A cusinato and a philippopoulos-Mihalopoulos (eds), 2015



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A Cusinato and A Philippopoulos-Mihalopoulos (eds), 2015, Knowledge-creating Milieus in Europe. Firms, Cities, Territories, Springer-Verlag, Berlin (pp. 376)
Domenico Patassini
La recensione presenta un testo che si colloca in una zona poco esplorata degli studi sui milieu urbani e che solleva interessanti questioni epistemologiche, metodologiche e normative. Il testo è di per sé una metafora dell’argomento che tratta: mette in tensione prospettive diverse e coglie nei casi-studio l’opportunità di aggiustare la specifica classificazione, adattandola ai contesti. La classificazione delle attività generatrici di conoscenza e di innovazione (in questa accezione creative) si basa su un modello logico-formale che merita una discussione a parte. Interessanti sono le implicazioni normative e di policy che accompagnano l’emergere di nuove pratiche.

Doppio percorso

Il testo propone un doppio percorso di avvicinamento al concetto di milieu come generatore di conoscenza. Nel primo percorso (‘A Theoretical Framework’) si evidenzia il potenziale dell’approccio ermeneutico (e di approcci contigui) all’economia della conoscenza, sottolineando i limiti del modello cognitivo. L’approccio ermeneutico all’economia della conoscenza si contrappone pragmaticamente a quello cognitivo, nato in era industriale, ma resistente e ancora in grado di condizionare le strategie di automazione e di sviluppo della intelligenza artificiale. Molti test operativi, e non soltanto logico-formali, sulla plausibilità di queste strategie evidenziano limiti negli schemi cognitivi, in particolare sui nessi fra conoscenza, creatività e innovazione. I nessi si possono presentare a micro-scala, all’interno di singoli processi, ma anche a scale maggiori determinando milieu a forte contenuto reticolare. Se a micro-scala il nesso si risolve in pratiche finalizzate e chiuse (sperimentali e orientate al risultato), a scala maggiore possono attivare processi esplorativi, sfruttare gradi di libertà e offrire possibilità di ri-contestualizzazione in plausibili schemi cognitivi.



Il testo propone e testa empiricamente un modello interpretativo delle relazioni fra impresa, città e territorio e definisce a livello normativo sintetiche linee di policy. Il ritardo dell’economia mainstream emerge rispetto a quanto è da tempo acquisito nel dibattito filosofico, letterario, sociologico, organizzativo e artistico; ritardo causato dall’inerzia del positivismo-logico nella definizione della nozione di conoscenza. L’inerzia sembra dovuta all’infondata separazione fra esplorazione (configurazione) e test, fra creazione e innovazione, separazione che impedisce di cogliere l’essenza della creatività e, quindi, di apprezzarla e, nei limiti del possibile, gestirla. Com’è noto, la creatività tende a divergere rispetto alla logica astratta dei modelli cognitivi per diverse ragioni: é sensibile alle relazioni e ai contesti, genera idee in modo sinaptico (associativo o disgiuntivo), é flessibile nei principi che adotta, si presenta indifferentemente in modo analitico o valutativo in persone dotate di diverso talento, si misura in modo non univoco con le forme di apprendimento sistematico. Queste ragioni (ma ve ne possono essere molte altre) influiscono sulle motivazioni favorendo o ostacolando il manifestarsi della creatività e delle sue capacità risolutive. La creatività, intesa come illuminazione (insight), è relativamente indipendente dall’apprendimento, da ciò che si è già appreso, in quanto implica una riorganizzazione del campo percettivo e cognitivo. Questa riorganizzazione può avvenire in modo più o meno consapevole, più o meno intenzionale: tanto é difficile riconoscere eventuali fasi preparatorie all’insight, quanto agevole definire percorsi creativi immediatamente dopo1. Secondo i curatori, il ritardo dell’approccio mainstream contraddice il vissuto nell’interazione sociale, nella città contemporanea e nelle organizzazioni d’impresa, ma potrebbe, in assenza di recupero, indebolire la stessa ‘disciplina’ economica nel dominio delle scienze sociali. Ad un suo possibile riscatto non sembra abbia contribuito l’approccio ‘evolutivo’, a cui va comunque riconosciuto il merito di aver sottratto gli individui dall’anonimato, mappandone traiettorie e percorsi, pur senza riuscire a spiegarne le modalità. E’ questo black box che l’approccio ermeneutico cerca di aprire, riconoscendo il cambiamento (l’innovazione) non come ‘naturale processo di selezione fra opzioni, ma come ‘apprendimento’ di agenti intelligenti.

Nel secondo percorso (‘Case Studies’) si propongono, a sostegno dell’ipotesi generale, alcune evidenze empiriche del concetto di milieu, con classificazioni spaziali di attività di servizio alla conoscenza in città e aree metropolitane europee (Venezia, Monaco di Baviera, Parigi e sistema urbano francese, Milano, Poznań e Pécs). Il doppio percorso evidenzia uno scarto fra spinta ermeneutica e sua irriducibilità statistica, fra il modo in cui si vive l’innovazione e la sua rappresentazione, spingendo il lettore a chiedersi se il milieu sia qualcosa di visibile, se esista davvero, o se sia una sorta di ‘forza interiore’, potenza, possibilità creata in modo non necessariamente intenzionale dall’interazione sociale. Le ‘approssimazioni’ statistiche proposte dai curatori sembrano confermare la seconda ipotesi, un’ipotesi che, ancora in nuce, è stata testata quasi sessant’anni fa in studi di psicologia comportamentale e di management industriale. Sulla base di test psicologici effettuati alla fine degli anni ’60, Edward Deci2, allora ricercatore alla Carnegie Mellon University, diceva che l’innovazione non si può comprare; non solo, ma che fare qualcosa solo per il piacere di realizzarla può portare a risultati inattesi e sorprendenti. Douglas M Mc Gregor, uno dei più noti studiosi di management del XX secolo3, al quesito ‘cosa dobbiamo fare per motivare i dipendenti?’ rispondeva ‘nulla, lasciateli fare’. L’idea della ‘motivazione intrinseca’4 si basa su considerazioni abbastanza semplici, ma solo apparentemente scontate. Gli esseri umani avrebbero una innata forza a ricercare l’autonomia, a sfidare le proprie capacità e a rafforzarle, a esplorare nuove opportunità e ad apprendere. Il vero problema sarebbe la creazione di contesti in cui queste attitudini possano liberamente esprimersi: dei milieu per antonomasia. Queste attitudini non possono essere considerate come ‘reazioni’ a incentivi e alla conoscenza, in quanto plasmate da una ‘forza’ interiore (una ‘potenza’ si direbbe) che spinge alla prova e all’errore. Ma se non appartengono a logiche di causalità lineare, se non sono ‘reazioni’ individuali o collettive, quando, come e dove si possono riconoscere? Che configurazioni assumono? Prevale una componente spaziale (areale) o foot-loose (reticolare)? La prima parte del testo riconosce l’ ‘autonomia generatrice’ di questa forza evidenziando come possa essere ‘favorita’ con l’ermeneutica, con una particolare forma di dialogo sociale che alla causalità lineare tipica dei modelli cognitivi sostituisce forme di causalità mutua. La seconda parte del testo cerca di evidenziare se questo processo generi risultati riconoscibili identificando cluster5 di attività di servizio alla conoscenza con profilo variabile a seconda dei contesti. Il test, per come è impostato e per la sua ‘ampiezza’, si limita agli ‘stati’ lasciando sullo sfondo i processi che li generano. Riferimenti interessanti sono i caratteri fisico-funzionali e di policy utilizzabili come proxy di condizioni e opportunità. Le attività sono classificate (con qualche problema comparativo) sulla base di gradienti di conoscenza e ci si chiede se vi siano ricorrenze nella relazione dei profili dei cluster con condizioni e opportunità generali. Ci si chiede, cioè, se in termini formali siano riconoscibili funzioni di appartenenza. La risposta fornita dagli esercizi empirici è parziale e differenziata, e serve un certo sforzo interpretativo per riconoscere al milieu specifiche capacità di generare conoscenza: come una lingua che si forma ed evolve a livello collettivo e impone le sue regole a chi parla, legge o scrive. La risposta è parziale anche perché non motiva come la solitudine dello ‘space of the middle’ di G Deleuze e F Guattari possa sostituire l’interpretazione elusiva che del milieu danno le scienze regionali o che forniva il seminale lavoro di E Durkheim quando riconosceva le morfologie sociali come relazione fra volume, densità e spazio.
Testo come metafora

Il testo cerca di assumere un impianto ermeneutico e va riconosciuto ai curatori questo sforzo di coerenza che ne avvalora i contenuti6. L’approccio ermeneutico viene infatti osservato da una ‘posizione terza’ a livello epistemologico, euristico, metodologico e normativo. Nel primo i curatori relativizzano la loro prospettiva, consapevoli che la realtà viene vista attraverso le loro lenti. Nel secondo verificano la consistenza interna, il potere esplicativo delle teorie nello spiegare la realtà: termini come atmosfera, milieu, landscape/paysage diventano strumenti concettuali utili. Nel terzo identificano procedure utili a valutare l’affidabilità delle teorie e nell’ultimo si chiedono quanto queste possano essere applicate a livello di policy. Questa ‘posizione terza’ viene assunta in modo peculiare da ciascun autore (soprattutto nella prima parte e in modo più problematico nella seconda) nello sforzo di tenere insieme i quattro livelli rispondendo a necessità espositive. Emerge così una interpretazione articolata del rapporto fra spazio, conoscenza e creatività che stimola riflessioni generali (sul testo nel suo complesso) e specifiche (sui singoli contributi). Fra le due riflessioni, generali e specifiche, affiorano alcune tensioni che la recensione cerca di cogliere e interpretare.


Danza di prospettive: contributi della prima parte

L’orizzonte teorico affiora nella ampia introduzione dei curatori e nei sei contributi che dovrebbero aiutare a riconoscere i molteplici ruoli della conoscenza nella generazione dei milieu: sulla conoscenza scientifica (P Garbolino), su creatività ed economia secondo un approccio filosofico-musicale (D Goldoni), sul nesso conoscenza-spazio (G De Michelis), sul ruolo di Ict (C Simone), su ‘atmosfere’ e nuovi spazi di conoscenza (A Philippopoulos-Mihalopoulos) e sull’approccio ermeneutico all’economia della conoscenza (A Cusinato). Ai sette casi-studio seguono due conclusioni, una di R Camagni e l’altra dei curatori. L’indice registra una conclusione, anche se il contributo di Camagni sembra fare da contraltare, ‘spruzzando’ un po’ d’ermeneutica sull’evolutivo approccio ai milieu da parte delle ‘stanche’ scienze regionali. Il suo stile nulla toglie (né aggiunge) al testo, ma per i contenuti avrebbe, forse, dialogato meglio con il Cusinato introduttivo.

L’approccio ermeneutico all’economia della conoscenza, introdotto da A Cusinato, viene collocato rispetto ad un argomento saliente nel dibattito epistemologico: la separazione fra esplorazione e validazione, fra scoperta di una ipotetica legge, o regolarità, e suo test. Come rileva P Garbolino (‘The New Understanding of Scientific Knowledge’), nelle esperienze del positivismo logico, o neo-positiviste, soltanto validazione e test assumono rilevanza scientifica. Ad esempio, nella logica matematica un modello è una struttura che riconosce verità alle affermazioni di una teoria, dove la teoria è definita da un insieme di affermazioni espresse in linguaggio formale. L’esplorazione viene relegata ad uno stadio pre-scientifico, del tutto o quasi privo di interesse, quando non viene costretta al destino della validazione. Questa distinzione fra esplorazione e validazione è rilevante ai fini della teoria della innovazione, perché aiuta a riconoscere l’innovazione (epistemo)logicamente distinta dall’ideazione. La distinzione é alla base del modello lineare R&D. Garbolino cita una interessante definizione che A Pickering dà di esperimento: ‘an experiment is a dialectic of resistance and accommodation between the experimental apparatus and its running, the theory of the apparatus and the theory of the phenomenon under study: a successful experiment realizes a mutual agreement between all these factors’ (p. 7). L’esperimento è dunque un conflitto a volte (non sempre) risolvibile. Secondo questa logica dicotomica (di separazione fra esplorazione e validazione, fra ideazione e innovazione), se il testo che sto recensendo fosse un esperimento di successo, dovrebbe offrirmi un repertorio (anche per tipi o classi generali) di dispositivi di conversione dell’ideazione in innovazione. In questi tipi o classi si potrebbe verificare se esista una coerenza fra disegno del modello sperimentale e suo impiego, fra teoria del modello interpretativo e teoria del fenomeno allo studio. L’esito in questa prospettiva mi sembra incerto e l’incertezza tende ad aumentare se si supera la dicotomia e le sue implicazioni paradigmatiche.

Garbolino documenta il processo ‘storico’ che ha consentito il superamento di questa dicotomia: dalla nuova filosofia della scienza7 alla distinzione fra conoscenza tacita ed esplicita di M Polanyi fino alle knowledge creating company di I Nonaka (p. 11)8. Si tratta di un superamento importante, necessario, ma comunque non sufficiente all’attivazione di un approccio ermeneutico. E’ necessario perché dà dignità alla esplorazione, all’interpretazione e alla ideazione, ma non è sufficiente se non riesce ad adottare un concetto ‘meno esibito’ di creatività e se non si confronta nel dialogo eco-tecnologico imposto dalla Rete (‘field of ambivalence’ ci ricorda D Goldoni, ma anche M Ferraris con le sue ARMI, altrove). Sembrano due estremi troppo distanti per garantire condizioni di sufficienza. Eppure… Una ’intelligenza meno esibita’ e ‘riposta nel sottotraccia delle emozioni’ può essere un vissuto che non rinuncia comunque al ragionamento, alla logica, che non fugge davanti all’insolito, al favolistico, alla imprevedibilità9. D’altro canto, alla dimensione eco-tecnologica non si sfugge (o si crede ingenuamente di sfuggire), perché non solo rafforza il potenziale di relazione, modificandone significati e valori, proponendo nuove relazioni fra diritti e libertà, ma impone anche nodi di relazione diversi dagli agenti umani (actants)10. Un’alternativa è tagliare i ponti (unplugging) e adottare forme anacoretiche o forme ‘critiche’ di neo-isolazionismo o neo-luddismo.

Nel suo contributo, D Goldoni sviluppa una critica ermeneutica alla nozione di creatività (oggi ridotta ad estetizzazione dell’economia) e ai suoi contraddittori effetti: fra tutti, la mutevole accessibilità, i diversi esiti sociali, una varietà impressionante di tranelli cognitivi. Da musicista e docente di estetica, egli segue un approccio ‘privilegiato’, filosofico-musicale appunto, per evidenziare come la creatività possa nascere dal gioco ermeneutico nell’interazione sociale. In questo gioco egli ritiene possano maturare i germi della creatività e si delinei il suo possibile contributo alla innovazione. Goldoni ipotizza vi siano linee di forza convergenti o conflittuali (inter and trans-medial) che formano territori spazio-temporali in cui individui, gruppi e comunità scoprono (o credono di scoprire) le loro possibilità, le loro capacità e, forse, le loro intenzioni. L’esperienza musicale in una stanza può creare situazioni diverse: qui le condizioni spaziali e d’uso dello spazio (milieu) non possono essere disgiunte dalle performance o dai risultati. E’ un tipico esempio in cui lo stesso spazio metrico si può trasformare in diversi luoghi e il modello musicale si presenta simile ad un milieu creativo. A territori spazio-temporali diversi, perché alienanti, ma con evidenti analogie erano giunti anche K Marx discutendo sul feticismo delle merci e G Débord con la città dello spettacolo: straordinari milieu dell’inganno e, se vogliamo, della critica. E qui la creatività può assumere connotati altri: può essere mimesis, inventio, meta-phorà (trasferimento di significato, sforzo o tensione per portare oltre, per andare oltre); un nuovo modo di agire e di pensare, non necessariamente innovativo o profittevole. Anche utopia. Nella creatività può essere del tutto assente l’utilità, a meno di non intendere l’utilità come contributo dei mezzi di comunicazione e di produzione; oppure, come piacere di fare e conoscere, come spinta o desiderio, come energia pura, individuale e collettiva. Ma la creatività non sembra indipendente dalle capacità e dai funzionamenti. Lo stesso Goldoni riconosce il ’creativo come post proletario in una atmosfera euforica’ (p. 38), mentre A Sen, attento alle diseguaglianze: ‘poverissimo mi ingegno a sopravvivere’.

I contributi successivi della prima parte sviluppano da diverse prospettive la nozione di spazio come componente (fisica e virtuale) co-essenziale alla conoscenza.

G De Michelis sottolinea la plasticità e la flessibilità dello spazio, potremmo dire la sua deformabilità nelle interazioni sociali contigue o a distanza. Le deformazioni si susseguono, a volte quasi inavvertite. In queste ‘increspature’ si possono riconoscere le capacità generative dei milieu. Ma, essendo generalmente limitato il contenuto intenzionale delle interazioni sociali, non è agevole agire sulle capacità generative. A meno di azioni forti e concluse, in certa misura autoreferenziali, o di eventi particolari, la stessa trasformazione di uno spazio (space) in luogo (place) non è così lineare e prevedibile. E ciò non sembra dovuto alle complessità reticolari introdotte da Ict, dalla creazione di canali di comunicazione per interazione a distanza, per tag di persone e documenti, o per la creazione di spazi virtuali di accesso, come sottolineato da C Simone nel contributo successivo. Per De Michelis ogni azione è interazione in una esperienza specifica dove i soggetti scambiano conoscenza acquisita (tacitamente o in modo esplicito), condizionando nuove interazioni. La conoscenza è situata nel tempo, nello spazio e nell’esperienza e la sua distribuzione non può essere considerata un problema di razionalità. ‘Essere’ é ‘essere con’, ma il problema è che noi e le nostre protesi tecnologiche siamo al contempo soggetti e oggetti dell’interazione, ne siamo condizionati, e ciò viene accentuato da quel clinamen (Nancy dell’Inoperative Community) che ci spinge l’uno verso l’altro: una inclinazione che ‘fa comunità’, dice De Michelis. Direi: una inclinazione che facilita l’interazione, ma che non la rende per questo del tutto intenzionale e descrivibile. Una significativa declinazione di ‘pubblico’ sta proprio qui: in quel collante non intenzionale che connota l’interazione sociale. Il riferimento al linguaggio diventa così problematico. Con Wittgenstein, l’interazione umana può essere considerata come ‘gioco linguistico’ con logica propria. Nella ‘teoria raffigurativa’ del Wittgenstein del Tractatus il linguaggio viene isolato dalle circostanze sociali di impiego, passando dalle convenzioni alle regole che conferiscono alle parole il loro significato. Qui, il triplo intreccio di fatto, convenzione e valore esplicita le connessioni con la ‘filosofia del linguaggio comune’. Sen ricorda il ‘gesto napoletano di fregarsi il mento’ (citato da P Sraffa) per spiegare come per capire il significato di una affermazione non basti osservarne la forma logica, come sosteneva Wittgenstein11. Logica ed allusioni para-logiche che consentono al gioco linguistico di creare spazi e di appropriarsene, di non considerare lo spazio come un supporto dato, indipendente, lì fuori. E’ impossibile sottrarsi ad un discorso spaziale proprio perché il gioco linguistico lo crea.

De Michelis, contrariamente a Goldoni, sembra dare più fiducia al linguaggio: ne dilata, infatti, il dominio e le forme. Goldoni concludeva il suo discorso dicendo ‘the real issue about ‘hermeneutics’ is a certain overestimation of language’. E’ come se un certo rischio ermeneutico dipendesse da una forma di abuso linguistico o, viceversa, che l’eccesso linguistico influenzasse negativamente l’ermeneutica. Ma abusi ed eccessi sono oscillazioni contingenti, ridondanze che non reggono alle istanze del ‘dizionario necessario’ o ‘minimo’, in quel po’ di memoria a cui ogni circostanza rinvia: sedimento. E una di queste prove è che il linguaggio è un mezzo collettivo che crea le condizioni per condividere esperienze, riflette la conoscenza attraverso l’esperienza (pp. 52-53), è uno spazio condiviso, volenti o nolenti. De Michelis riprende opportunamente il concetto di ba definito negli anni ’90 dai filosofi giapponesi K Nishida e H Shimizu12. Ba é ‘a shared space for emerging relationship’ di tipo fisico, virtuale, mentale. Secondo I Nonaka e N Konno ciò che differenzia ba dalla interazione sociale ordinaria è il concetto di ‘creazione della conoscenza’. Ba sarebbe una sorta di piattaforma per l’avanzamento della conoscenza individuale e collettiva, un luogo che ospita significati (per questo place): ‘a shared space that serves as a foundation for knowledge creation’13. Si potrebbe dire che è una sorta di linguaggio acquisito che consente di interpretare quanto di inedito e di non intenzionale propone ogni interazione sociale. Può essere intesa come componente costitutiva di un milieu più o meno fertile, una componente su cui non è facile, e forse è a volte inutile o controproducente, intervenire, proprio per i modi in cui si forma.

Queste considerazioni hanno conseguenze di second’ordine. In primo luogo, lo spazio tende a perdere alcune delle sue caratteristiche euclidee, diventa più plastico e flessibile, cambia forma reagendo alle interazioni, non solo accogliendole, ma modificando lo stesso contesto che le accoglie. Perdendo di significato la nozione di distanza fisica, occorre ridefinire anche la privacy, perché nello spazio aumentato si aggiornano le pratiche di esclusione e i potenziali di apertura: gli attraversamenti (di foucaultiana suggestione) diventano più frequenti. Lo spazio acquisisce nuove proprietà. I valori di posizione non possono più essere assegnati con criteri di distanza e di confine (diventano relativi e con molti gradi di libertà) e gli stessi vincoli spaziali tendono a dissolversi perché spazi e luoghi si aggiornano nell’interazione. E’ l’antico gioco fra fissità e movimento. Ma De Michelis evidenzia una seconda conseguenza. La conoscenza non è riducibile a informazione (repository): di questo parlavano Nonaka e Konno riferendosi alla piattaforma, a ciò che decanta l’interazione sociale e ai modi in cui si interpreta. La conoscenza è il suo situarsi nello spazio ba, il suo farsi, il suo diventare componente di milieu aumentati. L’ identificazione della loro struttura e dinamica richiede nuove categorie sociologiche e aggiornate forme di mapping. Occorrerebbe, ad esempio, evitare tassonomie desuete, anche se raffinate e spinte nei digit, riuscendo a codificare i nuovi caratteri delle interazioni sociali, come forma, intensità, intenzionalità, deposito e così via. Questa è la parte analitico-esplorativa, ma il nesso fra conoscenza e spazio consiglia anche nuove pratiche. De Michelis suggerisce l’attivazione di forme di human-centered design (attento alle pratiche che avvengono attorno al manufatto), di user experience design, ma anche di interaction design, più attento ai bordi che ai core. Il situated computing potrebbe far aumentare la capacità degli utenti Ict di agire come bricoleur, senza l’imposizione di procedure rigide. Si tratta di pratiche che possono contribuire a formare una nuova dimensione sociale dello spazio e i nuovi operatori citati nelle implicazioni normative. Queste due raccomandazioni (analitico-esplorativa e pratica) sono parzialmente onorate dai case study.

Per C Simone è l’interazione fra comunità di pratiche (CoP)14 e capitale sociale (Cs) che nell’impresa contribuisce al milieu come generatore di conoscenza. La comunità di pratiche si crea configurando un proprio ba (diventando così un suo epifenomeno): adatta struttura e dinamica alla variazione dei confini indotta da Ict e dalla dimensione globale. Con lo sviluppo di Ict muta il contesto della interpretazione e diventa più complesso riconoscere gli artefatti che popolano il milieu, spesso nascosti nel ‘lavoro invisibile’, sottospecificati, non istituzionali, ma anche (o forse per questo) pericolosi killer factor. Alcune esperienze corrono ai ripari proponendo nuovi frame in cui sembra (ma non è del tutto chiaro) vi sia una sorta di ibridazione fra modello cognitivo e modello ermeneutico. Al primo si affiderebbe un compito di ‘posizionamento’, un compito difficile perché opera su linked-data, affronta la questione della interoperabilità dal punto di vista ontologico e semantico, aggiorna i metadati per mettere un po’ d’ordine e così via. L’aggiornamento consentito dal modello cognitivo é un modo per restare su un treno in corsa. Al secondo modello, quello ermeneutico, verrebbe affidato un compito interpretativo, di ‘dialogo in carrozza’, su un treno a spinta eco-tecnologica. Interessanti sono le citate esperienze di Babble-Ibm (un elaborato supporto alla conversazione) e di Edc (Environment and Discovery Collaboratories), in cui action e reflection space si combinano in un action-reflection loop (à la Shön) a supporto di percorsi problem solving. In queste esperienze sono coinvolti esperti di diverse discipline e le proposte vengono valutate nei loro effetti sull’ambiente complessivo da un software di simulazione. Configurazione e simulazione degli effetti consentono di riflettere sulla azione comune (prova ed errore), superando differenze disciplinari, evitando di raggiungere improbabili allineamenti fra linguaggi o discussioni interminabili sui requisiti dell’ottimo. La sottospecificazione di una rappresentazione mista gioca un ruolo rilevante nella creazione di conoscenza: non sembra essere una ammissione di impotenza o di parziale fallimento, ma uno spunto per procedere. Nello spazio di riflessione (che memorizza le sperimentazioni) si elaborano le soluzioni e si aggiornano le semantiche con l’aiuto di Story Markup Language (Ibm) che aiuta a relazionare diversi aspetti e momenti della narrazione. Diversamente da altri approcci, qui si cerca intenzionalmente di produrre milieu, anche se gli esiti non sono scontati.




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