il ruolo principale del film di Beppe Cino La casa del buon ritorno. Di questo film è anche assistente del regista. Da una sua sceneggiatura, premiata al concorso Scrivere il Cinema, realizza come regista: Il gioco delle ombre, opera non priva di fascino. Nel 1988 il suo documentario The Secret Music of the Plants è stato premiato in Inghilterra da sir Richard Attenborough» (mymovies.it). Due film in vent’anni, una media alla Terrence Malick, che non depone a favore del nostro cinema per la ricchezza interiore che traspare dalle opere di questo regista e per gli spunti che esse propongono all’attenzione dello spettatoro in un gioco di ombre che non può non ispirare l’accostamento a un maestro come Tarkovskij. Un cinema rigorosissimo (testimoniato in modo inequivocabile dal lavoro sul suono compiuto in Jurij), che nasce da una profonda sensibilità, interamente costruito attorno, e dentro, i personaggi, abbattendo le loro deboli difese per esprimere fragilità e paure di fronte alla vita. I due film di Gabrini inevitabilmente si espongono a letture psicanalitiche e questa strada si è voluto percorrere fino in fondo invitando a moderare l’incontro lo psicanalista Fabio Castriota, sulla base anche dell’apprezzamento espresso dal padre della moderna neuropsichiatria infantile Giovanni Bollea per il secondo film dell’autore: «Spero che Jurij resti nell’anima di molti spettatori e regali materia per sognare in nome di una sorta di realismo etico». Ma è l’occasione anche per riflettere sui destini del nostro cinema di fine e inizio millennio, in cui l’(in)visibilità, da noi tanto apprezzata nei decenni precedenti in una prospettiva di riscoperta archeologica, si pone invece negli ultimi decenni come un sintomo, fin troppo evidente, di un sistema in piena crisi.


ore 17.00

Il gioco delle ombre (1990)

Regia: Stefano Gabrini; soggetto: S. Gabrini; sceneggiatura: S. Gabrini, Roberto Marafante; fotografia: Raffaele Mertes; scenografia: Emita Frigato; costumi: Anne Marie Heinrich; musica: Florian Fricke; montaggio: Carlo Fontana; interpreti: Fabio Bussotti, Mariella Valentini, Fiammetta Carena, Isa Gallinelli, Maurizio Scuotti, Alberto Musacchio; origine: Italia; produzione: CO.CI.T. - Cooperativa Cineteatro Tv; durata: 100’



Luca è un giovane scrittore in crisi a causa del suicidio della donna amata. Si rinchiude in una casa, tormentato dai sensi di colpa e da una misantropia sempre più acuta. «Forse il nostro cinema è ad una svolta, che potrebbe premiare il lavoro dei trenta-quarantenni. Ma è giusto ricordarlo, si tratta di una svolta nebulosa, dai contorni non ancora precisi. Fra i tanti esordi degli ultimi tempi, crea non pochi problemi di classificazione l’opera prima di Stefano Gabrini Il gioco delle ombre. Infatti questo film si distacca nettamente dalle tematiche e dallo stile degli odierni esordienti. [...] Il lavoro di Gabrini è dignitoso, ben costruito, condotto con mano sicura e padronanza della macchina da presa. È probabile che un argomento meno difficile da affrontare avrebbe enormemente facilitato il compito di esordio del giovane regista» (Siniscalchi).
ore 19.00

Zbog Mostara (Per Mostar, 1995-96)

Regia: Stefano Gabrini; produzione: EUAM (Europian Union of Administration of Mostar); durata: 60’



«Per la prima volta, all’età di 36 anni, mi ritrovo con una telecamera (Hi8) in mano. e con un compito-dovere abnorme: l’esigenza di “testimoniare”. È il 9 novembre 1995. due anni prima, nella stessa data, i croati-bosniaci dell’Herzeg-Bosnia bombardano e fanno crollare il celebre ponte di Mostar (patrimonio Unesco), sancendo la barbarie con l’isolamento della parte orientale della città (bosniaco-musulmana), per meglio massacrarla. A Nord, intanto, Sarajevo è sotto assedio. A Mostar le forze d’interposizione europee sono pallido cuscinetto, come labile è la tregua che regna da pochi mesi. Il bisogno, però, di sperare nella pace (MIR) alimenta i primi sogni-segni di “ricostruzione” e timidi tentativi di ritorno alla vita. Nel cuore dell’Erzegovina. Io sono lì. Questo documentario (di sole immagini) resta il primo “frammento” di una “rivelazione” che mi ha portato a condividere la mia vita (per quasi 3 anni) con quelle di una generazione (bambini e ragazzi con i quali ho fatto teatro) che ha attraversato l’orrore della “Guerra Civile” (non è la più mostruosa delle sinestesie?)» (Gabrini). Il documentario è stato proiettato negli spazi multimediali della Triennale d’Arte di Milano nel 1996.
a seguire

Taxi Rap (2001)

Regia: Stefano Gabrini; durata: 35’



Viaggio nella New York del dopo 11 settembre. A bordo di un taxi, errando per le strade di Manhattan e Harlem. Monologo rap di Umberto Rivera, nocchiero-tassista portoricano, studente in informatica, cittadino della Grande Mela. Video-dissertazione su New York e sulle ipotesi di complotto sull’11 settembre.
ore 20.45

Incontro moderato da Fabio Castriota con Stefano Gabrini


a seguire

Jurij (2001)

Regia: Stefano Gabrini; soggetto e sceneggiatura: S. Gabrini; fotografia: Pasquale Mari; scenografia: Antonello Rubino; costumi: Francesca Brunori; musica: Leonard Rosenman; montaggio: Francesca Calvelli; interpreti: Rajomond Onodj, Charles Dance, Fabrizia Sacchi, Sarah Miles, Eszter Mazany, Fabio Bussotti; origine: The Bottom Line, Focus Film, Rai Cinema, Tele +; durata: 90’



«Decenne ipovedente, orfano di madre, dotato di grande talento musicale, l’ungherese Jurij è stato costretto dal padre musicologo a una clausura di cinque anni per diventare un perfetto violinista. Alla prima esecuzione pubblica si rifiuta di suonare e il padre l’abbandona. In stato di apparente autismo è ricoverato in un istituto dove una psicoterapeuta italiana riesce a fargli riprendere contatto col mondo e con la natura. Il suo padre padrone si rifà vivo, lo riporta in Ungheria e lo prepara a un concerto all’Auditorium di Budapest (Ciaccona per violino e basso continuo, attribuita a Tommaso A. Vitali, 1663-1743). [...] 2° lungometraggio, dopo Il gioco delle ombre (1991), di S. Gabrini (1959) che tenta l’impervia strada di un cinema di poesia pittorica di forte cifra simbolica, appoggiato a una lucida idea di responsabilità etica. Sono evidenti [...]le ambizioni stilistiche nel tradurre in estetiche immagini, ombre, evanescenze, giochi di luce il mondo interiore del protagonista quasi cieco, affidando all’americano Leonard Roseman (Barry Lyndon, Questa terra è la mia terra) la partitura musicale. “Gabrini m’ha dato la visione.” (Lawrence Ferlinghetti). Premiato al XXXI Giffoni Film Festiva» (Morandini). Il grande compositore Rosenman, scomparso nel 2008, era ritornato a lavorare nel cinema dopo anni di assenza perché colpito dalla sceneggiatura di Gabrini.

Ingresso gratuito
28-29 gennaio

Filmmaker Film Festival Doc14 a Roma

Per Filmmaker sostenere e promuovere il cinema indipendente non significa soltanto mostrare ogni anno una selezione competitiva dei migliori film della realtà. Fin dagli anni Ottanta il festival milanese ha messo in cantiere piccole produzioni che hanno rivelato talenti eccentrici come Silvio Soldini, Paolo Rosa, Daniele Segre, Bruno Bigoni e poi, nel decennio successivo, Alina Marazzi, Giovanni Maderna e Michelangelo Frammartino. Negli ultimi anni il progetto si è completato inserendo in programma una serie di retrospettive, corredate di monografie e seminari, cui sono intervenuti alcuni maestri del documentario e del cinema della realtà internazionale (Johan van der Keuken, Frederick Wiseman, Errol Morris, Rithy Panh, i fratelli Dardenne, Ulrich Seidl, Eyal Sivan, Claire Simon). I primi risultati di questo impulso alla sprovincializzazione e all’allargamento degli orizzonti sono ormai visibili in una generazione di giovani filmmaker (Francesco Gatti, Martina Parenti, Antonella Grieco, Daniela Persico, Donatella Di Cicco, Rita Casdia) che, passati da Filmmaker, sono stati invitati ai maggiori festival nazionali e internazionali.


Vietato ai minori di anni 14
Un bellissimo novembre

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