Alla ricerca di Salinger



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02.06.2018
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Ian Hamilton
Alla ricerca di Salinger
1989, Leonardo editore s.r.l., Milano
Prendi un uomo che abbia veramente sonno, Esmé...
Jerome David Salinger vive isolato in un cottage nei boschi di Cornish, New Hamp­shire, fin dal 1953, l’anno prima che la pubblicazione del suo celeberrimo Il giovane Holden lo trasformasse nell’autore più amato da generazioni di giovani lettori. Ha sempre rifiutato interviste e colloqui, e dal 1965 ha tagliato anche l’ultimo canale di comunicazione con il mondo esterno decidendo di non pubblicare più.
Però il 17 ottobre 1986 dovette concedere un’intervista, straordinaria anche perché si è svolta alla presenza di un pubblico ufficiale, in occasione di una causa legale da lui stesso intentata per bloccare la pubblicazione di questa biografia. Hamilton aveva a­vuto infatti l’insperata fortuna di trovare oltre cento lettere inedite che, insieme a nu­merose testimonianze dirette e a una puntuale analisi dei testi di Salinger, gli hanno permesso di ricostruire tutto il percorso umano e intellettuale dello scrittore, dagli an­ni in cui Salinger era un giovane sardonico e lunatico che aspirava alla fama e si au­topromuoveva con molta abilità, fino al momento in cui l’ossessione della riservatezza lo condusse a convivere soltanto con i propri personaggi e a raccontarne le vicende a un unico lettore: sé stesso.
Alla ricerca di Salinger, perciò, è ben più di una biografia che colma i vuoti di una storia di vita e di scrittura: è un clamoroso caso letterario, un saggio critico fonda­mentale per la conoscenza di uno scrittore che ha voluto rendersi semipostumo, e una godibilissima detective story che ha per protagonisti un cacciatore di informazioni molto rispettoso e una preda ostinata che non si rassegna a trovarsi, alla fine, cattu­rata.

(dal risvolto di copertina)


Nel marzo del 1944, Salinger era di guarnigione al quartier generale della 4a divisione di fanteria a Tiverton, nel Devon, sfondo della prima parte del suo celebre racconto del dopoguerra: Per Esmé: con a­more e squallore. Facemmo una visita a Tiverton e mettemmo anche un annuncio sul giornale locale, pur sapendo che lì non avremmo trovato molto, a parte la collina dove era solito camminare per andare dal campo in città e la chiesa in cui, nel racconto, il soldato incontra Esmé per la prima volta. Questa non era biografia, era turismo. Un ex compagno d’armi di Salinger ci raccontò come Salinger visitasse spesso la chiesa metodista in città per ascoltare il coro, ma non disse neanche una parola su un’imperti­nente ragazzina aristocratica che avrebbe potuto aver incontrato nella sala da tè, proprio al di là della strada. Ci sarebbe abbastanza piaciuto legare Salinger agli straordinari avvenimenti dell’exercise ti­ger, un’esercitazione dell’esercito americano in cui morirono 749 uomini in servizio, in un’invasione si­mulata della costa del Devon, ma non trovammo alcuna prova che egli vi fosse stato coinvolto in prima persona. Avrebbe perlomeno dovuto esserne a conoscenza e, come chiunque altro, avere ricevuto l’ordi­ne di non parlarne. Stava forse inviando un segnale quando fece incontrare il sergente X con Esmé il 30 aprile 1944? L’exercise tiger ebbe luogo il 28 e il 29 aprile.

Dalle lettere di Salinger veniamo a sapere che durante il concentramento di forze che precedette il giorno dello sbarco in Normandia, lavorò moltissimo e completò sei capitoli del romanzo su Holden Caulfield. Era convinto, scopriamo, che si potesse scorgere nelle sue opere un nuovo elemento di calore e che avrebbe potuto finalmente liberarsi dalle sue vecchie abitudini distruttive. E questo, naturalmen­te, è un passo avanti rispetto alle preoccupazioni sul ruolo dell’autore che lo affliggevano nel 1942. Allo­ra, lo slancio verso l’affettività era astratto, imposto. Bloccato nel Sud, annoiato dal suo lavoro nell’eser­cito, era chiuso in un distacco irritato e condiscendente nei confronti di gran parte dei suoi compagni. Nel 1944 la differenza era che Salinger, forse per la prima volta nella sua vita, cominciava a sperimen­tare un senso di solidarietà tribale.

In Inghilterra si sentiva un americano, un soldato americano che i locali del Devon guardavano con insistenza. E nell’imminenza dello sbarco in Normandia anche il più ottuso dei suoi colleghi era da con­siderare come un compagno d’armi. Il distacco non era facile da sostenere, in battaglia; i soldati che combattono sono necessariamente obbligati a occuparsi l’uno dell’altro. Comincia a mostrarsi una nuo­va nota di cameratismo pieno di sensibilità, tanto nelle lettere che nei racconti. In Last Day of the Last Furlough (“L’ultimo giorno dell’ultima licenza”), Vincent Caulfield dice a Babe Gladwaller: “I militari devono stare tra loro di questi tempi. Non va più bene stare con i civili. Loro non sanno quello che sap­piamo noi e noi non siamo più abituati a quello che sanno loro”. Babe ci pensa un po’, poi dice: “Non ho mai saputo veramente niente sull’amicizia prima di entrare nell’esercito”.

C’è anche una nuova tendenza nei racconti: la presenza degli “eroi”. Fino ad allora i “grandi uomini” nella vita e nell’immaginazione di Salinger erano stati morti eroi letterari; poteva nutrire il suo atteg­giamento romantico da persona singolare facendo, per così dire, amicizia con altri spiriti superiori come Tolstoj o Scott Fitzgerald. Dal 1944 in avanti non diminuisce la sua venerazione per chi è grande e ma­gicamente dotato: la sua nuova posizione, tuttavia, gli consente di ammettere che qualcuno degli indivi­dui che vivono con lui può essere degno della sua ammirazione. Nella sua opera cominciano ad apparire “grandi uomini”. In Last Day of the Last Furlough c’è la prima apparizione di Vincent Caulfield, il sag­gio fratello maggiore che diventerà poi Seymour Glass. E in Soft-Boiled Sergeant (“Il sergente à la co­que”), scritto all’incirca nello stesso periodo, troviamo una zuccherosa versione militare dello spirito su­periore: un eroico veterano di guerra, brutto, taciturno, avvilito nello spirito, eppure silenziosamente generoso con i più deboli e i più spaventati di lui. Una giovane recluta turbata trova coraggio con l’aiuto della calma del sergente, della sua paterna assistenza e viene così completamente conquistata dall’ethos militare. “Ho incontrato più brave persone nell’esercito di quante ne avessi mai conosciute quando ero un civile”.



Soft-Boiled Sergeant, Last Day of the Last Furlough e Both Parties Concerned (“Entrambe le parti in­teressate”) furono i tre racconti che Salinger vendette al Saturday Evening Post prima di partire per l’Europa. Aveva esultato per questa vendita e aveva perfino devoluto parte dei proventi al monte premi di un concorso indetto dalla rivista Story. Quando, però, apparvero i primi due racconti sul giornale, Sa­linger scoprì che ne avevano cambiato i titoli: Both Parties Concerned e Soft-Boiled Sergeant erano u­n’invenzione dei redattori del Post. Salinger li aveva intitolati Wake me When it Thunders (“Svegliami quando tuona”) e Death of a Dogface (“Morte di una faccia da cane”). Non lo avevano consultato. I rac­conti, inoltre, erano accompagnati da illustrazioni ancora più furbe del solito. Il suo trionfo si trasformò in amarezza. Giurò che non si sarebbe mai più esposto a questo tipo di bistrattamento editoriale.

Whit Burnett, eccitato dalla generosa donazione di Salinger alla sua rivista, gli rispose con una lette­ra in cui suggeriva, dal momento che non voleva ancora dare alle stampe il suo libro su Holden Caul­field, di raccogliere i suoi racconti in un unico volume. Consigliava di intitolarlo The Young Folks (“I gio­vani”).


Tutti i personaggi del libro sarebbero giovani duri, teneri, debuttanti, mondani, mi­litari, ecc. Forse il primo terzo del libro potrebbe essere costituito da racconti su gio­vani alla vigilia della guerra, il terzo centrale sull’esercito e dintorni e poi uno o due racconti ambientati alla fine della guerra.
Burnett ebbe qualche improvvisa perplessità sul potenziale commerciale del libro: “Se non va è perico­loso,” avvertì, poiché i librai avrebbero potuto poi diffidare di tutti i successivi libri dell’autore. Ma, d’al­tra parte, “ho più fiducia nella tua scrittura che in quella del novanta per cento dei giovani che ho cono­sciuto”.

La risposta di Salinger fu cauta, ma fornì a Burnett un elenco degli otto racconti che giudicava i suoi migliori: The Young Folks, Elaine (un racconto nuovo che aveva appena sottoposto a Story), The Long Debut of Lois Taggett, Last Day of the Last Furlough, Death of a Dogface (“Soft-Boiled Sergeant”), Wake me When it Thunders (“Both Parties Concerned”), Once a Week Won’t Kill you e Bitsy (oggi perduto). Sa­linger confermò inoltre di avere per il momento sospeso il libro su Holden.


*
Quando sbarcò a Utah Beach, il 6 giugno 1944, Salinger era con il 12o reggimento di fanteria della 4a divisione. Non abbiamo alcuna testimonianza di che cosa ciò potesse significare, e le parole dello storico del reggimento non riescono a restituire la scena. Il reggimento, raccontano, sbarcò “sotto pesanti bom­bardamenti, si spostò rapidamente all’interno attraverso la zona inondata, svoltò di quarantacinque gradi sulla destra e attaccò con velocità fulminea un nemico risoluto e vigile. Nel corso della notte avan­zammo due miglia nell’interno”. Da qui il reggimento si spinse a Cherbourg. L’unico modo per localizza­re Salinger in tutto questo sta nel presumere che si stesse occupando di ciò che prevedeva la sua funzio­ne di agente del cic (Counter Intelligence Corps, Corpo di Controspionaggio). A ogni nuova città o paese conquistati, gli agenti si dirigevano nei “centri di comunicazione, tagliavano i telefoni e sequestravano la posta. Poi iniziavano a interrogare le centinaia di prigionieri che venivano radunati nella cosid­detta gabbia dei civili per smascherare i collaborazionisti e i disertori dell’esercito tedesco in abiti civi­li”.

Tra il mese di giugno e il mese di agosto, il 12o si spostò da Cherbourg a Parigi, una marcia piena di rischi ma forse non così terribile come avevano temuto molti soldati. Salinger racconta nelle lettere di essersela cavata per un pelo una o due volte, lungo il percorso, ma a questo punto il suo tono generale è rilassato, quasi allegro, come se, dati i tempi, fosse abbastanza contento di avere attraversato le prime settimane di campagna “mantenendo intatte tutte le sue facoltà”. E il suo racconto dell’ingresso a Pa­rigi del 12o, il 25 agosto, non è meno esuberante di quello dello storico del reggimento, di solito compas­sato: “Il reggimento sfilò in un corteo trionfale per la Porte d’Italie e per le strade gremite di migliaia di parigini esultanti. Parigi era libera, la più grande notizia che il mondo ebbe a udire dal giorno dello sbarco”.

Salinger rimase a Parigi solo per qualche giorno, ma come al solito non si lasciò distrarre dai suoi o­biettivi letterari dall’atmosfera di eccitazione che lo circondava. Aveva saputo che Ernest Hemingway e­ra in città e il giorno della Liberazione avrebbe ricevuto gli ammiratori all’hotel Ritz, e decise di andare a trovarlo. Non si erano mai incontrati; secondo uno dei suoi amici nell’esercito, Salinger disse all’im­provviso: “Andiamo a trovare Hemingway”. Nelle lettere di Salinger, il resoconto della visita sfiora la venerazione: sembra che i due scrittori abbiano passato il tempo a lodarsi a vicenda. Fu certamente He­mingway a innescare il meccanismo della seduzione dicendo a Salinger che aveva visto la sua fotografia su Esquire e chiedendogli di leggere qualcuno dei suoi ultimi racconti. Salinger allora gli mostrò Last Day of the Last Furlough; Hemingway lo lesse e disse che gli era piaciuto.

Niente, a quanto pare, sarebbe potuto essere più caldo di quell’incontro, quantunque circoli un’altra storia su una successiva visita di Hemingway all’unità di Salinger (si dà il caso che, come corrisponden­te di guerra, fosse aggregato alla 4a divisione) in cui l’autore di The Old Man and the Sea, “trovandosi a discutere sui vantaggi di una Luger tedesca che egli portava con sé rispetto a una 45 americana, fece saltare la testa a un pollo per provare il suo punto di vista”. Si dice che Salinger rimase molto turbato dall’episodio e che lo inserì più tardi in Per Esmé: con amore e squallore. Non ci sono prove di prima ma­no sull’autenticità di questa storia, ma dalle lettere si sa come Salinger fosse molto irritato dall’atteg­giamento macho di Hemingway. Gli eroi di guerra di Salinger avevano di rado il gusto della guerra.

Ma quell’incontro letterario all’hotel Ritz dev’essere stato per Salinger come toccar tana, la tana che contava. Almeno due dei compagni di Salinger nell’esercito pensano che il Salinger soldato non sia mai stato a lungo separabile dal Salinger tornitore di parole di professione. Dicono che fosse un soldato scrupoloso e particolarmente bravo nel suo lavoro per quanto concerneva gli interrogatori. Nessuno, co­munque, lo riteneva profondamente impegnato nella guerra. “Gli piaceva il lavoro, ma non era un mili­tare. Diceva di voler trovare un modo di andarsene. Non era popolare, era il tipo di persona che se non gli piacevi te lo faceva capire”. Il suo unico vero impegno era scrivere: “Trascinava quella piccola mac­china per scrivere portatile per tutta l’Europa. Me lo ricordo ticchettare sotto un tavolo mentre ci stava­no attaccando vicino a un fronte. Voleva diventare un bravo scrittore e scriveva tutto il tempo”.

Lo stesso compagno d’armi ricorda di avergli letto alcune sue lettere a casa che “Jerry avrebbe utiliz­zato nei suoi racconti”. Un altro lo ricorda più o meno nello stesso modo, anche se con una nota caustica: “Abbiamo lavorato in coppia in molte occasioni. Non lo consideravo un amico. Io venivo da gente povera e lui da gente ricca. Di solito andavamo d’accordo perché ci basavamo sul vivi e lascia vivere. A me pa­reva che mi trattasse con un po’ di alterigia e a volte pensavo fosse un po’ aggressivo. Quando sentivo di non essere d’accordo con lui, me ne andavo e basta. Non c’era animosità, ma lui era una specie di lupo solitario”.

Lo stesso soldato lo ricorda anche ticchettare alla sua macchina per scrivere: “Non stava con noi a be­re e a giocare a carte. Anche durante le campagne più roventi, lui continuava a scrivere e a mandare i pezzi alle riviste”. Quanto alla guerra, “avevo l’impressione che la tollerasse finché ci era costretto, pen­sando che non appena fosse finita, sarebbe tornato alla bella vita di prima”. (Ma bisogna ricordare che questa è la testimonianza di una persona rimasta profondamente turbata quando, molto tempo dopo la guerra, Il giovane Holden venne dato alla sua giovane figlia come testo scolastico: il padre considerava il libro “una stronzata”).

Il 4 settembre 1944, il 12o fanteria aveva cominciato la sua avanzata verso la Germania. Si possono tracciare i suoi lenti e faticosi progressi sulla mappa, “dalla fredda, tetra foresta di Schnee-Eiffel”, non lontano dalla linea Sigfrido, alla fredda ma non altrettanto tetra foresta di Hürtgen, a sud della strada principale Aquisgrana-Düren. La battaglia per la foresta di Hürtgen è stata ampiamente narrata, e tut­te le interpretazioni storiche concordano nel considerarla uno dei più duri e sanguinosi episodi bellici per le truppe americane in Europa. I tedeschi erano decisi a tenere la foresta perché la consideravano vitale per la difesa del Roer Dams, di Düren e delle pianure di Colonia, e le loro forze superavano di quattro volte quelle americane. Le condizioni erano spaventose: stava iniziando un inverno freddissimo, e gran parte del terreno era “fango profondo e appiccicoso” ostruito da mine, ordigni esplosivi e alberi caduti. Niente, né uomini, né rifornimenti, attrezzature o rinforzi, poteva essere spostato con rapidità o senza rischi di esplosioni. Un avanzamento di mezzo chilometro era considerato un’eroica fatica quoti­diana, e lo era. Nella foresta di Hürtgen ci fu un numero di vittime che “terrorizzò perfino i soldati che avevano fatto lo sbarco in Normandia”.

La battaglia si trascinò per un mese: il 7 dicembre, il 12o si era aperto un varco nel settore a cui era stato assegnato. La storia della divisione testimonia che “gli orrori di Hürtgen non potranno essere mai dimenticati dagli uomini che vi assistettero”, e questo fu ricordato da Mack Morris, sulla rivista Yank, in quello stesso dicembre del 1944. Dei sopravvissuti Morris dice: “Si sono lasciati indietro i loro morti e la foresta puzzerà ancora di morte per molto tempo dopo che l’ultimo corpo sarà stato portato via. La fo­resta recherà le cicatrici della nostra avanzata... la fanteria è segnata da cicatrici che, forse, non guari­ranno mai”.

Non guariranno mai. Salinger stesso scrisse un’elegia per i morti della foresta di Hürtgen in un rac­conto dal titolo The Stranger (“Lo straniero”). Babe Gladwaller, sopravvissuto alla guerra, va a trovare a New York l’ex ragazza di Vincent Caulfield. Vincent è stato ucciso nella Hürtgen da un mortaio che gli è esploso sulla faccia. Era con Babe al posto di comando quando è successo, e Babe vuole dare alla ragazza dell’amico una poesia che Vincent ha scritto per lei. È una visita penosa; Gladwaller sente, e non per la prima volta, una grande distanza tra chi sa quello che è successo nella foresta e chi ne ha so­lo letto. Prima, nel racconto, aveva ascoltato un disco jazz di Bakewell Howard che suonava Fat Boy e ci aveva sentito “la musica degli anni irrecuperabili, i brevi, begli anni fuori dalla storia, quando vivevano tutti i giovani morti del 12o reggimento e si scambiavano le ragazze su piste da ballo perdute: gli anni in cui chiunque valesse qualcosa nel ballo non aveva mai sentito nominare Cherbourg o St-Lô o la fore­sta di Hürtgen o il Lussemburgo”.

La battaglia per il Lussemburgo ebbe inizio il 16 dicembre 1944. All’alba di quel giorno i tedeschi lan­ciarono, lungo il fronte più lungo della Prima Armata americana, quella che doveva diventare celebre come l’offensiva delle Ardenne di von Rundstedt, o la battaglia del Bulge. Per dieci giorni il 12o fu dura­mente impegnato nella difesa di Echternach e in altre, più fortunate operazioni per tenere le linee nella città di Lussemburgo e dintorni. Salinger, abbiamo ragione di credere, era nel folto della mischia, e fu probabilmente questo il periodo in cui più vigorosamente “scavava trincee a pusillanimi profondità”, co­me si dice abbia scherzosamente raccontato a una vecchia fidanzata di Ursinus. Per qualche giorno gli amici a casa temettero che fosse tra i prigionieri o i morti di Echternach; il 21 dicembre, dopo cinque giorni di sanguinosi combattimenti, la città cadde in mano ai tedeschi. Deve essere stato scoraggiante subire queste sconfitte subito dopo l’eroico sforzo della Hürtgen. E il peggio doveva ancora venire.
Quando la 212a Volksgrenadier Division, rafforzata, spinse le sue truppe d’assalto per le strade e le valli, venne affrontata con tutti i mezzi a cui il 4o poteva ricorrere. Era una schiera assortita di soldati. Due battaglioni di fanteria, una compagnia di cuochi di polizia militare e di meccanici, due battaglioni di genieri e truppe di ricogni­zione e tutte le truppe più eterogenee nella zona furono spinti sulle linee per fermare il nemico. I tedeschi furono fermati, Lussemburgo era salva.
Questo accadde il 26 dicembre. La linea tenuta dalla 4a divisione fu la barriera dietro alla quale le for­ze degli Alleati, nel sud, riuscirono a riorganizzarsi. Quei dieci giorni erano costati cari, ma in termini militari avevano fornito “attimi di tregua decisivi”. Il generale Patton inviò un telegramma lodando “il notevole operato” della 4a divisione.

Quello stesso giorno, Whit Burnett, di ritorno a New York, annota sull’agenda: “Salinger bene. Lettera e telefonata alla madre. 27 dicembre”.

Nei primi tre mesi del 1945, il 12o si spinse verso la Germania, attraversando il Reno a Worms il 30 marzo; a mano a mano che avanzavano “cadevano rapidamente paesi e città”, e a ogni vittoria gli agenti del cic facevano una retata di alti papaveri nazisti locali, apponevano i sigilli alle sedi del partito e sco­vavano tedeschi sospetti “la cui presenza potesse costituire una minaccia all’autorità”. Il 5 maggio, gior­no della resa tedesca, il 12o insediò il suo posto di comando nel castello di Goering a Nauhaus. Poco do­po, agli agenti del cic che avevano prestato servizio con il reggimento fin dal giorno dello sbarco in Nor­mandia fu assegnata una nuova destinazione, un distaccamento dei servizi segreti costituito per fornire assistenza alla denazificazione della Germania.

Le testimonianze in nostro possesso ci dicono che Salinger potrebbe non essere stato incluso nel di­staccamento. Sembra in verità probabile, e qui dobbiamo stare attenti a quello che diciamo, che quando il 12o si imbarcò per tornare negli Stati Uniti, nel luglio 1945, il nostro sia caduto in una sorta di esauri­mento nervoso. “Esaurimento nervoso” potrebbe essere, per quanto ne sappiamo, un termine troppo vio­lento per il disturbo, qualunque esso fosse, che afflisse Salinger in quel periodo. Stando a una lettera che scrisse a Ernest Hemingway nel luglio di quell’anno, venne ricoverato all’ospedale di Norimberga e curato per uno stato psichico che minacciava di procurargli un congedo psichiatrico dall’esercito.

Ci sono anche lettere di questo periodo in cui parla con esulcerata amarezza della guerra, dello spreco di vite e del disprezzo che prova per il patriottico Giorno dell’Armistizio, in patria. Sono lettere piene di angoscia e di rabbia. La lettera a Hemingway è invece allegra, in un modo quasi maniacale: la voce è proprio esattamente quella del giovane Salinger del 1939, vivace, arguto, pieno di sé. Questa lettera trabocca d’allegria, presuntuosa, adulatrice, faceta come fosse rivolta a un vecchio amico, benché sia probabile che Salinger avesse incontrato Hemingway soltanto un paio di volte.

Questa lettera a Hemingway venne scritta in luglio, e Salinger ottenne finalmente il suo congedo (si presume non psichiatrico) in novembre. Nel frattempo, accadde un’altra cosa curiosa: si sposò. La mo­glie: una ragazza francese che conosceva a mala pena da qualche settimana. Il fatto contribuisce al qua­dro generale: nella migliore delle ipotesi si tratta di impulsività1; nella peggiore, di una sorta di dispe­razione. In un racconto pubblicato dal Saturday Evening Post tre giorni dopo il congedo dall’esercito, anche Babe Gladwaller è disperato. Babe è tornato a New York. È sull’orlo di un collasso nervoso: qua­lunque cosa gli ricorda la guerra e lo fa scoppiare in lacrime. Vuole chiedere scusa a tutti, dice, e anche raccontare a tutti cosa è successo: “La cosa veramente terribile era il modo in cui la tua mente voleva raccontare ai civili queste cose”. Ci viene in mente il giuramento di Babe di “stare zitto” sulla guerra, se ne fosse tornato vivo.

Il racconto stesso è quasi sull’orlo del pianto. Salinger era ancora sotto le armi quando lo scrisse, ed è possibile che fra il ricovero all’ospedale e il matrimonio abbia avuto una licenza per tornare a casa in a­gosto. Babe, in ogni modo, sapeva cosa si prova a camminare lungo “i tre isolati fra Lexington e la 5th” e vedere un portiere di condominio che porta a spasso il suo cane a pelo ruvido tra Park avenue e Madi­son avenue:
Babe immaginava che durante tutto il periodo del Bulge il tipo avesse portato a spasso tutti i giorni quel cane su quella stessa strada. Non riusciva a crederci. Ci cre­deva, ma era lo stesso impossibile.
*
Anche nei pochi altri frammenti autobiografici dell’ultimo anno in divisa di Salinger si ritrova lo stes­so tono di voce fragile, precario. Già nel novembre 1944 ― durante i combattimenti nella foresta di Hürtgen ― scriveva in tono quasi elegiaco della vita di New York. Di solito era “piuttosto sicuro” con la Grande Mela, ma ora scopre invece che la memoria scivola via. Ha dimenticato bar e strade e facce. La New York che ora ricorda più vividamente è la New York della sua infanzia, “la sala degli indiani d’A­merica al Museum of Natural History” dove, come Holden Caulfield, una volta faceva cadere le sue pal­line sul pavimento.

Prima della guerra Salinger era riuscito a mascherare i suoi disturbi nervosi lavorando con accani­mento al suo equilibrio da giovane della grande città; perfino alla fine del 1945 c’è una tenace determi­nazione a mantenere il sorriso falso, pronto alla battuta. Tuttavia, il suo sforzo appare evidente in una breve descrizione di sé che inviò a Esquire: “Dopo la guerra ho intenzione di iscrivermi a un buon, solido corpo di ballo. Così è la vita...” Lo sforzo di sostenere il personaggio del disinvolto a New York sarebbe stato troppo pesante per Babe Gladwaller, e non c’è ragione di supporre che per Salinger le cose stesse­ro in modo diverso. Quel che è certo è che tutti i racconti sulla guerra scritti all’incirca in questo periodo sono centrati su un solo tema: il sopravvissuto compromesso dalla guerra, penosamente sospeso tra due mondi: il mondo dei combattimenti e il mondo del riassestamento civile.

Ci sono quattro racconti afflitti, per così dire, da questo tema. Due di questi hanno per protagonista Babe Gladwaller: The Stranger, nel quale Babe va a trovare la ragazza di Vincent Caulfield; e A Boy in France (“Un ragazzo in Francia”), uno dei pochissimi racconti in cui Salinger cerca di descrivere le con­dizioni al fronte. Babe si sta riparando in una trincea, è esausto e ha paura, un’unghia gli si è strappata dal dito e il dito pulsa. Babe, è chiaro, ne ha avuto abbastanza. Sogna casa sua, sogna di essersi appena fatto il bagno, di indossare indumenti puliti (una cravatta blu a pois, un vestito grigio con una riga), di fare il caffè e di mettere un disco sul fonografo. “Ascolterò la musica, sprangherò la porta. Aprirò la fi­nestra. Farò entrare una ragazza bella e silenziosa ― non Frances, né qualcuna che io abbia già cono­sciuto ― e sprangherò la porta”. Quando il sogno svanisce, Babe prende dei fogli dalla tasca della giub­ba militare: qualche ritaglio di giornale di rubriche di pettegolezzi su Broadway che accartoccia e butta via, e una lettera della sorella, Mattie, dolce, pettegola, spontanea, che finisce però con un p.s.: “Mi manchi. Per favore, torna a casa presto”. Leggendola (più di trenta volte, dice) il soldato “sprofondò nel­la buca e disse ad alta voce rivolto a nessuno: Per favore, torna presto a casa. Poi piombò a gambe incro­ciate in un sonno inquieto”.

Negli altri due racconti non c’è l’autobiografico Babe, e forse per questo il loro modo di trattare la crisi è meno sdolcinato, benché entrambi arrivino vicino alla perdita del controllo. Uno dei due è inedito. L’altro è forse il più celebre racconto di Salinger: Per Esmé: con amore e squallore. Quello non pubblica­to, The Magic Foxhole (“La trincea magica”) è ambientato in gran parte in Francia. Il nome dell’eroe questa volta è Gardner, ma nella sostanza è gladwalleresco. Gardner è distrutto dalla guerra. In batta­glia, continua a incontrare lo spirito di un soldato vestito con una strana divisa futuristica. Gardner lo interroga e scopre che il “soldato” è suo figlio che deve ancora nascere, un ragazzo di nome Earl. Earl ha ora ventun anni e combatte, a quanto sembra, nella terza guerra mondiale. Gardner decide che deve uc­cidere questa progenie fantasma: se Earl muore, forse non ci sarà mai la prossima guerra. Il racconto fi­nisce con Gardner sempre in uno stato allucinatorio, relegato in un ospedale militare, vittima di quello che le autorità chiamano “affaticamento da battaglia”.

In Per Esmé: con amore e squallore, il sergente X soffre di un affaticamento simile. Qualche mese dopo il giorno della vittoria, anche lui è stato ricoverato in ospedale. Ora è di nuovo con la sua unità in Bavie­ra. Il libro che ha in mano apparteneva a un “ufficiale inferiore del partito nazista, di grado abbastanza alto, però, per rientrare, secondo il regolamento dell’esercito, in una categoria per la quale è previsto l’arresto immediato”. Sul risvolto del libro, le parole: “Caro Dio, la vita è un inferno”. Il sergente X “mise le braccia sul tavolo e vi appoggiò sopra la testa. Aveva dolori dalla testa ai piedi e tutte le zone di dolo­re sembravano interdipendenti. Era un po’ come un albero di Natale, le cui luci, collegate in serie, devo­no saltare tutte anche se c’è soltanto una lampadina difettosa”. Dagli scambi di battute che seguono tra il sergente e il vacuo e volonteroso Clay, “il suo compagno di jeep per cinque campagne di guerra”’, ve­niamo a sapere che X ha prestato servizio in qualcosa di molto simile al cic, che era in Normandia e nella foresta di Hürtgen e che ha avuto un esaurimento nervoso.

I tre sopravvissuti di Salinger, Gladwaller, Gardner, il sergente X, sono colpiti al sistema nervoso. Gardner non guarisce, ma tanto Gladwaller che il sergente X ricevono certificati di guarigione. In en­trambi i casi la terapia arriva sotto forma di una ragazzina meravigliosamente innocente. In The Stran­ger, Mattie, la sorellina di Gladwaller, fa un “delizioso saltino dal marciapiede alla strada e poi ancora sù” e questo basta a scuotere le deboli speranze di guarigione di Babe:


Perché era una cosa così bella da vedere?
In Per Esmé: con amore e squallore, il sergente X apre un pacco che gli manda la ragazzina incontrata l’anno precedente in Inghilterra, qualche settimana prima dello sbarco in Normandia. Esmé gli ha mandato un orologio a prova d’urto come “portafortuna”: era appartenuto al padre, ucciso durante un’a­zione.
Passò molto tempo prima che X potesse metter via il biglietto e si decidesse a tirar fuori dalla scatola l’orologio del padre di Esmé. Quando finalmente lo fece, vide che il vetro s’era rotto durante il viaggio. Si chiese se l’orologio fosse, a parte questo, intat­to, ma gli mancò il coraggio di caricarlo e vedere se funzionava. Restò così con l’orolo­gio in mano, per un altro lunghissimo intervallo. Poi, tutt’a un tratto, quasi estatica­mente, sentì sonno.

Prendi un uomo che abbia veramente sonno, Esmé, e sta’ sicura che ha sempre al­meno una probabilità di ridiventare un uomo con tutte le sue fac... con tutte le sue f - a - c - o - l - t - à intatte.2


(pp 93 - 106)

1. Nella migliore delle ipotesi, a nostro avviso, si trattò invece di speranza. La speranza, cioè, che con la ragazza potesse curarsi meglio che con gli psichiatri militari. (Nota di ScuolAnticoli).


2. J. D. Salinger, Per Esmé: con amore e squallore, in Nove Racconti, Torino, Einaudi, 1962, p. 136.

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