A. Smith, La ricchezza delle nazioni La ricerca del profitto individuale



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21.12.2017
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A. Smith, La ricchezza delle nazioni
La ricerca del profitto individuale

La società umana, quando la si contempli da un punto di vista astratto e filosofico, appare simile a una grande, immensa macchina, i cui movimenti, regolari e armoniosi, produrranno migliaia di benefici effetti.

Ognuno si sforza continuamente di trovare l'impiego più vantaggioso per qualsiasi capitale di cui possa disporre. In verità egli mira al suo proprio vantaggio e non a quello della società. Ma la ricerca del proprio vantaggio lo porta naturalmente, o piuttosto necessariamente, a preferire l'impiego più vantaggioso alla società. [...]

Ogni individuo contribuisce necessariamente quanto può a massimizzare il reddito annuale della società. Invero, generalmente egli né intende promuovere l'interesse pubblico né sa quanto lo promuova. Preferendo sostenere l'industria interna anziché l'industria straniera, egli mira soltanto alla sua sicurezza; e dirigendo quell'industria in modo tale che il suo prodotto possa avere il massimo valore egli mira soltanto al proprio guadagno e in questo, come in molti altri casi, egli è condotto da una mano invisibile a promuovere un fine che non entrava nelle sue intenzioni.


Il prezzo reale e il prezzo nominale

Il prezzo reale di ogni cosa, ciò che ogni cosa realmente costa all'uomo che vuole procurarsela, è la fatica e l'incomodo di ottenerla. [...] In ogni tempo e luogo è caro ciò che è difficile ottenere o il cui ottenimento costa molto lavoro; ed è a buon mercato ciò che si può aver agevolmente o con poco lavoro. Soltanto il lavoro, non variando mai nel suo valore, è quindi la sola, ultima e reale misura con la quale il valore di tutte le merci può in ogni tempo e luogo essere stimato e confrontato. Esso è il loro prezzo reale; la moneta ne è soltanto il prezzo nominale.

Risulta così in modo evidente che il lavoro è la sola misura universale e precisa del valore, ossia la sola norma con la quale possiamo confrontare i valori delle differenti merci in tutti i tempi e tutti i luoghi.
Capitale circolante e capitale fisso

Un capitale può essere usato in due differenti modi per dare un reddito o profitto a colui che lo impiega.

Primo, può essere impiegato nella coltivazione, lavorazione o acquisto di merci per rivenderle con profitto. [...] Questi capitali possono quindi assai propriamente chiamarsi capitali circolanti.

Secondo, può essere impiegato nelle migliorie della terra, nell'acquisto di macchine utili e strumenti di lavoro o in cose simili che danno un reddito o profitto senza cambiare proprietario o circolare ulteriormente.

Questi capitali possono perciò propriamente chiamarsi capitali fissi.

Le differenti attività richiedono proporzioni diversissime tra i capitali fissi e circolanti in esse impiegati.

Il capitale di un commerciante ad esempio è tutto capitale circolante. Egli non ha bisogno di macchine o strumenti di lavoro a meno che tali si considerino il suo negozio o magazzino. Una parte del capitale di ogni artigiano o manifattore deve essere immobilizzata negli strumenti del proprio mestiere. Questa parte tuttavia è molto piccola per alcuni e molto grande per altri. Un sarto non richiede strumenti di lavoro all'infuori di una certa quantità di aghi. Gli strumenti del calzolaio sono un poco, benché assai poco, più costosi. Quelli del tessitore sono molto più costosi di quelli del calzolaio. La maggior parte del capitale di tutti questi artigiani circola tuttavia o per mezzo dei salari dei loro dipendenti o nel prezzo dei loro materiali ed è ripagata con profitto nel prezzo del prodotto.

In altre attività è necessaria una maggior quantità di capitale fisso. Nella siderurgia, ad esempio, il forno per fondere il minerale, la forgia, il laminatoio sono strumenti di lavoro che non possono essere installati senza una spesa molto elevata. Nell'estrazione del carbone e nelle miniere di ogni genere i macchinari necessari per estrarre l'acqua e per altri scopi sono spesso anche più costosi. La parte del capitale dell'agricoltore impiegata negli strumenti agricoli è un capitale fisso; quella destinata ai salari e al mantenimento dei dipendenti è capitale circolante.


Lavoro produttivo e lavoro improduttivo

Vi è una specie di lavoro che accresce il valore dell'oggetto al quale è destinato; ve ne è un'altra che non ha questo effetto. La prima, in quanto produce valore, può essere detta lavoro produttivo; l'altra lavoro improduttivo. Così il lavoro di un operaio generalmente aggiunge al valore dei materiali che lavora quello del suo mantenimento e del profitto del suo padrone. Il lavoro di un servitore, invece, non incrementa il valore di nulla. Sebbene il datore anticipi il salario all'operaio, quest'ultimo in realtà non gli costa nulla, poiché il valore del suo salario viene generalmente ricuperato, con un profitto, nel maggior valore dell'oggetto al quale il suo lavoro è destinato. Mentre il mantenimento di un servitore non viene mai ricuperato.

Si diventa ricchi assumendo una quantità di operai, ma si diventa poveri mantenendo una quantità di servitori. Il lavoro di questi ultimi ha tuttavia un valore, e merita compenso tanto quanto quello degli operai. Ma il lavoro dell'operaio si fissa e si realizza su qualche particolare oggetto o bene vendibile che dura almeno per qualche tempo anche dopo che il lavoro è cessato. Esso è, in certo senso, una certa quantità di lavoro messo da parte e immagazzinato per essere poi usato, se necessario, in qualche altra occasione. [...] lavoro del servitore invece non si fissa né si realizza in un particolare oggetto o merce vendibile. I suoi servizi generalmente si estinguono nello stesso momento in cui vengono prestati, e raramente lasciano una traccia o un valore col quale si possa in seguito ottenere una ugual quantità di servizio. Analogamente a quello dei servitori, il lavoro di alcune delle classi .più rispettabili della società non produce nessun valore, né si fissa né si realizza in nessun oggetto permanente o bene vendibile, che duri dopo la prestazione e col quale si possa successivamente ottenere una uguale quantità di lavoro. Il sovrano, ad esempio, e tutti i funzionari civili e militari che dipendono da lui, tutto l'esercito e la marina, sono lavoratori improduttivi. Essi sono i servitori del pubblico e sono mantenuti con una parte del prodotto annuale dell'attività di altre persone. I loro servizi, comunque rispettabili, utili o necessari, non producono nulla col quale si possa successivamente ottenere una uguale quantità di servizi. [...]

Nella stessa categoria dobbiamo classificare sia alcune delle professioni più serie e importanti che delle più frivole: gli ecclesiastici, gli avvocati, i medici, gli uomini di lettere di ogni genere; gli attori, i comici, i musicisti, i cantanti lirici, i ballerini, ecc. Anche il lavoro della più bassa di queste professioni ha un certo valore, regolato dagli stessi principi che regolano quello di ogni altro genere di lavoro; e quello della più nobile e utile non produce nulla che possa in seguito acquistare o procurare una uguale quantità di lavoro. Come la declamazione dell'attore, l'arringa dell'oratore o il motivo del cantante, il lavoro di tutti questi si estingue nel momento stesso in cui si produce.



Tanto i lavoratori produttivi quanto quelli improduttivi e coloro che non lavorano affatto, sono ugualmente mantenuti dal prodotto annuale della terra e del lavoro del paese. Questo prodotto, comunque grande possa essere, non può mai essere infinito ma deve avere certi limiti. Perciò, a seconda che in un dato anno venga impiegata per mantenere lavoratori improduttivi una quota maggiore o minore, rimarrà per le persone produttive una minore o maggiore quantità di prodotto e la produzione dell'anno successivo sarà in proporzione minore o maggiore, essendo l'intero prodotto annuale, se si eccettuano i prodotti spontanei della terra, l'effetto del lavoro produttivo.






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