Adriano Fabris



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23.05.2018
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Adriano Fabris
La filosofia, oggi, non è più solo una disciplina astratta e meramente “speculativa”. L’imporsi delle cosiddette “etiche applicate”, che riflettono sull’uso delle tecnologie emergenti, il ripresentarsi di fondamentalismi, religiosi e non solo, che richiedono la coltivazione di un atteggiamento critico, la necessità che venga posta la domanda di senso nei confronti di procedure sempre più meccaniche e invadenti: questi e altri sono i motivi per cui è bene che la filosofia continui a essere insegnata nella nostre scuole. Di ciò è sempre stato persuaso questo giornale, che circa due anni fa ha sostenuto con forza quell’Appello per la filosofia, promosso da chi scrive, da Roberto Esposito e dal compianto Giovanni Reale, che sul sito dell’editrice La Scuola ha raccolto in pochi giorni oltre diecimila firme. Di ciò pare convinto anche il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

Perché dico “pare”? Perché dal Ministero giungono segnali contrastanti. Da una parte sono stati elaborati gli Orientamenti per l’apprendimento della filosofia nella società della conoscenza, nei quali viene delineato un ruolo nuovo per la filosofia nelle nostre scuole. Dall’altro lato, però, continuano a restare non risolte alcune criticità relative proprio all’insegnamento di questa disciplina. Vediamo meglio di che cosa si tratta.

Per più di un anno un qualificato gruppo di lavoro, promosso dal MIUR, ha riflettuto sul ruolo della filosofia per la scuola del futuro, grazie anche al confronto con vari soggetti impegnati a vario titolo in quest’ambito. Ne è scaturito un articolato documento, presentato ufficialmente nel febbraio 2017, in cui, fra le altre cose, viene proposto per l’insegnamento della filosofia un vero e proprio cambio di paradigma. Si passa dalla “didattica dei contenuti” alla “didattica delle competenze”, cioè s’insegna non solo una serie di nozioni, ma soprattutto il modo di orientarsi correttamente nella miriade di contenuti che ci vengono oggi offerti dalle tecnologie emergenti. Si delinea poi una “didattica integrata” per favorire l’interdisciplinarità e la contaminazione dei saperi. In sintesi, si considera la filosofia, come modo per esercitare un sapere riflessivo e critico, il vero sfondo per conseguire un adeguato sviluppo delle conoscenze in tutte le discipline.

Dall’altra parte, però, nel febbraio 2016 è stato approvato un Regolamento “per la razionalizzazione ed accorpamento delle classi di concorso” in cui in sintesi si sancisce un incomprensibile squilibrio, a sfavore dei filosofi, tra le ore di formazione che deve avere un laureato in Filosofia per insegnare la propria materia e quelle che deve avere per esempio un laureato in scienze sociali. E un analogo problema sembra annunciarsi nel recente schema di decreto legislativo riguardante l’accesso all’insegnamento, dove la formazione di carattere pedagogico (il saper come insegnare) pare avere il sopravvento sulla formazione disciplinare (il saper che cosa insegnare). Tutto ciò sembra essere in contrasto con il ruolo che il Ministero stesso riconosce alla filosofia per la scuola del futuro.



Ora: non si tratta di salvaguardare o meno lo spazio di questa o di quella disciplina nel quadro della formazione secondaria degli studenti. Si tratta invece di prendere sul serio ciò che molto opportunamente lo stesso MIUR ha proposto con i suoi Orientamenti: l’idea di una filosofia rinnovata, posta al servizio delle altre discipline e, più ancora, finalizzata alla formazione integrale dei nostri ragazzi. Questo è ciò che ha sempre fatto, nella sua storia, la filosofia migliore: non certo quella disciplina astratta di cui parlavo all’inizio. Auguriamoci dunque che, se vi sono discrepanze, esse vengano presto corrette. L’autocontraddizione è infatti un problema che la filosofia non può non segnalare.


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