Agostino cercatore della bellezza



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01.06.2018
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AGOSTINO CERCATORE DELLA BELLEZZA

«Che bello!». È un’espressione che ci sale quasi spontaneamente dal cuore, di fronte e a certi spettacoli naturali…

O di fronte a certi monumenti, segni dell’opera, dell’arte e della spiritualità dell’uomo nella storia.

…Ma «che bello!» lo diciamo anche di fronte a certe situazioni umane: entriamo in una casa, veniamo accolti da un clima di affetto e di cordialità, da persone amiche che ci sorridono, ci abbracciano, ci stringono la mano, e diciamo, non possiamo non dire: «Che bello!».

Quando viviamo un’esperienza di bellezza, sentiamo che questa ci cambia, lascia un segno dentro di noi. Un segno buono, di vita.

Agostino d’Ippona era fortemente attratto dalla bellezza: desiderava a tutti i costi una vita bella. Una vita che non fosse stata bella, secondo lui sarebbe rimasta una vita mediocre, grigia, una vita-a-metà. Impostò tutta la sua vita sulla ricerca della bellezza. Come si cerca un tesoro…

E rifletteva, insieme ai suoi amici, così: «Sì, la bellezza ha questo di speciale: che ci mette in movimento. Ci “stana” da dove siamo seduti e da dove vorremmo rimanere fermi, ci prospetta mete ulteriori rispetto a dove ci troviamo; ci invita a compiere un cammino: verso la sua fonte, verso la sua origine».

Le cose belle che incontriamo ci lasciano dentro sempre un po’ di insoddisfazione, un senso di nostalgia e struggimento, perché comprendiamo che non riusciamo ad abbracciare tutta la Bellezza, ma ad assaggiarne solo una piccola parte; che non possiamo rimanere per sempre ad ammirare un quadro, un panorama, o ad abbracciare la persona cui vogliamo bene. Insomma, nelle varie forme di bellezza che noi possiamo incontrare, facciamo esperienza anche del loro limite. E del limite della cosa bella che pure ci ha messo in moto e ci ha fatto godere un vero diletto.

Impostare la vita sulla ricerca della bellezza comporta dunque un rischio: il rischio di soffrire per questa ricerca, di patire il fatto che la bellezza sta sempre oltre noi. Un rischio, inoltre, perché molte sono le maschere di cui il brutto si riveste, spacciandosi per bello. Ed è possibile cascarci.

Così accadde ad Agostino…

I “target” di bellezza del suo tempo. Ma, pur raggiungendo quelle mete di bellezza, Agostino rimaneva dentro di sé insoddisfatto, inquieto; e, per dirlo in una parola, infelice pur avendo tutto.

Benozzo nella chiesa di S. Agostino a S. Gimignano ha come scattato una fotografia ad Agostino trentenne….

Agostino ha corso il rischio di mettere in discussione quei target di bellezza che pure aveva raggiunto, proprio ascoltando dentro di sé, nel suo cuore, il gusto che tutto questo gli lasciava.

E qui sta il punto.

Agostino non è uomo che vive in maniera superficiale, ma punta sempre a cercare il senso delle sue vicende, a scavarci dentro, a confrontare quanto vive col gusto che tutto questo gli produce dentro, nel cuore.

E questa stessa fatica egli la affronta tra le varie forme di bellezza che incontra fuori di sé e il cuore che ne recepisce dentro il sapore: la bellezza per antonomasia, cioè la bellezza del creato, egli dice, appare a tutti, ma non parla a tutti allo stesso modo; solo coloro che confrontano questa voce ricevuta dall’esterno (attraverso i sensi), con la verità che abita dentro di loro, possono comprenderla.

Per queste persone, è possibile non solo porsi domande sulla bellezza (interrogarsi sulla bellezza), ma addirittura porre domande alla bellezza, interrogarla: “Interroga la bellezza” è precisamente il titolo di questo Concorso.

E con questo imperativo, interroga!, Agostino intendeva suggerirci di porci di fronte ad ogni manifestazione di bellezza senza fretta, né in maniera distratta o superficiale, ma con le nostre domande che vogliono arrivare a capirne la fonte.

Di ricerca in ricerca, di domanda in domanda, attraverso un cammino lungo, di tanti anni, gli anni della sua giovinezza, durante i quali sono stati di aiuto ad Agostino una serie di letture, un buon numero di sinceri amici, l’esempio di cristiani che vivevano sul serio la loro fede, la predicazione del vescovo di Milano Ambrogio che gli svela la bellezza racchiusa nel libro della Bibbia, Agostino giunge ad una scoperta: quella bellezza che lui tanto sospirava non era qualcosa di astratto, ma era Dio stesso, che in ogni forma di bellezza percepibile coi sensi aveva dato un assaggio della sua Bellezza; Dio, che Agostino scopre presente dentro di sé, nella sua interiorità:

Tardi t’amai…

Ma la fede cristiana rivela ad Agostino anche un’ulteriore bellezza. Lui era abituato al concetto classico di bellezza, quello greco, fatto di armonia delle forme, decoro, proporzione, perfezione. Una bellezza perfetta, senza macchia, senza difetti, senza rughe, nei… - e noi sappiamo quanto già un solo un piccolo neo, un minimo brufolo, una ruga quasi impercettibile ci faccia problema e sia quasi una tragedia!

La fede cristiana gli parla di un Dio che non è rimasta nel suo contesto di perfezione assoluta, ma che ha voluto “sporcarsi le mani” andandosi a mescolare con la stessa pasta dell’uomo: Gesù Cristo, che Agostino amava chiamare “l’umile Gesù”. In Gesù, specialmente in Gesù sulla Croce, nel suo corpo ricoperto di ferite, Agostino scopre una bellezza “rugosa”, ma che proprio per questo ha potuto sanare le rughe profonde che solcano il cuore dell’uomo, rendendolo brutto e vecchio: le rughe del male e del peccato. Le rughe dell’umile Gesù guariscono le rughe del cuore dell’uomo. Allora tutto, in lui, è da riconoscere come bello.



Ma lasciamo la parola ad Agostino stesso, che così si rivolgeva alla sua gente della città di Ippona…



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