Acqua e vita



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ACQUA E VITA Dal IV Vangelo a noi
ACQUA E VITA

Dal IV Vangelo a noi


[pubblicato in RTL 13 (2008) 323-341]
Sul nostro globo ci sono 1,4 miliardi di chilometri cubi di acqua, così distribuiti: 1,3 miliardi nei mari e oceani, 34 milioni nelle calotte polari, 126 mila nei laghi di acqua dolce, 1200 nei fiumi. Il mondo è composto per 2/3 di acqua, così come il corpo umano. Essa è un elemento essenziale della vita. Il dizionario la definisce un composto di idrogeno e ossigeno, presente in natura allo stato liquido in mari, fiumi, nel sottosuolo e in goccioline nelle nubi, allo stato solido nella neve e ghiaccio, allo stato di vapore nell’atmosfera. Costituente fondamentale degli organismi, in condizioni ordinarie è un liquido trasparente, inodore, insapore e incolore, azzurrognolo se in grandi masse. Di essa ci si può interessare con diversi approcci, non ultimo quello letterario1.

La nostra attenzione sarà principalmente sul versante biblico in generale e sul IV Vangelo in particolare. Partiremo da una presentazione biblica complessiva per fissare poi lo sguardo su Giovanni. Alla fine, alcuni dati statistici e richiami a situazioni attuali aiuteranno a comprendere il valore di questo bene da usare con cura e da conservare con sapienza.

L’ACQUA NELLA TRADIZIONE BIBLICA

Anche se il nostro interesse si appunta sul IV Vangelo, non può mancare un richiamo alla tradizione biblica, cui l’evangelista attinge perché è l’atmosfera in cui è immerso. Ci limitiamo ad un sommario richiamo all’acqua nella Bibbia2. Può essere quella benefica che vivifica il deserto arido o quella devastatrice che porta distruzione e morte. In ogni caso, rimane intimamente mescolata alla vita umana ed alla storia del popolo.

Le acque caratterizzano il mondo e rispondono ad un ordine dato loro da Dio. Ci sono quelle in alto, trattenute dal firmamento, e quelle in basso, a cui attingono fonti e fiumi. Abbastanza strana per noi questa rappresentazione che fa provenire le acque non dalla pioggia ma da grandi depositi. La Bibbia segue in questo l’antica cosmogonia babilonese, attenta però a far dipendere tutto da una precisa volontà divina che dispone ogni cosa in modo ordinato e funzionale. Dio rimane l’incontrastato sovrano, come suggerisce il Sal 104, pregevole sintesi per il dominio sulle acque: è Lui che ha creato le acque superiori, come le inferiori, regola il flusso del loro corso e ne impedisce una rovinosa inondazione, fa sgorgare le sorgenti e dona la pioggia, grazie alla quale la prosperità si diffonde sulla terra e allieta il cuore dell’uomo.

Il dono divino dell’acqua è in stretta connessione con la risposta del popolo. Se positiva, perché obbedisce alla voce del suo Dio, ecco la pioggia a tempo debito (Lv 26,3; Dt 28,1-12), segno di benedizione. In caso contrario, la siccità rivela un rapporto infranto o difficile, una vera e propria maledizione (Is 5,13), come quella che devastò il paese al tempo di Acab, perché Israele aveva abbandonato il suo Dio per seguire i Baal (1Re 18,18).

L’acqua è simbolo di vita, ma pure simbolo di inquietudine demoniaca, perché in agitazione perpetua. Può diventare infida e perfino mortale. Perciò il salmista che vive alla presenza di Dio parla di «acque tranquille» cui è condotto dal Pastore (Sal 23,2). Nei profeti lo straripamento dei grandi fiumi simboleggia la furia devastatrice dei potenti imperi che piegheranno i piccoli popoli (Is 8,7; Ger 46,7s.). Questa furia può assumere una valenza positiva, come il diluvio che lascia sussistere il giusto (Sap 10,4). Emblematico resterà il passaggio del Mar Rosso, vitale per il popolo ebreo, mortale per i nemici inseguitori.

La funzione primaria dell’acqua è di pulire e purificare. Appartiene ai riti dell’ospitalità lavare i piedi dell’ospite, per asportare la sabbia che si è accumulata nel cammino (Gen 18,4; Lc 7,44; 1Tm 5,10). Tale compito, riservato al servo, sarà assunto da Gesù per indicare il significato della sua morte e per additare il vero senso dell’autorità. Il lavaggio esterno e fisico, facilmente visibile, prepara il passaggio a quello interiore e spirituale, ben espresso dal Sal 51,4: «Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato».

Quando si vuole pensare ad un futuro radioso, espressione di una ritrovata e stabile comunione con Dio, è ancora l’acqua un potente simbolo espressivo: il deserto sarà trasformato in un frutteto fertile (Is 41,17-20), dal tempio sgorgheranno acque salutari che bonificheranno quelle salate del Mar Morto e alberi prodigiosi cresceranno, dotati di una fecondità eccezionale: sarà il ritorno alla felicità paradisiaca (Ez 47,1-12; cfr. Gen 2,10-14).

È dunque chiaro il richiamo spirituale: lontano da Dio, l’uomo è come terra arida senz’acqua, votato alla morte (Sal 143,6); accanto a Lui è come un albero piantato lungo i corsi d’acqua (Sal 1,3).

Il NT porta a compimento quanto l’AT aveva abbozzato. La conclusione della rivelazione mostra l’acqua viva come simbolo della felicità senza fine degli eletti, condotti ai fertili pascoli dall’Agnello (Ap 7,17; 21,6). Ma è nel battesimo che il simbolismo dell’acqua trova la sua massima espressione. All’inizio è ancora un battesimo di penitenza (Mt 3,11), una preparazione prossima all’incontro con Colui che apporterà la novità definitiva. Compito del vero battesimo non è quello di purificare il corpo, bensì lo spirito, l’uomo interiore, lavato dai peccati (1Cor 6,11; Ef 5,26). Paolo aggiunge, in proprio, una nuova simbologia: immersi in Cristo significa essere sepolti con lui, uscire dalle acque è principio di vita nuova, da risorti (Rm 6,3-11). Forse non è un caso che Gesù abbia voluto compiere non poche guarigioni servendosi dell’acqua. E questo ci consente di traghettare verso il IV Vangelo, centro nevralgico del nostro interesse.

SPUNTI DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI

Una semplice osservazione statistica rivela che il termine acqua, in greco hydor (), è caratteristico del linguaggio giovanneo che lo richiama per ben 20 volte, in quantità notevolmente superiore agli altri scrittori neotestamentari3. La parola ricorre nei seguenti passi: 1,26.31.33; 2,7.9.9; 3,5.23; 4,7.10.11.13.14.14,15,46; 5,7; 7,38; 13,5; 19,34. A ciò si aggiungano i testi in cui il termine non compare, ma vi è logicamente incluso, come al capitolo nove, dove il cieco guarito è inviato alla piscina a lavarsi: logico dedurre che ci fosse dell’acqua.

Diamo una rapida scorsa ai testi, privilegiando quelli più rilevanti per il nostro tema.


Gv 1,26.31.33

Nel contesto della testimonianza che Giovanni rende a Gesù, ben tre volte ritorna il termine acqua, sempre espresso dal Battista e collegato con la sua azione di battezzare. Egli intende creare una netta distinzione tra la sua opera espressa visibilmente con il segno dell’acqua e quella di Gesù che «battezza in Spirito Santo» (1,33). Qui l’acqua è elemento che fa la differenza: per Giovanni è un simbolo di buona volontà, importante perché prepara all’incontro con Cristo. In seguito, l’acqua prenderà pieno valore quando sarà considerata in unione con lo Spirito.


Gv 2,7.9.9

Nel contesto del primo segno operato da Gesù a Cana, l’acqua è l’elemento base utilizzato per la trasformazione. L’attenzione si sposta tutta sul vino e, più ancora, sulla persona che ha compiuto l’azione prodigiosa.


Gv 3,5.234

L’incontro di Gesù con Nicodemo contiene il termine acqua e lo valorizza in senso spirituale. Nicodemo viene da Gesù sicuro di sé. Egli inizia il discorso parlando in prima persona plurale, ben conscio della propria responsabilità e rappresentatività: «Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio, nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui» (3,2). Egli afferma compiaciuto di aver individuato l'origine e l'identità di Gesù. Si immagina di poter discutere con lui alla pari, come si farebbe con un collega. Da uomo dotto, si crede capace di interpretare e valutare correttamente i segni che Gesù compie: costui deve essere un uomo inviato da Dio, fornito di credenziali valide. Dall'agire risale all'essere, dall'effetto alla causa: un ragionamento che non fa una grinza e in perfetta conformità con i canoni tramandati dalla scuola farisaica. Il mistero di Gesù sarebbe tutto lì, ridotto ad un caso logicamente giustificato, rinchiuso in una cornice prefissata. Nicodemo manifesta qui le caratteristiche d'un intellettualismo rigido, tipico dei farisei di quel tempo.

Dopo la sua prima affermazione, gli altri interventi sono parchi, anzi, con il procedere del dialogo le parole diminuiscono in quantità e in sicurezza. «Come può un uomo essere generato da vecchio?...» (3,4) «Come può avvenire tutto ciò?» (3,9): egli si limita soltanto a porre degli interrogativi e alla fine tace del tutto. Anche qui Nicodemo rivela tratti caratteristici della sua personalità. Egli ha già stabilito in partenza i confini tra il possibile e l'impossibile, tra quello che si può fare e quello che non si può. È un uomo chiuso alla novità, pronto più a constatare i limiti che a fidarsi della potenza di Dio, incapace di cambiamento, di stupore e di accoglienza del mistero.

Il dislivello tra i due interlocutori è subito evidente. Il "Maestro d'Israele", che crede di "sapere" e pretende di essere alla pari di Gesù, deve riconoscere gradualmente di "non sapere" e di aver bisogno di essere guidato da Gesù, l'unico vero maestro (cfr. Mt 23,8). E Gesù lo guida. Il tono amichevolmente ironico delle sue parole non rivela né condanna, né polemica, ma piuttosto paziente benevolenza. In fondo questo fariseo è leale, coerente, retto. Ha un candore ancora intatto. Il suo "andare da Gesù" è, nel linguaggio giovanneo, un segno di fede iniziale. Questa fede comunque va corretta e completata.

Già nelle prime battute Gesù mette in discussione la sicurezza di Nicodemo e sconvolge il suo ragionamento lineare parlandogli con termini a doppio senso. Questo è un metodo usato molto spesso da Gesù nel vangelo di Giovanni per condurre i suoi interlocutori alla comprensione attraverso il fraintendimento5. La comunicazione procede su due piani paralleli e Nicodemo non riesce a liberarsi dalla propria forma mentis di fariseo colto e convinto: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?» (v. 4). Con queste domande egli si rivela realmente "vecchio", incapace di aprirsi al nuovo. Il suo ragionamento si fissa sul già avvenuto, sul già conosciuto e quindi su qualche cosa che sta sotto controllo. Gesù invece lo invita a guardare in avanti, a lanciarsi in alto, nell'inedito, a passare dalla notte alla luce, a fare un salto nella novità e nella libertà aprendosi alla sua parola. E gli indica la nascita «da acqua e Spirito» (v. 5).

L’espressione è stilisticamente curiosa, perché i due termini sono retti da una sola preposizione. È stato facile pensare ad un’interpolazione del termine «acqua»6, ma nessun codice avvalora tale ipotesi. X. Léon Dufour7 propone di leggere una specie di endiadi e tradurre: «da acqua che è Spirito», in sintonia con la profezia di Ezechiele: «Io verserò su di voi un’acqua pura…metterò in voi uno Spirito nuovo… Metterò in voi il mio Spirito» (Ez 36,25-27).

Al di là delle possibili interpretazioni, il testo parla qui di ciò che noi chiamiamo battesimo. Per noi cristiani esso comporta due principi subordinati l’uno all’altro e concorrenti in modo da costituire soltanto una causa adeguata: l’acqua e lo Spirito. L’acqua riceve dallo Spirito una virtù di purificazione spirituale che non è nella sua natura. Il Battista, indicando lo Spirito e il fuoco per il battesimo dato da Gesù, caratterizza i due battesimi: il suo, con la sola acqua che lava soltanto la superficie delle cose e quello del Messia, con lo Spirito di Dio, che, come il fuoco, penetra in tutto l’essere e lo purifica integralmente. Ogni battesimo comporta un lavaggio con l’acqua, perché questo è il significato etimologico della parola8.

Che cosa significhino i due elementi e come siano tra loro rapportati lo lasciamo dire a un Padre della Chiesa Orientale, san Basilio: «Il Signore che governa la nostra vita, ha istituito per noi il patto del battesimo, espressione sia della morte che della vita. L’acqua dà l’immagine della morte, lo Spirito invece ci dà la garanzia della vita. Da ciò risulta evidente ciò che cercavamo, cioè per quale motivo l’acqua sia unita allo Spirito. Infatti nel battesimo sono due i fini che ci si propone di raggiungere, l’uno che venga eliminato il corpo del peccato, perché non abbia più a produrre frutti di morte, l’altro che si viva dello Spirito e si ottenga così il frutto nella santificazione. L’acqua ci offre l’immagine della morte accogliendo il corpo come in un sepolcro. Lo Spirito, invece, immette una forza che vivifica, facendo passare le nostre anime dalla morte alla vita piena. Questo è il rinascere dall’acqua e dallo Spirito. Mediante le tre immersioni e le altrettante invocazioni di compie il grande mistero del battesimo: da una parte, viene espressa l’immagine della morte e dall’altra l’anima di coloro che sono battezzati resta illuminata per mezzo dell’insegnamento della scienza divina. Però se nell’acqua vi è una grazia, questa non deriva certo dalla natura dell’acqua in quanto tale, ma dalla presenza e dall’azione dello Spirito. Infatti il battesimo non è un’abluzione materiale, ma un titolo di salvezza presentato a Dio da una buona coscienza»9.

La ricorrenza di “acqua” al v. 23 non comporta un particolare significato: «Anche Giovanni battezzava a Ennon, vicino a Salem, perché c’era là molta acqua; e la gente andava a farsi battezzare».
Gv 4

Il tema dell’acqua apre il mirabile dialogo di Gesù con la donna di Samaria e ne costituisce la prima parte. Il termine ritorna ben sette volte nello spazio di pochi versetti10.

Gesù prende l'iniziativa con una richiesta, «dammi da bere» (v. 7), che, ovvia in situazione normale, diventa provocazione nel contesto di relazioni tra giudei e samaritani. A partire dal 721 a.C., anno della conquista assira di Samaria, la regione fu abitata da una popolazione ibrida composta da giudei e da coloni importati che adoravano le loro divinità, cosicché anche i giudei della zona ne furono contaminati. Tutta la regione fu isolata dalla vita degli altri giudei e i suoi abitanti considerati degli eretici. Si comprende quindi la sdegnosa risposta della donna che non solo si sente interpellata da quello straniero, ma anche richiesta di un favore. Il termine «giudeo» sulla sua bocca ha valore dispregiativo, al pari di «samaritano» sulla bocca di un giudeo. Anche Gesù si sentì attribuire dai suoi connazionali il titolo di samaritano, con evidente intento di disprezzo (cfr. Gv 8,48). Sebbene dura, la risposta della donna ha posto la condizione perché il dialogo continui.

Gesù che apertamente parla in pubblico con una donna, apre una breccia nella rigida mentalità del suo tempo, codificata in alcune pesanti sentenze del Talmud11. Con lui sono ormai abbattute le vecchie frontiere di separazione e sono inaugurati i tempi nuovi di una sostanziale uguaglianza.

Per nulla sdegnato da una risposta secca e intemperante, Gesù continua il suo discorso, mostrando che «Colui che chiedeva da bere, aveva sete della fede della donna»12. Con fine intuito psicologico utilizza il tema dell'acqua, oneroso impegno quotidiano di ogni donna, per interessare la Samaritana. Di più, la ingolosisce nella sua curiosità: «Se tu conoscessi il dono di Dio...» (v. 10). Egli si presenta come donatore di acqua viva, quella che scorre pulita e fresca, in opposizione all'acqua di cisterna, spesso stagnante e non sempre perfettamente pulita13. L'immagine aveva ben noti antecedenti biblici, come il passo di Ger 2,13: «Essi hanno abbandonato me (= Dio), fonte di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non contengono acqua». Il valore dell'acqua è noto a tutti, ma esso si ingigantisce in paesi dove domina la siccità. «Acqua viva» o «acqua della vita» è una metafora usata spesso nella Bibbia per indicare vari beni, da quelli più umani come la salute, a quelli più propriamente spirituali14. Che non si tratti di acqua naturale, lo si comprende bene dal fatto che è posta in connessione con la «vita eterna».

La donna sarà rimasta certo sorpresa dalla inaudita disinvoltura di quello sconosciuto giudeo così radicalmente diverso dagli altri, perché libero da pregiudizi e da un presuntuoso senso di superiorità. Anche se non ha ancora vinto le sue comprensibili riserve, tuttavia ammorbidisce il tono, lo chiama con più rispetto «Signore» e gli prospetta la difficoltà di attingere acqua dal pozzo. Effettivamente la profondità può arrivare anche a 30 metri. Per la donna l'unica fonte di acqua è quella del pozzo. Ella non capisce le parole enigmatiche di Gesù15, coglie però l'aspetto vantaggioso dell'offerta e chiede: «Signore, dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete e non continui a venir qui ad attingere acqua» (v. 15). Prima era Gesù a chiedere l'acqua, quella del pozzo, ora è la donna che chiede l'acqua, quella che zampilla16 per la vita eterna. Le richieste hanno una ben nota equivocità, tuttavia il comune tema dell'acqua è riuscito a creare una sintonia, a porre il fondamento del dialogo che potrà audacemente spingersi in avanti.


Gv 5,7

Due segni giovannei sono collegati all’acqua cui viene attribuita efficacia salvifica: la guarigione del paralitico alla piscina di Betesda (5,1-9) e quella del cieco nato (9,1-41).

La prima guarigione deriva dalla fede popolare che il periodico ribollire dell’acqua apportasse la guarigione a chi vi fosse entrato per primo. La guarigione compiuta da Gesù abolisce queste regole naturali, ma soprattutto supera il sabato e la legge, come dichiarerà lo sviluppo del racconto.

Gesù lascia la Galilea dove aveva compiuto il secondo segno, la guarigione del figlio di un funzionario del re, e si reca a Gerusalemme per la celebrazione di una festa non meglio identificata dal testo, forse quella di Pentecoste17. Fuori dalle mura si trova una grande piscina, detta di Betesda o Betzada18, con un'ingente quantità di acqua destinata ai molteplici usi del tempio che sorge poco lontano19. Il luogo, punto nevralgico di attività e di passaggio sia perché coperto sia perché in prossimità del tempio, vale come richiamo per numerosi ammalati che lì si ritrovano per abituale e quasi obbligato convegno. Più che luogo d'incontro, la piscina diventa luogo di assembramento, perché ognuno pensa egoisticamente ad entrare per primo nell'acqua, appena questa si mette in movimento. Era diffusa credenza popolare che il movimento dell'acqua fosse dovuto all'intervento di un angelo del Signore20; colui che si fosse immerso per primo dopo l'agitazione dell'acqua avrebbe ottenuto la guarigione, qualunque fosse stata la natura o la causa della sua malattia.

Nel gruppo si trova un paralitico che soffre da 38 anni21 le conseguenze della sua disgrazia e, più ancora, lo stato di abbandono e di isolamento che egli riconosce apertamente: «Io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l'acqua si agita». Gli manca la solidarietà di qualcuno che lo aiuti nel momento opportuno. Non trova nessuno tra i sani e tantomeno tra gli ammalati, perché ciascuno pensa a se stesso per arrivare primo nell'acqua. Il luogo si trasforma quindi in luogo di rivalità, di egoismo, una palestra dove si corre la disumana corsa dell'antagonismo e dove vige, non codificata ma praticata, la legge dell'eliminazione dell'altro.

L'uomo, introdotto dall'evangelista senza nome, rompe il suo anonimato solo con il lungo periodo di sofferenza che stranamente lo qualifica. Ma quest'uomo diventa improvvisamente qualcuno allorché Gesù gli rivolge la parola: «Vuoi guarire?». La prima peculiarità di questo miracolo sta nel fatto che avviene su iniziativa di Gesù e non perché la persona lo richiede. Che cosa propone Gesù con una domanda tanto ovvia, quanto apparentemente inutile? Chi non vorrebbe guarire dopo aver sperimentato per tanti anni l'amaro sapore del soffrire? Soffermiamoci su questa domanda che non ha valore pleonastico, come potrebbe sembrare a prima vista.

La domanda non vale per se stessa, né principalmente per quel che dice, bensì vale per la persona a cui è indirizzata. Per il paralitico cessa in quel momento l'anonimato, cessa di essere uno tra i tanti e quel luogo di necessario assembramento e di obbligata rivalità si trasforma in luogo di incontro.

Gesù entra in relazione con lui, prendendo lo spunto da una domanda ovvia per penetrare nella sua vita. Si dà così avvio alla magica e pure sofisticata logica del dono che è apertura all'altro, affossatura di pregiudizi, abbattimento di barriere, superamento del passato, cessazione di un Io e un Tu antagonisti. Con la sconcertante domanda al limite della banalità, Gesù pone le premesse di un rapporto che renda fruttuoso l'incontro.

Gesù è l'amico che, prima di dare, viene; prima di offrire aiuto, pure molto apprezzato e prezioso, incontra l'altro sul piano dei suoi problemi e dei suoi bisogni. Gesù realizza il proverbio che dice «L'amico vero non è colui che dà, ma colui che viene», perché prima di offrire qualcosa prepara un terreno di comprensione, di dialogo e di stima reciproca che fanno sentire il dono come una comunicazione di se stessi e non la munifica elargizione del ricco che si degna di prestare attenzione al povero che stende la mano. La vera amicizia, scriveva Cicerone, è «L'idem velle, l'idem nolle, volere o non volere la stessa cosa», comunione di sentimenti e di persone, prima che comunione di beni22.

Non avvezzo alla logica del dono e al carattere interpersonale dell'incontro, perché chiuso negli schemi abituali della rivalità, l'altro non risponde alla domanda che mirava a toglierlo dal suo isolamento e si trincera dietro la sua solitudine e il suo abbandono: «Io non ho nessuno...». Ora invece, contro ogni aspettativa, c'è Qualcuno che si interessa a lui, gli parla, si è fatto vicino e gli propone un aiuto. Il paralitico non sembra ancora totalmente disposto all'incontro pieno, perché tra lui e Gesù si pone, come diaframma, l'acqua. Per il malato l'elemento salvifico è dato unicamente dall'acqua e l'altro resta solo uno strumento che permette di entrare per primo nella piscina: «Io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l'acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me». È l'acqua che conta, sembra dire il paralitico, l'acqua appena mossa.

Gesù riprende la parola volendo portare l'altro ad un dialogo per superare la presente situazione fatta ancora di monologhi che non si intrecciano e non riescono a diventare comunicazione. Con la sua parola: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina», Gesù aiuta l'altro a capire che non è l'acqua che conta, bensì la forza della parola che esce dalla sua persona. È una parola potente, creatrice, come quella pronunciata da Dio all'inizio del mondo. È una parola che produce quanto annuncia. Infatti, come la parola di Genesi 1 aveva principiato la vita, così ora una parola analoga restituisce alla vita spezzata dalla malattia il suo primitivo vigore. Il miracolo si chiude senza il rombo della folla, spesso presente nei racconti sinottici. Sembra quasi che tutto avvenga in sordina. In realtà Giovanni sta preparando il lettore al passo successivo, che interpreta teologicamente l’accaduto23.

L'uomo guarito ha sperimentato il valore della liberazione, vive la guarigione come la fine di un incubo, lo scioglimento di catene che lo legavano schiavisticamente al soccorso di altri che non arrivavano mai. Ora si vede uomo libero, autonomo, soggetto di azione e di iniziativa, capace di dare oltre che di ricevere, di andare agli altri più che aspettare da altri. L’elemento salvifico non è dato dall’acqua, ma dalla persona di Gesù che si interessa amorevolmente di lui.


Gv 9

Nella guarigione del cieco nato, pure compiuta di sabato, Gesù prepara una poltiglia di sputo e terriccio che pone sugli occhi del cieco e gli ingiunge di andare a lavarsi nella piscina di Siloe. Il testo non riporta mai il termine acqua, ma la sua presenza è necessaria a causa del duplice riferimento alla piscina e al lavarsi. Non sono certo l’impasto preparato da Gesù o l’acqua a guarire il malato, bensì la sua pronta obbedienza ad eseguire quanto gli ha richiesto Gesù, in analogia alla docilità di Naaman che dà credito alla parola del profeta Eliseo24.


Gv 7,38

Non più a una sola donna, come nel caso della Samaritana del cap. 4, ma a tutto un popolo Gesù offre da bere il dono di Dio.

Siamo verosimilmente nel settimo giorno della festa che è anche quello più solenne, il giorno di sukka, quando i sacerdoti giravano sette volte intorno all’altare con l’acqua attinta dalla piscina di Siloe. Gesù, in piedi, «proclama a gran voce», come in Gv 7,28 (cfr. 12,44), sottolineando così la solennità della rivelazione. Sollecita ad andare a lui e ad abbeverarsi e promettendo la realizzazione della Scrittura che scorreranno «fiumi di acqua viva».

Si pone un problema interpretativo25. Chi è la sorgente? I vv. 37-38 sono stati oggetto di interpretazioni opposte secondo la punteggiatura scelta. Alcuni leggono il v. 38 come un insieme, facendo del credente la sorgente della vita: «Colui che crede in me, come disse la Scrittura, dal suo seno sgorgheranno fiumi di acqua viva». Altri riallacciano l’inizio del v. 38 al 37: «… beva colui che crede in me»; in questo caso, è la fede in Gesù che disseta il credente. La costruzione della frase ha allora una forma molto semitica:

Se qualcuno ha sete venga a me

E beva colui che crede in me

Anche il rito descritto in precedenza può favorire questa lettura: al momento del rito dell’effusione dell’acqua venuta da Siloe, Gesù si presenta come la sorgente di acqua viva che invita i partecipanti a bere di quest’acqua. Questa rivelazione solenne riprende i discorsi del pozzo di Giacobbe (4,10-14) e di Cafarnao (6,35).

La novità sta nel presentare il credente in relazione a Gesù26. Egli invita ad accostarsi a lui chi ha sete e a bere. Gesù è la fonte della rivelazione definitiva, lui che sta nel seno del Padre (cfr. 1,18). In questo senso l’evangelista interpreta la promessa di Gesù riferendola alla comunicazione futura dello Spirito, fatta a quelli che sono diventati credenti in lui. Sono due tempi distinti: quello di Gesù, prima della sua morte, e quella della comunità credente, dopo la sua glorificazione. Nella prima fase il dono della rivelazione interiore per mezzo dello Spirito è solo promesso ed annunciato; nella seconda fase esso è una realtà. Tra le due sta la glorificazione di Gesù e la sua “partenza” presentata come imminente (cfr. 7,33). Solo dopo tale partenza viene comunicato lo Spirito di verità che dimora nei credenti e permette la piena comprensione della persona e del messaggio di Gesù (cfr. 14,26; 16,12-13).

La rivelazione di Gesù si radica nella Bibbia. La citazione del v. 38 non corrisponde a nessun testo biblico preciso. Può darsi che l’evangelista si ispiri liberamente a diversi testi biblici: Ezechiele 47,12 annuncia che «le acque vengono dal tempio» e fecondano il deserto. Gioele predice che «una sorgente zampillerà dalla casa del Signore e irrigherà la valle delle Acacie» (Gl 4,18). Nello stesso senso vengono in mente Zc 13,1 e soprattutto 14,8 (utilizzato nella liturgia delle Capanne). Gesù si è già presentato come il nuovo tempio (2,19), e dal luogo santo annuncia la rinascita mediante la potenza delle acque uscite dal suo fianco (19,34), quando sarà venuta l’ora. Fa eco l’Apocalisse (22,17): «Colui che ha sete venga a me e chi ne ha desiderio attinga gratuitamente l’acqua della vita».
Gv 13,5

La seconda parte del IV Vangelo, chiamata libro dell’ora o della gloria, è inaugurata dal richiamo solenne alla Pasqua (giudaica) e all’ora di Gesù: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la usa ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (13,1). L’acqua è utilizzata da Gesù in occasione della lavanda dei piedi. Mezzo abituale per il lavaggio, assume valore nel contesto del gesto che rappresenta in anticipo e figurativamente il significato della morte salvifica di Gesù che dimostra ai suoi un amore , “fino all’estremo”. Nella prassi del mondo rabbinico, il discepolo era tenuto a servire il suo maestro, talvolta anche a lavargli i piedi27. Scrive S. Fausti: «I fatti sono sempre più ricchi di ogni tentativo di comprensione. L’alveo interpretativo tradizionale scorre tra due sponde, che abbracciano l’ampio fiume di tutta la tradizione cristiana: da una parte il gesto è inteso come esempio illustrativo dell’amore e del servizio reciproco, dall’altra come rimando all’incarnazione, all’eucaristia, al battesimo o alla penitenza. Le differenti interpretazioni non si escludono; anzi, si richiamano a vicenda»28.


Gv 19,34

Al momento finale della sua vita terrena, al Crocifisso non sono spezzate le gambe, gesto che aveva come scopo di accelerare la morte. Il richiamo sottende il vistoso simbolismo che Gesù è l’Agnello pasquale cui non sono rotte le ossa.

Per accertarsi che Gesù sia veramente morto, un soldato lo colpisce con una lancia «e subito ne uscì sangue ed acqua»29. Il senso di questo evento sarà subito precisato ai vv. 36-37 con due testi della Scrittura, Es 12,46 che autorizza l’identificazione di Gesù in croce come l’agnello pasquale cui non sono spezzate le ossa, e Zc 12,10 con il richiamo a colui che è stato trafitto.

Il sangue, con il suo valore sacrale, attesta la realtà del sacrificio dell’agnello, offerto per la salvezza del mondo. Alla fine del Vangelo, al momento della morte in croce, viene confermato il titolo che Giovanni Battista aveva dato a Gesù al momento del suo incontro: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo» (1,30; cfr. 1,36). Si crea così una bella inclusione che incornicia tutto il IV Vangelo.

L’acqua, simbolo dello Spirito, attesa la fecondità spirituale della morte di Gesù. Non senza fondamento molti Padri della Chiesa hanno visto nell’acqua il simbolo del battesimo e nel sangue quello dell’eucaristia, e in questi due sacramenti il segno della Chiesa, nuova Eva che nasce dal nuovo Adamo (cfr. Ef 5,25-32). Così si esprime S. Giovanni Crisostomo: «La Chiesa è nata da questi due sacramenti, da questo bagno di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo per mezzo del battesimo e dell'eucaristia. E i simboli del battesimo e dell'eucaristia sono usciti dal costato. Quindi è dal suo costato che Cristo ha formato la Chiesa, come dal costato di Adamo fu formata Eva»30. L’evangelista sembra richiamare una capitale verità: la Chiesa è quella realtà vivente e vivificante che viene dal cuore di Cristo trafitto. Ancora una volta si realizza una contraddizione del vangelo: la morte vivificante supera la vita mortificata; se l'odio era stato capace di generare morte, l'amore è ancora più grande perché vince la morte, perché «forte come la morte è l'amore» (Ct 8,6), anzi, decisamente più forte perché il cuore trafitto genera vita.

La testimonianza dell’evangelista attesta che l’incarnazione è ben reale e che la morte di Gesù, nel suo realismo, introduce al mistero della salvezza annunziato in Gv 7,38: «Come disse la Scrittura: “Dal suo ventre sgorgheranno fiumi di acqua viva”». Nella morte di Gesù, l’ora della sua glorificazione è arrivata, lo Spirito è dato ai credenti (7,39). Il lettore cristiano attualizza questa vita data da Gesù nei due sacramenti del battesimo (rinascere dall’acqua e dallo Spirito, 3,5) e dell’eucaristia (6,54)31.


In sintesi

La breve rassegna ha permesso un richiamo al tema dell’acqua, distribuito nel IV Vangelo32 In alcuni casi non ha forte pregnanza teologica, indicando il materiale necessario a Giovanni per svolgere la sua attività di battezzatore (1,26.31.33; 3,23). Non si può comunque dire un elemento trascurabile, perché il battesimo di Giovanni ha la funzione di preparare gli animi ad accogliere il dono di Gesù. Anche l’acqua di Cana è all’inizio solo l’elemento naturale con scopi di purificazione. Ma essa diventa “il materiale” di cui Gesù si avvale per compiere il suo primo segno e la trasforma in vino, allusione ed anticipo ad un’altra, ancora più sorprendente trasformazione, che vedrà il vino diventare sangue di Cristo nel contesto eucaristico. All’acqua il compito, non marginale, di preparare le persone a lasciarsi sorprendere dalla trasformazione messa in atto dalla potenza divina.

Nella linea di un simbolismo vitale si pone l’acqua di Siloe che concretamente permette al miracolo di prendere forma. Abbiamo già ricordato che è la fiducia del cieco nella parola di Gesù l’agente primo, ma l’acqua diventa il mezzo concreto e visibile che permette a tale fiducia di concretizzarsi.

Nel dialogo di Gesù con la Samaritana l’acqua assume una valenza nuova. Utilizzata all’inizio come oggetto di discussione, apre orizzonti sempre più vasti, fino a diventare sinonimo di rivelazione, quella portata da Gesù e sviluppata nella vita dei credenti grazie all’azione dello Spirito.

L’acqua e lo Spirito sono responsabili della nuova vita del credente, quello che si accoglie Gesù, non solo per un dialogo notturno come fece Nicodemo, ma per una nuova impostazione di vita. E il simbolismo della vita conclude la nostra rassegna: quel cuore trafitto e apparentemente ormai inutile, continua a generare amore, reso visibile dal sangue e dall’acqua che sgorgano da esso, simboli dei sacramenti della Chiesa e della Chiesa stessa, nata dal costato di Cristo, come Eva da quello di Adamo.

L’ACQUA E NOI

Il discorso fin qui condotto potrebbe rimanere astratto e lontano da noi. Un felice collegamento tra la prospettiva biblico-spirituale e le urgenze moderne è stato proposto da Papa Benedetto XVI durante la sua visita in Turchia nel 2006, quando pronunciò queste parole33: «È lui (=Cristo) la sorgente della nuova vita che ci è donata dal Padre, nello Spirito Santo. Il Vangelo di san Giovanni l’ha appena proclamato: "Fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno". Quest’acqua zampillante, questa acqua viva che Gesù ha promesso alla Samaritana, i profeti Zaccaria ed Ezechiele la vedevano sorgere dal lato del tempio, per rigenerare le acque del Mar morto: immagine meravigliosa della promessa di vita che Dio ha sempre fatto al suo popolo e che Gesù è venuto a compiere. In un mondo dove gli uomini hanno tanta difficoltà a dividere tra loro i beni della terra e dove ci si inizia a preoccupare giustamente per la scarsità dell’acqua, questo bene così prezioso per la vita del corpo, la Chiesa si scopre ricca di un bene ancora più grande. Corpo del Cristo essa ha ricevuto il compito di annunciare il suo Vangelo fino ai confini della terra (cfr. Mt 28, 19), vale a dire di trasmettere agli uomini e alle donne di questo tempo una buona novella che non solo illumina ma cambia la loro vita, fino a passare e vincere la morte stessa. Questa Buona Novella non è soltanto una Parola, ma è una Persona, Cristo stesso, risorto, vivo! Con la grazia dei Sacramenti, l’acqua che è scaturita dal suo costato aperto sulla croce è diventata una fonte che zampilla, "fiumi d’acqua viva", un dono che nessuno può arrestare e che ridona vita. Come i cristiani potrebbero trattenere soltanto per loro ciò che hanno ricevuto? Come potrebbero confiscare questo tesoro e nascondere questa fonte? La missione della Chiesa non consiste nel difendere poteri, né ottenere ricchezze; la sua missione è di donare Cristo, di partecipare la Vita di Cristo, il bene più prezioso dell’uomo che Dio stesso ci dà nel suo Figlio».

L’acqua è un bene spirituale e, nello stesso tempo, un bene materiale. Da condividere. Eppure le statistiche sono impietose nel ricordarci vergognose disuguaglianze e meccanismi iniqui34. Oggi 1,5 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile e 2,6 miliardi non dispongono di servizi igienico-sanitari. Conseguenza: ogni giorno cinquemila bambini al di sotto dei cinque anni muoiono per assenza o cattiva qualità dell’acqua. Non è questione di tecnica o di denaro. Se anziché spendere 1.117 miliardi di dollari all’anno per armi e guerre si investissero cento miliardi all’anno per dieci anni, l’acqua sarebbe un bene di tutti. Anche dove ce n’è in abbondanza, i poveri non hanno quella potabile.

Inoltre, occorre togliere l’acqua da una prospettiva di profitto. Viene paragonata ad un bene che deve fruttare e quindi ha un costo che tiene conto del profitto di qualcuno. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stabilito in 50 litri giornalieri il minimo vitale, Con il sistema costo-guadagno non si parla più di beni essenziali, e tutto il discorso prende una piega economica. La mercificazione dell’acqua si accompagna alla privatizzazione dei servizi idrici.

Rimane infine la questione del governo pubblico dell’acqua fondato sulla partecipazione dei cittadini e sulla fraternità dei popoli. Ridotta a un bene raro, a una risorsa strategica, è chiamata “oro blu” ed è “petrolizzata” cioè da bene comune è passata ai meccanismi di mercato ed alle imprese multinazionali private.

Tragico risultato: l’acqua è un bene raro e non equamente distribuito nel pianeta35, che l’azione dell’uomo mette sempre più a rischio36 e che, già oggi fonte di grandi tensioni fra Stati confinanti37, minaccia di diventare la principale causa di guerra di questo secolo. Mentre si paventa l’esaurimento del petrolio, assai meno ci si occupa di una minaccia molto più drammatica: la crescente carenza di un elemento del quale, a differenza del petrolio, non esiste sostituto.

Dati e situazioni ci dicono che siamo in situazione di emergenza. Occorre prendere coscienza e, molto di più, cercare rimedi.

CONCLUSIONE: Impegno e speranza

Per troppo tempo la prassi comune è stata quella di non prendere in considerazione il problema dell’acqua. Fortunatamente da qualche tempo l’atteggiamento è cambiato. L’ONU istituì nel 1992, all’indomani della Conferenza di Rio, la giornata mondiale dell’acqua. Tocca ad ognuno fare la propria parte, diventando più responsabile nell’uso e più corresponsabile nella partecipazione comune. Diventiamo più saggi, imitando la sapienza cinese, come riportata nel capitolo VIII del Tao Tê Ching38:

L’acqua è quasi simile al Tao: resta nel posto che gli uomini disdegnano (gli uomini detestano i luoghi bassi e sporchi: l’acqua vi permane scorrendo tranquillamente); nel donare s'adatta alla carità (dà al vuoto, non al pieno), nel dire s'adatta alla sincerità (nell’acqua le immagini sono riflesse), nel correggere s'adatta all'ordine (lava e leviga), nel servire s'adatta alla capacità (può essere quadrata o rotonda, storta o dritta, a seconda delle forme), nel muoversi s'adatta alle stagioni (d’estate si scioglie, d’inverno si raggela). Proprio perché non contesta (se l’ostacoli s’arresta, se la liberi fluisce, obbedisce e fa come vogliono gli altri), non viene trovata in colpa.

Molti secoli dopo, san Francesco canterà: Laudato si’, mi Signore, per sora Acqua, la quale è molto utile, e umile, e preziosa e casta.

Occorre recuperare la “dimensione spirituale” dell’acqua per impostare adeguatamente i problemi etici, politici ed economici legati alla gestione di questo bene. Recentemente lo ha ricordato il Papa Benedetto XVI nel suo messaggio per la giornata della Santa Sede all’expo di Saragoza39.

Quest’anno ricorre il 60° anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo in cui il diritto all’acqua non figura. Che cosa si aspetta ad affermare che l’acqua è un bene comune mondiale? La vita è sacra. Anche l’acqua che è vita.



Mauro Orsatti

Facoltà di Teologia – Lugano


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