Aba sogna che IL cuore di lui pulsi nei piccoli petti. Sogna senza visioni



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22.12.2017
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ONIROIDE

Attorno a un tavolo ricoperto di bianco , tre bimbi. Aba sta tra loro, forse piegata, forse seduta e piegata E sul tavolo spiove il cono di luce proveniente dai vetri della finestra che guarda il cielo latteo.

Donna e bimbi si parlano amorevolmente. Brillio d'occhi, sbocciare perlaceo di sorrisi , moti carezzevoli di mani.

Aba sogna che il cuore di lui pulsi nei piccoli petti. Sogna senza visioni.

Egli è la figura mobile che alternativamente si staglia entro il cono di luce e poi sparisce alle spalle di lei. E lei spia i segni del passaggio di Valerio nel suo campo visivo, pronta a sollevare gli occhi allorché la sua figura si profila alla sua destra per percorrere l'arco intorno al tavolo. Lei tiene allora gli occhi levati su di lui, che si muove, e subito li distoglie posandoli invece sui visi dei piccoli interlocutori. E' un moto di sufficiente rapidità, utile per contrastare in loro la percezione del suo dirottamento, ma bastante perché il volto di lui, controluce, resti esposto a quella disposizione di lei a sollecitare e a cogliere segni, come di risposta.

Sì, perché Aba gli parla così senza appellarlo. Gli parla un discorso che non c'è, dissipato in quel discorrere che lo chiude fuori, spettatore mobile. E perciò lui, spiazzato, è preso dentro nell'unico modo in cui può accettare di essere preso, credendo di starne fuori. E Aba, esigendo l'attenzione di lui per sé, nega la richiesta, però attende un segnale perspicuo che non riesce a cogliere. Ma, è plausibile? Per questo motivo, quando Valerio resta fuori dal suo campo visivo, lei aspetta di vederlo ricomparire per scrutarlo ancora, muta e senza aver l'aria di chiedere o aspettarsi alcunché.

Il muoversi di lui in quel cerchio può essere un segnale d'attesa, ma anche un non messaggio, così come una deliberata provocazione nei confronti della replica dei gesti di lei, che li emette, ma volendoli retratti in una intensità gelosa, eppure - così le pare,vergognandosene allo spasimo,- avvertendoli come amplificati ed estroflessi in costrutti ambiguamente evidenti.

Ciò nonostante da lui nessun altro segno - se non quel moto - offre ad Aba il riposo di un assenso o di un intendimento.

A un tratto, come una figura di un dipinto , che magicamente si stacchi dallo sfondo, e prenda inaspettatamente vita, Paulo - furbizia allettante di Cupido - si protende verso di lei per il bacio. Aba si curva per riceverlo sulla guancia sinistra levando a un tempo gli occhi dinanzi a sé.

vorrebbero significare i suoi occhi. Ma la vuota consistenza degli oggetti impatta la caduta abissale del suo sguardo. Ed è la sua nuca ombrosa di capelli vivi a farle credere che Valerio, fermo nel settore d'ombra, la guardi di spalle. E le pare, tremando però d'incertezza, di sentirsene sfiorare. E , per una frazione di secondo, dubita che il suo stesso volere, volendo avvolgere il corpo di lui, la riavvolga a sua volta dalle spalle con una specie di soffio tiepido.

Ma già, allo scadere dell'attimo, Aba avverte il precipitarsi di Valerio lungo il sentiero in discesa verso il valloncello. Aba schizza fuori e lo scorge dall'alto mentre si affretta verso un piatto e assolato sperone di roccia .Chiamarlo per nome e raggiungerlo è tutt'uno col suo grido prolungato e intenso. Le risuona negli orecchi come estraneo, quel grido. Sbalordita. Mai, prima, aveva articolato quel nome. Mai, prima, s'era figurata di poter cogliere l'alterazione emotiva della sua stessa voce e tremarne. S'arresta come impaniata, paurosa dell'effetto, paurosa dell'assenza di effetto.

Valerio non ha gesti di sorpresa. Si volta semplicemente come chi vive i segnali del consueto.

Quanto teme Aba: l'anestesia della consuetudine! Lei vorrebbe ricamarvi, invece; pizzicarne le corde e avvertirne con i sensi i rilievi. Persino perforare, se costretta, l'ovatta assorbente dell'usuale, fino allo strappo.

Ed eccolo, lo strappo. L'avverte su di sé vi cuoce, nuda, sotto lo sguardo di lui,all'apparenza distaccato e padrone di misurare le più remote pulsazioni di lei. Forse. Perché adesso Aba si ostina a evitare il suo sguardo, per il timore d'incontrarvi solo il desolato riflesso del proprio.

Ma Valerio s'è mosso silenzioso incontro a lei e la cinge. Oh, infinita vertigine del cadere e infinita consolazione del trovato sostegno! Oh, infinita oscillazione sul limite segnato dal gioco antico dei padri!

Il capo chino sul petto di Valerio, Aba riemerge timidamente, incapace di ritornare alla dimensione del discorso corporale, elusivo e allusivo insieme, dal quale si era strappata, lasciandosi andare al flusso della confessione.

E intanto che lei parla fitto, interpreta e s'ingarbuglia, egli assentisce come chi tutto sa, tutto ha capito e tace. Tace. E in quel silenzio si materializza l'assillante sospetto di Aba : che egli non voglia,non sappia, non possa emettere vibrazioni, ma raccolga quelle di lei rinviandogliele, senza esserne attraversato.

Al versamento incandescente di quel gelo, tra carne e pelle le s'innervano esangui rizomi. Le sbocciano ulcere rosse persino nel bianco degli occhi. Non resta che un braccio di lui sulle sue trepide spalle. E in quel contatto si perde la sognata veemenza d'ogni altro quesito. Importa?

Adesso, sulla superficie elettrica di quel contatto, Aba ricupera Valerio e il suo calore, quasi meravigliandosi che quel braccio non si evapori da lei come l'alitare di un sussurro. E con Valerio s'in-

cammina per la verde rampa del fossato, momentaneamente appagata. Eppure ciò che desiderava

l'ha mancato; anzi le sembra più lontano, quasi inaccessibile, forse oltre ogni speranza.

Ma sopra l'inquietudine Aba traccia, a lancio compiuto, il segno del proprio bersaglio: per ora va bene anche così.

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Aba e Valerio hanno lasciato un letto bianco, grande, gualcito, il telo superiore cadente. D'un bianco sfatto,sa di morto nudo.

Dice ciò che non è avvenuto? Dice una trasgressione che non accusa i corpi? O dice il rimpianto d'aspettative mancate? Oppure esprime il quotidiano, l'ovvio, ciò che si ripete e sazia, ma non toglie

un'altra fame, né l'accresce?

Niente dice, se non il consumato stupore del giorno dopo.

Non si sa come, Aba e Valerio si sono accostati a uno schermo chiaro. Egli preme dei tasti. Chiama sua moglie, dice. Vedranno e saranno visti.

Aba ha uno scarto : uscire dal campo visivo di quel grande occhio glauco. Valerio la trattiene con salda tranquillità. La realtà deve guardarsi addosso, dice pacato. Bisogna correre il rischio di essere colti nel cerchio dell'immaginario dell'altro,dice. Di essere supporti di forme che non controlliamo. Tanto meglio se il cerchio s'apre in traiettoria che, per ipotesi e verisimiglianze, colpisca, là dove s'annidano, briciole di vero.

Davanti allo schermo Aba naviga col proprio corpo in un finto acquario, pur senza staccarsi dal punto in cui è rimasta fissata. Pensa i pensieri dell'altra, si guarda con gli occhi dell'altra, si giudica col giudizio dell'altra. Eppure l'altra si comporta, gestisce, parla come se la situazione sia naturale, persino banale. Anzi pare a tal punto scontata che Aba si sente come disciolta, cancellata in una soluzione d'incolore convenzionalità.

Ecco: delle persone ben educate si parlano ; o meglio, parlano di cose , come se esse stesse non siano che cose o copie sbiadite di ciò di cui parlano.

Il bimbo sta addossato alla mamma nello schermo, astratto come un bambino Gesù di Giotto.

Invece nulla di ieratico caratterizza la donna giovane, bionda, d'una loquacità convenzionale e priva di pathos.

Aba vorrebbe proiettare su lei la propria inquietudine, per rispecchiarvisi ed esistere in qualche modo. Vorrebbe attribuire all'altra lo sguardo severo di chi scopre, per o meno,una fastidiosa intrusione in un mondo ben ordinato. Sì, Aba vorrebbe l'istituzione del dramma e la sua soluzione, per esistere. Lei avrebbe sicuramente il ruolo dell'intrusa...Non piacevole, certo. Ma l'altra interpreterebbe quella della moglie rifiutata o gelosa...

E lui? Lui sarebbe colui che sceglie, colui che giustifica e testimonia i suoi affetti. Le riconoscerebbe il ruolo di amante-amata, e lei si sentirebbe esistente e giustificata nel suo ruolo d'intrusa.

Invece non accade niente. E lei si sente peggio di uno zombi, perché lo zombi esiste in negativo,ma esiste. La sua esistenza porta, è vero, il segno della cancellazione, ma persiste per una serie di atti forzosi che sono un continuum di cancellazioni.

Per esistere nel ruolo dell'intrusa e averne la parola occorrerebbe un atto di rifiuto. Ma questo non

si verifica, perciò non c'è l'intrusa, benché ci sia.

Aba percorre tutte le dimensioni del suo silenzio: troppo debole per impadronirsi del gioco, ma anche troppo disperata per vagare a lungo in un limbo d'esistenza sospesa.

Ed è allora con voce da sonnambula che comincia a tessere le lodi di quel piccolo Gesù, lui sì, composto, l'occhio oblungo, come compreso in un in sé divino.

Adesso Aba occupa il fuoco degli sguardi. Comincia a esistere e s'imperla di paura. Parla, irreversibile ingresso! Lancia messaggi del tipo:”Incantevole questo bimbo. Più di quanto si sarebbe potuto supporre.”- Appelli pluridirezionali.

Aba tende per Vealerio una rete di fascino. Mirando al suo cuore cerebrale, va dicendogli ora, non ciò che lei vuole da lui, ma ciò che lei vorrebbe donargli : il proprio incantamento, il proprio essere-nella-magia-di-lui, affascinarlo attraverso l'immagine vera del potere di lui su di lei, mediante l'adorazione dell'oggetto privilegiato dell'amore paterno.

E mentre attende il miracolo, che cosa dice Aba alla giovane donna bionda che guarda senza interrogare? Che cosa dice la sonnambula ingenua, l'innamorata, la colpevole Aba che s'interroga per l'altra?

-Sono qui per cose indifferenti, io. Non rappresento un pericolo, io. Non ho niente di così superbamente concreto, io, che, come questo vostro bimbo, rappresenti il legame vivente, sia pure dolorosamente costrittivo, tra me e quest'uomo, suo marito, Signora...

Se Valerio tace, Aba abiura, abiura vergognosamente rantolando nello spasimo della doppia verità che, negando, ha appena detto.

Valerio non mente, invece. Semplicemente tace parlando d'altro : cose loro, cose quotidiane. E sul resto, silenzio. Chi può, tragga le conclusioni. Egli no. Non respinge, non accetta, non sembra coinvolto. O sì?

Aba lo guarda : la grande X di un'equazione folle, irriducibilmente aperta come un punto per infinite rette, irriducibilmente chiusa come il fuoco d'uno specchio sferico.

Tutta sua, di Aba, la pena d'interpretare. E se tutto non fosse che un sogno? Aba non si vorrebbe svegliare. E se farneticasse, pazza, con le spore della propria follia? Aba non vorrebbe rinsavire. Lei ha sentito il corpo di lui contro il proprio : pelle calda contro pelle calda...

Ma forse che il corpo di Valerio è tutto Valerio? Non potrebbe essere il sito di opzioni smentibili? Sì, ma ...E il suo spirito? Il suo cuore cerebrale abita forse il luogo indeterminabile delle scelte possibili e mai effettuabili? O forse il corpo di Valerio racchiude semplicemente la tristezza d'un andare radente, senza voli, senza passioni?

Forse vive l'ora e il qui come vivesse sempre la stessa ora e lo stesso qui d'un'infinita noia ripetitiva. E allora anche Aba sta in quella noia dell'uguale, per lui. Ma lui per lei, no. Lui per lei: eletta provocazione.

Sì, lei avrebbe continuato a battere le ali per lui, attorno a lui, a costo d'essere investita soltanto dai lampi d'emozione che lei gli avrebbe prestato, a costo di bruciare nell'attrito del proprio volo.

E continuava ad aleggiare affannandosi per attribuire allo scacco un carattere provvisorio.

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S'è fatto buio per Aba nella gola che dal vallone conduce alla sua casa. Perché ha una casa Aba. O, meglio, Aba è di una casa. Perciò corre. Sa di essere attesa di là e non vuole far tardi.

Il tutto recente è già alle sue spalle, come i pezzi di una scacchiera all'interruzione, per black out, della partita. Ora è l

L'adesso è liberazione temporanea dallo scacco. L'adesso è attraversamento del black- out ; l'adesso è fuga attraverso l'oblio dello scacco, dietro i calcagni umidi del proprio ansito. Nell'adesso le sue falcate e le sue bracciate lottano con le onde ripide del tempo scagliato dall'alto. Ma perché la durata dell'adesso ha scarpe di piombo e occhi di vibrisse?

Sogguarda da lassù, mitica e grande come una quercia millenaria, la Madre-Sibilla. Dall'imboccatura della grotta domina i sentieri scoscesi e la gola. E lì coglie un'Aba inerme che striscia, sotto il peso di quegli occhi, i piedi sulla terra. La vecchia sa in modo terribile ciò che sulla pelle di Aba scotta.



Questo griderebbe Aba a se stessa.

Ma l'appena concepito senso dello scongiuro nasce privo di voce e di efficacia come l'insonoro urlo del sogno. E infatti Aba non vola, non vola più. Sente, piuttosto.

In una specie di risveglio senza luce, sente il risucchio delle vecchie coordinate. Sono ventose attaccate all'interno del corpo, nere nel nero, ma innervate di lei come suoi organi, esigenti per avidità di calore e quasi di possessione. Impossibile disfarsene. Anch'esse sono lei; sono i suoi altri in lei, molesti. Perciò, nella stasi del corpo ripiegato su se stesso, ascolta gli interni brontolii, come di tuono che minacci di lontano.

Ma, in quella postura da cedimento compiuto, lei dissimula le boccate di ricupero rubate agli in

tervalli di progressivo silenzio che gli inquilini interiori osservano, rassicurati dalla sua mimesi di pace e di culla.

Ora Aba si sente come si sentirebbe un'erma bifronte immersa nell'oscurità, se potesse avere percezioni. Percezioni di facce e di luoghi.

Però, come discernere le sue stesse facce in assenza di segnali di dentro e di fuori? Tutto sembra placato e, perciò, uniforme, compatto, marmoreo e nero.

Invece, no!

Ecco le sonore pulsazioni viscerali e sanguigne del soma in percezioni subliminali! E oltre, nella stratosfera mentale, ecco vorticare taciti e insonni nuclei per possibili logos.

Aba li sa senza sentirli né vederli: salvezza e perdizione possibili. Para ...dos...sibili. Si può agganciarne uno al volo e da lì organizzare-inventare espedienti incorporei e uscire (uscire comunque) dalle controversie insopportabili della libido e della volontà sublime.

come in un sogno in cui si sogna di sognare, lei ha abbordato il suo attuale logo.

Lei? Ma quale lei?

Quella che sogna o il personaggio che sogna di sognare? Ovvero, quella che insiste o quella che resiste? E infine, “chi” insiste e “chi” resiste? C'è un chi sedicente IO?

Forse appena un'istanza, una pressione fra tante, che reclama il possesso intero del campo, della stanza, dell'Io. Si snoda e ritorce una specie di danza, in suoni e silenzi. Invece è una lotta, un conflitto; un conflitto...all'ultima...vocale?

-Uhm!

-SSBRCNPC QTZ FGS DLUMM RSHUZ!



-Strappo, borra, raschio, cruccio, nausea, sturbo, strazio, morso, vischio, voglia, presa, trancio, broncio, quota, zeppa, muro, morto, osso, dente, lingua, laccio, strozza, ressa, rogo, rottame, hard, uffa!

Quale istanza prenderà la signoria?

Forse quella che avrà rimorchiato la massa più densa di impulsi dello stesso segno? Oppure quella che ha tessuto meglio la tresca tra impulsi, caso, situazioni e contesto, astuzie della vita e

fonte dei messaggi? E quale sarà mai la più astuta delle astuzie?

Occorrerà calcolare tutti i pesi specifici delle spinte e controspinte, calcolare la loro somma algebrica e moltiplicarla per il quadrato della velocità media e dividere il tutto per il peso, anch'esso specifico, dell'ultima parola pronunziata nella controversia, ancora diviso per il silenzio successivo elevato all'ennesima potenza di segno negativo.

E a questo punto, quale sarà il coefficiente dell'istanza, o forse le combinazioni correnti e più o meno incoerenti che occuperanno la stanza, tanto differente dal parallelepipedo euclideo quanto più simile al vortice eracliteo: panta rei !

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Quando Valerio, dalla cattedra dell'aula magna del liceo DETTORI, aveva pronunciato quell'espressione, Aba aveva sentito intorno un alitare di arie tiepide e accenderlesi dentro una luce vivida e calda.

E allora lei aveva cominciato a battere le sue piccole ali e a levitare dolcemente: panta rei, panta rei, panta rei...E la luce interiore, uscendo da lei, aveva circondato Valerio che spandeva un parlare suasivo saporoso di pane e di burro, mentre ciò che era del mondo di prima sembrava essersi affiochito, quasi spento.

E fu così che lei, come i bambini di Hamelin, continuò a seguire la pastosa voce del suo pifferaio, finché l'opacità di lui consumò progressivamente ogni sua luminosa pulsazione, fino alla polluzione di ogni individualità e singolarità di ruoli, fino al caos, alla paralisi del tempo, nello spazio indefinito del blak-out.

Ma, non si sa come, dal cuore dell'indefinibile tenebra, con uno stacco impercettibile, iniziò ad affiorare, simile ad un sussurro in ritmico crescendo, nuovo e risaputo, il logo eracliteo allacciato al cardine del tempo liberato : panta rei, panta rei, panta, panta, panta rei, panta rei...

Paradossibile! Logo di tempo, di voce, di voglia, di condizione, di preminenza, di efficacia, di effetto.

- Tornare! Devo. Devo tornare. Devo, devo, devo. Devo tor-na-re!- Frangenti di voce.

-Paf!- Silenzio.

-Di là. De-vo...o...o...o. O.- Insistenza pacata della stessa ( voce?) sulle superfici.- Panta rei,panta rei, panta rei, pant …

-Sob, sob, sob,-silenzio.

-Devo.- Chiodo ribadito.- Perché,cielo!...Cielo d'aria e di vortici; cielo di meteore e di vettori stellari, devo. Perché non ho detto al Prof ( mio Prof e Maestro ) a che ora sarei tornata!- Insistenza di voce costernata, imbronciata : - Om, om, om. Panta rei. Pan-ta re-i. Pan-ta re-i. Pan,pan,pann!!

-Sob,- silenzio.

-Bisogna tornare! Bisogna tornare per dire l'ora in cui si deve, si vuole, si può tornare dal proprio Maestro-Prof !- Autorevole insistenza vocale a scorrimento tranquillo.

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Sulla gobba del sentiero si è diffuso un certo chiarore d'alba. Tenui profili di spazi distinguibili: cielo, terra, alberi intorpiditi e rocce imbronciate. Dondolio del busto di un'Aba accovacciata.

Aspetta Valerio, ma contratta al suo interno come per un'ostinazione contro qualcuno o qualcosa.

Sì, ora vede bene che tutti i legami suoi, antichi e prossimi con le persone e con le cose, sono diventati un nodo indistricabile incistato in lei come il suo stesso io, ma di segno rovesciato: un'Aba con l'esponente negativo. E questa non può essere semplicemente dimenticata o negata. Perciò dove c'è Aba c'è Non-aba. Anche questa, viva, sebbene, per così dire, debilitata. E sta lì.

Comunque Aba aspetta Valerio: questo è assodato.

Non-aba pure aspetta, pur non aspettando. Oppure, pur aspettando, non aspetta. Ma si potrebbe supporre che aspetti presumendo di non aspettare. Oppure che non aspetti presumendo di aspettare. Oppure che non aspetti presumendo di non aspettare. Oppure che non aspetti non presumendo di non aspettare.

Altresì può darsi che Non-aba attenda ritenendosi attesa, oppure non attenda non ritenendosi attesa; oppure non attenda pur ritenendo di essere attesa; oppure attenda malgrado non ritenga di essere attesa. Oppure non attende , non congettura, né è attesa. Sta semplicemente lì come le vecchie cose di cui non si riesce a liberarsi.

Ecco Valerio. Andatura di chi è solo e non attende sorprese. Composta.

Aba lo guarda venirle incontro; e però sente quest'evento come un proprio ritorno, così come vive la propria combattuta immobilità come un viaggio, non metaforico, piuttosto iper realistico.

E, mentre lui avanza, lei procede verso di lui torturandosi in un ginepraio del tipo: torno perché semplicemente dovevo o perché volevo? Oppure sto tornando perché, volendo, dovevo? Oppure perché, non dovendo, volevo? Oppure torno perché, volendo e non dovendo, sono voluta? Oppure perché, non volendo e non dovendo, sono voluta? Oppure perché, dovendo e non volendo, sono voluta? Oppure torno malgrado non voglia, non debba, non sia voluta? Oppure perché, ecco, ci sono e voglio e devo e sono voluta?

Aba vuole la rotondità come somma di volere più dovere più essere voluta: questo è l'optimum. Cioè fare ciò che si fa in piena libertà, necessità, destino, caso, aspettativa del caso che accadrà.

Ma qual è il senso del tornare, se il luogo d'arrivo è il luogo stesso della partenza, se il viaggio è solo l'attesa dell'evento, e se l'evento stesso non è un vettore,ma un accendersi irregolare di sensi che vengono non si capisce da dove e che si accendono percorrendo tutte le direzioni contemporaneamente e alternativamente dentro e fuori di te, che sei e non sei la medesima?

Aba sente che è e che non è la medesima; prova ne sia che Non-aba le è accanto, addosso, dentro in intimità densa e straniata.

E Valerio? Forse che Valerio è sempre identico? Forse, in qualche modo, è la medesima assenza di Aba in lui. Ma Valerio, corpo e pulsioni del corpo, esiste? Pelle contro pelle: caldo. Lui è quel caldo che penetrando in lei l'attraversa? Non è un sogno sognato? Non dovrà essere un sogno sognato.

Ma Valerio per sé?

Questa è una dislocazione attualmente non frequentabile per Aba. Adesso lei consiste unicamente in un nodo di tensioni, un nodo fluido centrato sull'esserci di lei nel bisogno assoluto di lui. Un lui appena codificato col segno positivo della volizione di lei, col segno positivo del desiderio di lei per la corrispondente volizione di lui, col segno + della reattività fisico-chimica di lei e di lui in lei, col segno x dei corrispondenti eventuali e non-verificati connotati di lei in lui.

Intanto, nel mondo fisico, Valerio continua a venirle incontro, occhi contro occhi. Non accelera, lui, né rallenta. Non un motto, né un gesto, né una contrazione visibile delle pupille. Invece lei è l'ansito teso verso l'esistenza e al contempo crinale di fuga dalla vertigine vita-morte.

Valerio scavalca con calma agilità il dosso dove Aba vorrebbe sprofondare per evitarsi il rogo di un'eventuale negazione. Ma forse quel piede levato si distende innanzi nel vuoto insonoro per mille anni e ancora non ha raggiunto il suolo, quando la voce di Valerio cade su Aba, per lei.

E allora le ruote del tempo in fuga precipitosa strappano i sostegni alle campane che impazzano dai campanili, sui timpani e sulle tempie per marcare l'inspiegabile giuntura del piacere col dolore: urlo-vagito, ruvido proclama d'esistenza. Ed è già esistere per qualcosa o per qualcuno..

Ora Aba si alza al suono magico del flauto e la danza le pulsa irrefrenabile sotto la pelle. Sta di fronte al suo pifferaio:

-Scusami se mi sono assentata! Sono tornata per chiederti-comunicarti l'ora in cui, volendo, sarei dovuta tornare, se tu avessi voluto.

Tutto è là, esposto, eppure ogni effetto incerto: un gioco cangiante di chiaro-scuri intrecciati, mobilissimo e inafferrabile. Non risposta, non rifiuto.

Eppure qualcosa è stato comunicato e lei l'ha accolto e raccolto. E oltre c'è dell'altro. Lei vuole che ci debba essere dell'altro. Perciò deve, vuole, è voluta da Valerio, là.

Ecco che con lui sale respirando profondo e catturando con gli occhi cerchi concentrici d'orizzonte.

Davanti a lei si srotola tutto il cammino per ogni possibile gioia e anche per ogni possibile dolore, il tutto e il nulla del presente che trapassa aprendosi alle enigmatiche cifre del futuro.

E Non-aba?

E' la lettera scarlatta d'un altro tempo nel tempo nuovo di Aba : l 'indecifrabile graffito d'antichi desideri morti impastoiati e d'impossibile oblio di quegli aghi nelle sue carni. Lei ne avverte nelle fibre più intime l'oscura esistenza.



Allora, a somiglianza di quel mitico animale, che non esita a strapparsi una parte dei visceri per darli in pasto ai propri inseguitori, onde procurarsi l'estrema possibilità di salvezza, Aba svelle dal proprio animo il riconoscimento del e il contemporaneo dissenso dal suo inestinguibile fossile d'identità, ricuperando quella Aba per sé nuova, che scommette sul possibile, determinata a spremere, nel suo andare verso il niente, tutto il senso d'umana volontà a lei possibile.

Bianca Mannu


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