Acquaverde



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26.01.2018
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ARRIVA

IL TEMPORALE
ARRIVA IL TEMPORALE
Un romanzo di Anita Gambelli

421.088 caratteri


ESTRATTO
Acquaverde

Arrivarono nel luogo comune, che si chiamava Acquaverde, nel pomeriggio.

Usciti dalla città presero una litoranea, come previsto, ma il tempo di percorrenza fu giusto di trenta minuti perché la strada era deserta. Avessero incontrato un trattore, non essendo possibile il sorpasso, non immaginavano quanto Acquaverde potesse essere isolata, allora i trenta minuti si sarebbero trasformati in un’eternità. La strada sfregiava il monte e concedeva, a chi si avventurava in quella zona, un panorama mozzafiato sul mare che dall’alto assumeva sfumature turchesi e smeraldine da farsi salire un groppo in gola per l’emozione. Per la cronaca le foto erano permesse soltanto a chi viaggiava in direzione della città, caldamente sconsigliate invece a chi proveniva dalla direzione opposta. Poi la strada iniziava a scendere e bisognava affrontare una serie di tornanti. Al termine della spirale si apriva una piattaforma sulla quale si ergeva il paese silente di Acquaverde e più in là si scorgeva il faro e l’inseparabile casetta annessa al cono ma separata da esso. Intorno al faro erano state rimosse le recinzioni che un tempo ne fecero un ambiente interdetto alla popolazione.

Faceva caldo, l’insolazione era piuttosto forte, eppure l’estate non era ancora iniziata. Un vento fresco e asciutto mitigava l’aria satura di sole. Da abitanti di un faro avevano il dovere di imparare a memoria la rosa dei venti. Cosa avrebbero altrimenti risposto ai turisti di ritorno dalla spiaggia coi capelli sconvolti e la pelle bruciacchiata? Conoscendo i venti li avrebbero messi in guardia da un uragano mentre scendevano al mare sotto un sole che spaccava la pietra. Certo, come no?

Scesero dall’auto e si guardarono intorno, spaesati. Prestarono ascolto al silenzio ricco di nuance rumorose e odorose, una festa per vista, olfatto e udito. Non si mossero, rimasero scolpiti negli attimi che li videro protagonisti unici delle loro esistenze terrene; assaporarono il traguardo e le sue incognite vennero appena rilevate come se il più l’avessero già fatto e in parte era vero. Se si trovavano lì, in quel momento, con la macchina colma di passato da riadattare al presente, in attesa del camion della ditta di traslochi e di aprire casa e bottega, significava che allora era vero, era tutto vero e che ricominciare non era per niente un verbo astratto.

Chiavi alla mano, quattro giri di chiavistello, e il faro aprì il suo interno alla vista estasiata dei nuovi proprietari. Niente doppia serratura, portone blindato, sistemi d’allarme. Era davvero il paese del bengodi? Il piano terra, circolare, gli consegnò a una prima occhiata una sensazione strana, al limite della nausea. Ad un ambiente rotondo dovevano farci l’abitudine. Una miriade di aperture nel muro, più simili a feritoie, sarebbe stato difficile chiamarle finestre, schermate da una finissima maglia di ferro, per cui entrava la luce a sciabolate, li teneva in scacco. Esisteva la possibilità di chiudere quegli ingressi o il vento sarebbe penetrato sibilando rendendo il faro un luogo sinistro e freddo. In teoria l’inverno era tiepido ma non si poteva mai sapere. La cucina constava di un angolo cottura singolare, perfettamente adattato alla parete concava. Un tappeto consunto, i condomini degli acari li definiva Ada, sarebbe presto finito nel bidone e al momento faceva da base al tavolo e alle quattro sedie. Si mangiava là e là si poteva sistemare la tivù, era in arrivo con un mobiletto che tornava utile. C’erano un divano a due posti, in pelle: meglio; e una poltrona, suppellettili che il precedente occupante avrebbe potuto portare con sé e chissà perché, invece, le aveva lasciate. La poltrona era in tessuto e Ada l’avrebbe lavata fino allo sfibramento allo scopo di sterminare gli acari. Il bagno era una sorta di mezzaluna nella quale non mancava nulla, dove però occorreva avere dimestichezza con il contorsionismo. Era una pura questione di abitudine, niente panico. E le stanze, per così dire, una volta personalizzate avrebbero trasudato il loro spirito e non ci sarebbe stato al mondo un posto migliore nel quale tornare.

Una scala di legno saliva verso l’alto. Al piano superiore, un soppalco, c’erano la rete matrimoniale, due comodini per la casa delle bambole, un armadio, un settimino e una finestra, un’apertura abbastanza ampia nel muro spesso. Il mobilio era di scarso valore e quel po’ di creatività che possedevano dalla nascita andava sfruttata al massimo per cercare di non farlo sembrare materiale di scarto. Leo pensò a una lucidata. Ada ci vide bene della passamaneria.

Ancora più su trovarono la stanza forse più luminosa del cono. Riceveva la luce da una finestra simile alla sottostante e dall’alto, dalla lanterna, stavolta in maniera obliqua e ciò le conferiva un’atmosfera surreale. Di luce ce n’era molta, pure se circolava in modo strano, e si meravigliarono che ce ne fosse più che nel video promozionale. Magari dipendeva dall’orario, ma gli strappò una nuova esclamazione di stupore.

L’ambiente era da creare. Poteva diventare uno studio, un luogo di meditazione, di lettura, di ascolto; un posto in cui accantonare quello che non serviva più ma che faceva troppo male gettare via, cioè una soffitta. Comunque, se proprio volevano godere del fatto che non abitavano in una casa qualunque e neanche in una villa per pochi eletti, dovevano ascendere alla lanterna dove l’apparecchiatura per le segnalazioni era stata smantellata e portata altrove, a due promontori più in là o alla discarica. La vetrata era in plexiglas. Un divano a strisce bianche e blu correva tutt’attorno. Ada spalancò una finestra e respirò salsedine pensando a quanti scioccanti tramonti avrebbe assistito, alle tempeste imperiose e alle migrazioni organizzate. Fu pervasa da una furia di brividi e li ricacciò stringendosi nelle spalle e sfregandosi le braccia.

Sotto di loro un salto tra roccia e arbusti, le onde, l’abisso.


Fecero le scale in discesa e uscirono dal faro, dalla nuova casa, facendo bene attenzione a non dimenticare le chiavi da qualche parte. Misero mano al secondo mazzo per dischiudere il portone della dependance, di quello che già era stato un bed & breakfast e che si accingeva a rinverdire i suoi recenti fasti, semmai ce n’erano stati.

L’avevano abbandonato da poco e, escludendo l’odore di chiuso che li investì, lo giudicarono d’impatto gradevole.

Avrebbero cambiato le tende e fatto lucidare il parquet; buttato i tappeti e riempito la dispensa; sistemata la biancheria da letto, da cucina e da bagno e altra ne avrebbero acquistata; lavato i vetri, spazzato e spolverato; comprato piante e ridipinto le pareti con altri colori. Le stanze per gli ospiti erano soltanto tre. Due grandi nelle quali si poteva aggiungere il terzo letto o una struttura a castello o a scomparsa; e una piccola, che non avrebbe accolto più di due persone. Ma forse era preferibile che la persona non fosse accompagnata.

Ada e Leo viaggiarono con le parole e con la mente, senza segnare su un taccuino o su un palmare d’ultima generazione, che non avevano ancora comprato, mentre tutti quelli che conoscevano meglio ne possedevano con orgoglio uno e lo ostentavano anche in assenza di occasioni.

Una stanza l’avrebbero fatta blu: blu oltremare. Una verde: verde acqua. La mignon gialla: oro.

Eccitati come bambini col giocattolo nuovo, Ada e Leo si mossero rapidi tra la cucina, che era pure sala da pranzo e salotto insieme; e le camere da letto, ognuna dotata di bagno essenziale.

Quello che videro lo partorì la loro calorosa immaginazione, perché l’arredamento che era rimasto era da dimenticare e in pratica era tutto da rifare.
E perché poi non attrezzare l’esterno per permettere al turismo itinerante di sostare almeno una giornata?
Acquaverde era là e li invitò a un giro di perlustrazione. Per motivi imperscrutabili e del tutto casuali non presero la via naturale che dal faro portava direttamente alla piazza centrale e così persero l’occasione di incontrare i primi indigeni, lo zoccolo duro, la comunità più numerosa.

Parlavano e ridevano, erano due naufraghi su un’isola deserta e non temevano per la loro sorte in quanto certi del fatto che predatori di esseri umani non erano presenti. Percorsero un viottolo che passava quasi sul ciglio di un precipizio e a un certo punto si fermarono a farsi un sorso di macchia e mare in movimento. I sassi sotto le suole delle scarpe resero i passi incerti eppure essi non ebbero paura di sostare lungo una sottile linea di confine che era meglio non oltrepassare.

Il vento li prese alle spalle e li indusse a proseguire.

Passando dall’esterno non fecero attenzione all’immobilità del paese, tuttavia cominciarono a preoccuparsene una volta in piazza, dove non si aspettavano La Rinascente, toh!, ma quantomeno una decina di esercizi commerciali di base. La bellezza visse intorno al fulcro di Acquaverde, all’epoca in cui splendide dimore furono abitate. Lo sconcerto li assalì. Le case rivelavano un’antica opulenza, vi risedettero i notabili, l’aristocrazia, il clero, senza ombra di dubbio, ma non si reggevano in piedi, erano così fragili che al prossimo fortunale sarebbero crollate miseramente. La situazione strutturale generale in verità non era grave come la ipotizzò Ada, ma ella si ritrovò triste e arrabbiata, incapace di notare un repentino movimento tra le tende tirate e una finestra al secondo piano di un palazzo. Gli sfuggì persino un negozio di generi alimentari, il quale era addirittura aperto. Neppure Leonardo se ne accorse, era disperato. Avevano comprato casa e bottega in un luogo sperduto, alla fine del mondo, abbandonato, come quei villaggi fantasma delle pellicole ambientate nel far west o disabitati a causa di un’epidemia responsabile di aver annientato la popolazione e il cui ceppo virulento non si era ancora estinto, perché nei film dell’orrore la gente scompariva malamente e il male trionfava egregiamente. E siccome questo era vero soltanto fino a dieci minuti dal finale, una speranza c’era.

Ada e Leo ripresero il loro peregrinare nella zona ancora inesplorata del paese e finalmente incrociarono le prime anime, ma si trattò di fugaci apparizioni. Sparirono all’interno delle loro abitazioni fatiscenti, tuttavia non ancora pericolanti. Erano individui di ambo i sessi però non in età di procreare, l’avevano superata da un pezzo. Espressero chiaro il loro riserbo eclissandosi. Non erano ancora pronti a ricevere nuovi abitanti, oppure?

“Ferma, che fai?”

“Provo a suonare alla signora che m’è passata davanti.”

“Guarda che ti ha vista.”

“Appunto.”

“E si è chiusa in casa. Non vuole avere contatti con noi, almeno per il momento.”

Ada si smarrì nello sguardo pragmatico di Leonardo.

“Leo, cosa abbiamo fatto?”

“Una pazzia, Ada. Il bed & breakfast non ha futuro.”

“Il paese è morto…”

Ada fece un lento giro su se stessa, fotografando con la vista la panoramica poco spettrale e molto sconsolante che le si presentò.

“Agonizza.” Precisò Leo.

“Dici che non troveremo nessun altro?”

“Io dico di tornare a casa e di radunare le idee. Non scoraggiarti, amore, non lo dirò a mamma e a papà di dove m’hai portato… Tu sei la mia luce e intendo seguirti. Non sto facendo dell’ironia, dico sul serio… Chiamalo come ti pare e se vuoi chiamalo Il Sesto Senso. Ricordi il bambino che vedeva i morti?”

Ada annuì, quel film l’aveva spaventata a lungo e guai se ci ripensava. Si morse il labbro inferiore e andò a cercare le attenzioni di Leo, perciò l’abbracciò e Leo la strinse forte a sé.

Il senso aggiunto li condusse sulla strada giusta, così fecero caso all’alimentari, adesso chiuso, tuttavia funzionante durante i suoi orari ben specificati sulla porta; e attraversarono per il lungo la via più densamente popolata di Acquaverde. Ne percepirono il respiro oltre le tende pesanti che velavano finestre e usci impedendo agli insetti di entrare e permettendo agli occupanti di quelle graziose casine bianche, ingentilite da piante fiorite in vaso o da rampicanti, di osservare senza peraltro essere visti. Ada e Leonardo si sorrisero mentre commentavano la ricercatezza di certi particolari e la trascuratezza altrove.

Alle stanche orecchie di chi spiava il loro incedere giunsero parole indistinte.

Dunque Acquaverde non era in fin di vita pur non essendo nelle migliori condizioni?


Dalla vecchia dispensa a un vecchio borsone erano finiti quei cibi non deperibili che di solito in casa non mancavano mai. Per cena c’erano la pasta e il sugo pronto. Un filo d’olio, niente formaggio grattugiato, e cracker. E, dopo il pasto, l’amore e il meritato riposo.

Giorno 1

Ada sollevò le palpebre e si ritrovò nel soppalco del faro, sul solito materasso, tra lenzuola già conosciute, ma in un ambiente totalmente diverso dal consueto. Leonardo c’era, dormiva, su un fianco, le voltava le spalle. La sorpresa, visto che s’era appena svegliata, le spinse le labbra a formare un sorriso di beatitudine.
C’era molto da fare: sistemare, pulire, uscire a comprare. Il camion dei traslochi aveva vomitato più roba di quanta ne avessero fatta caricare. Fare la lista, obbligatorio, e tenere bene a mente il flusso del denaro. Ciò che possedevano in liquidità era in viaggio o già a destinazione in una banca della vicina città. Fare bancomat avrebbe ogni volta richiesto uno spostamento motorizzato. Non s’erano curati del fatto che Acquaverde non ospitava banche, chissà che s’aspettavano da un paese che non aveva neppure uno sportello dal momento che lo sapevano? Gliel’aveva detto internet, ma l’avevano ignorato perché internet è fatto dagli umani e gli umani sono fallaci.

Esplorare il paese era una delle priorità e il compito era stato svolto egregiamente la sera appena trascorsa. Dove ci sono anziani e isolani, è cosa nota, c’è diffidenza e per questo Ada doveva tornare a farsi vedere. Era curiosa di fare la conoscenza degli abitanti di Acquaverde, amene rovine di una cartolina alla fine del mondo.


Scese a preparare il caffè. La moka giaceva sul fondo di uno scatolone e la recuperò senza problemi. Stese sul tavolo uno strofinaccio per asciugare i piatti e vi sistemò l’occorrente per la prima colazione più avara della sua vita: caffè versato in un bicchiere di vetro, zucchero in bustina e merendina di produzione industriale. La medesima sorte toccò a Leonardo che, arruffato e stropicciato dal sonno, si presentò a baciare sulla testa la mogliettina. Sbirciò all’esterno attraverso una delle finestre lanceolate.

“C’è vento.” Disse.

“E fa caldo. Non è possibile muoversi senza occhiali da sole…”

Ada aveva un bel paio d’occhi chiari più adatti ad altre latitudini, figurarsi dov’era tutto un riverbero arioso.


Leo si diede il compito di arrivare in città e di contattare un’agenzia di restauri e ristrutturazioni di cui ottenne il nominativo dall’immobiliare che gli vendette il faro. E questo per quanto riguardava il b&b. La casetta non versava in uno stato che a prima vista poteva far pensare a interventi necessari, ma stimarono che se la volevano come da loro progetto occorreva spenderci un po’.

Ada si affidò l’incarico di procurare le provviste e di stilare con accuratezza ciò che mancava e che si doveva con urgenza acquistare. Dopodiché, una volta fissato cosa, la forma e il colore, avrebbero messo mano a internet alla ricerca degli indirizzi giusti.


Ada legò i capelli e diede una capocciata contro l’anta del mobiletto del bagno che sovrastava la zona lavabo e specchio. Il mobiletto bianco era un ricordo delle vite precedenti tra quelle mura e lei l’aveva dimenticato aperto mentre era scesa sul lavabo a lavarsi i denti. Imprecò senza disturbare la sacra famiglia e i residenti in Paradiso, non era suo costume offendere, ma ne disse tante; creò persino dei neologismi. Agli spazi stretti e sinuosi doveva assuefarsi e sospirò, seduta sul cesso chiuso, ammirando la bellezza di quel bagno islamico, a mezza luna, bianco e blu come un paesino greco, dal soffitto alto che lo si poteva adornare con lembi di rete da pesca e pesci dai colori sgargianti, rigorosamente finti. Lo aveva visto in una rivista di arredamento. Ci avrebbe aggiunto qualche stella marina.
Non aveva le chiavi di casa, le aveva portate via Leo, ne avrebbe fatto fare copie in città. Così ricorse a uno stratagemma per poter rincasare: sganciò la rete di protezione di una feritoia, una delle mezze finestre vicine alla porta, in modo da poter introdurre oggetti all’interno; portò fuori l’asticella per riporre gli abiti negli armadi e, prima di chiudere la porta, fece le prove per rientrare agendo sulla maniglia dall’interno per mezzo dell’asticella attraverso la finestra.
S’era vestita come per andare al negozio, senza i tacchi però, e si mosse su una via di ciottoli e sabbia mista a terra e erba spontanea proveniente dal promontorio. Era la strada che, improvvisamente, cambiava pavimentazione e si snodava dentro un vicolo dalla temperatura gradevole e ombreggiato a causa del vento che vi scorreva e della vicinanza dei caseggiati tra loro. Le parve diversa, eppure l’aveva già percorsa. Poteva trattarsi di un inganno della prospettiva e comunque non ricordava che fosse tanto stretta. Dove si posava il sole, il bianco della calce, che arrecava frescura ai muri spessi, era abbacinante già alle nove del mattino. Non osò pensare semmai un giorno si fosse dimenticata gli occhiali a casa. Si incantò a rimirare i colori accesi dei fiori prigionieri di una manciata di terra in vaso o liberi di elevarsi e prosperare. Li aveva visti solo in vacanza degli ibisco di tale avvenenza e non avrebbe mai immaginato di conoscere il fiore del cappero, perché non credeva che il cappero fosse un fiore prima di prendere quella forma grinzosa che squisitamente finiva nel piatto. Di verde scuro non aveva ancora sentore, somigliava a una ballerina in tutù, delicata, bianca e lilla, evanescente. Che strano, pensò, sulla loro isola greca o non crescevano o non se n’era accorta lei…

Si fermò a guardarli chiedendosi cosa fossero e fu allora che il primo autoctono, un’anziana signora che aveva una nuvola al posto dei capelli, uscì di casa attraversando la tenda che nascondeva l’ingresso e le fornì l’informazione.

Le porse la mano e le disse di chiamarsi Rosa. E che aveva del vino buono e che, se voleva, gliel’avrebbe fatto assaggiare.

“E’ forse presto per sorseggiare l’alcol…”

Ada avrebbe preferito un caffè, ma o era una casa di ubriaconi o non si usava offrire il caffè all’ospite, bensì l’alcol, come nelle Dolomiti. Aspirò l’odore della bevanda antica quanto l’uomo provenire da un ambiente fresco di quella casa.

“Lo facciamo in casa e qua in paese lo bevono tutti. Se non vuole favorire adesso, la prego di tornare stasera; le offrirò uno spuntino e un bicchiere di rosso, le piacerà.”

“Oh, grazie… mi fa molto piacere… Porterò mio marito…”

“Sì, suo marito… Come vi trovate al faro?”

Paese piccolo, la gente mormora. Detto, fatto.

“Bene. Presto riapriremo la pensione… - Le spiegò in breve da dove venivano e cosa pensavano di fare col b&b, che Ada definì pensione per intendersi con chi aveva poca dimestichezza coi forestierismi. Rosa, la vinaia, ascoltò ammiccando e le diede l’impressione che sapesse ogni cosa in anticipo. - Sono venuta a fare la spesa… Ho visto ieri sera dov’è l’alimentari. C’è solo un alimentari?”

“Sì, quello.”

Le indicò la via per la piazza, bastava proseguire, tutte le strade del paese confluivano in piazza.

“Altri negozi che mi sono sfuggiti?”

“No, soltanto un alimentari.”

“Servizi, tipo un ufficio postale?”

“No, contiamo pochi abitanti.”

“E se aveste bisogno di un ufficio postale?”

“Andiamo nel nostro Comune con l’autobus che passa sulla strada in corrispondenza del cartello del paese.”

Asciutta come la sua terra, Rosa fu esplicita e non divagò. Ada fu investita dal timore reverenziale, dovuto all’età della sua interlocutrice o al fatto che doveva entrare in confidenza con quella che sembrò subito un personaggio di spicco.

“Vi aspetto stasera alle nove. So che voi al nord cenate presto e noi tardi. Va bene alle nove? Mi sembra un buon compromesso.”

“Benissimo…”

La corporatura di Rosa era minuta e ricordava il fisico che da ragazza si muoveva dentro il vestito della domenica, scuro, a fantasia di fiorellini. Forcine tra i capelli castani e il rossetto su labbra che chissà se mai furono carnose e se i genitori le permettevano di civettare col trucco e con la lunghezza delle gonne. Ada provò a figurarsela in un altro tempo. Rosa aveva lo sguardo serafico di chi conosceva la vita e la verità, pure se non si era mai spostata dal luogo in cui era nata e questo Ada non poteva saperlo. Si soffermò a riflettere su Rosa che, a guardarla con attenzione, sembrava una sciamana, una druida in gonnella o una di quelle maghe di cui farfugliava nonno Mano.

“Grazie ancora e a stasera.”

“Certo, a stasera.”


La piazza le apparve improvvisa e spaziosa come un campo di Marte e fu come vederla per la prima volta. Lastricata con pietre grandi e lise, Leo gliel’aveva predetto, lucidate dal continuo scalpiccio perpetrato nei secoli. A farle corona c’erano gli edifici di vecchia memoria che avevano bisogno di una riassestata e l’alimentari, che vendeva anche merce da emporio, e intravide un consesso di anziani coi bastoni, seduti su sedili di pietra, che le fece pensare a un bar e a una bugia di Rosa. Si avvicinò ad essi e li salutò temendo forse di non essere capita. Gli uomini ricambiarono il saluto con un severo cenno del capo e la scrutarono come se avessero difficoltà a metterla a fuoco. Alle loro spalle non c’era alcun bar.

La facciata della chiesa si imponeva sugli altri fabbricati. Risaliva all’epoca barocca e Ada volle entrarci prima di procedere all’acquisto delle cibarie. Per farlo attraversò in obliquo la spianata, il foro, l’agorà, la tagliò da parte a parte e lo fece sotto lo sguardo attento degli abitanti che continuavano a vivere dietro le finestre affacciate sulla piazza. Il silenzio, inframmezzato dai passi frettolosi di Ada e dai garriti dei gabbiani e delle rondini, venne spezzato dal suono lugubre delle campane. Ada salì i gradoni della casa del Signore, superò l’impiantito di marmo e si introdusse in un ambiente scuro e intriso di tristezza. Tolse gli occhiali e diede libero sfogo al suo repertorio di stupori.

Era in corso una celebrazione, un funerale, al quale era presente un numero ristretto di persone e tutte di una certa età, lo captò velocemente dalle sagome che scorse da lontano, altrimenti non avrebbe potuto affermarlo poiché erano velate. Quindi erano donne, per la maggior parte. Si segnò con l’acqua benedetta e procedette in direzione dell’altare lungo una navata laterale.

La chiesa, come del resto il paese intero, era stata costruita col tufo, la calce e l’arenaria. Insieme creavano colori straordinari. L’anima fragile che quei materiali custodivano andava protetta e ravvivata o il paese si sarebbe spento e sgretolato.

Lungo le navate ammirò dei quadri ben fatti, qualche statua da catafalco, le candele di cera! E la fessura nella quale far scivolare l’obolo richiesto. L’attenzione fu rapita dai lamenti che le giunsero dalla zona centrale antistante l’altare e da una voce officiante che non sembrava affatto virile.

A dirigere il rito era una donna, una donna senza ombra di dubbio, di circa settantanni, che non indossava un abito talare, né uno da monaca, ma un semplice, liscio tubino nero lungo fino ai piedi. Con voce per niente stentata recitava quanto richiedeva la circostanza e l’assemblea rispondeva e frignava per la perdita, chiusa in una bara di legno lucido, quanto il pavimento della suocera di Ada, e ricoperta di fiori intrecciati a formare ghirlande d’ogni dimensione. Doveva essere stata molto amata. Perché non poteva che essere di sesso femminile la salma, vista la presenza assoluta di donne all’estremo saluto. E se c’erano tanti fiori non si spiegava la scarsa partecipazione.

Si affacciò sulla navata centrale per sbirciare verso l’altare e oltre: il coro, l’abside... Mosaici, belli. Si domandò chi furono i primi abitanti di quei luoghi. Pastori, certo, e chi se no? E chi si prese la briga di venire a campare d’artista quaggiù?

Scese con lo sguardo sulla celebrante e poi alla sua destra notò ciò che fino a quel momento le era sfuggito: un uomo, seduto su una sedia, uno scranno, un trono, un seggio, abbigliato in tunica e stola, la testa reclinata verso la donna in nero e l’espressione da vegetale. Dunque quello doveva essere il sacerdote, colui che era incaricato a dire messa e che invece era stato folgorato e messo fuori servizio. Quale bizzarria era mai quella? E intanto la platea seguitava a mormorare.

Abbandonò la chiesa prima che la messa per il morto terminasse e sul sagrato, che era parte della piazza, vide un carro, comunemente usato nei campi, ma che probabilmente sarebbe servito per trasportare il defunto al camposanto. Inforcò gli occhiali per proteggere la vista duramente provata nel passare dalla penombra alla luce diretta. Il cavallo era bardato a lutto e coccarde nere erano state applicate lungo i fianchi del carro. Un uomo attendeva accanto all’animale e non mosse il capo quando Ada tentò di salutarlo. S’era infatti avvicinata per leggere quanto riportava la scritta sotto la fotografia che, mossa dal vento, ondeggiava libera e desiderosa di staccarsi e prendere la strada del Paradiso senza passare dal cimitero. Era una donna, aveva ragione, si chiamava Maria Santa Immacolata La Purezza, aveva settantotto anni. Quale onere portarsi appresso tale appellativo per una vita intera, una vita di rinunce doveva essere stata per tener fede al proprio nome! Il suo era un nome palindromo, era sempre lei: Ada, da qualsiasi punto la si leggesse. Eppure riuscivano a chiamarla Adina, Aduccia… Leo all’inizio la chiamava Ed, perché Ada lo faceva inorridire e a lei Leonardo faceva pensare al genio col barbone e lo sguardo enigmatico.

Strane creature quelle che erano nate e cresciute alla fine di un mondo.


La chiesa si svuotò, per così dire, alle sue spalle mentre si dirigeva verso l’alimentari. Uscì la bara portata a spalla dall’uomo che arrivò col carretto e dagli altri coetanei anziani che sedevano sui sedili di pietra. Viste le età ci vollero tutte le loro forze per trasportarla.

La donna che officiò la messa spinse la carrozzella all’esterno, dove si materializzò Rosa che prese in consegna mezzo e occupante.


Ada raggiunse l’alimentari, che vendeva ben oltre i generi alimentari, ed ebbe la netta sensazione di essere osservata.

Si fece largo tra le cannucce della tenda, dopo aver valicato lo sbarramento dei bacili, dei secchi e di altri recipienti che facevano bella mostra di sé appena fuori l’ingresso.

Il locale sapeva di latte e acqua, di sapone e detersivo in polvere. In fondo alle corsie, brevi, strette e disordinate, le apparve un bancone e al di là di esso una corpulenta signora mora con un vestito rosso porpora e un grembiule bianco panna. Non c’erano altri clienti e le due si salutarono. Ada restò qualche momento a vagliare la possibilità di portare a casa delle pietanze locali da tenere in frigo; avrebbe preso del pane e dal banco frigo il latte e infine biscotti e cereali o un dolce tipico, se ne sfornavano; a casa e al b&b mancavano i prodotti per il bagno, personali e per pulirlo; a dire il vero mancava tutto dall’a di aceto alla zeta di zucchero… Per la spesa iniziale sarebbe andata il giorno dopo in città con Leo e si limitò quindi a scegliere qualcosa per l’immediato, considerando che quella sera andavano a spizzicare da Rosa e a bere il suo vino.

La pizzicagnola non smise di fissare Ada, che arrivò al punto di temere di alzare gli occhi per evitare di incontrare quelle che scambiò per occhiate torve e non capiva perché. Forse dipendeva dall’abbigliamento. Era fin troppo cittadina per andare in giro come se dovesse recarsi in ufficio o in negozio. Non ce n’erano là di uffici e di negozi per quel genere di vestiario. Decise di fare il primo passo, tanto valeva farsi conoscere subito.

“Vorrei presentarmi, mi chiamo Ada e abito al faro. Io e mio marito siamo i nuovi proprietari del faro. E della pensione.”

Procedette a scatti, poiché la donna in rosso la ascoltava con cipiglio e non accennava a un sorriso. Le offrì la mano e quella l’accettò e Ada gliene fu grata, l’aveva messa in un tale imbarazzo…

“Penso che lei lo sappia, eh, vive qua… dove si butta l’immondizia? Non ho visto bidoni per la raccolta…”

Voleva aggiungere: differenziata e non, ma dette per scontato che, in un paese semivuoto e senza bidoni, precisare sarebbe stato inutile.

“In paese non ce ne sono. La pattumiera va portata al cartello di Acquaverde, che passano quelli del Comune a ritirarla.”

“Bene… grazie.”

A colmare la distanza provvide la donna con una richiesta.

“Sentite, signora, mi permettete, vero?”

Il tono era autoritario solo all’apparenza, si sentiva anch’essa a sua volta intimidita da una signora così per bene, una cittadina che aveva studiato e che per girare vestita in quel modo doveva guadagnare assai.

“Sì… credo di sì, prego.”

“Siamo molto contenti che abitiate al faro, veramente, sembrate una persona simpatica, si capisce dallo sguardo. Quelli di prima non ci venivano mai qua… Quando al faro non abitava nessuno avevamo persino paura a camminare fin là, la notte. Ma fatemi il piacere, ve ne prego, tenetelo a mente per favore, tenete a mente una cosa, per favore, una soltanto…”

Frenò la sua eloquenza con una pausa e guardò in tralice un’Ada quasi spaventata.

“Prego…”

“Non dite a nessuno cosa avete visto oggi in chiesa, va bene?”

“Ah, per me… va benissimo… E cos’è che avrei visto che non dovrei avere visto?”

Balbettò per l’eccessivo fervore con cui recepì l’invito, poi manifestò la sua incomprensione.

“Ah, capisco, voi non avete visto nulla, no? E allora va bene così… E avvisate vostro marito, siamo d’accordo?”

“Uh… sì… Quanto pago?”

“Offre la casa.”

Le regalò un ampio sorriso che equivalse a una stretta di mano compromettente e le allungò la busta contenente la spesa. Ada la ringraziò con una smorfia e fece per uscire, sebbene guadagnare la porta fu come spostarsi dentro una galleria del vento, tanto trovò arduo arrivarci.


Fuori il sole era alto, forse era giunto al suo apice, l’intera piazza ne era inondata. Udì in lontananza i richiami dei gabbiani, sollevò la testa e non ne vide uno. Si limitò a seguirne la scia gracchiante che la ricondusse sulla strada di casa.

Casa, dolce e confortevole casa, dove Leo non era ancora tornato!


Seduti al tavolo del pranzo, Ada introdusse Leo ai bizzarri misteri del paesino silente di Acquaverde e Leo ascoltò con interesse fino all’ultima parola. Contravvenne al patto silenzioso siglato con la bottegaia, ricordava perfettamente la stranezza a cui assistette in chiesa, e vuotò il sacco.

“Ci divertiremo… Hai scelto il posto ideale per trasformare un esilio in un parco di divertimenti.”

Le parole di Leo risuonarono profetiche ed essi non erano lontani dal comprenderne la veridicità.

“Quella donna mi fa paura e Rosa mi intriga ma ho paura anche di lei.”

“Non dovresti lasciarti suggestionare dalle parole di tuo nonno, me ne parli da quando siamo partiti di streghe e di maghe. E’ un posto come un altro, Acquaverde: nasce, cresce e muore. E noi siamo giusto arrivati al capolinea, ma una volta toccato il fondo non si può che risalire. Che te ne pare del mio pensiero positivista?”

“Ottimo. E di questo formaggio che ne pensi?”

“Arriva da lontano.”

“Dici? Come fai ad esserne tanto sicuro?”

“Me l’ha detto un tizio giù in città, stamattina. Non hai idea di quanto siano generosi e ospitali da queste parti, sono tutti pronti a darti una mano e a tenerti fermo un’ora se iniziano a scendere nel dettaglio della spiegazione. Dobbiamo armarci di pazienza, non siamo abituati a vivere con calma. Mi piacerà, lo sento.”

“E che ti ha detto del formaggio?”

“Che qua il formaggio non si fa, si compra.”

“Ah.”


“Già.”

“Ma non c’erano i pastori una volta?”

“Hai detto bene: una volta.”
Con un mazzo di chiavi nuovo fiammante, Ada uscì di casa con Leo alle nove, all’imbrunire.

Aveva sentito i suoi e li aveva ragguagliati sulla bellezza del luogo, del faro in sé, della fatica del viaggio e di quanta ancora li attendeva; dei progetti per il camera e colazione, come diceva a sua madre per farle capire di cosa stava parlando.

Lasciò un post-it allo sportello del frigorifero per informare la polizia sul luogo in cui avrebbero rinvenuto i loro cadaveri o per lo meno dove rintracciare i carnefici: a casa di Rosa, la vinaia; seguivano indicazioni su come raggiungerla. Questo nel caso non avessero fatto ritorno.
Dalla casa di Rosa proveniva una luce tenue e una musica per arpa; atmosfera molto celtica e poco mediterranea, colpa della globalizzazione, pensò Ada, alla quale però non era contraria. Dalle altre abitazioni arrivavano in strada aromi di cucina e chiacchiere consumate al riparo dei muri e lungo gli stessi, all’esterno. Ada e Leo rivolsero saluti di cortesia alle persone che incontrarono e quelle risposero con garbo. Non avevano meno di cinquanta, sessanta anni; anche se era scesa l’oscurità e il vicolo non era abbastanza illuminato gli fu facile intuirlo.

Rosa gli venne incontro ossequiosa e li condusse a un tavolino sul retro della casa, in un cortile protetto da un muretto e dalla vegetazione. La debole luce che li accolse si spandeva nell’appartamento di Rosa, di cui attraversarono la zona giorno. L’arredamento del salotto era essenziale e originale e prevalevano elementi etnici sui vari santi e morti incorniciati e sparsi ovunque. Pur permeato dalla massiccia presenza di immagini sacre, centrini, foto di persone ancora in vita al momento dello scatto, brutti ricordi di cerimonie alle quali partecipò e spauracchi africani, il salotto di Rosa non aveva un aspetto dozzinale. Un televisore a cristalli liquidi trasmetteva un gioco a premi e un uomo, seduto su una poltrona, lo stava seguendo e non si voltò all’arrivo degli ospiti, che si accorsero di lui solo in un secondo momento, a una successiva ricognizione visiva della stanza.

La padrona di casa li fece accomodare al riparo di una struttura a graticci. Spento il giorno si accese la notte e la rischiarò il bagliore delle candele profumate che Rosa lasciò ardere per allontanare gli insetti fastidiosi; e l’addolcì il remoto chiarore della luna a falce, che fece la sua comparsa tra le canne e una palma d’alto fusto, tanto da fargli immaginare di trovarsi in un paese di fede musulmana. Sarebbe stato perfetto pregare col capo coperto o cosparso di cenere.

Ada e Leo furono lasciati soli e poco dopo riapparve Rosa con un tagliere e domandò il permesso di ritirarsi a prendere dell’altro; difatti mancavano il pane e il vino. Assaggiarono formaggi, olive, fichi, una torta salata e dell’ottimo rosso. Gustarono e annaffiarono e infine si sentirono satolli e inebriati. Rosa non li disturbò che sul finale, al momento del caffè. E con il caffè gli servì un dolce di ricotta, pinoli, cioccolato e arancia.


Rosa insistette per non essere pagata; erano stati invitati, erano nuovi in paese, era il suo modo di dare il benvenuto a persone coraggiose.

“Coraggiose, e perché?”

Ada moriva dalla voglia di farle una domanda specifica, di quelle che inquadravano da subito la conversazione e non permettevano in alcun modo che si perdesse in un grazioso quanto inutile scambio di informazioni. Ciò nonostante non riusciva a formularla. Erano eremiti questi indigeni e guardavano con sospetto colui che intendeva intromettersi nei clan. In nome dell’ospitalità, però, si sentivano in dovere di rendere omaggio all’ospite. Sacro.

Rosa le aveva detto che erano coraggiosi. Intendeva dirle che ci voleva coraggio per venire a sciupare la propria esistenza ai confini della terra? Terra dalla quale i loro giovani erano scappati per mancanza di prospettive? Infatti di giovani non ne aveva ancora visti.

“Sperate che arrivi qualcuno a villeggiare ad Acquaverde?”

“Beh, sì, certamente.”

Rosa, stavolta senza chiedere il permesso, prese una sedia e si accomodò tra lei e il marito.

“Acquaverde sta morendo, purtroppo.”

Leo giaceva stravaccato sulla sua e se ne stava a braccia conserte ad osservare un esemplare della strana fauna che questa landa aspra e solitaria aveva allevato. Rosa si muoveva circospetta e parlava a bassa voce, come se qualcuno potesse sentirla e giudicarla. Ada era tutta orecchi.

“Si spieghi, Rosa, la prego.”

“Siamo rimasti in pochi. In paese le case ci sono e quelle intorno alla piazza sono belle e antiche, ma quasi tutte disabitate. I giovani da qua se ne sono andati e hanno avviato le loro famiglie in luoghi dove poter assicurare un futuro ai figli, che sono i nostri nipoti.”

“Mi vuole dire che non ci sono che anziani rimasti?”

Rosa le rispose con un gesto e una smorfia.

“Il faro dispone di sole tre stanze, di certo non abbiamo la superbia di rilanciare il turismo da queste parti…”

“Ma qualcosa si riuscirà a fare, no?”

Intervenne Leo. Ada si voltò a guardarlo e cavalcò l’onda dell’entusiasmo sollevata dalla partecipazione del marito.

“Non vi piacerebbe che tornassero i turisti e magari i vostri figli e i nipoti?”

Gli fece eco Ada rivolta a Rosa.

“Ma i turisti non ci sono mai venuti fin quaggiù.”

“Allora perché quelli che ce l’hanno venduto avevano aperto un b&b?”

Leonardo lasciò Rosa sgomenta, non aveva capito. Glielo spiegò Ada.

“Lo aprirono, se ne pentirono e hanno cercato, con successo a quanto pare, di sbolognarlo.”

“Non fu a causa di un lutto in famiglia?”

Quel grave lutto aveva tanto segnato la sensibilità di Ada!

“No.”

Rispose Rosa, che sapeva bene la storia. Venivano dall’estero, anche se erano italiani, ed erano innamorati dei fari. Sfortuna per loro volle che scegliessero quello sbagliato e così si ritrovarono ad inscenare una sceneggiata per sbarazzarsene. Ada e Leo fecero la fine dei pesci, con lo stupore dipinto in volto e il volto appiccicato al vetro della boccia.



“Vogliamo essere ottimisti, la nostra è essenzialmente una scelta di vita.”

“Siete dei romantici, siete molto teneri. La speranza ci aiuta tutti, è fondamentale per non perderci quel che resta della vita, che poi in fin dei conti una ne abbiamo.”

Le parole di Rosa scesero ad ammantare la serata, così Rosa stessa sdrammatizzò versando loro altro vino, che gradirono a lunghe sorsate, manco fosse acqua. Ci voleva, pensarono tutti.

“Vogliamo essere ottimisti, - riprese Ada - perché ci sono persone che hanno conosciuto luoghi affascinanti e selvaggi che non lo sono più e sono alla continua ricerca di angoli inviolati. Sarebbe una festa per tutti se Acquaverde ricominciasse a vivere!”

Ada volse lo sguardo alla platea e attese consensi. Avevano solo tre stanze, la ricettività era scarsa, ma quello era un problema secondario. Leo la spalleggiò, complice il vino iniziò persino a palpeggiarla. Rosa non si distinse per l’entusiasmo. La impensierirono le impennate di Ada. Era ovvio che quei due giovani pieni di amore per il sole e per il mare avevano tanto da imparare e non potevano rendersi conto di cosa significasse realmente far risorgere il paese. Denaro non ce n’era, né da parte degli abitanti, né ne disponeva il Comune, neppure altre istituzioni più avanti, figurarsi! L’Unione Europea premiava borghi di una certa rilevanza storica, culturale, non un villaggio su una piattaforma protesa sul mare di nessun interesse. L’Unesco si sarebbe messo a ridere. Acquaverde? What is it? Chi se n’era andato faticava a tornare per tumulare i superstiti, le proprie radici, era impensabile radunare capitali per la sua resurrezione. Chi restava non era in grado di mettere mano ad opere di ricostruzione.

“Domani, Rosa, cominceremo a creare il sito del nostro… della nostra pensione e vedremo come reagiranno i naviganti.”

Rosa comprese che c’erano di mezzo il computer e qualche idea.

“E com’era Acquaverde quand’era ragazza?”

Chiese un sempre più scanzonato Leonardo, che arrivò a leccare le orecchie di Ada, che lo respinse con uno strattone.

“Ci abitava tanta gente e i giovani cominciarono allora a partire alla spicciolata, fu proprio nel suo momento più alto… - Rosa seguì il flusso dei ricordi che le sfilarono davanti come ne rivedesse le scene – Mio padre faceva il pescatore. Gli uomini uscivano in mare o restavano a terra con le greggi. Le donne rimanevano in paese coi bambini. Acquaverde campava di quello che produceva e per il resto c’erano le botteghe necessarie. Gli uffici sono sempre stati in città, ma avevamo l’autobus tre volte al giorno, così potevamo andare a scuola. I palazzi sulla piazza risalgono ad epoche precedenti, quando questa zona era amministrata da potenti proprietari terrieri che coniugarono terra e mare in un connubio che per un periodo portò prosperità. Solo a poche famiglie, ma i miei nonni mi raccontavano di quegli anni come di una specie di età dell’oro. Quando ero bambina abitai anch’io in uno dei palazzi della piazza e non immaginate cosa provavo tutte le mattine a spalancare le persiane sul mondo, tutto il mondo, perché ognuno era al suo posto e la vita mi sorrideva. Era un paese di femmine e mocciosi, madri e figli, i maschi, mariti e padri, non facevano ritorno a casa tutte le sere, alcuni li si rivedeva dopo settimane, altri stavano via mesi… Le mogli venivano ingravidate con una discreta frequenza e tra piazza e vie le voci dei bambini erano una gioia che è probabilmente la cosa che più ci manca oggi… Sono cresciuta nel paese più bello della galassia e ve lo dico con convinzione.”

Ada s’era introdotta nella storia da spettatrice privilegiata scegliendo la prima fila. Da quel punto di osservazione visse ogni dettaglio descritto da Rosa, sebbene volti e luoghi avessero connotazioni differenti. In un ipotetico teatro Leonardo sedette qualche fila più indietro e non riuscì a guardare bene quanto Ada il film che Rosa stava proiettando in giardino. Era in bianco e nero e gli attori vestivano alla moda dei quaranta, poi cinquanta, sessanta... All’inizio le scene descrivevano la vita al termine del secondo conflitto mondiale, il paese aveva subito ingenti danni. E come già detto i turisti non arrivarono mai a rimpinguare le casse comunali, che poi qua il Comune nemmeno esisteva, il paese era e continuava ad essere una frazione, una costola di un paese molto più grande di Acquaverde. Ma la gente seguitò a sentirsi felice e ballava in piazza, portava a passeggio il santo protettore e accendeva la notte con luminarie monumentali e mirabolanti fuochi d’artificio. Sbocciarono amori come fiori a primavera e poi ci si lasciava tra lacrime e trepidazione, correndo dietro ai treni in partenza per il nord. La stazione giù in città si riempì di uomini che partirono in avanscoperta, soli, senza fidanzate e mogli. Dopo qualche tempo i nostalgici fecero ritorno e se ne contarono davvero pochi. I più restarono, stranieri in terra straniera, persi nelle nebbie, finché chiamarono a sé la famiglia. Sempre più abitanti dell’amena Acquaverde salirono al nord e lo trovarono interessante. Non bello, ma attraente. Qualcuno valicò le Alpi.

“Voi avete invertito la rotta. Vi auguro un piacevole soggiorno.”

Rosa si prese una lunga pausa, durante la quale non cambiò né espressione, né posizione, come se muovendosi potesse interrompere la connessione con la memoria. Ada captò un’occhiata di Leo, che dapprima finse indifferenza, poi avvicinò la sedia; l’avanzare del racconto lo coinvolse e Rosa a volte era un sussurro.

“Gli ultimi giovani che abbandonarono il paese furono i nostri figli... Vorrei farvi vedere un po’ di foto, vi va?”

Non sarebbe stato carino rifiutare ed erano talmente incuriositi dal mondo or ora immaginato, che non desideravano altro che sbirciarci dentro.

Rosa non li fece attendere e intanto Ada avvertì l’urgenza di infilare un coprispalla; il vento alzandosi aveva rinfrescato l’aria. Leo era sul punto di addormentarsi, ma avrebbe resistito.

L’album delle foto di Rosa comprendeva scene che non riguardavano solo la sua famiglia, ma il paese intero. Gli abitanti furono immortalati, attoniti e rigidi, durante una festa di paese. C’erano le luminarie sullo sfondo e al centro della fotografia si erano radunate una trentina di persone… Ancora la famiglia di Rosa, stavolta riunita per il Natale. Riconobbero Rosa con la gonna sotto il ginocchio e un filo di perle. Rosa aveva svolto il mestiere di insegnante elementare nel paese attiguo, dove aveva sede il Municipio, per quaranta anni. Il marito di Rosa e i loro figli, un maschio e una femmina, avuti a poca distanza l’uno dall’altra. Un ragazzo in abito talare sorrideva e teneva una giovane Rosa a braccetto, che se non fosse stato per il vestito poteva trattarsi di uno spasimante.

“Vi somigliate.”

Appuntò Ada.

“Già. Era bello, vero? - Oh, sì, era davvero bello. Difficile per Ada esprimere un giudizio completo, l’abito largo nascondeva il fisico, ma quegli occhi divoravano la scena. – E’ mio fratello.”


La maggior parte dei ritratti era in bianco e nero. Tra i sessanta e i settanta le pellicole passarono al colore anche ad Acquaverde e tra uno scatto dell’anno prima a uno scatto dell’anno dopo pareva essere trascorso un secolo. A parte la foto del sacerdote che stringeva a sé Rosa, le pose non si discostavano molto da quelle che si assumevano in occasione di feste e gite dalle Alpi a Lampedusa. Postura rigida e sorriso affettato, in gruppo, in piedi, accovacciati, a coppie, classici delle fotografie casalinghe. Pure le espressioni dei bambini erano universali; nonostante la spontaneità, infatti, davanti a un obiettivo e a un comando preciso ci si marmorizzava.

A Rosa fece un immenso piacere poter mostrare a due giovani le immagini della sua vita da giovane. Anche lei lo era stata e adesso era sola e i figli erano lontani. Non vedeva i nipoti crescere.

“Da quanto tempo non vede i suoi figli e i suoi nipoti?”

“Li vedo di rado. Se va bene due volte l’anno. Scendono a Natale e ad agosto, ma ho una nipote che si sta facendo signorina e s’è trovata il fidanzato…”

“Comunque lei ha una bella casa e abbiamo notato che non vive sola.”

“Grazie. Per la casa… Mio figlio commercia in oggettistica, ha un negozio in franchising, vende prodotti di artigianato africano. Negli anni la casa me l’ha riempita lui con tutte quelle cianfrusaglie acchiappa polvere… Gliele ho accettate altrimenti si sarebbe offeso… E comunque sì, è vero, non vivo sola ed è di questo che vorrei parlarvi…”

La conversazione divenne di colpo più che interessante e Rosa diede il giusto effetto al suo proseguimento.

“L’uomo che avete visto entrando, anche se probabilmente non l’avete visto in faccia, perché guardava, si fa per dire, la televisione, è mio fratello, il parroco… Lei, Ada, l’ha visto stamattina in chiesa e si è posta mille domande, non è così?”

Ada guardò Leo e poi ancora Rosa. Il bel ragazzo dagli occhi penetranti! Che era bello, disse Rosa, e che è suo fratello, puntualizzò. E’ vivo e vegeta, sta di là a guardare la tivù senza vederla e ascolta la messa recitata da una donna in sua vece.

“E’ lui, sì, quello della foto insieme a me.”

“Lo sa, vero?, che la signora del negozio di alimentari mi ha consigliato di dimenticarmi ciò che avevo visto?”

“Certo, Ada, certo… Mio fratello è molto caro alla comunità e la comunità non potrebbe rinunciare al suo caro parroco. Lei comprenderà, Ada, e anche lei, spero, - rivolgendosi a Leonardo - che il parroco in un piccolo paese rappresenta un’autorità. Non avendo un sindaco tutto per noi e una stazione di militari non abbiamo che lui. Un tempo c’era la Marina, ma se n’è andata; s’è spostata e questo territorio non rientra più tra le sue competenze… Eh, già, che volete… - Ada non le staccò gli occhi di dosso. Donna Rosa li aveva mobili e con essi fu rapida a muovere il collo, così che sembrò volesse sfuggire a chi cercava di starle dietro nello srotolarsi dei pensieri. – Mio fratello ha avuto un ictus qualche mese fa. Era un uomo attivo, andava in mountain bike, faceva immersioni, ma da quando è stato fulminato si è ridotto un vegetale ed eccolo là… Accertata subito la gravità della situazione abbiamo guidato una notte intera, l’abbiamo portato fuori regione a curarlo, perché fin dal primo momento abbiamo deciso di tenercelo a tutti i costi. Sarà sostituito solo dopo che sarà morto, ma fino ad allora lui resterà al suo posto. Ecco spiegata tanta segretezza. Ora voi vivete qua ed è giusto che conosciate la sua storia e la nostra giustificazione a quanto lei ha assistito stamattina in chiesa. Manterrete il segreto e ve ne saremo grati.”

‘Oppure ci scioglierete nell’acido? Brrr!’ Pensò rabbrividendo Ada. Leo le strinse il braccio, aveva impressionato anche lui.

“E posso sapere chi è la donna che diceva la messa?”

“E’ la perpetua. Si chiama Lidia, è una donna straordinaria. Si presenti, le piacerà.”

‘Oh, sì, come il rosso di casa.’ Sbottò Ada tra sé. Le piacerà, le aveva promesso Rosa per attirarla. Vabbé! Comunque il vino le era piaciuto sul serio, Rosa era una brava padrona di casa e sapeva fare il vino. Però non gli mostrò la cantina e si dimenticarono di domandarle un giro là sotto, se poi era sotto terra, chissà!

Riattraversando la casa di Rosa, Ada e Leo buttarono lo sguardo sulla figura immobile che apparentemente guardava la televisione e precisamente un dibattito politico locale. Non osarono avvicinarsi per porgere un’educata buonanotte.

Salutarono Rosa e la ringraziarono per avergli fatto luce e accolti da ospiti di tutto riguardo.


Nel tornare al faro Leo la prese sottobraccio e la fermò. La strinse, la portò a sé. Aveva una gran voglia di baciarla e di averla lungo la strada, sedotto dal vento, dalla risacca, dal vino e da un’irrefrenabile fregola che gli stava oscurando le meningi.

“Dai che non si può qua, è pericoloso!”

“Ma chi te l’ha detto?”

“Si sa, no? Dov’è buio, isolato… Facciamo in tempo a tornare a casa!”

Le aveva già scoperto le spalle. Ada si divincolò e scappò fino al portone, ma non riuscì a entrare, ce l’aveva già addosso. Si mise a ridere e gli intimò di smettere ma dovette cedere e Leo la prese davanti al portone, testimoni la luna araba, le stelle e, sperò, nessun guardone.
Più tardi nel letto ripercorsero le fasi salienti della serata e tornarono con la mente alle foto della memoria.

Ada. “Certo che una volta nelle foto avevano tutti quanti la stessa espressione.”

“E vestivano tutti allo stesso modo.”

“Beh, come oggi. Gli adolescenti soprattutto sembrano tutti uguali, tutti figli degli stessi genitori.”

“Caspita, è vero.”

“E poi quelli di sessanta anni fa o giù di lì, eh?, avevano facce tanto diverse da quelle che avrebbero oggi le stesse persone, no?”

“Sì, penso di sì.”

“Non è strano?”

“No, perché?”

“Boh? E’ che noi siamo sempre uguali… Te, per esempio, se nascevi cento anni fa o ieri non saresti stato sempre te?”

“Sì, ma le pettinature, la moda sono diverse, anche la resa fotografica… Sono questi gli elementi che cambiano le fisionomie. E poi li facevano mettere in posa come divi, volgevano il collo e fissavano un punto al di fuori dell’obbiettivo. So che i ritratti venivano ritoccati col pennello, l’antenato di PhotoShop. Nelle foto di gruppo invece la gente temeva l’attimo dello scatto, come se si trattasse dell’ora X. Per questo ti sembrano tanti baccalà.”

“Si somigliavano tutti in quelle foto, sembrava l’album dei replicanti.”

“Sai, questa è come un’isola sperduta, qua il rischio di sposarsi un parente era normale amministrazione.”

“Anche se stiamo parlando di un’ipotetica razza protetta dal pedigree, mi viene sempre in mente la globalizzazione che ci uniforma tutti. Esisteva da prima che la inventassero, non ti pare?”

“Contraria?”

“A cosa?”

“Alla globalizzazione.”

“Ma và! E tu?”

“Ma và… Ho sonno… Buonanotte.”

“’Notte.”


Se interrogati alla sveglia sul discorso intavolato prima di dormire, avrebbero solo parlato di foto. Foto d’altri tempi. Belle. Interessanti. E basta.


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