Alessandro Balducci



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Gabriele Rabaiotti

CITTA’ E TERRITORIO

Modulo 2.


Le città e i problemi del cambiamento:

città, metropoli, mega-city, regioni

“Il Metro-Center era di nuovo un’attrazione turistica, proprio come un tempo. (…)

Mi aggrappai alle barricate della polizia con tutte e due le mani, tenendo il bastone appoggiato ad un braccio. In un certo senso quel luogo mi faceva pensare a un dirigibile che si era schiantato al suolo, a uno di quegli enormi zeppelin degli anni fra le due guerre che appartenevano ai tempi andati del circuito automobilistico di Brooklands. Ma mi faceva anche pensare alla caldera di un vulcano che fumava ancora, pronto a rinascere dalle sue ceneri. Un giorno sarebbe tornato attivo e avrebbe sputato sulla città attorno all’autostrada portefinestre e mobili da cucina, sedie a sdraio e camere da letto con bagni annessi. Ripensai ai miei ultimi momenti nel centro commerciale, alle fiamme che correvano lungo le gallerie dei piani alti da un negozio all’altro.

Nella mia testa le fiamme bruciavano ancora, e correvano tra le strade di Brooklands e delle città lungo l’autostrada, inghiottendo viuzze di case modeste, divorando aree residenziali e centri per le comunità, stadi di calcio e saloni espositivi di automobili, l’ultimo falò in onore degli dei del consumismo”

(Ballard, 2006)


Lezione 1 – Una trasformazione recente



Indice

  1. Un territorio ancora rinascimentale

  2. Le conseguenze del ritardo

  3. L’ottimismo del dopoguerra



1. Un territorio ancora rinascimentale

L’osservazione delle mappe e delle rappresentazioni di una delle città italiane più dinamiche e avanzate lascia sconcertati. Milano, per più di trecento anni, resta sempre uguale a sé stessa. Dal 1500 alla fine del secolo XIX è tutta contenuta entro le mura. Le polarità, gli edifici e le piazze più rappresentative restano identificabili in larga parte così come resta la zona di rispetto tra il margine esterno delle mura e i primi centri abitati evidentemente rurali, cresciuti intorno ai complessi cascinali, alle pievi e ai monasteri impegnati nelle bonifiche della pianura irrigua a sud della città.

Le città crescono per attrazione di popolazione dalla campagna e si comprimono prevalentemente per pestilenze, catastrofi, incidenti che hanno impatti spesso importanti. Le dimensioni, le densità dei carichi e le articolazioni funzionali restano pressoché invariate in un gioco di equilibrio e di bilanciamento tra città e campagna che riconosce la reciproca utilità dei sistemi allo sviluppo sociale ed economico e conferma la correttezza di un processo che ha portato, lentamente, ad una sorta di specializzazione dei territori.

La città si conferma come sede del potere politico, amministrativo, religioso, economico e luogo dello scambio e dei servizi finalizzati a trasformare la produzione in ricchezza. E’ anche lo spazio dell’artigianato, dell’istruzione, della produzione artistica, della costruzione delle forme di rappresentazione pubblica della società, del ricovero (quasi mai tollerato) della popolazione povera concentrata a raccogliere i resti e gli scarti risultanti dal “meccanismo di produzione del valore e di accumulazione della ricchezza”.

L’insediamento fuori le mura è lo spazio della produzione diretta (nei settori dell’agricoltura e dell’allevamento), dei grandi possedimenti e dei latifondi spesso lasciati incolti. E’ uno spazio regolato da processi semplici, scanditi dal ritmo della natura e, a causa di questo, fortemente esposto. Anche qui si sviluppano attività di tipo artigianale e di trasformazione che trovano nei mercati il luogo dello scambio e dell’interazione con la città.
Dal Rinascimento fin quasi alla metà dell’Ottocento il modello urbano non subisce grandi variazioni al punto che il cambiamento delle città italiane sembra essere provocato più dalla pressione esercitata dalla crescita e dalla trasformazione delle grandi città europee che premono sui confini dello stato italiano che ha appena raggiunto l’unità che non da un processo di sviluppo endogeno.

“Verso la fine del Rinascimento, la rete dei grandi centri italiani è ancora la più robusta del vecchio continente: sono infatti sei (Napoli, Venezia, Milano, Palermo, Roma e Messina) le città che, in ordine decrescente, hanno raggiunto o superato la soglia dei centomila abitanti. (…) Circa duecento anni dopo l’Italia, tagliata fuori dai grandi circuiti economici e commerciali indotti dalle scoperte geografiche, risulta avere sempre mezza dozzina di città sopra i centomila abitanti. Genova subentra a Messina, devastata dal terremoto del 1783; con i suoi trecentomila abitanti, Napoli rimane a lungo il secondo insediamento urbano del Mediterraneo; dopo Istanbul, più che doppiamente popolata.”

(Tintori, 1989)
Questo squarcio sul passato recente (con questa situazione ci presentiamo alle soglie del Novecento) segnala un carattere distintivo dello sviluppo territoriale italiano non sufficientemente considerato. L’Italia, messa a confronto con il resto dell’Europa, appare come il territorio più policentrico e “bilanciato” fino alla fine dell’Ottocento: in Francia soltanto tre città hanno superato i centomila abitanti; in Germania e in Russia due a testa; in Gran Bretagna e in Olanda se ne ritrova una sola. E’ d’altro canto da registrare il fatto che Parigi e Londra stanno rapidamente raggiungendo il milione di abitanti; alle spalle hanno avuto per lungo tempo Stati autoritari, assoluti, governati secondo un modello di forte accentramento. La concentrazione e la crescita urbana sono strettamente connessi ai sistemi di governo (le monarchie assolute) e alla strategicità della posizione geografica all’interno dei flussi dello scambio commerciale che, proprio in questi secoli, si affermano come motore di primaria importanza per lo sviluppo economico; ne sono esempi Amsterdam e Venezia.
2. Le conseguenze del ritardo

Dispersione e diffusione territoriale, policentrismo urbano, forte autonomia, unità politica appena realizzata, lasciano le nostre città attaccate all’impianto altomedievale e rinascimentale mentre gli altri grandi insediamenti urbani in Europa vengono completamente riorganizzati nell’impianto infrastrutturale e ripensati nell’articolazione funzionale e nelle dotazioni di servizio a partire dai grandi piani di trasformazione e di espansione che reagiscono tanto alla domanda di sviluppo quanto alla pressione sociale.

Le città sono sempre più città, nel bene e nel male.

I conflitti urbani sono in aumento: la gente vive spesso ammassata, in condizioni igienico sanitarie limite. Nell’agenda dei governi la casa e lo spazio residenziale occupano un posto residuale.

La gente accorre confusamente, spinta da illusioni e aspettative che non si possono verificare se non in casi fortunati e comunque in tempi più lunghi rispetto a quelli previsti. Sono frequenti fenomeni di intolleranza e di razzismo tra il proletariato locale e i popoli stranieri in fuga, cacciati dai loro paesi (gli ebrei, gli irlandesi che si rifugiano a Londra nel Settecento).

Nel disordine, dove cavarsela significa essere in grado di arrangiarsi, risultano segregati ed esclusi i malati, i (presunti o reali) portatori di pericoli, i mendicanti.

La tensione cresce al punto che tra Settecento e Ottocento sono le grandi città le arene delle rivoluzioni e degli scontri.

Da questa situazione di criticità e di continua tensione si cerca di uscire, almeno nelle città europee, attraverso una grande operazione di ridisegno dello spazio e del suo principio di ordine. I grandi piani ottocenteschi di Parigi, di Vienna e di Barcellona provano a separare quanto si è andato confondendo e mescolando, ricostruiscono uno spazio di rappresentanza adatto alle nuove forme di gestione del potere, tracciano le traiettorie lungo le quali è bene che si sviluppi l’intervento di riordino e di “risanamento”, attrezzano la città di una armatura adatta a sostenere i nuovi “carichi” urbani.

Nonostante lo sforzo e le intenzioni, anche nelle migliori versioni, si tratta di interventi che di fatto inseguono e rincorrono i problemi e solo in parte riescono ad anticiparli. Operazioni che assomigliano, specialmente nel caso italiano che comunque sarà successivo e meno ambizioso, più a “programmi” che non a “progetti”.
Di fronte alla sfida industriale che le nostre città, a fine Ottocento, stanno per affrontare, ci ritroviamo con un impianto di organizzazione dello spazio non in grado di reagire e di rispondere alle nuove sollecitazioni: mancano le case per le classi povere e popolari in cerca di un lavoro, sono deboli le infrastrutture del trasporto (in particolare su ferro), risultano insufficienti le reti di distribuzione dell’energia, non sono adeguate le dotazioni dei servizi pubblici, restano poco chiare le relazioni tra le strategie per lo sviluppo formulate dai nuovi governi centrali e le ricadute urbane che vedono oramai la città svolgere un ruolo di “organizzatore” di un sistema territoriale non più circoscrivibile all’interno dei suoi confini amministrativi.

Molte sono le questioni e i processi che lavorano in modo carsico il territorio e che costruiscono le premesse per il cambiamento della città; a ridosso dello sviluppo della grande industria in Italia e del contatto tra questa e la città è troppo difficile decifrarli; al termine della seconda guerra mondiale tutto appare chiaro e ci si sente sicuri nel potercela fare (anche perché, davanti ad un paese distrutto, non si può stare fermi).




  1. L’ottimismo del dopoguerra

Con le distruzioni del secondo conflitto mondiale politici, tecnici e professionisti hanno l’impressione che, del territorio, tutto sia stato cancellato: tutto il bello, il buono e il positivo faticosamente realizzato negli anni ma anche tutto il brutto, il distorto, il negativo che, nel tempo, si era accumulato.

Gli scienziati territoriali, urbanisti, architetti, ingegneri, sociologi, economisti, animati da uno spirito “positivo” e fiduciosi delle possibilità analitiche e progettuali rese possibili dai loro saperi, risultano i referenti e i depositari della possibilità di ripresa.

Molto è stato distrutto, abbattuto, massacrato, cancellato; si interviene su una piattaforma messa duramente alla prova ma che finalmente consente di fare quello che da sempre si riteneva di dover fare e che mai si era riusciti a fare (la lentezza della burocrazia e la resistenza delle istituzioni pubbliche al cambiamento erano già comparse sulla scena coe a costituire parte della tradizione di questo paese).

Dalle rovine si poteva quindi far sorgere una città pianificata razionalmente, misurata, adeguata alle richieste sostenute da chi era sopravvissuto e, in prospettiva, dalle popolazioni future. Non ci sono tracce della storia; il tema dominante è il futuro e la sua costruzione. Il fermento e l’attivismo di questi anni vengono guidati, a seconda dei paesi, da orientamenti generali differenti: le politiche, nei diversi contesti, tendono a premiare il recupero delle disuguaglianze, oppure il rafforzamento delle connessioni con altre parti del territorio, o ancora lo sviluppo più equilibrato tra le aree funzionali, o il sostegno allo sviluppo delle imprese, o la qualità dello spazio pubblico, la razionalizzazione e l’adeguamento delle unità abitative e dei servizi alle nuove esigenze della popolazione.


A distanza di vent’anni, quando le opere di realizzazione dei progetti delle nuove città cominciano ad essere abitate, si ha l’impressione che qualche cosa non funzioni. Le nuove opere risultano inferiori alle attese, la lucidità degli obiettivi delle proposte sembra offuscata dal gioco degli interessi individuali che spingono altrove e spesso risultano in conflitto, il meccanismo lineare che consente di trasformare gli input in output risulta più contorto e discontinuo di quanto non si fosse previsto. Il paradigma della certezza scientifica è messo in crisi e le città ne sono una testimonianza tangibile.

I quartieri sono più il risultato delle logiche speculative sostenute con forza dagli operatori immobiliari che non l’esito dei progetti disegnati dagli architetti e consegnati nelle mani delle pubbliche amministrazioni; il grande sistema dei parchi e spazi pubblici resta incompleto e non risolto perché le risorse necessarie sono state dirottate altrove; gli spazi periferici per l’incontro e la socializzazione consegnati alle famiglie delle classi popolari come dispositivi utili a migliorare la qualità della vita restano deserti e, se vengono utilizzati, questo avviene in modo “improprio”.

Le razionalità tecniche non riescono a trovare punti di contatto soddisfacenti con la realtà dei fatti; qualcosa è sfuggito.

In alcuni autori, insoddisfatti e critici (in alcuni casi anche perché inascoltati ed esclusi dalla fase di progettazione di cui sopra), comincia ad essere presente la domanda intorno al “che cosa non ha funzionato e perchè”. Si fa strada un approccio che potremmo definire “processuale” e che riconosce come progetto, piano, disegno, proposta di trasformazione siano il risultato e l’esito (spesso inizialmente non prevedibile):



  • di un percorso animato da attori differenti, ciascuno portatore di un suo interesse;

  • di una strada segnata da discontinuità, momenti ricorsivi, fasi di stallo;

  • di un tracciato dove si incrociano saperi sempre limitati e insufficienti chiamati ad interagire;

  • di un cammino in cui la definizione della soluzione risulta essere parte del processo, risultato parziale, mai definitivo.

L’efficacia dei progetti e dei piani è fortemente condizionata da queste differenti considerazioni che, presenti storicamente in alcune tradizioni minori del pensiero scientifico, emergono con sempre maggiore convinzione e forza dagli anni Sessanta in avanti (Balducci, 1991).

La città si presenta come un costrutto umano, un artefatto voluto, che si genera a partire dalla combinazione di iniziative differenti, tra loro anche contraddittorie, sulle quali influiscono fattori consci ed inconsci, decisioni più o meno intenzionali, dimensioni di previsione e preoccupazioni contingenti.

Ieri come ora

“Le città non ci vengono totalmente imposte da direttive economiche e politiche impartite dall’alto; e non sono neppure completamente determinate dal basso, a opera di forze oscure che sarebbe impossibile identificare e impensabile, a maggior ragione, controllare. (…) le città, come i loro abitanti, sono un misto di bene e male. Da cinquemila anni a questa parte, ovvero da quando fu inventata la scrittura, l’eco delle critiche mosse dai letterati alla città è stata vastissima. Eppure la gente si è sempre accalcata nelle città e anche le lodi hanno risuonato altissime”

(Rykwert, 2000)


Estendendo il suo campo di azione e la sua area di influenza (area in cui la città scambia nel senso che prende e dà, offre e riceve), il sistema urbano ha anche ampliato il campo delle contraddizioni che ospita. L’abbattimento materiale e immateriale delle mura e dei bastioni ha reso la città più dinamica e insieme più vulnerabile, l’ha inserita in un circuito di relazioni funzionali ma l’ha anche esposta al rischio di “invasione”; l’ha resa partecipe di decisioni sovralocali ma in questo modo ha anche spostato l’asse e il baricentro del suo governo in sedi non più direttamente controllabili.

Luogo per eccellenza che vive della relazione con la società che la abita e la attraversa, la città che in questo mondo globalizzato e diffuso è riuscita a raccogliere la sfida contemporanea è quella che ha saputo, ancora una volta, fare spazio alla nuova ondata delle masse contadine in cerca di fortuna che giungono dai differenti sud del mondo.

Accanto ai nuclei urbani “storici”, nuove concentrazioni urbane crescono oggi più rapidamente delle prime. Il Cairo, Mosca, Bombay, Kuala Lumpur, Giakarta, San Paolo, Città del Messico, Lagos, Dubai, insieme alle città tradizionalmente riconosciute come globali (New York, Londra, Parigi, Tokyo, Shanghai) fanno parte di un sistema urbano mondiale che raccoglie più della metà della popolazione presente sul pianeta.
Consapevoli delle enormi difficoltà che presenta il governo di questi insediamenti, in alcuni casi estremi ed esplosivi, cominciamo ad intuire che la città non è sola nel dare risposta alle richieste e alle necessità formulate dai diversi attori che la abitano. La facilità degli spostamenti, l’infrastruttura tecnologica, le possibilità di decentrare servizi e di delocalizzare attività ci permettono di definire un “sistema rete” che lega tra loro territori e luoghi come se fossero un unico sistema metropolitano. Non siamo qui a sostenere che i problemi delle città e dei loro centri siano risolti ma che, forse, sia possibile guardarli da un altro punto di vista. Forse in questo modo la megalopoli raccontata da Mumford potrebbe non trasformarsi nella necropoli se non interpretando questa fine non tanto come la morte della città quanto invece come la scomparsa di un modello organizzativo che abbiamo conosciuto e riconosciuto nel passato e che ha, nel tempo, rappresentato la forma più importante e decisiva dell’abitare il territorio della società. Una scomparsa che lascia lo spazio ad un nuovo modo di abitare il territorio.


Lezione 2 - I caratteri della città contemporanea



Indice:

1. Dentro e fuori la città

2. Città, competizione ed effetto urbano
1. dentro e fuori la città

Rispetto al passato, la città è divenuta, in modo ancora più evidente, dispositivo che produce allo stesso tempo integrazione e insieme esclusione e segregazione. In questi decenni, dopo un lungo periodo di stabilità (se non dimensionale per lo meno simbolica), la sua immagine fisica è cambiata;

“in un accelerato processo di selezione cumulativa parti importanti della città sono state demolite e trasformate; entro una più minuta divisione del lavoro e una più rigida definizione dello statuto di ogni parte della società come della città, l’uso e la frequentazione multiforme di molti importanti spazi della sociabilità sono andati persi o sono stati modificati in modi irreversibili”.

(Secchi, 2005)


I grattacieli, prima occidentali e poi orientali, sono divenuti i nuovi simboli dello sviluppo urbano, delle economie mondiali e della concentrazione del potere (finanziario). Manufatti verticali che raccontano di un processo di concentrazione e accumulazione in qualche modo contrapposto al modello più policentrico e diffuso del territorio europeo (e molto italiano) che per lungo tempo è risultato capace di sostenere i processi di accumulazione della ricchezza.
La tensione esercitata sui centri urbani, sulle parti interne, sugli insediamenti storici, grazie allo sviluppo delle infrastrutture, delle modalità di trasporto e delle nuove tecnologie, si è ridotta spostandosi e ridistribuendosi prima sulle periferie urbane e poi su un territorio più ampio ancora. Espansione e diffusione hanno permesso una diversa organizzazione dello spazio e della sua densità ma hanno provocato congestione, traffico, inquinamento, anomia, portandoci verso luoghi troppo uguali tra loro per poter essere riconosciuti e veramente abitati.
Lo spazio, anche quello più urbano, è sempre più infrastruttura, piattaforma funzionale al movimento, tessuto connettivo che non esprime altro ruolo se non quello di tenere insieme, di cucire, di saldare due polarità (il punto di partenza e il punto di arrivo) altrimenti troppo distanti.

Durante il corso del secolo le infrastrutture assumono una sempre maggiore visibilità ed importanza e diventano i veri spazi urbani: svincoli, snodi, assi di penetrazione e di attraversamento sono i nuovi monumenti, gli elementi attorno ai quali si produce una nuova gerarchia dello spazio che porta a localizzare qui le attività e le funzioni strategiche.

Tangenziali, autostrade, circonvallazioni, sono il tracciato aperto e lineare che attribuisce importanza e valore ai luoghi. Come per le mura antiche l’essere all’interno costituiva l’essere nella e della città, oggi trovarsi lungo i raccordi di assi stradali importanti, nei pressi dei nodi di interscambio, lungo la direttrice di una autostrada che lega un aeroporto con una stazione ferroviaria dell’alta velocità, significa appartenere ad un sistema territoriale competitivo e vincente, appartenere alla regione urbana che è sì diffusa ma non per questo è meno selettiva della precedente.

La nuova maglia d’ordine necessita di spazi di manovra non rinvenibili, se non a caro prezzo, all’interno della città consolidata; questa esigenza rende preferibile, per molte attività tipicamente urbane, un trasferimento periferico, esterno, sufficientemente vicino al centro urbano per poterlo raggiungere e poterne godere i benefici (servizi e potere attrattore) e abbastanza distante dal centro urbano per poterne evitare gli svantaggi (congestione, tempi di attesa, inquinamento, scarsa qualità ambientale).


Questa tensione tra dentro e fuori, vicino e lontano, tra lento e veloce sembra essere uno dei fattori che determinano il movimento dello spazio urbano e la sua sempre mutevole organizzazione. La città, che ha rappresentano un elemento di certezza nella strutturazione del territorio, diventa instabile, assume configurazioni cangianti e incerte; sembra essere in cerca di un equilibrio impossibile tra concentrazione e dispersione. Instabilità e selezione diventano gli ingredienti di un sistema che è forse troppo diverso da quello conosciuto per essere chiamato ancora città ma che ancora, ugualmente rispetto a quello che la città è sempre stata sollecitata a fare, è chiamato a misurarsi con la capacità di aprirsi al confronto con mondi differenti.

Si tratta di saper offrire occasioni di intreccio e contaminazione tra centro urbano e sistemi più vasti: il flusso di persone, merci e quindi significati, da e verso la città, da e verso altre città e altri luoghi più remoti, rappresenta un movimento necessario (anche se non sempre sufficiente) per attivare processi di commistione e di sperimentazione che danno risultati importanti in termini di innovazione, che consentono di allargare gli orizzonti di chi abita la città. Questo processo di arricchimento, possibile più nella città che altrove, dipende solo in parte dall’interno se non per la decisione di permettere ad altri di entrare nella città e, in questo modo, di poter prendere parte alla costruzione di nuovi significati e di nuovi mondi possibili.


2. Città, competizione ed effetto urbano

Sono evidenti e fin troppo dibattute le relazioni che si sono strette nel tempo tra economie (materiali ed immateriali) e città. Molte graduatorie e classifiche tra città del mondo, utilizzando indicatori quali il numero di sedi direzionali di multinazionali, l’esistenza o meno della borsa, la presenza di fiere nazionali ed internazionali, il transito medio giornaliero di business man, la concentrazione di imprese nel settore delle nuove tecnologie o dei servizi assicurativi, bancari e finanziari.

Ma è così importante misurare il livello di competitività tra le città? Ed è vero che le città debbano essere e siano in competizione, e sulla base di quali fattori questo gioco può essere vinto?

Se è vero che la presenza di attività economiche e di indicatori che ne registrano il funzionamento rappresenta una spia del fatto che la città è riconosciuta come nodo all’interno di un sistema di organizzazione del territorio e che quindi le potenzialità di successo nel processo di affermazione globale o comunque sovralocale hanno più probabilità di essere espresse e giocate, non siamo sicuri del fatto che la città sia scelta dalle imprese perché fattore che influisce direttamente sul buon funzionamento e sul successo delle imprese stesse. La relazione tra città e funzione economica è più complicata; se una impresa che funziona contribuisce allo sviluppo della città non è sempre vero il contrario. Essere in grado di attrarre funzioni ed attività (anche ma non solo economiche) dimostra la capacità di collocarsi all’interno di reti e di meccanismi di decisione in modo attivo ma la presenza di attività, in quanto tale, può anche essere subita (per non dire che può addirittura essere legata al caso). Se, come sostenuto di recente da alcuni studiosi di città (Amin, Thrift 2005), la questione della concorrenza e della competizione riguarda più il sistema delle aziende che non le città e il sistema territoriale e che il buon funzionamento della macchina urbana è sì connesso anche alla presenza di attività economiche ma non in modo così stretto e diretto, parlando della città e del suo futuro è forse necessario prestare attenzione anche ad altri aspetti e ad altre questioni, cercando di capire e di verificare se esistono dimensioni, materiali e fattori più specifici che “fanno città”.

La centratura esclusiva sulla dimensione economico-finanziaria, considerata come l’unica leva in grado di salvare, di riabilitare, di costruire la città, ci ha fatto dimenticare un aspetto più generale e “comprensivo” che, in parte, tiene al suo interno anche la questione economica ed è la dimensione della scoperta, della natura imprevedibile, della creatività, della concentrazione di opportunità per l’azione, della ricchezza e dell’articolazione dei percorsi e degli attraversamenti che caratterizzano la città e che la distinguono da altri territori. Quello che in Hannerz viene restituito nella descrizione della città intesa come un “campo fertile” per la discussione, lo scambio, lo scontro, l’incontro e la produzione di cultura.

“La città, più di altri habitat umani, è un luogo di scoperte e sorprese, più o meno piacevoli, un luogo dove può capitare di vedere oggi cose che non si sono viste ieri, e incontrare persone diverse da noi. ‘Il rapido affollarsi di immagini mutevoli, la netta discontinuità tra gli oggetti colti da un solo sguardo, il susseguirsi di impressioni inaspettate. Sono queste le condizioni psicologiche create dalla metropoli’ scrive Georg Simmel in un saggio sulla vita psichica nella grande città, nel quale si proponeva di astrarre una psicologia, uno stato della mente. Si tratta però anche di condizioni culturali: è nella città che troviamo, nella forma più concentrata entro uno spazio, limitato, il genere di complessità che è argomento di questo libro; la più gran varietà di subculture, l’apparato culturale più articolato, una gamma di modalità, contrastanti eppure interconnesse, di gestire il significato. Pertanto le città non possono che essere oggetto di particolare interesse per gli studi sulle culture”

(Hannerz 1992)
Si apre qui un orizzonte descrittivo, interpretativo e progettuale sull’effetto urbano fortemente connesso alla vivacità e alla vitalità di quanto si svolge nello spazio. E’ un punto di grande interesse, un nodo ancora troppo poco esplorato da chi si occupa di città.


Lezione 3 – Tornando alla scala micro




Indice


1. Un diverso punto di osservazione

2. Vista da vicino: strade, case, persone


1. Un diverso punto di osservazione

Se proviamo a pensare alle città da lontano ci sembra necessario dare forma al tutto, trovare gli strumenti in grado di regolare la crescita, di sostenere lo sviluppo, di mantenere un livello di ordine e coerenza tra le parti. Nonostante le critiche al pensiero tecnico inteso come pensiero forte si tratta di un atteggiamento che alimenta ancora oggi il pianificatore e la pianificazione urbana e territoriale. In questo, o in un altro mondo, riteniamo che ci sia una forma d’ordine cui poter fare riferimento e che questa forma d’ordine, ammesso che esista, sia da perseguire. Immanenti e trascendenti, attraverso la complessa attività di pianificazione, sempre più incerta nel paradigma e debole nello statuto, procediamo nel tentativo di raggiungere o comunque di approssimarci all’ordine di un sistema artificiale, mosaico delle combinazioni molteplici di manufatti costruiti e di strutture da realizzare. Lo facciamo mettendo mano alla strumentazione, alla cassetta degli attrezzi. Il piano regolatore non funziona più, la strumentazione attuativa è superata, il progetto è discrezionale, la partecipazione è una finta, i patti e le intese negoziali non sono sufficienti, non viene data attenzione al monitoraggio delle fasi di implementazione e alla valutazione dei risultati (previsti e non) che si producono.

Mentre da pochi mesi le regioni hanno approvato la nuova legge che riforma gli strumenti di gestione e di governo del territorio, guardiamo la città da lontano e la miriade di strumenti inventati, costruiti, utilizzati e poi scartati, sostituiti, riproposti; le tracce del tentativo di dare una regola, di sostituire quella esistente trovandone una nuova più giusta, più certa, più bella, più efficace, più efficiente.

Resta aperto l’interrogativo nella sua dimensione generale e particolare. Alla luce dei fatti, guardando ancora la città da lontano, possiamo dire di essere riusciti nell’intento? E comunque non è per caso un’altra la città che abbiamo davanti e che ci guarda, meno soggetta ai processi di espansione e di invasione del territorio che chiedevano forme di controllo estese ed universalmente valide e poteri forti e più incline alla trasformazione interna, al riuso parziale e al recupero delle parti e quindi bisognosa di percorsi guidati da politiche di promozione, di sostegno e rafforzamento, da indirizzi e orientamenti capaci di premiare le peculiarità e le specificità come dimensioni dello sviluppo, di garantire una apertura capace di travasare sul territorio urbano vivacità e vitalità in quote sufficienti a rendere la città ancora interessante da abitare e frequentare? Quale città per il terzo millennio se non una città che, sfiancata da una competizione mondiale di cui ci sfuggono il senso e le ragioni se misurate nel medio e nel lungo periodo, torna ad essere guardata da vicino, nella sua complessità e pluralità, nella sua irriducibilità, nel suo mutevole assetto?


2. Vista da vicino: strade, case, persone

Da vicino tornano i quartieri con le loro storie scolpite nelle tracce indelebili che riusciamo a rievocare camminando sui vecchi tracciati che si fanno largo entro un tessuto compatto, ancora denso anche se non tutto utilizzato.

Da vicino ci colpiscono le azioni abituali che animano lo spazio pubblico della strada e dei marciapiedi, della piazza e del giardino collocato nel suo centro e poi ancora le corti interne, i portici e le soglie che definiscono l’ingresso in uno spazio altro, i parcheggi e il mercato comunale, la biblioteca, il vecchio Consiglio di Zona, il centro di aggregazione per i giovani e gli anziani, la palestra.

Percorrendo le strade e i marciapiedi che le delimitano legandole alle facce degli edifici, troviamo persone che escono a camminare per essere viste mentre altre corrono per non essere prese; giovani che cercano di sembrare già adulti indossando giacche e cravatte imbarazzanti e uomini di mezza età che pensano di avere venti anni in meno e che diventano imbarazzanti per come si presentano; ragazze a cui piacerebbe incontrare finalmente qualcuno con cui andare a vivere il resto della vita e altre che non sanno come fare a chiudere una storia di sofferenze; italiani che provano a parlare inglese e filippini che provano ad imparare l’italiano; incontriamo chi rientra stanco da una giornata di lavoro e chi è stanco per non essere ancora riuscito a lavorare un solo giorno; vediamo bambini correre felici e giocare a nascondino tra le auto parcheggiate lungo il bordo della strada e bambini che guardano annoiati fuori dal finestrino di una macchina che conclude la manovra del parcheggio; anziani che osservano curiosi dalla cesata del cantiere cercando di capire come sarà quel pezzo di città che si sta nascostamente preparando per il futuro e anziani, con lo sguardo perso nel vuoto, che preferiscono non pensare a quello che il futuro potrebbe riservare loro; scopriamo famiglie che discutono perché non sanno come investire i loro risparmi e famiglie che discutono perché non sanno come fare a guadagnare…

Nella città, vista da vicino, attraversata a piedi e percorsa prestando attenzione a quanto succede intorno a noi, troviamo molto; molto da ascoltare e osservare, molto da imparare e raccogliere, molto da rielaborare ed utilizzare. Da vicino troviamo chiavi d’accesso sorprendenti e impensate per capire e leggere diversamente il posto in cui distrattamente ci siamo abituati a vivere (Pascale 2001).
“Oltre che alla circolazione dei veicoli, le strade urbane servono a molti altri scopi, così come i marciapiedi – la parte di strada destinata ai pedoni – hanno altri usi oltre a quello del transito pedonale. Questi usi, sebbene connessi con la circolazione, non coincidono con essa: sono usi autonomi, altrettanto essenziali ai fini della funzionalità urbana. In se stesso un marciapiede di città non significa niente: significa qualcosa solo in relazione agli edifici e agli altri usi esistenti lungo di esso o lungo altri marciapiedi immediatamente prossimi. Lo stesso potrebbe dirsi delle strade, nel senso che la loro funzione non si esaurisce nel lasciar defluire nella carreggiata il traffico dei veicoli. Le strade e i marciapiedi costituiscono i più importanti luoghi pubblici di una città e i suoi organi più vitali. Quando si pensa a una città, la prima cosa che viene alla mente sono le sue strade: secondo che esse appaiano interessanti o insignificanti, anche la città appare tale”.

(Jacobs 1961)

Quanto da lontano abbiamo misurato, dimensionato, quantificato, schematizzato, calcolato, perimetrato, da vicino prende forma, colore, odore, sostanza.

Davanti abbiamo i manufatti, i materiali che compongono il progetto fisico della città. Quelle stesse cose, viste da vicino, chiedono linguaggi e codici di rappresentazione differenti. E’ una nuova architettura quella che dobbiamo mettere in campo, capace di cogliere quanto da lontano non è possibile scorgere: il gioco sorprendente della relazione tra lo spazio e la società che lo abita, tra il contenitore e il contenuto, il gioco delle mille combinazioni tra territorio, attori e azioni. Non solo un’altra architettura ma anche una diversa sociologia, un’altra economia, una differente geografia. Un raccordo interdisciplinare non più mosso dalla prospettiva della pianificazione ma finalizzato alla costruzione di un progetto per la città, alla scoperta di una forma che porti ad un ripensamento e ad una riorganizzazione dei confini, al rafforzamento dei principi regolativi che si producono nel rapporto tra il quartiere e la comunità insediata e che tengono in vita spazi altrimenti destinati a chiudere, ad un disegno non gerarchico e diversamente orientato, attento allo sviluppo possibile e alla costruzione delle opportunità entro le quali poter praticare proposte progressive e parziali di miglioramento dei contesti in cui si vive.


Da vicino la città si presenta come mondo di mondi, un caleidoscopio sorprendente. Una storia, quella della città, che sostiene (o almeno dovrebbe sostenere) le storie di vita di chi la abita e che da queste dovrebbe essere sostenuta, che parte dalle esperienze raccolte entrando nelle case dei quartieri popolari, dai racconti narrati nel corso di un sopralluogo fatto con un gruppo di abitanti. Per molte famiglie la casa è il quartiere e la città: anziani, disabili fisici, intellettivi e psichici, donne senza lavoro. Per altri è un punto di sosta, un luogo transitorio, di passaggio e ancora è la partenza e insieme il traguardo, la dimora a cui (comunque) si ritorna.

La casa rappresenta un riferimento centrale per la vita di quartiere, è il luogo in cui si costruisce e si struttura il processo di radicamento, di appartenenza anche se temporanea e provvisoria.

Nella casa si conservano vivi molti tesori del passato e certi presentimenti del futuro.

Il radicamento viene indicato da Simone Weil (1949) come il bisogno forse più importante dell’anima umana. Fatto di drammi, di sofferenze, di difficoltà ma anche di successi, di progressioni, di rilanci. Il lavoro sul processo di radicamento è un lavoro sulla casa e sull’abitare e chiede anche la nostra immersione, il coraggio dell’immersione. Anche in casa può essere necessario intervenire; per modificare, trasformare e rinnovare percorsi e storie di vita segnate dal bisogno, dalla povertà, dallo svantaggio. Anche nel lavoro sulla casa si misura la capacità di trasformare e rinnovare la città. Qui a partire dall’azione, dall’attenzione e dalla cura poste sulla relazione, dalla simpatia più (e prima ancora) che dal progetto che struttura, organizza, orienta e tende a generalizzare. La vera sfida lanciata al progetto urbano dall’ingresso nelle case dei quartieri ha a che fare con la capacità di esprimere e rappresentare in forme utili e utilizzabili “la polpa” (Ferrarotti 1999), il vissuto quotidiano delle persone e dei gruppi, delle strutture formali e più ancora di quelle informali.


Il governo della città non è (solo) un problema di strumenti ma più complessivamente e radicalmente di approccio: la città, questa città, deve essere guardata da vicino; deve essere guardata di più e più da vicino.
“Il rovescio del conosciuto, il suo retro, ecco che cosa sono per me quelle strade penultime, a me ignote, di fatto, quasi quanto le fondamenta sepolte della nostra casa o il nostro invisibile scheletro. Vagando qua e là arrivai ad un crocicchio. (…) Era una strada di case basse, e benchè la prima impressione fosse di povertà, la seconda era certamente di felicità. (…) Rimasi a contemplare quella semplicità”

(Borges 1936)




Lezione 4 - Modi di leggere la città: un esercizio in “periferia”




Indice


  1. La prima periferia

  2. La seconda periferia

Tra la scala territoriale delle mega city region, generata della crescita incontrollata e non governabile dei grandi attrattori urbani (Londra e Parigi per il caso europeo) ma anche, e diversamente, da politiche territoriali di infrastrutturazione e connessione attente a rendere possibile l’abitare intorno e non necessariamente dentro alla città (come è accaduto in alcune aree della Germania, dell’Olanda e del Belgio - Secchi 2005 -), e la riflessione ravvicinata, che ha portato lo sguardo antropologico ad approssimarsi al tessuto minuto delle città contemporanee cercando di mostrare la capacità, nonostante le difficoltà e i problemi non risolti, di mantenere un tessuto urbano socialmente vivo e carico di materiali altrimenti non rinvenibili, abbiamo scelto di considerare, con questa lezione, un livello intermedio e un luogo emblematico: la periferia urbana.

Le ragioni sono diverse:


  • da una parte è sempre importante verificare la possibilità di uno ‘spazio terzo’, di un percorso di esplorazione che rappresenti il superamento delle letture estreme e dei modelli polarizzati (la città che si perde dentro ai mega distretti sciogliendosi lungo gli assi che infrastrutturano il territorio o che si raggruma come campo ristretto, parziale e concentrato, dentro ai racconti e alle storie di vita delle persone che la abitano);

  • dall’altra perché la periferia risulta essere, probabilmente, il luogo più urbano, contemporaneo, dinamico, sensibile alla trasformazione. E’ forse questo il prodotto che meglio rappresenta il cambiamento rapido che il sistema città, dopo essere rimasto quasi invariato per diversi secoli, ha seguito in questi ultimi cento anni;

  • è il territorio cruciale per le politiche urbane. Bersaglio delle politiche integrate che affiancano al recupero dello spazio fisico e delle sue attrezzature un intervento di riqualificazione e di rilancio sociale, luogo della reazione e del conflitto quando viene dimenticato dalle amministrazioni che inseguono operazioni di marketing territoriale e si concentrano sulla valorizzazione delle parti più centrali;

  • è infine il luogo più carico di prova e di sperimentazione, quello che potremmo indicare come “laboratorio urbano” che ci costringe ad assumere un approccio che combina saperi, competenze e campi differenti del sapere proprio a partire dalla consapevolezza della complessità e della multidimensionalità dei problemi che la interessano.

Abbiamo quindi scelto la periferia come riferimento per un esercizio che è insieme di metodo (ci parla di possibili modi di guardare, analizzare, interpretare e ripensare) e di merito (applica questi differenti sguardi ad un campo tipicamente urbano e per noi interessante e ci fornisce indicazioni utili non solo per imparare a studiare ma anche per imparare a studiare la città).

La prima e la seconda periferia sono due modi diversi di raccontare la stessa parte di città; abbiamo ripreso parti di un testo scritto da Giancarlo Paba (1998), professore di pianificazione territoriale all’Università di Firenze, riferito ad un lavoro di progettazione svolto in alcuni piccoli centri collocati inizialmente al margine della città e divenuti ora parte integrante di un sistema territoriale più complesso e non meno problematico.
1. La prima periferia

La prima storia guarda alla periferia utilizzando un’immagine convenzionale ed ordinaria, e ancora vera, nella quale tendiamo a riconoscerci con maggiore facilità.

E’ una rappresentazione ‘comune’, che assume un connotato di certezza e sicurezza, che fatichiamo a rimettere in discussione e che rende più difficile il (ri)discutere, operazione tanto più necessaria quanto più il contesto risulta magmatico, fluido, in movimento.

Proviamo a ripercorrere il “luogo comune” sulla periferia evidenziandone i tratti fondamentali.

“Periferia è il mondo della distanza e della separazione, della lontananza dal centro: dal centro fisico della città, forse soprattutto dal suo centro simbolico e culturale. Periferia è il mondo astratto dell’uniformità e della razionalizzazione: universo quantitativo dello standard, geometria banale dell’edificazione, visione orizzontale della città zonizzata e spazialmente divisa. Ordine astratto, burocratico, zenitale – nella visione dall’alto e nella carta urbanistica – ed invece disordine percettivo, disorientamento a terra, nell’esperienza di vita degli abitanti. Periferia è il mondo costruito nella presunzione di una medietà biologica degli abitanti, di una medietà sociale, di stereotipi funzionali, di un’idea astratta di normalità e di bisogno. E’ il mondo dell’individuo solo, e solitario, della famiglia nucleare ritratta nella casa, della prigionia domestica ed esistenziale. Vivere in una casa di periferia è vivere una città mutilata, un frammento incompleto di città. I diagrammi spazio-temporali delle famiglie che abitano in periferia mostrano la dispersione degli spostamenti quotidiani nella rete metropolitana verso una molteplicità di luoghi di lavoro, di consumo e di divertimento: una sorta di prestabilita disarmonia familiare per cogliere le opportunità di vita dappertutto. Dispersione delle traiettorie individuali di utilizzo del territorio che è molto spesso non soltanto espansione fisiologica del proprio raggio di iniziativa, ma vera e propria fuga dalla periferia, rifiuto esplicito o implicito dello spazio sotto casa.

Questa condizione triste dell’abitare appartiene a tutte le periferie del mondo ma la periferia italiana ha peculiarità distintive, nella forma di una lunga serie di peccati di omissione: è città senza servizi, senza trasporti pubblici efficienti, senza decoro urbano, senza piazze e luoghi collettivi dignitosamente progettati, senza spazi pedonali, … Una aggiunta di tristezza alla tristezza strutturale della periferia. Forse, oltre che una forma dello spazio urbano, la periferia è soprattutto uno stato mentale, una condizione psicologica e culturale. Periferico è forse oramai il nostro modo di abitare in ogni parte della città, anche del centro antico. Periferia è quindi un intreccio solido di comportamenti e di abitudini di vita. (…) La periferia è quindi nella testa degli abitanti, prima che nelle cose e nelle case di periferia. (…) La periferia, nella visione convenzionale, è vista come elemento di transizione tra una città compatta e una campagna sgombra di costruzioni; periferia come area di transizione quindi, né carne né pesce, né campagna né città; definita in termini negativi, per contrapposizione; non paesaggio, non città, non luogo. Oggi la situazione è cambiata anche solo perché non sono più come prima i due campi rispetto ai quali la periferia si porrebbe come campo intermedio.” (Paba 1998)




2. La seconda periferia

Il secondo percorso è l’esito di uno sguardo che assume criticamente la rappresentazione più convenzionale; uno sguardo che mentre ricerca conferme registra anche le anomalie, le differenze, le contraddizioni. Il secondo racconto mette in luce nuovi materiali che aprono un diverso orizzonte interpretativo per la periferia senza la pretesa di escludere le verità contenute nel primo racconto. E’ una storia che prova ad articolare, ad allargare, ad includere, a problematizzare i confini dello spazio osservato senza negare il precedente ma rendendolo più incerto, instabile, insicuro. Una storia di periferia che prova ad aggiungere, a sostituire parzialmente, a riconsiderare parti dimenticate, a riguardare quanto già considerato.

“Questa particolare forma di periferia oggi:


  • è materialmente e morfologicamente stratificata; ha una storia edilizia riconoscibile, ormai relativamente profonda;

  • contiene pezzi di natura o di quasi-natura, spazi liberi potenzialmente disponibili al cambiamento e all’uso collettivo;

  • è socialmente differenziata e demograficamente articolata;

  • è agganciata a centri storici minori non ancora fossilizzati, anche se deboli e annegati in un paesaggio edilizio indifferenziato;

  • è dinamica ed evolutiva,animata da un processo di diversificazione delle attività e delle funzioni;

  • è un campo di innovazione nelle reti di interazione sociale, di sperimentazione di nuove solidarietà;

  • è un campo di formazione di nuova ‘struttura di sentimenti’, di affetti territoriali localizzati, di nuove identità (e di ricostruzione di vecchie identità).

Approfondiamo un poco questi aspetti relativamente nuovi e qualche volta inattesi della condizione di periferia della città di oggi. (…) La periferia contiene buchi di urbanizzazione, piccole riserve naturali, paesaggi agricoli residuali, pezzi di natura o di quasi-natura, spazi liberi potenzialmente disponibili al cambiamento e all’uso collettivo. Degradati, recintati, inaccessibili, pericolosi, sconnessi, questi spazi sono stati a lungo ignorati e non costituiscono ancora un sistema utilizzabile di luoghi collettivi. Oggi sono spazi contesi: appetiti dalle amministrazioni per le operazioni di filling sistematico dei vuoti di edificazione operate da molte amministrazioni, difese dalle popolazioni come risorse per il futuro da utilizzare nella ricostruzione della città (e già rientrano, qualche volta, in usi marginali significativi). La periferia è dinamica ed evolutiva anche nelle trasformazioni delle strutture edilizie, nel bene e nel male: l’incrostazione edilizia prosegue, per aggiunte, completamenti, riempimenti, trasformazioni.

La periferia oggi è più stratificata che nel passato; la periferia consolidata è tendenzialmente più differenziata dei centri storici e dei quartieri ghetto (dei ricchi o dei poveri). Mancano in periferia le abitazioni dei ceti sociali più alti, ma l’articolazione sociale è oggi nella periferia consolidata più alta delle altre aree urbane. La periferia è inoltre relativamente più giovane da un punto di vista demografico, quindi più dinamica culturalmente e socialmente. (…)

La periferia consolidata è animata da un processo di diversificazione delle funzioni: mentre il miscuglio di attività del centro si contare attorno a tre/quattro settori dominanti, lo spettro di attività delle aree esterne si allarga. Certamente la mescolanza è ancora molto, troppo lontana dalla complessità necessaria a una città: l’espansione delle attività non residenziali è per così dire orizzontale, quantitativa, non verticale e diretta verso le funzioni alte e di qualità, che restano ancora funzioni centrali. Tuttavia questa complicazione comincia a cambiare il paesaggio urbano periferico, e, seppur in modo ancora drammaticamente insufficiente, gli schemi di vita della popolazione. La periferia, forse più del centro, è un campo di innovazione nelle reti di interazione sociale; la quantità di lavoro sociale esercitato nel quartiere è impressionante, per l’ampiezza dei settori interessati e la continuità e l’efficacia degli interventi svolti. Lavoro volontario di assistenza e di aiuto, reti di intervento solidale, attività di sostegno e di accoglienza fuori stato e fuori mercato, iniziative spontanee e informali che prendono corpo in ogni parte del territorio, secondo una molteplicità di approcci e di metodologie. Un’attività di contrasto del disagio sociale che costituisce una ricchezza specifica del quartiere, riconosciuta come tale anche nelle altre parti della città. Si forma anche in periferia una struttura di sentimenti, di affetti territoriali localizzati; si scopre un sapere ambientale residuo, una conoscenza locale operante, attiva. Si riforma un gusto della memoria del quartiere, però stavolta come scoperta, come risultato di una volontà di indagine, di ricerca di un filo di continuità con il territorio e la sua storia.” (Paba 1998)

riferimenti bibliografici

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