Aborto e infanticidio



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Aborto e infanticidio

Engelhardt

“Non tutti gli esseri umani sono persone. Non tutti gli esseri umani sono autocoscienti, razionali e capaci di concepire la possibilità di biasimare e lodare. I feti, gli infanti, i ritardati mentali gravi e coloro che sono in coma senza speranza costituiscono esempi di non-persone umane” (H. T. Engelhardt Manuale di bioetica [1986], tr. it. di M. Meroni, Il Saggiatore, Milano 1991, p.126).

Certo, biologicamente tutti questi individui appartengono alla specie umana. Ciò però, secondo l’A. , è irrilevante, perché il discorso morale “concentra l’attenzione non sugli esseri umani ma sulle persone. Che un’entità appartenga a una specie particolare non è importante”.

Più precisamente, per Engelhardt, “ciò che è importante in noi in quanto esseri umani non è la nostra appartenenza alla specie Homo sapiens in quanto tale, ma il fatto che siamo persone” (ivi, 125 e 128).

Dunque “gli infanti non sono persone”, essendo anch’essi incapaci di autocoscienza e dell’assunzione di responsabilità morali. “Le persone in senso stretto vengono in essere solo qualche tempo - probabilmente qualche anno - dopo la nascita e probabilmente cessano di esistere qualche tempo prima della morte dell'organismo (. . .) La vita umana meramente biologica precede l’inizio della vita delle persone in senso stretto, e solitamente prosegue per un certo periodo dopo la loro morte”.

Da qui l’inevitabile conclusione etica, secondo cui “ci saranno circostanze in cui sarà opportuno che si lasci morire l’infante” (ivi, 232-233 e 265). Del resto, come ricorda l’A., anche civiltà molto evolute, come per esempio quella greca, hanno praticato, l’infanticidio.

“La madre, il padre, le nonne, i nonni, gli zii e le zie futuri possono conferire un grande valore a un embrione o a un feto desiderato”, ma “può accadere anche l’opposto”. Essi “hanno per primi il diritto di determinare il valore del feto”, dato che ne sono proprietari. Infatti, in base al principio che ognuno è proprietario del proprio corpo e di quanto da esso originato, “gli embrioni e i feti prodotti privatamente sono proprietà privata”. Perciò i genitori “hanno il diritto di abortire il feto, anche se altri adotterebbero con gioia il bambino che esso potrebbe diventare” (ivi, 252).

Singer

Per la nascita si è a lungo cercato di determinare il momento in cui ha inizio la vita umana. Alcuni sostengono che essa comincia fin dal momento del concepimento. Ad essi Singer risponde che questo “momento”, in realtà, non esiste perché, negli esseri umani, il concepimento è un processo che dura circa ventiquattro ore. Quanto alla proposta del bioeticista tedesco Hans-Martin Sass di considerare inizio della vita umana quello della vita cerebrale, in simmetria con la morte cerebrale che ne segna la fine, Singer fa notare che questa sarebbe solo una convenzione, senza alcuna base reale. Neppure la “vitalità” del feto - vale adire la sua attitudine a sopravvivere fuori dall’utero materno - assunta come criterio nella celebre sentenza del caso Roe contro Wade, può essere probante, perché essa dipende da una serie di fattori contingenti esterni, per esempio dai supporti tecnici di cui ci si può valere per evitare la morte del bambino prematuro.

Neppure la nascita - osserva l’A. - è una linea di confine convincente, perché il neonato non è molto diverso dal feto. Perciò, a suo avviso, si deve concludere che tutti questi tentativi di definire il momento preciso in cui viene al mondo un nuovo essere umano sono inevitabilmente destinati al fallimento perché non si può imporre una precisa linea divisoria a un processo caratterizzato da un’assoluta continuità.

E allora? Allora, se è vero che si tratta solo di finzioni, “anziché accettare queste finzioni, dobbiamo riconoscere che il fatto che un essere sia umano e vivente di per sé non ci dice se sia lecito togliergli la vita oppure no”. Dobbiamo cioè aver il coraggio di rimettere in discussione quello che spesso viene considerata una certezza indiscutibile, e cioè il valore della vita umana come tale. “Perché è moralmente sbagliato sopprimere una vita umana? (. . . ) Che cosa c’è di così speciale nel fatto che una vita sia umana?” (P. Singer, Ripensare la vita. La vecchia morale non serve più [1994], tr. it. di S. Rini, Il Saggiatore, Milano 1996, pp.114-115).

La verità è che il solo discrimine è costituito dalla presenza o meno dell’identità personale. Ora, stando alla definizione che sopra ne è stata data, nel caso dell’embrione o del feto non siamo davanti a una persona.

Questa vale anche per l’infanticidio. Con soddisfazione l’Autore constata che “due millenni di ossequio puramente formale all’etica cristiana non sono riusciti a tagliare alle radici l’antica tendenza a pensare che i neonati, specialmente se indesiderati, non sono ancora membri a pieno titolo della comunità morale” (ivi, 139). Del resto, se è vero quanto prima si diceva sull’assurdità di porre delle cesure nello sviluppo continuo che va dall’embrione al feto, da questo al neonato, dal neonato al bambino più grande, “sembrano esserci solo due possibilità: opporsi all’aborto o consentire l’infanticidio” (ivi, 212).

Secondo l’Autore, solo la seconda opzione è ragionevole. “Gli umani non nascono autocoscienti o capaci di rendersi conto della propria esistenza nel tempo. Essi non sono persone”. Anzi, nel caso di bambini malformati, uccidere il neonato può apparire “un atto di bontà nei suoi confronti” (ivi, 212-213).

Del resto, secondo Singer, nella prassi medica anche chi parla di sacralità della vita finisce poi per avallare tacitamente l’uso di lasciar morire senza sofferenza gli infanti gravemente handicappati, per esempio i Down. E dalle sentenze dei tribunali anglosassoni in questi ultimi anni si evince, secondo lui, che questa tendenza è ormai avallata anche a livello giuridico. Perciò l’A. può rallegrarsi dell’“ampio consenso che riscuote l’infanticidio medico” nelle nostre società e di concludere che “se (. . . ) la scelta era tra etica della sacralità della vita e etica della qualità della vita, la decisione è stata presa inequivocabilmente a favore della seconda” (ivi, 138-139).

In ogni caso, “qui la decisione dipende necessariamente dai desideri dei genitori”. Sono loro a dover decidere se il bambino va mantenuto in vita o no. Molti si orientano per la seconda soluzione. Ed è abbastanza logico: “A dispetto della prevalenza dell’etica occidentale tradizionale, alcuni genitori pensano ai loro bambini come a entità rimpiazzabili” (ivi, 213 e 216).

“Resta comunque il problema della mancanza di una distinzione netta tra il neonato, che chiaramente non è una persona nel senso eticamente rilevante del termine, e il bambino più grande che lo è”. Si potrebbe ipotizzare, ad esempio, “un periodo di ventotto giorni dopo la nascita, prima che un bambino venga accettato come avente lo stesso diritto alla vita degli altri. Chiaramente questo termine viene molto prima del momento in cui il bambino acquista il senso della propria esistenza nel tempo (. . . ) L’indicazione è chiaramente arbitraria e ciò la rende problematica” (ivi, 217-218). Insomma, ad essere coerenti con il concetto di persona sopra indicato, l’infanticidio potrebbe essere lecito anche molto tempo dopo la nascita, anche se l’A. preferisce limitarlo convenzionalmente a tempi più ristretti.




Tooley

Nel suo famoso articolo su Aborto e infanticidio, Tooley parte da due interrogativi, peraltro strettamente connessi:“Quando un membro della specie homo sapiens è una persona?”. E, più alla radice: “Quali proprietà si devono avere per essere una persona, cioè per avere un serio diritto alla vita?” (M. Tooley , Aborto e infanticidio [1972], tr. it. di G. Ferranti in G. Ferranti - S. Maffettone (a cura di), Introduzione alla bioetica, Liguori, Napoli 1992 31).

La risposta dell’A. è che “un organismo possiede un serio diritto alla vita solo se possiede il concetto di sé come soggetto continuo nel tempo di esperienze e altri stati mentali, e crede di essere una tale entità continua nel tempo”. Perché ci sia persona, insomma, si richiede, secondo lui, quello che egli chiama “requisito di autocoscienza” (ivi, 33).

Su queste premesse l’A. costruisce la sua teoria della legittimità etica non solo dell’aborto, ma anche dell’infanticidio. “L’osservazione quotidiana chiarisce in modo, credo, inoppugnabile, che un neonato non possiede un concetto di sé continuo nel tempo, non più di quanto lo possieda un gatto appena nato. Se è così, l’infanticidio per un breve intervallo di tempo dopo la nascita deve essere moralmente accettabile” (ivi, 54).






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