Alimentazione, disbiosi intestinale e parassitosi


La Candida, una forma di lievito (fungo)



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La Candida, una forma di lievito (fungo)
A conferma di quanto su esposto riporto una citazione dall’articolo Intolleranze alimentari: verità o pregiudizio?, dalla biologa nutrizionista Federica Mastronardo257:

Perché attribuire proprio a quel nutrimento di cui si è ghiotti la causa di un banale mal di testa? Lo stesso vale per numerosi disturbi comuni che spesso sono associati a momenti di stress psico-fisico: colon irritabile, reazioni cutanee, attacchi di ansia, obesità, disbiosi e malassorbimento intestinale, carenze di vitamine e minerali fino ad arrivare ai disturbi comportamentali quali epilessia, schizofrenia, autimo, iperattività nei bambini, fotofobia o problemi di performance fisica nello sport agonistico.

Anche nella pagina di presentazione di un test delle urine (uro-digestiv test258) leggiamo come la permeabilità intestinale possa essere correlata alla cosiddetta schizofrenia.

Sul sito scienza e salute leggiamo una interessante dichiarazione della Dott.ssa Fiamma Ferraro259:

Il fatto che molti soggetti affetti da schizofrenia o depressione siano carenti di vitamina B6 e zinco potrebbe essere una delle scoperte più significative della medicina nutrizionale/ortomolecolare. In questo contesto potrebbe non trattarsi di carenze dovute ad un’errata alimentazione, ma di difetti innati del metabolismo, tra i quali la criptopirroluria.

La criptopirroluria è una condizione non ancora ben compresa dalla medicina che risulta presente nel 30% dei soggetti classificati come schizofrenici e nell’11% della popolazione. Secondo alcuni si tratterebbe di una disfunzione metabolica, ma essendo in realtà molto diffusa, sebbene manifestata spesso ad un livello molto basso, a me viene il sospetto che tale condizione potrebbe essere in qualche modo correlata alla disbiosi, innanzi tutto perché e le carenze di zinco e di vitamina B6 sono tipiche nei soggetti sofferenti di disbisosi intestinale, e inoltre certi farmaci che danneggiano la flora intestinale come gli antidolorifici sono stati indicati come fattori scatenanti di una criptopirroluria latente260. In effetti le persone che manifestano questa condizione manifestano anche una serie di sintomi261 molti dei quali sono correlati anche alla disbiosi.

Per quanto riguara il rapporto tra la disbiosi intestinale ed i disturbi del sistema nervoso centrale, leggiamo sul già citato articolo Dysbiosis of the gut microbiota in disease262:

La disbiosi dei microbi intestinali è stata osservata anche in malattie extra-intestinali ed in particolare in quelle che possono essere correlate all’ asse intestino-cervello e colpire il Sistema Nervoso Centrale e quindi il comportamento e le funzioni cognitive.

Diversi studi si sono concentrate sulla possibilità che il microbiota intestinale possa influenzare le funzioni cognitive ed il comportamento attraverso una diretta riprogrammazione dell’asse ipotalamo - ghiandola pituitaria - ghiandola surrenali, una via attivata in risposta all’infezione e perturbata da fattori di stress psicologico. (…)

Batteri commensali possono causare cambiamenti cerebrali attraverso la molecola GABA (…) che è il principale neurotrasmettitore inibitore del sistema nervoso centrale ed è coinvolto nella regolazione di processi fisiologici e psicologici. Alterazioni nell’espressione del recettore centrale del GABA sono implicati nella patogenesi di ansietà e depressione263.

L’articolo Normal gut microbiota modulates brain development and behavior (“Normal gut microbiota modulates brain development and behavior”)264, mostra che la prima colonizzazione dell’intestino da parte dei microbi influenza fortemente il futuro sviluppo del sistema nervoso enterico (il famoso “secondo cervello” dell’intestino), e che il microbiota intestinale può influire anche sullo sviluppo e sul funzionamento del sistema nervoso centrale.

Che la disbiosi possa essere alla base di differenti problemi mentali viene indicato da diversi studi su modelli animali citati nel già citato articolo Dysbiosis of the gut microbiota in disease (con tutti i limiti che possono avere tali esperimenti) ma soprattutto importanti sono due esperimenti condotti sull’uomo che mostrano come la somministrazione di probiotici possano servire a regolare l’umore.

L’articolo Impact of consuming a milk drink containing a probiotic on mood and cognition (“L’effetto sull’umo re e sulle capacità cognitive dell’assunzione di una bevanda a base di latte contenente un probiotico”)265, mostra che persone depresse che assumevano Lactobacillus casei hanno avuto significativi miglioramenti nell’umore, rispetto al gruppo di controllo che assumeva un placebo.

L’articolo Assessment of psychotropic-like properties of a probiotic formulation (Lactobacillus helveticus R0052 and Bifidobacterium longum R0175) in rats and human subjects, ovvero “Verifica delle proprietà simil-psicotrope di una formulazione di probiotici (Lactobacillus helveticus R0052 e Bifidobacterium longum R0175) in ratti e soggetti umani”266, afferma che dopo la somministrazione di quei due ceppi di probiotici sono stati osservati riduzione dell’ansia ed altri positivi effetti psicologici, oltre alla diminuzione del livello di cortisolo (l’ormone dello stress) nel sangue.

Se a tutte queste informazioni aggiungiamo l’effetto negativo delle tossine dei vermi parassiti (vedi il capitolo relativo), che possono a loro volta causare molti problemi mentali e comportamentali (tra i quali rabbia, aggressività, autolesionismo) comprendiamo che, in un modo o nell’altro, molti disturbi etichettati come “patologie psichiatriche” o “problemi psicologici” sono in realtà la manifestazione di uno squilibrio a livello dell’intestino (disbiosi e/o parassitosi), e che come tale andrebbe trattato.

Un’attenta lettura del libro di Natasha Campbell potrebbe aiutare a comprendere quando le condizioni etichettate come psichiatriche o psicologiche sono il sottoprodotto di una disfunzione intestinale; laddove la disbiosi si rivelasse la causa profonda di problemi altrimenti classificati come “psichiatrici” e “psicologici” la dieta paleolitica potrebbe portare ad una guarigione con metodi del tutto naturali e consoni alla filosofia di Ippocrate (“fa che il cibo sia la tua medicina”).

E se anche fosse difficile mettere in atto tale dieta molto restrittiva (esclude anche ogni sorta di cereali e di cibi ricchi di carboidrati, anche i cibi amidacei come le patate) forse una dieta GFCF (ovvero senza glutine e senza caseina) potrebbe portare almeno in certi casi ad un sensibile miglioramento. Laddove si trovassero prove di infezioni di Candida, eliminare quegli alimenti che più di tutti alimentano la proliferazione di tale lievito (come zucchero, latticini e cibi lievitati con lievito di birra) sarebbe sicuramente utile.

Una delle cose che più fa comprendere la reale eziopatogenesi della maggior parte dei casi di cosiddetta “malattia mentale” è il fatto che fin troppo spesso questi pazienti manifestano svariati sintomi fisici correlati alla disbiosi/parassitosi, che si sovrappongono ai loro “disturbi mentali”.

Dei farmaci antipsicotici, utilizzati come “rimedio” per la schizofrenia la dottoressa Campbell afferma:

essi sono sintomatici, il che significa che essi riducono solo i sintomi senza curare la malattia. In media i farmaci anti-psicotici riducono i sintomi solo del 15-25% il che significa che il 75-85% dei sintomi restano irrisolti.

Tali farmaci, così come qualsiasi altro psicofarmaco, hanno pericolosi effetti collaterali, spesso permanenti, come mostra lo psichiatra Peter Breggin nei suoi libri ed in particolare in Brain disabling treatments in Psychiatry: Drugs, Electroshock, and the Role of the FDA (“Trattamenti psichiatrici che danneggiano il cervello: Psicofarmaci, Elettroshock e il ruolo della FDA”)267. Consiglio a tal proposito anche la lettura dell’opuscolo Effetti Collaterali del Telefono Viola contro gli abusi psichiatrici di Milano (Nautilus edizioni268).

Peter R. Breggin è un medico psichiatra, ma fa parte del piccolissimo gruppo di psichiatri che critica aspramente - con precise argomentazioni scientifiche - i classici sistemi di “trattamento” psichiatrici (contenzione, psicofarmaci, elettroshock). Ha già scritto diversi libri269 sui danni causati da simili “terapie” ed ha anche messo a punto un’alternativa basata sul rapporto umano e l’ascolto che egli chiama “terapia empatica” (con tutti i limiti di chi non affronta di pari passo eventuali problemi intestinali o focus dentali). Nel libro succitato egli scrive che tutti i trattamenti psichiatrici a base di farmaci:

hanno in comune la maniera in cui esplicano la loro azione, ossia il danneggiamento e l’alterazione delle normali funzioni cerebrali. I farmacologi parlano di un indice terapeutico delle medicine, il rapporto fra gli effetti benefici e quelli tossici. In realtà i trattamenti biochimici sul cervello sono tali che l’effetto tossico e quello terapeutico coincidono. Lo stesso dicasi per l’elettroshock e la psicochirurgia.

(…) Da quello che sappiamo dalla neurologia appena una sostanza estranea entra in contatto col cervello, i suoi effetti tossici si manifestano subito anche come effetti psicoattivi. Senza tossicità il farmaco non avrebbe alcun effetto psicoattivo.

(…) esplicano i loro effetti “terapeutici” danneggiando le più alte funzioni umane, inclusa la reattività emozionale, la sensibilità sociale, l’auto-coscienza e la capacità di auto-comprensione, l’autonomia e l’autodeterminazione. Effetti più drastici possono essere apatia, euforia e una sorta di indifferenza tipica delle persone lobotomizzate. Se un disordine del cervello o della mente affligge già un individuo, gli interventi biopsichiatrici attualmente disponibili peggiorano il disordine.

Nel suo libro Psychiatric Drug Withdrawal A Guide for Prescribers, Therapists, Patients and their Families (“Dismissione degli psicofarmaci, una guida per chi li prescrive, per i terapisti, pe ri pazienti e le loro famiglie”) il dottor Breggin si è focalizzato sulla difficile opera di dismissione degli psicofarmaci, dal momento che, se è pericoloso assumerli, è spesso altrettanto pericoloso smetterli. Scrive egli sul suo sito:



La maggior parte degli psicofarmaci possono causare reazioni durante la loro dismissione, che includono talvolta problemi fisici ed emozionali che possono costituire un pericolo mortale. La sospensione degli psicofarmaci andrebbe fatta attentamente sotto un’esperta supervisione clinica. 

In maniera simile la dottoressa Campbell a tal proposito afferma che conviene prima ristabile l’equilibrio della microflora intestinale e poi diminuire molto gradualmente il dosaggio degli psicofarmaci.

È da tener presente che una volta gli psichiatri, quando non avevano ancora a disposizioni i moderni farmaci, annotavano tutti i malesseri fisici che si associavano alle condizioni di “follia” ed il risultato era che venivano riscontrati problemi digestivi, cardio-vascolari, diabete, infezioni polmonari ed uro-genitali, malattie autoimmuni ed altri squilibri del sistema immunitario. Segnalo anche quanto si trova scritto nel libro Textbook of Psychiatry di Henderson e Gillespie (1937):



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