Accompagnare I nativi digitali: un corpo che cambia nella luce del Vangelo



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Accompagnare i nativi digitali: un corpo che cambia nella luce del Vangelo

Come tutte le esperienze umane, anche l’attività digitale influenza e modifica il suo utente, sviluppando nuove concezioni, capaci di determinare profondi cambiamenti socio-culturali. La partecipazione dell’individuo al processo digitale e le sue conseguenze esistenziali spiegano il divario differenziante tra la generazione dei migranti digitali e quella dei nativi digitali, di cui si vuole capire le caratteristiche e le prospettive educativo-pastorali.

Decifrare le caratteristiche di questo divario mostra gli orizzonti educativi entro cui ci poniamo per definire le dinamiche dell’evangelizzazione delle nuove generazioni.

La cultura partecipativa e le competenze digitali1sono la variabile spiccante di questo rapporto intergenerazionale, che si estende al nuovo spazio comunicativo. I sistemi e le informazioni di scambio superano il confine della prossimità corporale e oltrepassano anche l’appartenenza culturale, provocando, allo stesso tempo, curiosità e relativismo.

All’interno di questi presupposti, che configurano lo scenario del mondo online, è possibile collocate i nativi digitali, per comprenderne l’identità e la soggettività educativa.

I nativi digitali: tra reale e virtuale2

La fortuna dell’espressione “nativi digitali” si deve a Mark Prensky, che, nel 2001, la introdusse nel suo saggio “Digital Natives, Digital Immigrants”.3 Lo studioso cerca di rilevare la differenza tra le due generazioni rispetto all’uso delle nuove tecnologie, evidenziando i diversi stili cognitivi e culturali che mettono in crisi la metodologia d’insegnamento utilizzata fino all’avvento della net generation4.

La definizione di Prensky sorge in un periodo in cui si è diffusa la cultura del digitale, che grazie al collegamento a banda larga dell’ADSL, ha permesso lo sviluppo di nuovi strumenti capaci di determinare un collegamento permanente (always-on) tale da poter raggiungere chiunque ed essere raggiunti sempre. Siamo agli arbori del Duemila, all’inizio del nuovo millennio, momento in cui Giovanni Paolo II durante l’omelia del primo gennaio, a Santa Maria Maggiore, in maniera profetica, intravide la svolta del millennio: «Che  cosa  significa  questo  per  noi? Si comincia a scrivere un'altra pagina della storia. Ieri sera abbiamo volto lo sguardo al passato, a come era il mondo quando iniziava il secondo millennio. Quest'oggi, iniziando l'anno Duemila, non possiamo non interrogarci  sul  futuro: quale  direzione  prenderà  la grande famiglia umana in questa nuova tappa della propria storia?»5

Ed è proprio in questa nuova prospettiva storica che tutti i bambini nati nel pieno sviluppo della comunicazione digitale possono essere definiti nativi digitali. Oggi sono gli adolescenti che hanno compiuto i dodici anni, essi hanno una competenza naturale rispetto all’uso degli schermi interattivi digitali, d’internet, «considerano le tecnologie come elemento naturale del loro ambiente di vita e non, come facciamo noi, una novità o entusiasmante o da temere […] non hanno alcun imbarazzo nel manipolare le tecnologie digitali e sono molto a loro agio nell’interagire con esse»6. Sono costantemente esposti su Facebook, abitano lo schermo e navigano alla ricerca di un contatto, di un video, di una musica o di una foto, che sottopongono creativamente alla loro abilità di manipolazione. A scuola li osserviamo, spesso, con i cellulari di ultima generazione, si scambiano messaggi (SMS) con gli amici e seguono la lezione dell’insegnante, estraneo, purtroppo, a questo flusso di socializzazione. È una generazione che apprende in maniera differente rispetto alle precedenti; il ricorso alla condivisione tra pari e la consapevolezza dell’importanza del loro specifico contributo a sostegno della discussione, favorisce la produzione di nuove elaborazioni digitali e, nello stesso tempo, una nuova modalità di apprendimento, che avviene per mezzo dell’esperienza e del tentativo7.

Sono definiti gli abitanti della rete, che affollano le bacheche dei social network da quando si svegliano fino alla sera prima di addormentarsi. L’importanza di questo comportamento espositivo sostiene il carattere d’interazione e partecipazione che traccia il profilo dell’adolescente odierno, avulso da qualsiasi ambiguità. L’ambiente online costituisce un tutt’uno con la sua vita, non è un mondo parallelo, ma uno spazio da abitare, in cui creare relazioni e incontrare gli amici, il mondo8.

D’altra parte i nativi digitali non hanno fatto alcuna esperienza di un mondo senza internet, pertanto non hanno vissuto la fase dell’esplorazione e della duplice appartenenza; per loro virtuale e reale non sono termini in contrapposizione, che determinano una frammentazione della persona, bensì la forma di una modalità comunicativa e dell’espressione del proprio essere.

Seppure in ambito culturale e letterario9 la definizione di nativo digitale sia ancora dibattuta, l’espressione ci permette di individuare, sotto il profilo analitico, gli adolescenti nati dopo la diffusione di Internet e di inquadrarli all’interno di una riflessione che vuole coglierne le caratteriste e le sfide educative.

Le competenze e le caratteristiche dei nativi digitali

Nel saggio Nati con la rete gli autori John Palfrey e Urs Gasser tracciano un profilo descrittivo della generazione dei giovani nati durante l’epoca digitale. Essi «trascorrono le loro giornate su Internet senza distinguere la realtà on e offline. Anziché concepire la propria identità digitale come qualcosa di distinto da quella reale, si limitano ad avere un’identità (rappresentata in due, tre, o più dimensioni differenti). Sono raggruppati in base a una serie di pratiche comuni, tra le quali il tempo trascorso utilizzando tecnologie digitali, la tendenza a svolgere più pratiche contemporaneamente (multitasking), la maniera di esprimersi e di relazionarsi tra di loro con la mediazione di tecnologie digitali, il sistema di utilizzare mezzi tecnologici per ottenere e utilizzare informazioni e creare nuove forme di arte e di conoscenza. Per questi giovani, le nuove tecnologie digitali – computer, cellulari, sidekick – sono mediatori essenziali dei rapporti interpersonali. Hanno creato una rete costantemente attiva che fonde l’uomo con la macchina a un livello mai raggiunto e che sta trasformando radicalmente le relazioni umane. Conducono esistenze a cavallo tra reale e virtuale con la medesima disinvoltura, e non trovano niente di strano nelle proprie vite ibride. Questo modo in cui tutti sono collegati a tutti – e alla rete – è l’unico modo che i nativi digitali abbiano mai conosciuto»10.

In questa descrizione generale si tratteggiano alcune caratteristiche dei nativi digitali che facilitano la nostra osservazione e ci permettono di cogliere quelle peculiarità utili alla comprensione delle dinamiche e degli sviluppi delle loro esposizioni. Ci troviamo di fronte ad un modo differente di utilizzo degli strumenti digitali, che esula dal loro impiego funzionale e si appropria di un nuovo identificativo, quello di ambiente socio-culturale11.

La funzione relazionale12prevale su quella strumentale ed è questa consapevolezza sostanziale a fissare il divario tra nativi e immigrati digitali, poiché nascere e crescere in un mondo digitalizzato non comporta alcun passaggio funzionale, rispetto a chi è costretto ad abbandonare il proprio modus vivendi per trasferirsi in un mondo nuovo, determinato dallo stesso sviluppo tecnologico. La possibilità di adattamento è offerta solo a chi emigra e questo deve interrogare i processi di trasmissione culturale, e quindi della fede, che sono maggiormente esposti all’evoluzione digitale.

È necessario, quindi, recuperare in termini educativi lo scarto tra le due generazioni, per evitare delle emarginazioni culturali che ne interrompono la trasmissione del suo patrimonio.

Un’altra caratteristica dei nativi digitali è l’apprendimento multitasking che sostiene un’attività cognitiva abduttiva, attraverso un procedimento non lineare, ma per approssimazioni. Di fronte alla molteplicità e alla notevole quantità d’informazioni e strumenti di apprendimento, i nativi digitali «hanno un approccio naturalmente più pragmatico, personalizzato, e meno dogmatico del nostro alla cognizione, alla comunicazione e al sapere. Un approccio che naturalmente modella anche i differenti campi di esperienza sociale, comunicativa e formativa: i nativi sperimentano direttamente e naturalmente la pedagogia dell’errore e del trial and error, più che un approccio storico o sistematico e sequenziale alla conoscenza come il nostro»13.

Apprendere attraverso l’esplorazione, per tentativi di ricerca e con un margine di errore notevole, espone l’adolescente a una riduzione della capacità di rielaborazione. La facilità con cui consegue una ricerca preclude il processo di rielaborazione, che nel suo sviluppo realizza già una sintesi cognitiva. Se da un lato i nativi digitali hanno a disposizione più informazioni, in maniera facilitata, dall’altro sono meno capaci di ritenere e sintetizzare14e, quindi, di attenzione e di memorizzazione a lungo termine.

A tal riguardo Henry Jenkins afferma: «Uno dei cambiamenti che gli adulti vedono come più preoccupante è, probabilmente, il declino percepito dell’attenzione dei giovani con l’avvento dei media digitali. L’attenzione è, senza dubbio, un’abilità cognitiva importante. Tutte le informazioni processate dal cervello sono temporaneamente conservate nella memoria a breve termine e la capacità della nostra memoria a breve termine è fortemente limitata. L’attenzione è un fattore strategico. Chi apprende deve filtrare le informazioni estranee e focalizzare la sua attenzione sui dettagli più salienti del suo ambiente»15.

Al momento, però, gli adolescenti mettono in campo sempre più queste abilità per processare le informazioni, sviluppando nuove strategie di apprendimento, cui bisogna corrispondere in maniera adeguata e pertinente, cercando di stimolare la loro capacità di correlazione e di sintesi.

Se il multitasking, dunque, mette in risalto l’attitudine degli adolescenti alla contemporaneità a diversi livelli di attenzione, la maniera di esprimersi li espone notevolmente all’interazione con gli altri. Il motivo principale per cui gli adolescenti mantengono una condizione online permanente è il desiderio di rimanere connessi alla rete degli amici, con cui condividono la loro identità, composta in forma di profilo e alimentata continuamente da post e sms. La smania di esternare le proprie emozioni e il proprio stato di coinvolgimento in una determinata situazione, può sembrare il risultato di un’opportunità comunicativa che manifesta la tendenza narcisistica di questa generazione, sfidando il mondo degli adulti nell’accompagnamento della loro crescita fisica e spirituale.



L’incremento dell’emozionale

Un accenno a questa problematica, squisitamente educativa, si fece nella traccia preparatoria del Convegno ecclesiale di Verona della Chiesa Italiana, quando, a proposito dell’ambito della vita affettiva si afferma:

«Un primo ambito è quello della vita affettiva. Ciascuno trova qui la dimensione più elementare e permanente della sua personalità e la sua dimora interiore. A livello affettivo, infatti, l’uomo fa l’esperienza primaria della relazione buona (o cattiva), vive l’aspettativa di un mondo accogliente ed esprime con la maggiore spontaneità il suo desidero di felicità.

Ma proprio il mondo degli affetti subisce oggi un potente condizionamento in direzione di un superficiale emozionalismo, che ha spesso effetti disastrosi sulla verità delle relazioni. L’identità e la complementarietà sessuale, l’educazione dei sentimenti, la maternità/paternità, la famiglia e, più in generale, la dimensione affettiva delle relazioni sociali, come pure le varie forme di rappresentazione pubblica degli affetti hanno un grande bisogno di aprirsi alla speranza e quindi alla ricchezza della relazione, alla costruttività della generazione e del legame tra generazioni»16.

Il cambiamento generazionale è segnato dall’uso delle nuove tecnologie e dei nuovi sistemi comunicativi, i quali hanno decentrato l’asse educativo dalla prossimità, espressa dalla famiglia, dalla scuola, dalla parrocchia, dagli ambienti di vita, all’allargamento globale, introdotto da internet. In questo nuovo contesto educativo, che insiste su quello tradizionale, la dimensione affettiva della persona è espressa soprattutto a livello emozionale. Le bacheche di facebook sono continuamente “postate” da immagini, video musicali, cartoline e testi brevi che pubblicano il proprio stato d’animo, la particolare situazione sentimentale, lo stato di vita in quel momento. Il forte uso dell’immagine e la rielaborazione dei contenuti digitali contengono e traducono le proprie emozioni, sempre di più affidate al potere della comunicazione digitale. Quest’atteggiamento indiretto produce due particolari sentimenti: il riconoscimento e l’approvazione, che possono produrre una dipendenza affettiva o un’insicurezza caratteriale. Potremmo affermare che gli adolescenti di oggi realizzano un’affettività superficiale, che non coinvolge tutta la sua persona, poiché la costruzione della loro identità è affidata soprattutto alla dimensione orizzontale, che determina la comunicazione digitale. In questo senso possiamo ritenere adeguata la riflessione di Zbigniew Formella il quale afferma:

«Il processo di crisi delle tradizioni e delle agenzie di educazione e socializzazione come la famiglia, la scuola, la parrocchia e l’evento della globalizzazione verso il concetto di uguaglianza, non solo nello stile di vita, ma anche nel pensiero legato fortemente ai gestori di “moda”, hanno avuto forti ricadute sul vissuto dei giovani d’oggi … Il giovane di oggi viene spinto verso un individualismo ed un egocentrismo. Si propone (specialmente da parte “del grande educatore” – mass media) un modello di costruzione di sé concreto, pragmatico, aderente al quotidiano. Un modello che, però, è molto fragile, non è in grado di mettere insieme i resti della propria esistenza che è poco integrata e scarsamente progettuale».17

La conseguenza di questa frammentazione, nello specifico degli adolescenti, è la molteplicità di relazioni attivate senza gerarchia: tutti i contatti sono abilitati a condividere le informazioni di ciascuno, nonostante i tentativi di alcuni Social network di ricorrere a dei filtri per la privacy che dividono gli utenti in varie categorie, in grado di restringere il pubblico, di bloccare gli accessi di alcune persone e di definire le modalità con cui l’utente si connette.18

Lo spazio della comunicazione in rete, inoltre, enfatizza la dimensione noetica degli affetti, producendo una maggiore separazione tra corpo e mente, mettendo in crisi il concetto stesso di Persona. È quanto afferma Raffaella Iafrate nella sua introduzione all’ambito della vita affettiva al Convegno di Verona: «Assistiamo oggi infatti ad una tendenza a contrapporre affetto e norma, passione (pathos) e ragione (logos) e a ridurre a pura emotività l’esperienza affettiva, concepita come tutta interna al soggetto, autogenerantesi, passiva e ingovernabile dalla volontà e dalla ragione. Tale dicotomia ci parla di un vero e proprio stravolgimento a livello antropologico. In evidenza c’è una concezione di uomo che nel campo affettivo tende sempre più a diventare “ciò che si sente”, frutto di una separazione tra corpo e mente; una concezione dalla quale ciò che viene a mancare è l’idea stessa di Persona come essere umano con suoi attributi di dignità e libertà, in cui fisicità e spiritualità, natura e cultura sono ricondotti ad unità secondo una prospettiva che supera e trascende ogni deriva spiritualistica e materialistica, ma anche individualistica e collettivistica»19.

L’incremento di questa visione emozionale dell’esistenza umana costituisce una delle grandi sfide educative odierne. Gli adolescenti sono esposti in maggior misura all’influenzamento dei media, che riducendo lo spazio tra il livello emotivo e quello cognitivo, impediscono loro di «capire che le emozioni vanno sempre inserite nella realtà e vissute con un “altro” reale non immaginario»20.




Nativi digitali: adolescenti che crescono

A questo punto dobbiamo spostare l’attenzione dalla condizione digitale, che influenza e determina il profilo degli adolescenti di oggi, al processo di sviluppo della persona21, che considera i ragazzi come quelli di ogni altra generazione, abbondantemente esposti alla “voglia di diventare grandi”22.

Gli spazi e le modalità dell’incontro con gli adolescenti, se per certi aspetti rimangono gli stessi di sempre, scuola, oratorio, strada, famiglia, tempo libero, per altri si ampliano all’ambiente digitale, spazio a sé stante o pervasivo di tutto il resto. È in questo contesto che gli adolescenti crescono, in questo spazio dove si matura l’esperienza di vita, fatta di domande e di sogni, segnata da un profondo senso di superamento del limite imposto dall’età, alla ricerca di punti di riferimento e di profondi cambiamenti interiori e fisici.

«Durante l’adolescenza è facile perdere la testa, fra la pubertà, i primi amori, le relazioni familiari in trasformazione e una percezione ancora sfumata del futuro. In questo momento di crisi, di ricerca, di introspezione, il giovane deve costruire la propria identità personale, il che implica di dover effettuare un bilancio che gli permetta di rispondere a domande cruciali: chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Solo lui può rispondere a queste domande, ma è agevolato se, nel suo ambiente esistono dei punti di riferimento che gli permettono di stabilire quale sia la propria storia, quale sia la propria stirpe, e quali siano i valori che gli si propongono»23.

Come sostenere e facilitare la soggettività educativa dei nativi digitali, adolescenti che vogliono crescere?

È questa, forse, la prospettiva e la sfida della nostra riflessione, tenendo conto che gli studi in merito sono ancora agli arbori, giacché il digitale ha portato anche all’interno della ricerca scientifica una grande rivoluzione paradigmatica, che sottopone le sue acquisizioni in merito ad una vera e propria “migrazione digitale”.

Stabilire con gli adolescenti un rapporto educativo richiede una grande capacità di ascolto da parte dell’educatore, ma soprattutto una predisposizione all’accoglienza di un mondo, per certi versi, nuovo, verso cui è costretto dalla passione educativa a emigrare. Nel documento della Presidenza della CEI, Educare i giovani alla fede, infatti, si afferma: «In particolare occorre assumere appropriate categorie interpretative, che aiutino a conoscere e a comprendere le loro domande di sempre (dei giovani), ma anche le loro nuove culture, i linguaggi sempre più variegati e gli strumenti con cui si esprimono, con forme e modalità spesso di non facile interpretazione per il mondo degli adulti. Evitando atteggiamenti di rifiuto, dobbiamo giungere a discernere il “vero” che queste culture presentano sotto le vesti del “nuovo”»24.

Giustamente i vescovi pongono l’accento sul discernimento del “vero nel nuovo”, indicando in questo criterio il fondamento dell’azione educativa e pastorale degli adolescenti.

La soggettività educativa e pastorale dei nativi digitali si esprime con il riconoscimento del loro protagonismo nelle dinamiche che definiscono i vari ambiti della loro esistenza; attraverso una visione pedagogica che parte dal senso della maturità personale dell’adolescente come principio della relazione educativa; adottando una prospettiva antropologica di «conversione mentale nella pastorale»25 che rimetta la persona al centro della riflessione.

Il recupero della soggettività degli adolescenti emerge sempre di più all’interno della rete, tanto che, l’estraneità degli educatori in quest’ambiente fecondo di espressione e comunicazione da parte degli stessi adolescenti, genera quel noioso atteggiamento di giudizio che porta a misurare i ragazzi esclusivamente da un punto di vista quantitativo, ignorando le emozioni che veicolano qualitativamente, in bene e in male, le «dimensioni che sfuggono alla calcolabilità: creatività, emozioni, identificazioni, proiezioni, desideri, piaceri, dolori che costellano la crescita giovanile…»26. È proprio «l’oggettivazione della soggettività», come scrive Galimberti, alla base della demotivazione27, per cui esplorare il tema della soggettività del nativo digitale ci sembra in linea con le attese educative e pastorali espresse dalla CEI negli Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020 Educare alla vita buona della Vangelo, laddove sostiene: «(gli adolescenti) in questa fase, hanno bisogno di educatori pazienti e disponibili, che li aiutino a riordinare il loro mondo interiore e gli insegnamenti ricevuti, secondo una progressiva scelta di libertà e responsabilità»28.

Il quadro che è emerso, lascia intravedere la possibilità di come la logica del dono possa sostenere l’integrazione intergenerazionale, nella prospettiva del sacrificio e della gioia educativa di una consegna di sé all’altro, che si realizza proprio nell’ascolto e nella comunicazione. Il “medium”, che compie questa dinamica di dono, è proprio la parola, capace di contenere l’inedito e l’inesprimibile di ogni persona. «Ogni offerta – scrive Bauman – richiede un sacrificio da parte di chi offre, ed è esattamente la consapevolezza del proprio altruismo ad accrescere il senso di soddisfazione. Da questo punto di vista, i doni che non richiedono alcuno sforzo o sacrificio, e che pertanto non impongono la rinuncia a qualche altro bene ardentemente desiderato, sono senza valore»29.

La “trasversalità dei saperi e la molteplicità delle prospettive”30, all’interno delle quali si svolge il fenomeno della comunicazione digitale e la relazione intergenerazionale, definiscono lo spazio educativo e pastorale dell’evangelizzazione dei nativi digitali e, nell’ottica, appena citata, del dono comunicativo, contribuiscono proprio nel web, come afferma Benedetto XVI, «allo sviluppo di nuove e più complesse forme di coscienza intellettuale e spirituale, di consapevolezza condivisa»31.



Così come i nativi digitali operano una «cultura della convergenza che connette vecchi e nuovi media»32 , la generazione “Gutenberg” dovrà convergere sul linguaggio degli adolescenti per connettersi con loro e realizzare, in questo modo, la trasmissione del Vangelo.


1 Cfr. Henry Jenkins, Culture partecipative e competenze digitali. Media education per il XXI secolo, Edizione Guerini Studio, Milano 2010.

2 Per l’approfondimento della tematica: Paolo Ferri, Nativi digitali, Bruno Mondadori, Milano, 2011; Daniele Ricci (a cura), Il bambino digitale, Carocci editore, Roma, 2011; John Palfrey – Urs Gasser, Nati con la rete, Bur Rizzoli, Milano, 2009; Pier Cesare Rivoltella, Sreen Generetion, Vita e Pensiero, Milano, 2006; Sonia Livingstone, Ragazzi online. Crescere con internet nella società digitale, Vita e Pensiero, Milano, 2010

3 http://www.marcprensky.com/writing/Prensky%20-%20Digital%20Natives,%20Digital%20Immigrants%20-%20Part1.pdf

4 Per un approfondimento della definizione Cfr. Don Tapscott, Net Generetion. Franco Angeli, Milano, 2011

5 http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/2000/documents/hf_jp-ii_hom_20000101_it.html (ultimo accesso 29 luglio 2012).

6 Paolo Ferri, Nativi digitali, p.9

7 Cfr. Henry Jenkins, Culture partecipative e competenze digitali. Media education per il XXI secolo, pp.66-75

8 Cfr.Selene Caldieri, Spazi sintetici. Verso una sociologia dei mondi digitali, Liguori Editore, Napoli, 2011, pp 46ss

9 Cfr. Pier Cesare Rivoltella in http://piercesare.blogspot.it/2010/10/da-marc-prensky-marc-prensky.html (ultimo accesso 29 luglio 2012)

10 John Palfrey – Urs Gasser, Nati con la rete, pp. 19 – 20

11 A tal riguardo Selene Caldieri scrive: «Le persone che solitamente trascorrono il loro tempo in spazi online, non solo impegnandosi in attività ludiche ma anche lavorative, trattano questi spazi come luoghi in cui si svolgono eventi, dove è possibile interagire con altre persone in modo diretto, in una nuova forma d’interazione faccia a faccia. Ecco quindi che con le nuove tecnologie la dimensione spaziale non viene cancellata, ma raggiunge un livello di complessità maggiore, perdendo le tradizionali coordinate e assumendo un grado di astrazione più elevato. (p.1)… I mondi sintetici sono dunque potenti strumenti socio-culturali e rappresentano dei veri e propri mondi possibili di fronte ai quali gli utenti, che a questo punto mi sento di poter chiamare abitanti, non si limitano a sospendere volontariamente la loro incredulità e, trascendendo dalla tradizionale esperienza del tempo e dello spazio, a sperimentare una nuova consapevolezza scegliendo di credere ad una narrazione e accettandone l’inganno (purché questo avvenga nel pieno rispetto delle regole del mondo rappresentato), ma possono abitare questi mondi sintetici, agendo su essi attivamente con un nuovo corpo, possono farne la storia, produrre oggetti, intessere relazioni con altri esseri umani, diventando insomma avatar e non personaggi di una narrazione precostituita(p.2)». Selene Caldieri, Spazi sintetici. Verso una sociologia dei mondi digitali

12 Cfr. Angelo Romeo, Società, relazioni e nuove tecnologie, Franco Angeli, Milano 2011, pp. 26-40

13 Paolo Ferri, Nativi digitali, Bruno Mondadori, Milano, 2011, p. 44

14 Cfr. Daniele Ricci (a cura), Il bambino digitale, p.18

15 Henry Jenkins, Culture partecipative e competenze digitali. Media education per il XXI secolo, Edizione Guerini Studio, Milano, 2010, pp.126-127

16 CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo. Atti del 4° Convegno ecclesiale nazionale di Verona 16-20 ottobre 2006, EDB, Bologna 2008p. 650

17 Zbigniew Formella – Alessandro Ricci (a cura), Il disagio adolescenziale. Tra aggressività, bullismo e cyberbullismo, Editrice Las, Roma, 2010, pp.19-20

18 Facebook utilizza la tripartizione: Tutti, Amici degli amici e Amici.

19 RAFFAELLA IAFRATE, Essere testimoni di speranza in ambito affettivo, in CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo, cit., p. 208

20 Marco Cunico, Educare alle emozioni. Riflessioni e proposte di attività per insegnanti e genitori, Città Nuova, Roma, 20082, p.25

21 Per l’approfondimento della tematica si rimanda a: Marco Cunico, Educare alle emozioni. Riflessioni e proposte di attività per insegnanti e genitori, Città Nuova, Roma, 20082; Marco Cunico, Voglia di diventare grandi. Le piccole e grande domande degli adolescenti allo psicologo, Città Nuova, Roma, 2009; Valerio Bocci, Comunicare la fede ai ragazzi 2.0. Una proposta di catechesi comunic-attiva, Elledici, Leumann (To), 2012; Eugenio Fizzotti (a cura), Adolescenti in ricerca. Itinerari di sviluppo tra dubbi e certezze, LAS, Roma, 2007; Pierre G. Coslin, Adolescenti da brivido. Problemi, devianze e incubi dei giovani di oggi, Armando Editore, Roma, 2012, (traduzione di Piero Bonanni)

22 Cfr. Marco Cunico, Voglia di diventare grandi. Le piccole e grande domande degli adolescenti allo psicologo

23 Pierre G. Coslin, Adolescenti da brivido. Problemi, devianze e incubi dei giovani di oggi, p. 25

24 Presidenza della CEI, Educare i giovani alla fede, Orientamenti emersi durante i lavori della XLV Assemblea generale della CEI, EDB, Bologna 1999, p.7

25 Salvatore Currò, Il senso umano del credere. Pastorale dei giovani e sfida antropologica, Elledici, Leumann (To) 2011, p. 10

26 Umberto Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, Milano 2008, p. 35

27 idem

28 Conferenza Episcopale Italiana, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali per il decennio del 2010-2020, Roma, 4 ottobre 2010, Notiziario CEI, 7/2010, p. 274, n. 31

29 Zygmut Bauman, L’arte della vita, Ed. Laterza, Roma-Bari 20092, p.11.

30 Mariano Crociata, Da “Parabole mediatiche” a “Testimoni digitali”: l’impegno della Chiesa italiana, (22 aprile 2010) in http://www.testimonidigitali.it/testimoni_digitali/s2magazine/moduli/MODULO_VIDEO/files/2_16369/alleg ati/allegato_2_16369.pdf (ultimo accesso 12 settembre 2012

31 BENEDETTO XVI, Messaggio per la XLV Giornata delle comunicazioni sociali, Vaticano 24 gennaio 2011 in http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/communications/documents/hf_ben- xvi_mes_20110124_45th-world-communications-day_it.html.


32 Cfr. Massimo Scaglioni, I giovani tra mass media e personal media in http://www.paolineonlus.it/require/newsletter/2012_01gen/i_giovani_tra_mass_media_e_personal_media.pdf





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