Ai sensi dell'art



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Ai sensi dell'art. 1180, comma secondo, cod. civ., il rifiuto del creditore all'adempimento da parte del terzo, in presenza di opposizione del debitore (la quale deve essere, a sua volta, dettata da situazioni giuridiche legittimamente tutelabili e deve ispirarsi all'osservanza del principio generale di cui all'art. 1175 cod. civ.), non deve essere contrario a buona fede e correttezza; ne deriva che il giudice è abilitato a sindacare detta contrarietà ogni qualvolta il terzo alleghi e deduca in giudizio l'esercizio abusivo del rifiuto da parte del creditore (anche in relazione alla legittimità delle ragioni dedotte dal debitore a fondamento della manifestata opposizione), che abbia così impedito allo stesso terzo - legittimato ed interessato a soddisfare il credito per i rapporti intercorrenti con il debitore, di cui il creditore sia stato reso edotto - di pagare in sostituzione del debitore estinguendo l'obbligazione, in funzione della legittima tutela di propri eventuali diritti. Sez. 2, Sentenza n. 2207 del 30/01/2013
1 l’adempimento del terzo ha natura negoziale

ha luogo quando un soggetto diverso da debitore effettua concretamente il pagamento di quanto dovuto al creditore (per gli effetti riconducibili all'adempimento parziale v. Cass. n. 6728 del 1988) o quella diversa prestazione che sia stata dedotta in obbligazione.

Nella fattispecie prevista dalla citata norma, dunque, il terzo adempie l'obbligazione altrui senza il concorso della volontà del debitore o, addirittura, contro la sua volontà, nel senso che la prestazione è eseguita "inscio vel invito debitore", al di fuori di ogni rapporto di rappresentanza (cfr. Cass. n. 1194 del 1969 e Cass. n. 4340 del 1980).

Per l'applicabilità di detta norma è richiesto, inoltre, che il terzo sia consapevole di pagare un debito altrui e che tale consapevolezza sia nota al creditore (v. Cass. n. 2354 del 1977).

Al creditore, salva la prestazione infungibile caso in cui il creditore ha interesse rilevante all’adempimento ad opera del debitore, è irrilevante che sia un terzo ovvero il debitore ad adempiere; pertanto il terzo può adempiere anche contro la volontà del creditore
Nel prevedere questa regola l'art. 1180 c.c., stabilisce, tuttavia, che, qualora il debitore abbia manifestato la propria opposizione rispetto a tale condotta del terzo, il creditore può rifiutare a buon diritto l'adempimento offertogli dal terzo. Al riguardo, però, anche in base agli orientamenti scientifici assolutamente predominanti, va rilevato che l'interesse del creditore è l'unico limite all'adempimento del terzo e deve trattarsi di un interesse oggettivamente apprezzabile e meritevole di tutela (il cui accertamento spetta al giudice del merito ed è insindacabile in sede di legittimità solo se sorretto a congrua e logica motivazione:

cfr., ad es., Cass. n. 3661 del 1976), perché altrimenti la possibilità per il terzo di adempiere l'altrui obbligazione finirebbe con il dipendere dal mero arbitrio del creditore. La meritevolezza del rifiuto opposto dal creditore all'adempimento del terzo la si deve considerare avuto riguardo al singolo e specifico rapporto obbligatorio e non considerando il rapporto "astrattamente", facendo capo alla natura del rapporto giuridico o al contenuto della prestazione. In altri termini, mentre il diritto del debitore di opporsi al pagamento offerto dal terzo non soffre alcuna limitazione in ordine alla caratteristiche dell'inerente interesse (posto che le ragioni che giustificano l'opposizione assumono rilievo solo ai fini della valutazione di convenienza sottesa alla scelta che il creditore deve compiere fra l'accettazione della prestazione e la conservazione del proprio credito), diverso discorso deve essere svolto con riferimento alla posizione del creditore in relazione all'esercizio del suo diritto potestativo di rifiutare la prestazione del terzo. Infatti, deve ritenersi che l'interesse idoneo a legittimare il rifiuto del creditore deve essere certo, concreto, attuale oltre che ispirato ai principi generali della correttezza e della buona fede, e deve riguardare l'esecuzione della prestazione personalmente da parte del debitore. Ciò sta a significare che il rifiuto non può essere giustificato da ragioni di carattere soggettivo, cioè da motivi personali attinenti al debitore o al terzo, perché, altrimenti, si attribuirebbe al creditore una facoltà di rifiuto pressoché illimitata e si vanificherebbe il principio in base al quale il terzo può adempiere anche contro la volontà del medesimo creditore. In sostanza, occorre, pur sempre, che l'interesse trovi fondamento su situazioni oggettive tali da rendere necessario, secondo il comune apprezzamento, l'adempimento personale dell'obbligato diretto;

conseguentemente, l'esistenza di un apprezzabile interesse del creditore va accertata in concreto alla stregua di criteri o parametri oggettivi, per cui tale interesse si configura in relazione alle prestazioni di fare e, più in generale, a quelle oggettivamente o soggettivamente infungibili, nonché, a prescindere dalla natura della prestazione, tutte le volte che dall'adempimento del terzo possa derivare al creditore un qualche pregiudizio. Ciò posto, applicando i predetti principi alla controversia in questione, il collegio rileva che la Corte di appello di Ancona, neil'escludere che vi sia stato il passaggio della proprietà in favore di Silenzi Elio (quale esclusivo contraente con L'Ente di riforma agricola), ha preso le mosse, in punto di diritto, dall'errato presupposto interpretativo secondo cui, una volta che si realizzi l'opposizione dei debitore, il rifiuto da parte del creditore di accettare l'adempimento del terzo è, in ogni caso, legittimo ed insindacabile. Ma così non è alla stregua di quanto precedentemente evidenziato.

Infatti, in consonanza con l'impianto argomentativo svolto, deve affermarsi che, ai sensi dell'art. 1180 c.c., comma 2, il rifiuto del creditore dell'adempimento da parte del terzo in presenza di opposizione del debitore (la quale deve essere, a sua volta, dettata da situazioni giuridiche legittimamente tutelabili e deve ispirarsi all'osservanza del principio generale di cui all'art. 1175 c.c.) non può essere contrario a buona fede, dovendo essere sempre improntato al principio di correttezza; ne deriva che il giudice è abilitato a sindacare detta contrarietà ogni qualvolta il terzo alleghi e deduca in giudizio l'esercizio abusivo del rifiuto da parte del creditore (anche in relazione alla legittimità o meno delle ragioni dedotte dal debitore a fondamento della manifestata opposizione), che abbia così impedito allo stesso terzo - legittimato ed interessato a soddisfare il credito per i rapporti intercorrenti con il debitore, di cui il creditore sia stato reso edotto - di pagare in sostituzione del debitore, estinguendo l'obbligazione, in funzione della legittima tutela di propri eventuali diritti assunti come vantati nei confronti del medesimo debitore. Pertanto, avendo la Corte territoriale apoditticamente rilevato la legittimità del rifiuto dell'Istituto creditore dell'adempimento da parte del Silenzi Franco sulla sola base dell'opposizione formulata dal Silenzi Elio (quale unico debitore nei confronti dell'Ente per lo sviluppo agricolo con la lettera del 27 giugno 1997), così escludendo - per sola tale ragione (e senza appositamente sindacare le motivazioni sottese a tale rifiuto anche in relazione alla legittimità o meno della condotta adottata dal debitore) - che si fosse venuto a verificare il passaggio della proprietà in capo allo stesso Silenzi Elio e che potesse dichiararsi l'avvenuto trasferimento della quota del 50% del bene immobile, in favore dell'odierno ricorrente, per effetto dell'obbligo assunto dal suddetto Silenzi Elio con la scrittura privata del 16 luglio 1973, è incorsa nella violazione del principio di diritto poc'anzi enunciato, con la conseguente cassazione sul punto dell'impugnata sentenza


In tema di locazioni, la sanatoria della morosità del conduttore è consentita anche al terzo, in virtù della regola generale dettata dall'art.1180, primo comma cod.civ., e sempre che costui intenda adempiere in tale veste, ma il locatore può sempre rifiutare il pagamento da parte di persona diversa dal conduttore quando tale adempimento possa ingenerare confusione sulla titolarità del rapporto locativo. L'accertamento della fondatezza o meno del relativo timore del locatore rientra, poi, tra gli accertamenti di fatti devoluti in via esclusiva al giudice di merito, insindacabili in sede di legittimità se correttamente motivati. Sez. 3, Sentenza n. 21578 del 15/11/2004
L'ART. 1180 COD. CIV., NEL PREVEDERE CHE IL CREDITORE NON PUÒ RIFIUTARNE L'ADEMPIMENTO OFFERTO DAL TERZO SE NON ABBIA INTERESSE A CHE IL DEBITORE ESEGUA PERSONALMENTE LA PRESTAZIONE, PRESUPPONE LA IDENTITÀ DELLA PRESTAZIONE OFFERTA CON QUELLA DA ESEGUIRE. (NELLA SPECIE, SI È RITENUTO CHE IL CREDITORE AVEVA LEGITTIMAMENTE RIFIUTATO LA PRESTAZIONE OFFERTA DAL TERZO A CONDIZIONI ECONOMICHE PIÙ ONEROSE). Sez. 2, Sentenza n. 2651 del 28/04/1982
L'adempimento spontaneo di un'obbligazione da parte del terzo, ai sensi dell'art. 1180 cod. civ., determina l'estinzione dell'obbligazione, anche contro la volontà del creditore, ma non attribuisce automaticamente al terzo un titolo per agire direttamente nei confronti del debitore, titolo che sussiste soltanto in presenza di una delle ipotesi di surrogazione e regresso previste dalla legge;

non essendo in tal caso configurabili né la surrogazione per volontà del creditore, prevista dall'art. 1201 cod. civ., né quella per volontà del debitore, prevista dall'art. 1202 cod. civ., né quella legale di cui all'art. 1203 n. 3 cod. civ., la quale presuppone che il terzo che adempie sia tenuto con altri o per altri al pagamento del debito; la consapevolezza da parte del terzo di adempiere un debito altrui esclude inoltre la surrogazione legale di cui agli artt. 1203 n. 5 e 2036, terzo comma, cod. civ., la quale, postulando che il pagamento sia riconducibile all'indebito soggettivo "ex latere solventis", ma non sussistano le condizioni per la ripetizione, presuppone nel terzo la coscienza e la volontà di adempiere un debito proprio; pertanto, il terzo che abbia pagato sapendo di non essere debitore può agire unicamente per ottenere l'indennizzo per l'ingiustificato arricchimento, stante l'indubbio vantaggio economico ricevuto dal debitore. Sez. U, Sentenza n. 9946 del 29/04/2009


Va, perciò, confermato il diverso principio secondo il quale colui che paga sapendo di non essere debitore, non ha azione in base alle norme sull'indebito soggettivo, in esse comprese il terzo comma dell'art. 2036 c.c.. (vedi Cass. 11 novembre 1992, n. 12111). Infatti, la surrogazione ipotizzata dal cit. art. 2036 c.c., comma 3, postula che l'eseguito pagamento sia - in astratto - riconducibile alla figura dell'indebito ex latere solventis, pur difettando qualcuna delle condizioni perché possa esserne chiesta la ripetizione. Richiede necessariamente, quindi, che sussista l'elemento soggettivo della consapevolezza e volontà del solvens di pagare un debito proprio anziché altrui. Se così non fosse - se cioè potesse invocarsi detta norma sul mero presupposto oggettivo del pagamento non dovuto di un debito di terzi -, la surrogazione legale assumerebbe una portata cosi ampia e generale da privare di gran parte del proprio contenuto la figura della surrogazione per volontà del creditore e da rendere sostanzialmente superflua l'articolata disciplina dettata dal citato art. 1203 c.c., per la surrogazione legale (per queste considerazioni vedi, in motivazione, Cass. 26 giugno 2008, n. 17497). Indubbiamente il solvens - stante l'ingiustificato vantaggio economico ricevuto dal debitore - può agire, nel concorso delle condizioni di legge, per l'ottenimento dell'indennizzo da arricchimento senza causa, ma si tratta di rimedio non esperito nella controversia (vedi Cass. 2 agosto 2007, n. 17007).

L'art. 1180 cod. civ. ha la funzione di attribuire al pagamento effettuato dal terzo effetto solutorio dell'obbligazione anche contro la volontà del creditore, ma non attribuisce all'adempiente un titolo che gli consenta di agire nei confronti del debitore allo scopo di ripetere la somma versata, essendo necessario, a tal fine, che sia allegato e dimostrato il rapporto sottostante tra terzo e debitore. Ne consegue che, nel caso in cui sia escluso che tra questi esista un rapporto di mutuo (e, comunque, non sia dimostrata l'esistenza di qualsiasi altra causa a sostegno dell'azione) il giudice non può accogliere la domanda in virtù della mera considerazione che, nella specie, sia effettivamente dimostrato l'avvenuto pagamento, ad opera del terzo, del debito altrui. Sez. 3, Sentenza n. 23292 del 08/11/2007


Ma questa norma, che è inclusa nella sezione dedicata all'adempimento in generale delle obbligazioni, ha lo scopo di sancire l'effetto solutorio dell'adempimento, che può essere rifiutato dal creditore solo nel caso in cui il debitore gli abbia manifestato la sua opposizione. Essa, invece, non disciplina affatto e di questo il giudice del merito non s'è reso conto i rapporti tra il debitore ed il terzo solutore. Nel senso che il terzo, per avere titolo d'azione nei confronti del debitore deve far riferimento al rapporto diretto tra loro intercorrente. Diversamente, manca la causa in base alla quale il primo agisce nei confronti del secondo. Ci si trova, in altri termini, al cospetto di un'azione di pagamento (o, comunque, restitutoria) rispetto alla quale è definito il petitum ma non la causa pretendi. Dovendo questa necessariamente rinvenirsi, nell'astratta vicenda che ci riguarda, in un rapporto che può essere, tra l'altro, di mandato, o di mutuo, o di delegazione, o di utile gestione. Senza escludere che l'adempimento del terzo può avvenire anche donandi causa.

L'adempimento del terzo, ai sensi dell'art. 1180 cod. civ., si realizza allorquando un soggetto diverso dal debitore effettua concretamente, in modo libero, spontaneo ed unilateralmente, il pagamento di quanto dovuto al creditore ovvero quella diversa prestazione dedotta in obbligazione. Ne consegue che l'adempimento del terzo deve avere carattere specifico e conforme all'obbligazione del debitore e non può, dunque, consistere in una generica disponibilità ad adempiere, tanto più se riguardi una non meglio specificata prestazione. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che, nell'ambito di una controversia avente ad oggetto la cessione di un contratto preliminare di compravendita immobiliare, aveva escluso che si potesse configurare un adempimento del terzo nella dichiarazione stragiudiziale di disponibilità al pagamento delle prestazioni del debitore cedente nei confronti del creditore ceduto effettuata dai cessionari del contratto anzidetto). Sez. 2, Sentenza n. 23354 del 09/11/2011


Nell'adempimento del debito altrui da parte del terzo, mancando nello schema causale tipico la controprestazione in favore del disponente, si presume che l'atto sia stato compiuto gratuitamente, pagando il terzo, per definizione, un debito non proprio e non prevedendo la struttura del negozio nessuna controprestazione in suo favore: pertanto, nel giudizio avente ad oggetto la dichiarazione di inefficacia di tale atto, ai sensi dell'art. 64 della legge fall., incombe al creditore beneficiario l'onere di provare, con ogni mezzo previsto dall'ordinamento, che il disponente abbia ricevuto un vantaggio in seguito all'atto che ha posto in essere, in quanto questo perseguiva un suo interesse economicamente apprezzabile. . U, Sentenza n. 6538 del 18/03/2010

Viene in tal modo posta all'esame delle Sezioni Unite la questione concernente la natura - onerosa o gratuita - dell'atto con cui un soggetto adempie il debito altrui,con particolare riguardo al pagamento ad opera della società,del debito del proprio socio

Ciò in quanto,un primo orientamento,radicato nel tempo ha sostenuto che il pagamento del debito altrui costituisce per chi paga un atto a titolo gratuito perché il beneficio è destinato all'originario debitore rimasto estraneo all'atto, con la conseguenza che tale liberalità, in caso di fallimento del "solvens" è da considerarsi inefficace ai sensi della L. Fall., art. 64 (Cass. 6918/2005; 11093/2004;

5264/1998; 6909/1997; 5616/1992; 6929/1983). Laddove altro indirizzo ha seguito il principio opposto che in tema di pagamento compiuto dal fallito per estinguere il debito di un terzo, la gratuità dell'atto ai fini della revoca L. Fall., ex art. 64, può essere affermata unicamente in relazione al debitore in quanto l'adempimento ex art. 1180 c.c., da parte del soggetto poi sottoposto a procedura fallimentare configura un atto a titolo gratuito solo nei rapporti fra questi ed il debitore ove manchi una causa onerosa che ne giustifichi la liberazione, mentre nei rapporti fra il fallito ed il creditore che ha ricevuto il pagamento ha carattere indubbiamente oneroso (Cass. 889/2006; 15515/2001; 9560/1991; 3265/1989;

5548/1983).

Infine, Cass. 6739/2008, muovendo dal rilievo che l'adempimento in senso tecnico è solo il comportamento di chi sia obbligato alla prestazione, ha affermato che il pagamento del terzo non costituisce "mera esecuzione dell'obbligazione preesistente ma ha una sua causa autonoma che può risultare onerosa o gratuita a seconda che l'atto estintivo del debito dipenda o meno dalla controprestazione di uno dei due soggetti dell'obbligazione estinta" e che di conseguenza, agli effetti della L. Fall., art. 64, il pagamento del debito altrui effettuato da soggetto poi fallito è atto gratuito qualora si tratti di atto di disposizione del suo patrimonio senza contropartita anche in un altro rapporto nel cui ambito l'atto risulti preordinato al soddisfacimento di un ben preciso interesse economico, sia pure mediato e indiretto.


Ciò in quanto,un primo orientamento,radicato nel tempo ha sostenuto che il pagamento del debito altrui costituisce per chi paga un atto a titolo gratuito perché il beneficio è destinato all'originario debitore rimasto estraneo all'atto, con la conseguenza che tale liberalità, in caso di fallimento del "solvens" è da considerarsi inefficace ai sensi della L. Fall., art. 64 (Cass. 6918/2005; 11093/2004;

5264/1998; 6909/1997; 5616/1992; 6929/1983). Laddove altro indirizzo ha seguito il principio opposto che in tema di pagamento compiuto dal fallito per estinguere il debito di un terzo, la gratuità dell'atto ai fini della revoca L. Fall., ex art. 64, può essere affermata unicamente in relazione al debitore in quanto l'adempimento ex art. 1180 c.c., da parte del soggetto poi sottoposto a procedura fallimentare configura un atto a titolo gratuito solo nei rapporti fra questi ed il debitore ove manchi una causa onerosa che ne giustifichi la liberazione, mentre nei rapporti fra il fallito ed il creditore che ha ricevuto il pagamento ha carattere indubbiamente oneroso (Cass. 889/2006; 15515/2001; 9560/1991; 3265/1989;

5548/1983).

Infine, Cass. 6739/2008, muovendo dal rilievo che l'adempimento in senso tecnico è solo il comportamento di chi sia obbligato alla prestazione, ha affermato che il pagamento del terzo non costituisce "mera esecuzione dell'obbligazione preesistente ma ha una sua causa autonoma che può risultare onerosa o gratuita a seconda che l'atto estintivo del debito dipenda o meno dalla controprestazione di uno dei due soggetti dell'obbligazione estinta" e che di conseguenza, agli effetti della L. Fall., art. 64, il pagamento del debito altrui effettuato da soggetto poi fallito è atto gratuito qualora si tratti di atto di disposizione del suo patrimonio senza contropartita anche in un altro rapporto nel cui ambito l'atto risulti preordinato al soddisfacimento di un ben preciso interesse economico, sia pure mediato e indiretto.

Ciò in quanto,un primo orientamento,radicato nel tempo ha sostenuto che il pagamento del debito altrui costituisce per chi paga un atto a titolo gratuito perché il beneficio è destinato all'originario debitore rimasto estraneo all'atto, con la conseguenza che tale liberalità, in caso di fallimento del "solvens" è da considerarsi inefficace ai sensi della L. Fall., art. 64 (Cass. 6918/2005; 11093/2004;

5264/1998; 6909/1997; 5616/1992; 6929/1983). Laddove altro indirizzo ha seguito il principio opposto che in tema di pagamento compiuto dal fallito per estinguere il debito di un terzo, la gratuità dell'atto ai fini della revoca L. Fall., ex art. 64, può essere affermata unicamente in relazione al debitore in quanto l'adempimento ex art. 1180 c.c., da parte del soggetto poi sottoposto a procedura fallimentare configura un atto a titolo gratuito solo nei rapporti fra questi ed il debitore ove manchi una causa onerosa che ne giustifichi la liberazione, mentre nei rapporti fra il fallito ed il creditore che ha ricevuto il pagamento ha carattere indubbiamente oneroso (Cass. 889/2006; 15515/2001; 9560/1991; 3265/1989;

5548/1983).

Infine, Cass. 6739/2008, muovendo dal rilievo che l'adempimento in senso tecnico è solo il comportamento di chi sia obbligato alla prestazione, ha affermato che il pagamento del terzo non costituisce "mera esecuzione dell'obbligazione preesistente ma ha una sua causa autonoma che può risultare onerosa o gratuita a seconda che l'atto estintivo del debito dipenda o meno dalla controprestazione di uno dei due soggetti dell'obbligazione estinta" e che di conseguenza, agli effetti della L. Fall., art. 64, il pagamento del debito altrui effettuato da soggetto poi fallito è atto gratuito qualora si tratti di atto di disposizione del suo patrimonio senza contropartita anche in un altro rapporto nel cui ambito l'atto risulti preordinato al soddisfacimento di un ben preciso interesse economico, sia pure mediato e indiretto.


GUIDA AL DIRITTO ANNO 2010 FASC. 16 PAG. 56; GIURISPRUDENZA ITALIANA (Editore: Utet) ANNO 2010 FASC. 10 PAG. 2081 ; I CONTRATTI: RIVISTA DI DOTTRINA E GIURISPRUDENZA (Editore: Wolters Kluwer Italia S.r.l.)

ANNO 2010 FASC. 11 PAG. 1000 ; GIURISPRUDENZA COMMERCIALE (Editore: Giuffrè)



ANNO 2011 FASC. 3 PARTE 2 PAG. 561
Ai sensi dell'art. 1180 cod. civ. è consentito l'adempimento del terzo, anche contro la volontà del creditore, se quest'ultimo non abbia interesse a che il debitore esegua personalmente la prestazione: Sotto un tal riguardo la fattispecie di cui all'art. 1180 cit. è integrata anche dalla consegna, da parte del debitore, di un assegno bancario emesso, da un terzo, a favore del creditore, quando il titolo sia accettato in pagamento dal creditore e da questi incassato. Sez. 3, Sentenza n. 8922 del 09/09/1998


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