Alle origini dello stato moderno: riflessioni teoriche e formazioni politico-istituzionali secc



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22.12.2017
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CINZIA CRIVELLARI

Il processo di formazione dello stato moderno tra teoria politica e trasformazioni istituzionali (secc. XVI/XVIII)
Motivazioni

Il tema rappresenta una rilevanza fondamentale nel curricolo di storia della scuola superiore, sia per la sua valenza altamente formativa sul piano dell’educazione alla legalità e alla cittadinanza sia per i legami interdisciplinari ad esso connessi tra storia, filosofia ed educazione civica. Un percorso di lunga durata sulla formazione e lo sviluppo delle strutture statuali e sul pensiero teorico che ad esso parallelamente si accompagna, dalle monarchie “feudali” basso medievali fino alla compiuta realizzazione delle monarchie settecentesche, può essere un modo efficace didatticamente e corretto sul piano storiografico per visualizzare le trasformazioni avvenute, per confrontare le diverse modalità di realizzazione e per evidenziare la specificità dei singoli casi.

Questo percorso tematico intende quindi affiancare all’itinerario più strettamente fattuale, solitamente affrontato nella trattazione manualistica, una panoramica - articolata cronologicamente e selezionata criticamente - della produzione teorica sull’arte e la scienza politica, che si sviluppa appunto nello stesso arco di tempo, quasi fossero due processi binari che in certe occasioni si toccano e solo negli esiti finali si intrecciano (rivoluzione francese). Già dalla fine del ‘400 infatti la riflessione teorica abbandona la concezione medievale, caratterizzata dalla rappresentazione delle “due città” e dal permanente problema del rapporto fra potere politico e potere religioso, per rivolgersi verso le grandi questioni politiche tipiche della “modernità”: l’origine e il fondamento della sovranità, il rapporto tra diritto naturale e diritto positivo, la natura e i limiti dell’obbligo politico, la pace, la guerra e le relazioni tra stati sovrani. In questo senso l’opera di Machiavelli rappresenta una vera e propria rivoluzione metodologica nell’ambito della riflessione politica, tanto da essere ritenuto il fondatore di una “scienza” autonoma.

La separazione tra il piano della riflessione speculativa, da un lato, e quello della concreta e spesso tormentata realizzazione pratica, dall’altro, può rappresentare un metodo utile per cogliere la diversità tra il soggetto singolo (l’intellettuale), che riflette astrattamente sulla società in cui vive proiettandosi verso il futuro, e i soggetti collettivi (sovrani, elites politiche, sudditi) che si fanno promotori di istanze di cambiamento, ma le mediano attraverso il filtro concreto delle tradizioni e degli interessi consolidati. Seguire le differenti, ma parallele, trame del processo permette di ricostituire più agevolmente l’ordito della complessità del fenomeno nella sua interezza. Procedere in questo modo consente inoltre di evitare l’ambigua consuetudine, assai diffusa nella scuola, di assimilare, o addirittura confondere, le manifestazioni culturali di un’epoca con l’epoca stessa nella sua totalità, per cui, ad esempio, le concezioni politiche illuministe verrebbero a corrispondere in generale allo stato del settecento in Europa, quando invece pare più opportuno evidenziare lo scarto temporale e spaziale tra la riflessione politica, la codificazione giuridica e la loro affermazione compiuta.

L’analisi contestuale delle specificità e delle modalità con cui lo stato moderno si è realizzato nelle diverse aree europee permette anche di evidenziare come non sempre sia possibile rinvenire in esse quegli aspetti e quelle peculiarità che noi oggi attribuiamo quasi automaticamente alla concezione dello stato e alle funzioni dei suoi organi principali. Ad esempio, può essere utile comprendere come nell’apparato burocratico francese del seicento le funzioni e le prerogative dei ministri fossero assai diverse rispetto ai loro corrispettivi inglesi, così come il ruolo del Parliament inglese del tempo non può essere confuso con gli omonimi Parlamenti francesi o con i successivi organismi legislativi e rappresentativi dell’800. La definizione stessa di “stato moderno”, sedimentatasi nella storiografia tardo ottocentesca, rimanda ad una forma di organizzazione statuale venuta a maturazione solo in età contemporanea, diversa da quest’ultima solo per l’incompiutezza delle prerogative sovrane. Il modello a cui comunemente ci si ispira è dunque quello astratto di un’organizzazione sociale, inizialmente teorizzata in età moderna, in cui al centro sta il “principe” come unica espressione del potere pubblico e fonte primaria del diritto, affiancato nella sua azione governativa da una vasta burocrazia, articolata in una rete di funzionari e di magistrati diffusa in tutto il territorio “nazionale”. Per realizzare a pieno le proprie prerogative sovrane, il “principe” si avvale di un esercito permanente e lotta strenuamente per affermare la propria giurisdizione su tutto il territorio contro ogni forma di potere locale, inteso come sopravvivenza degli antichi particolarismi medievali. Questo modello, presente ancor oggi in molti manuali scolastici e frutto di un lungo dibattito storiografico avvenuto in Italia nel corso del ‘900, tende a enfatizzare il ruolo accentratore dei nuovi organismi statuali nazionali e regionali, considerando i precedenti ordinamenti medievali non come presupposti per la loro evoluzione, ma come ostacoli che ne hanno impedito la piena attuazione.

Il tema può divenire quindi un utile strumento per storicizzare il funzionamento delle nostre istituzioni politiche, veicolando in questo modo concetti essenziali di educazione civica, ed evitando nello stesso tempo il pericolo di proiettare anacronisticamente nel passato principi giuridici e legislativi propri della nostra epoca. Tentare, ad esempio, di trovare a tutti i costi negli organismi di funzionamento degli stati pre-moderni e moderni quella “divisione dei poteri” che si realizzerà in modo evidente solo nello stato liberale ottocentesco, significa osservare il passato con la lente deformante del presente e, di conseguenza, appiattire lo spessore temporale dei processi storici ai loro risultati ultimi.

Ripercorrere il processo della genesi e della costituzione dello stato, dalle lontane sperimentazioni istituzionali medievali alla completa realizzazione dell’impersonalità delle leggi, permette poi di seguire il difficile cammino dell’affermazione dei diritti, dalla semplice rivendicazione dell’habeas corpus fino al riconoscimento dei diritti civili e politici. Il percorso potrebbe completarsi con ripetuti richiami alla realtà attuale in cui sembra essere venuto meno, non solo nelle aree più periferiche del pianeta ma anche nella “civile” Europa, il senso della tutela dei diritti fondamentali, tra cui quelli più urgenti, di giustizia sociale.
Tematizzazione
Le trasformazioni istituzionali tra medioevo ed età moderna

Il tema affronta il difficile e confuso passaggio tra gli stati signorili tardomedievali e il profilarsi di nuove autorità e formazioni politiche di respiro “nazionale”, attraverso fenomeni più o meno consistenti di unificazione e compattamento territoriale. Per comprendere meglio la delicata transizione fra medioevo ed età moderna, può rivelarsi utile anche una riflessione sul rapporto pubblico/privato, a partire da quella che per noi è una scontata separazione tra la sfera di pertinenza dello stato (dunque pubblica) e un’altra demandata alla libera iniziativa dei cittadini. Uno dei tratti caratteristici del mondo medievale, conseguente alla robustezza dei legami clientelari e dei vincoli personali, è proprio la cessione da parte, ad esempio, dell’imperatore di prerogative pubbliche, come il controllo della giustizia o il prelievo delle imposte, a famiglie nobiliari. Riconsiderare ruolo e prerogative dell’autorità pubblica in epoca medievale, nelle sue molteplici forme e soggetti, può essere utile per osservare poi come queste funzioni nei secoli successivi tendano a unificarsi in un’ unica autorità (signore territoriale, re, sovrano), assumendo funzioni, diritti e privilegi via, via più precisi e meglio definiti.

In questo senso il confronto tra la realtà italiana e tedesca, da una parte, e quella francese e, ancor di più, inglese dall’altra, offre un osservatorio efficace per analizzare la diversa grandezza delle nuove formazioni territoriali, in cui comunque è evidente fin dal ‘400 un manifesto fenomeno di trasformazione istituzionale. Anche in Italia, dove più marcata era la divisione territoriale e più radicate le tradizioni cittadine, si realizzano nuove e originali compagini statuali di dimensioni regionali sulle ceneri dei vecchi ordinamenti signorili e comunali:

Con la nuova geografia degli Stati regionali che si disegna in Italia agli inizi del Quattrocento, prende così vita un sistema istituzionale complesso, capace di sostituirsi, con maggiore capacità di resistenza e durata, al vecchio sistema degli Stati cittadini, e capace, soprattutto nell’Italia settentrionale, dove più vivaci erano i fenomeni di particolarismo rimasti estranei agli ambiti urbani, di assorbire quelle forze entro gli ordinamenti dei nuovi stati, in larga misura imbrigliate e mortificate nelle loro aspirazioni di irrequietezza. Sono sistemi e ordinamenti che, proprio nella loro disorganicità e mancanza di uniformità, danno il senso della forza dei particolarismi a cui si sono sovrapposti: come un magma incandescente, solidificatosi all’improvviso, che conserva nelle sue forme irregolari e confuse il segno dell’antica mobilità. Ma appunto in queste forme troveranno finalmente uno stabile assetto e un disciplinamento quei nuclei di particolarismo che in tanta parte dell’Italia settentrionale lo Stato cittadino non era stato in grado di organizzare stabilmente: per la prima volta si realizzano in “Lombardia” – non già ad opera delle città, ma anzi in corrispondenza del tramonto dello Stato cittadino – istituzioni “statali” di una certa consistenza.
G. Chittolini, La formazione dello Stato regionale e le istituzioni del contado (secoli XIV e XV), Torino, Einaudi, 1979, pag. XXX
Non una creazione ex-novo di nuovi assetti statuali, dunque, ma una lunga e lenta evoluzione verso forme di disciplinamento dei poteri locali: ciò dà luogo a “sperimentazioni” istituzionali originali e differenziate, di maggiori dimensioni territoriali, ma non ancora di portata “nazionale”.
Dall’arte della politica alla scienza politica

Nel XVI secolo in alcune zone d’Europa, il rafforzamento dell’autorità pubblica e l’allargamento delle prerogative regie risultano ormai evidenti: le cause del fenomeno possono riassumersi a livello politico nella fine delle sanguinose lotte fra fazioni nobiliari e potentati locali di tipo signorile e nella tendenza ad un generale ricambio dinastico. In questo periodo il potere pubblico risulta però ancora legato alla figura del re, alle sue caratteristiche individuali e personali, alla forza delle sue azioni e decisioni, a volte anche spregiudicate e violente. Nel ‘500 l’emergente figura del monarca assomiglia molto a quella del Principe di Machiavelli [vedi doc. 1 : cap. XV del Principe], uomo d’intelligenza e d’azione, che si costituisce da solo il suo “stato”, privo di ogni legame e legittimità dinastica. La virtù politica del principe è l’arte di conservare lo stato “corroborato di buone leggi, di buone armi e di buoni esempi”, egli non è tenuto ad essere giusto, grande e magnanimo, ma a conservare il potere. Machiavelli non pone dunque, ancora, il problema della sovranità legittima poiché l’unico titolo per la legittimazione del potere è il possesso di fatto: lo stato è innanzi tutto autorità, titolarità dell’imperio e del governo, potere monopolistico di comando e di coercizione. Ma, se nel Principe l’attenzione dell’autore si rivolge primariamente ad analizzare le qualità individuali del governante, che possono valere per risolvere nell’immediato la precarietà della situazione italiana, nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio egli può con maggiore respiro riflettere, seguendo l’opera dell’autore romano, sui fondamenti di una moderna teoria politica basata sugli insegnamenti della storia della Roma antica. La prospettiva dell’opera è quindi più ragionata, in quanto meno condizionata dalla “realtà effettuale”, e perciò più attenta alle caratteristiche istituzionali che uno stato equilibrato deve possedere per garantire la stabilità e il buon funzionamento degli organi di governo. Al profilo di governante abile e spregiudicato, proposto dal pensatore fiorentino ai signori italiani come esempio di arte politica per evitare ulteriori indebolimenti della penisola, egli contrappone qui una vera e propria res publica, caratterizzata da una costituzione mista basata sul bilanciamento della componente aristocratica e democratica, fondamento legislativo di un “moderna” organizzazione statale. [v. doc. 2: Proemio al libro I dei Discorsi ]



La figura del “governante moderno” proposta da Machiavelli rappresenta per le sue competenze e le sue funzioni una mediazione tra l’antica figura del signore e le più attuali prerogative di molti sovrani d’oltralpe che, con modalità differenti, stanno mettendo in atto un’ efficace opera di depotenziamento dei poteri autonomi locali, spezzando i legami tra questi e la popolazione del territorio. Non è un caso se proprio a seguito delle sanguinose guerre di religione si vada delineando in Francia, soprattutto ad opera di Bodin, consigliere di Enrico III, una parallela riflessione teorica sulle caratteristiche che lo stato monarchico deve assumere, e con esso la figura del re, per ottenere quella definitiva legittimità che spezzi le libertà “feudali” dei poteri territoriali e che renda sovrano ogni atto esercitato dal potere centrale. Quella che in Machiavelli era ancora un’”arte”, diviene in Bodin una vera e propria scienza delle istituzioni, dei poteri e delle funzioni dello stato burocratico e centralizzato: “ Per sovranità s’intende quel potere assoluto e perpetuo ch’è proprio dello Stato. Essa è chiamata dai latini maiestas , dagli italiani signoria, parola che essi usano tanto parlando di privati quanto di coloro che maneggiano gli affari di Stato; gli Ebrei la chiamano tomech sebet, ossia supremo comando” [v. doc. 3: cap. 8 del primo libro della Republique]. Conviene qui precisare che l’equivalente francese dell’italiano “stato” è appunto il termine Republique che dà il titolo all’opera, mentre con états si indicano gli “stati”, le assemblee e gli organismi di potere degli ordini in cui la società francese era allora divisa. Lo stato dispone della sovranità, gli stati no: lo stato in cui il principe è soggetto alla volontà degli états “non sarebbe regno, né monarchia, ma una schietta aristocrazia di più signori con eguale potere”. Prerogativa peculiare del potere sovrano è la funzione legislativa, che questi esercita in maniera totale, in quanto non solo emana le leggi, ma le applica e le interpreta a nome dell’intera comunità, assumendo in sé quindi anche il potere esecutivo e giudiziario. Il sovrano ha però anche altre prerogative: decreta la guerra e la pace con gli stati stranieri; detiene il monopolio del prelievo fiscale, dell’emissione della moneta e della forza militare; nomina i magistrati; è corte suprema e inappellabile; concede inoltre privilegi, prerogative e dispense su particolari materie. Il sovrano diviene in questo modo il supremo garante dell’ordine istituzionale, l’autorità assoluta (legibus solutus) al quale ogni corpo dello stato, compresi i poteri religiosi, si deve attenere in nome del principio giuridico della soggezione alla legge. Solo colui che soggiace al potere sovrano, perpetuo, illimitato, indivisibile ed inalienabile, può divenire cittadino della nuova macchina statale: egli è un suddito libero che dipende dalla sovranità altrui.

Un’altra tendenza che in questo periodo si evidenzia e si rafforza è quella della secolarizzazione della politica. Se nell’Europa medievale il compito di “spiegare” l’ordine del mondo era esercitato quasi completamente dalla Chiesa (che, infatti, aveva anche definito precise gerarchie sociali, oltre a dividere lo spazio del lecito da quello dell’illecito), lo stato moderno si appropria di questa funzione. I rapporti sociali e i confini tra ciò che è lecito e ciò che non lo è si vanno definendo politicamente e non più dal punto di vista religioso, la razionalità di governo disciplina (o almeno si propone di farlo) tutta la società, ne ordina le gerarchie sociali ed economiche, ingloba sotto di sé le diverse giurisdizioni. E, poiché la nuova monarchia territoriale ha bisogno di mezzi per disciplinare e rafforzare i legami con tutti i sudditi, il nuovo sovrano crea strutture amministrative e soprattutto fiscali stabili che gli assicurino risorse costanti e sicure per finanziare gli apparati stessi e un esercito regolare. Per far ciò non basta più l’arte personale della politica, non è più sufficiente la semplice conquista militare e la figura carismatica del re, ora la nuova monarchia “sovrana” deve trovare insieme strumenti di legittimità, di funzionamento e di coercizione che siano in grado di far funzionare con regolarità la macchina statale. Contestualmente alle diverse strade con cui i sovrani europei mettono in pratica le loro prerogative regie e alle diverse modalità con cui nascono nuovi strumenti amministrativi e coercitivi, si evolve, quasi in parallelo, un analogo pensiero giuridico sulle origini e i fondamenti dello stato.



Dalle teorie giusnaturaliste alla giustificazione dello stato assoluto

Durante il XVII secolo, nello stesso periodo in cui si concretizza e si rafforza l’idea dell’assoluta sovranità del potere regio, vera e propria incarnazione dello stato, se ne individuano i limiti e i fondamenti nella definizione di un diritto naturale, prerogativa di tutti gli uomini in quanto tali, che precede quello positivo, cioè la legislazione codificata dei singoli stati. Ciò che interviene tra lo stato naturale, originario, costituito dalla naturale socievolezza degli uomini, e lo stato civile è un patto tra eguali, un contratto tra sovrano e sudditi che insieme regola i comportamenti dei cittadini e limita l’azione dello stato, che ha l’obbligo di preservare i diritti naturali degli uomini. Il contratto, libero e volontario, rappresenta il punto di mediazione e di transizione tra una società regolata dal diritto naturale e la società civile, in cui i diritti vengono tutelati dallo stato, il quale è dotato di autonoma personalità giuridica e perciò non coincide con chi esercita concretamente la sovranità. Secondo i pensatori giusnaturalisti, in particolare Grozio [v. doc. 4: I Prolegomeni al De iure belli ac pacis], anche le relazioni tra gli stati dovrebbero uniformarsi ai principi del diritto naturale, elaborati sul modello di quelli matematici, in caso contrario il pericolo è quello di una guerra permanente tra stati sovrani, mossi da sempre nuove esigenze di carattere territoriale e commerciale ad una concorrenza aggressiva, destabilizzante per il corpo sociale. L’intento è quello di promuovere, attraverso accordi diplomatici di vario tipo, la concreta realizzazione di un diritto internazionale, che non infici la sovranità dei singoli stati ma che, nel contempo, difenda la comunità internazionale garantendole una convivenza pacifica. Le sanguinose guerre che investirono, per la prima volta, tutta l’Europa tra ‘600 e ‘700, combattute tra monarchie “nazionali” con tutti i mezzi tecnologici del tempo e con grande dispendio di risorse e di vite umane, nel tentativo di realizzare sempre nuove supremazie territoriali, sembrano confermare i timori del pensatore giusnaturalista. La tormentata situazione europea suggerisce però anche riflessioni e soluzioni politiche meno tolleranti e ottimistiche di quella di Grozio: il profondo pessimismo antropologico con cui T. Hobbes guarda alle vicende del suo tempo lo porta ad elaborare modelli teorici più autoritari e monolitici di quelli del precedente contrattualismo. Il pensiero di Hobbes, che fu maestro del re Carlo II Stuart e visse dalla parte degli sconfitti gli anni della prima rivoluzione inglese, risponde, quasi come intento ideologico, alla dichiarata esigenza di giustificare “razionalmente” il potere monarchico. Egli infatti si avvale per la sua riflessione teorica, nel trattato composto nel 1640 comunemente denominato De cive, del metodo delle scienze matematiche, enunciando la necessità di dar vita ad una rifondazione metodologica delle scienze morali, comprensive del campo giuridico ed etico-politico: “ Se si conoscessero con ugual certezza le regole delle azioni umane come si conoscono quelle delle grandezze in geometria, sarebbero debellate l’ambizione e l’avidità, il cui potere si appoggia sulle false opinioni del volgo intorno al giusto e all’ingiusto; e la razza umana godrebbe una pace così costante, che non sembrerebbe di dover mai più combattere, se non per il territorio, in ragione del continuo aumento della popolazione.” (Lettera dedicatoria al Conte di Devonschire, in Elementorum philosophiae sectio terza de cive, capitolo introduttivo) Hobbes vuole infatti fondare una scienza dell’uomo e dello stato rigorosa, elaborata sulla base dei modelli geometrici, ricerca che condivide con i contemporanei Galilei e Cartesio e con altri sostenitori di una “rivoluzione scientifica”, che come lui affidano alla certezza del metodo le nuove fondazioni epistemologiche. Trattare e ordinare la materia etico-politica è possibile, secondo Hobbes, proprio perché essa dipende interamente dalla volontà umana: i concetti di giusto e di equo “ci sono noti perché noi stessi poniamo le cause della giustizia, cioè le leggi e le convenzioni”. In sostanza è bene non ciò che una ragione naturale suggerisce, ma ciò che la legge ordina. Il carattere prescrittivo di quest’ultima si rende necessario proprio a causa delle naturali inclinazioni dell’uomo, condizionato dalla propria istintività egoistica orientata a realizzare la conservazione del singolo individuo, in perenne lotta con i suoi simili con i quali non condivide alcuna forma di tendenza associativa. La società non nasce quindi da uno spontaneo istinto “politico”, ma dal timore reciproco che gli uomini nutrono l’uno dell’altro: lo “stato di natura” corrisponde al bellum omnium contra omnes. La condizione naturale degli uomini è una situazione di per sé negativa e contraddittoria, poiché da un lato rappresenta il continuo tentativo di realizzare l’istinto primordiale all’ autoconservazione attraverso la violenza e la competizione, dall’altro questo tentativo è destinato sempre al fallimento perché la lotta genera solo precarietà ed insicurezza. Per uscire da questo stato di dipendenza soggettiva, in cui vale il diritto di tutti a tutto, l’uomo può affidarsi alla propria componente razionale, alla lex naturalis, che modera la liceità assoluta dell’istinto ma solo a livello interiore e personale; essa pertanto non garantisce l’obbligo dell’obbedienza e del rispetto da parte di tutti. Solo un patto sociale, quale evento fondativo della società civile, può assicurare l’effettivo superamento dello stato di natura e il mantenimento della pace e della sicurezza per ciascuno. Perché ciò accada, come scrive Norberto Bobbio, “occorre che gli uomini si accordino nell’istituire uno stato che renda possibile una vita secondo ragione”. Il pactum unionis è possibile solo se tutti gli individui decidono di rinunciare al loro diritto naturale originario per unirsi in consorzio civile e nello stesso tempo delegano ad un terzo non contraente, al quale debbono l’obbligo di obbedienza, il loro ius soggettivo. Questo terzo è il sovrano, sia esso un singolo o un’assemblea, in cui si concentrano tutti i diritti necessari a mantenere l’ordine e la sicurezza e il supremo potere esecutivo, legislativo, giudiziario ed economico. [v. doc. 5: De cive, libro V, capp. 11/12] Carattere peculiare del potere del sovrano è la sua assolutezza poiché esso deriva dal trasferimento in toto delle prerogative dei singoli individui quali non hanno conservato altro diritto che quello primario e originario alla vita. Il sovrano è nello stesso tempo fonte della legge e svincolato da essa (legibus solutus), in quanto spetta solo a lui accogliere i principi della lex naturalis e farli diventare norme e leggi dello stato; l’unico limite all’azione del sovrano sta nell’obbligo di garantire la conservazione della vita dei suoi sudditi e quindi, in ultima istanza, dello stato stesso. Nell’opera successiva il Leviatano, scritta in volgare e pubblicata nel 1651 nel pieno della crisi tra monarchia e parlamento inglese, Hobbes non si limita solo a definire i fondamenti della sovranità ed a legittimare l’assolutismo, ma affronta in modo più articolato il problema dei diritti dei sudditi nei confronti dello stato che individua innanzi tutto nella determinazione dell’inviolabilità dei corpi e delle coscienze. Il clima politico, già volto verso l’affermazione delle posizione repubblicane di Cromwell, impone un nuovo modo di considerare le potenzialità e le prerogative dello stato, non più solo supremo garante dell’ordine e della pace, ma anche terribile mostro mortale al quale per sopravvivere si deve concedere totale obbedienza.

Contrariamente a quanto avviene in Inghilterra, si è soliti considerare la monarchia francese di Luigi XIV come la realizzazione compiuta dello stato assoluto; il re di Francia assume in sé effettivamente tutti poteri dello stato dalla dichiarazione della guerra al mantenimento della pace, dall’esercizio della giustizia all’emanazione delle leggi, fino ai diritti più ordinari di imporre il prelievo fiscale e di battere moneta senza l’assenso formale dei suoi sudditi o dei loro rappresentanti. Inoltre lo stato assoluto francese tende a intervenire in ogni ambito della vita sociale: nelle questioni economiche elabora una politica “mercantilista” volta ad incoraggiare le esportazioni e a creare delle manifatture di stato; in materia religiosa reprime nuovamente il protestantesimo; nel settore artistico e letterario il sovrano distribuisce favori e rendite agli intellettuali che celebrano la sua politica e controlla la stampa e la pubblicazione dei libri. In realtà la monarchia di “Re sole”, e dei suoi successori, più che realizzare le contemporanee concezioni dei teorici della sovranità dello stato assoluto,fondate su principi razionali e giuridici, sembra ancora legata alla tradizione della giustificazione del potere per volontà divina, non a caso il sovrano si avvale nella comunicazione con i suoi sudditi ancora di riti e simboli che celebrano la sacralità della persona del re alla quale, come al tempo dei capetingi, il popolo attribuisce poteri di guarigioni miracolose. [v. doc. 6: ritratto di Luigi XVI in costume sacrale, Duplessis, Versailles, 1778]



Dal diritto naturale ai diritti civili

Le disastrose conseguenze materiali e umane delle ultime guerre settecentesche, nonché il perpetuarsi delle lotte e dei conflitti religiosi, inducono molti intellettuali e uomini di stato a ridefinire ed approfondire meglio il concetto di diritto e stato di natura: esso non è più la metafora dell’originaria condizione dell’uomo, ferina e selvaggia elaborata da Hobbes, ma un periodo pre-storico, in cui gli uomini avevano dato vita a semplici aggregazioni collettive, delle quali si possono trovare traccia nelle moderne società degli indigeni d’America. Quest’epoca, così lontana nel tempo per i popoli europei e asiatici, rappresenta il luogo dell’uguaglianza originaria degli uomini, non delle caratteristiche fisiche e materiali, ma delle opportunità sociali: di questi stessi diritti lo stato si deve fare garante, assicurando a ciascuno le garanzie del proprio mantenimento in vita e della propria libertà personale. Tra i diritti alla vita fondamentale diviene quello alla felicità, che la politica deve garantire attraverso il mantenimento della pace, dell’armonia e della sicurezza. Nello stato civile la libertà consiste nell’essere soggetto al potere legislativo fondato per comune consenso nello stato e nelle leggi emanate da esso, diritti e doveri regolamentati per legge divengono quindi l’unica garanzia di libertà. Le riflessioni di Locke, qui richiamate, rappresentano le premesse alla successiva elaborazione illuminista della teoria dello stato ma, soprattutto, gettano le basi dell’affermazione in Europa del modello dello stato liberale, di cui l’Inghilterra dell’800 diverrà la più completa realizzazione. L’enorme influenza del pensiero liberale sulle successive dottrine politiche e sulla costruzione delle democrazie dell’Ottocento e del Novecento in tante parti del mondo, merita senz’altro un’analisi più ampia e dettagliata.



I Trattati sul governo di J. Locke sono rappresentativi del mutato clima politico e culturale dell’Inghilterra nella fase finale dello scontro tra Carlo II e il parlamento e dell’avvio della “gloriosa rivoluzione” del 1688. L’autore, come già altri teorici dello stato, prende parte attiva agli avvenimenti del suo tempo, assumendo nei suoi scritti uno stile efficace e nello stesso tempo accessibile, intervenendo nel vivo dei dibattiti politici e culturali e assumendo spesso posizioni ben definite nei confronti di temi e questioni scottanti dell’attualità. L’opera politica di Locke ebbe infatti una grandissima diffusione già dalla fine del ‘600, conoscendo parecchie riedizioni (alcune anche mondate di alcune parti e semplificate) fino a essere considerata quasi il manifesto del pensiero liberale e contribuire a dar voce, nella rivoluzione americana, francese, latinoamericana, a indirizzi e movimenti miranti a istituire governi costituzionali, fondati sul consenso, sui diritti civili e la divisione dei poteri. Nel Primo trattato le posizioni di Locke hanno un intento ancora prevalentemente confutatorio nei confronti delle concezioni assolutistiche teorizzate dai sostenitori più intransigenti della monarchia degli Stuart, le quali affermavano ancora che la sovranità del re traeva origine direttamente da Dio, attraverso il padre biblico Adamo al quale tutti gli uomini erano naturalmente soggetti. A questa visione patriarcale dell’origine della sovranità, Locke oppone una posizione libertaria: al momento della nascita nessun uomo è soggetto all’autorità di un altro, nessuna dipendenza personale e privata può quindi essere fonte di sovranità e di coercizione. L’autorità paterna non può essere infatti paragonata a quella politica della sfera pubblica, alla quale ogni uomo libero può sottostare solo attraverso un contratto volontario e consensuale che ne stabilisce la natura e il grado di subordinazione e di dipendenza. Le conclusioni di questo primo trattato sembrano quindi contravvenire le tesi di Hobbes, secondo il quale qualsiasi sia il potere di fatto sovrano, esso va comunque rispettato e obbedito, al contrario, secondo Locke, il potere può essere conseguito solo attraverso il diritto e la legalità, che rendono legittimo l’ordine esistente. Nel Secondo trattato la teoria liberale dello stato viene formulata in modo esplicito: in una prima parte affrontando, come già Hobbes e poi Rousseau, le caratteristiche dello stato di natura e i diritti umani fondamentali, per passare a trattare le origini e i fini della società civile, i modelli istituzionali e le conseguenti minacce e degenerazioni a cui questi sono esposti; nei capitoli finali sono indicati le garanzie e le difese che i cittadini hanno il diritto di prendere. Come già detto precedentemente, la condizione naturale per Locke non corrisponde puramente ad una metafora, ma ha avuto effettiva storicità - come è ancora evidente osservando alcune comunità indigene d’Asia o d’America – in quanto corrisponde ad uno stato pre-politico, in cui gli uomini vivevano liberi ed uguali seguendo unicamente la legge naturale. Ciò non implica però una naturale parità di condizione materiale e fisica: età, virtù, capacità, educazione, posizione acquisita e merito differenziano gli uomini tra loro, ma non generano diseguaglianze politiche ossia non contraddicono l’eguale diritto di fruire ciascuno della libertà naturale senza sottoporsi alla volontà o all’autorità di un altro. Vita, sicurezza, libertà e proprietà sono i quattro grandi diritti che l’inclinazione naturale all’autoconservazione e alla felicità assicura in quanto nessuno può contravvenire al loro rispetto, pena l’integrità e la sicurezza dell’intera specie. Nello stato di natura la responsabilità di rispettare e di amministrare la legge ricade però esclusivamente sul singolo individuo, in quanto non esistono delle regole legittimamente codificate e stabili, con il rischio che ognuno possa ergersi a giudice ed utilizzare criteri troppo discrezionali e soggettivi di giudizio. L’esigenza di una legge positiva non nasce da un perenne e generale stato di guerra e di conflittualità - situazioni che pure possono sussistere in modo circoscritto e relativo - ma dalla consapevolezza che solo l’esistenza di un’autorità comune può garantire in modo stabile l’esercizio dei diritti fondamentali e punire chiunque attenti ad essi e violi la sfera privata dell’altro. Nello stato civile la libera volontà di disporre di sé e dei propri beni è circoscritta dalla legge a tutti comune che tutela e disciplina i rapporti interpersonali e quelli economici, offrendo un’effettiva protezione alla proprietà privata. E’ questo uno dei concetti più interessanti e innovativi del pensiero di Locke, indubbiamente influenzato dal clima di fervore produttivo e di trasformazione economica presenti in Inghilterra tra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700, premesse dell’imminente take off industriale che di lì a poco avrebbe cambiato nel lungo periodo le condizioni di vita dell’intera popolazione europea. A differenza di Hobbes, per cui la proprietà non è un diritto originario, e dei giusnaturalisti, per i quali essa ha un fondamento contrattualistico, Locke ne fa invece un diritto connaturato all’essere umano, complemento della libertà naturale che rende ogni uomo proprietario di sé, del proprio corpo e delle proprie facoltà e attività. E’ proprio il diritto alla proprietà privata che scandisce, nelle sue fasi di sviluppo, le tre tappe dell’evoluzione dello stato di natura: dalla primitiva proprietà comune dei beni naturali donati da Dio al primo rudimentale sistema di proprietà e consumi privati limitati ai bisogni immediati, fino ad un sistema più evoluto, anticamera della società civile vera e propria, fondato già sulle disuguaglianze dei possessi e sulle prime forme di circolazione del denaro e dei commerci. [v. doc. 7: Locke, Trattato sul governo, cap. V] Lo sviluppo della proprietà, della produzione e degli scambi, accelerato dalla divisione del lavoro, impone agli uomini di consorziarsi in gruppi stabili, disciplinati al loro interno da leggi e dalla rinuncia ad impadronirsi delle proprietà altrui. Ma le relazioni economiche non bastano da sole ad assicurare la stabilità sociale, messa sempre più in pericolo dalla separazione tra capitale e lavoro, dalla crescita demografica, dalla tendenza all’estensione e alla concentrazione della proprietà – fattori questi da noi considerati come pre-condizioni al decollo industriale – che richiedono un controllo costante e un efficace disciplinamento da parte delle autorità giudiziarie dello stato, che in nessun modo interviene però ad invadere la sfera privata del singolo né, tantomeno, nelle iniziative ed attività di tipo economico. Massima espressione dello stato è, per Locke, il potere legislativo che incarna il potere supremo ed assicura l’unione della società sotto la guida di persone preposte dal mandato popolare ad emanare leggi vincolanti per tutti e da tutti rispettate: esso dà forma allo stato e coesione al corpo politico. Al potere legislativo, vero depositario della volontà popolare, è subordinato il governo, che è articolato in tre istanze – il potere esecutivo propriamente detto, il potere federativo, che regola i rapporti internazionali, e il potere di prerogativa, che attribuisce ad alcune alte cariche dei privilegi speciali – relativamente autonome tra loro, anche se unite nella figura del re. Il sovrano è quindi per Locke il supremo garante della costituzione e della universale validità della legge al quale deve subordinare inevitabilmente la sua stessa volontà, che non può mai calpestare le regole e violare i diritti istituiti dal consorzio sociale attraverso i suoi rappresentanti. Se un sovrano utilizza non la legge ma la forza per governare, la sua legittimità viene meno e con essa il patto originario con i cittadini che quindi possono rivendicare giustamente un nuovo diritto: quello alla rivoluzione. Quando un governo si dissolve per cause interne viene meno ogni vincolo di obbedienza da parte del popolo che, riprendendosi legittimamente l’esercizio della sovranità, dà vita ad un nuovo assetto costituzionale. Queste circostanze non avvengono, secondo Locke, tanto di frequente nella storia, il popolo non ha un’indole sovversiva e pronta alla rivoluzione, anzi, se si osserva l’atteggiamento del popolo inglese, esso è maggiormente incline alla conservazione delle proprie istituzioni che a esercitare il diritto di resistenza in caso di prevaricazioni: mezzo secolo di rivoluzioni e di congiure monarchiche in Inghilterra non ha cancellato il vecchio potere legislativo basato sul re e sulle due camere e non ha in fondo interrotto la continuità dinastica. Di lì a poco, però, in altri contesti e in altre situazioni istituzionali, il popolo farà sentire la sua voce, ribellandosi agli antichi privilegi, interrompendo la continuità dinastica e abbattendo il potere monarchico. Il 4 luglio 1776 il congresso dei delegati delle tredici colonie americane, riunito a Filadelfia, approvò la Dichiarazione d’indipendenza, nella quale si ribadisce che:
[…] Che ogniqualvolta una qualsiasi forma di Governo tende a negare tali fini (cioè i diritti inalienabili alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità), è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo Governo, che si fondi su quei princìpi e che abbia i propri poteri ordinati i quella guisa che gli sembri più idonea al raggiungimento della sua sicurezza e felicità.
Come si può facilmente evincere dalle poche righe citate, il testo, redatto in massima parte da T. Jefferson, non solo accoglie in toto i principi giusnaturalistici, ma si avvale anche del diritto di rivoluzione, teorizzato da Locke, per giustificare la lotta sostenuta dai coloni contro le usurpazioni perpetrate dal sovrano inglese Giorgio III a danno delle legittime Assemblee rappresentative del popolo americano. In questo caso il rapporto tra elaborazione teorica di nuovi principi e realizzazione politica di nuove costituzioni ed istituzioni è assai stretto.

Le concezioni politiche illuministe

Le influenze della corrente di pensiero giusnaturalista e liberale, di matrice inglese, sono evidenti anche sulla genesi della cultura illuminista, ma da sole non bastano a spiegare le conseguenze che questa cultura ebbe nel corso degli eventi rivoluzionari dell’89. La situazione pre-rivoluzionaria francese era infatti profondamente diversa da quella inglese: l’esperimento assolutistico poteva dirsi qui completamente compiuto in senso dispotico, il ruolo della nobiltà era quasi completamente subordinato al potere monarchico e alla corte, la funzione consultiva degli Stati Generali era vanificata, i parlamenti non avevano mai avuto un ruolo rappresentativo; inoltre in Francia era completamente assente una tradizione di tipo costituzionale. La ricerca di un’alternativa costituzionale al dispotismo costituisce il nucleo originario del dibattito politico illuminista, che si muove tra l’esigenza pragmatica di modificare concretamente l’esistente e l’aspirazione ad una società radicalmente “altra” rispetto a quella dell’antico regime. Un'altra filiazione da ridimensionare è quella, comunemente affermata, tra Illuminismo e Rivoluzione:


[…] il modo più semplice di considerare il rapporto fra Illuminismo e Rivoluzione francese non è perciò quello rigido del monocausalismo, ma quello più complicato ed ambiguo della creazione di prerequisiti che diventano sempre più condizionanti quando manca una risposta ai problemi che l’Illuminismo ha magari posto, ma non risolto. Questo modo di leggere i nessi consente di non demonizzare la Rivoluzione, ma anche di non perdere la ricchezza dei Lumi, che proprio sul terreno dell’universalismo erano più avanti della Rivoluzione stessa. La Rivoluzione appare come un crogiuolo di sperimentazione in cui i concetti si accelerano e si bruciano. Malgrado le premesse sui diritti universali e il progetto di liberazione di tutti i popoli, le vicende interne ed internazionali riducono le tensioni più ampie. Prevale la “grande nazione” con i suoi immediati interessi.

G. Ricuperati, Apologia di un mestiere difficile. Problemi, insegnamenti e responsabilità della storia, Laterza, Roma-Bari, 2005


Ad esempio un elemento che interviene ad interrompere l’automatismo tra la riflessione teorica illuminista e il programma e l’andamento delle vicende francesi è certamente la Rivoluzione americana, che sposta le prospettive politiche dell’Illuminismo dalla fiducia nell’opera riformatrice delle monarchie illuminate al principio della libertà politica affermata attraverso l’azione popolare rivoluzionaria. Le prime forme di opposizione all’assolutismo borbonico erano infatti orientate verso l’affermazione di principi moderati e riformisti che potevano trovare la loro realizzazione in una monarchia costituzionale piuttosto che in una repubblica democratica: queste posizioni trovano nel barone di Montesquieu il loro massimo interprete. La sua opera principale, Lo spirito delle leggi [v. doc. 8: Montesquieu, Lo spirito delle leggi, I, 2], rappresenta uno dei testi capitali della civiltà giuridico-politica occidentale così come la sua teoria della “divisione dei poteri” ha influenzato in modo determinante la moderna concezione del nostro “stato di diritto”. A differenza dei giusnaturalisti, orientati verso la ricerca aprioristica di un fondamento razionale delle leggi, Montesquieu preferisce utilizzare un metodo sperimentale, mutuato dalle scienze naturali, per ricavare dall’analisi dei fenomeni storicamente accertati le basi empiriche delle istituzioni civili e sociali. Non ha quindi senso descrivere e cercare la società perfetta e razionale, ma è necessario, invece, rendere perfettibili e razionalizzare i sistemi effettivamente esistenti. Molti sono i fattori, interdipendenti tra loro, che concorrono a determinare i caratteri e le peculiarità delle varie forme di governo infatti: “Molte cose governano gli uomini: i climi, le religioni, le leggi, le massime di governo, gli esempi delle cose passate, i costumi, gli usi, e da tutto ciò risulta uno spirito generale.” Lo Spirito delle leggi è alla lettera, per Montesquieu, l’impronta, il carattere che anima e ispira i vari sistemi istituzionali e politici: la sola regola generale che si può ricavare da un esame comparato delle leggi civili e politiche è il loro variare in relazione all’intreccio dei diversi fattori che fanno di ogni popolo una individualità specifica e precisa. Non sono infatti i popoli che devono modellarsi sulle leggi, ma le leggi sui popoli. La forma istituzionale da preferire è dunque quella più equilibrata e stabile, in cui minore sia il rischio di repentini cambiamenti rivoluzionari, di derive tiranniche o di soluzioni dispotiche, pericoli quest’ultimi a cui sono soggetti più i popoli orientali che quelli occidentali, eredi della tradizione greco-romana (Montesquieu contribuirà non poco a fissare nella nostra cultura lo stereotipo di un “dispotismo orientale” opposto alla tollerante e liberale civiltà occidentale). Essa viene individuata da Montesquieu in una monarchia costituzionale in cui i poteri e i corpi dello stato siano indipendenti e separati tra loro in modo da garantire il mantenimento delle proprie prerogative attraverso un sistema di controllo reciproco. Nella situazione francese monarchia e nobiltà sono quindi essenziali l’una per l’altra, ma lo sono anche quei “corpi intermedi” (parlamenti provinciali, magistratura, organismi cittadini) che possono assicurare il contenimento delle pretese assolutistiche del re e scongiurare i pericoli della tirannide. (v. art. 16 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo – 26 agosto 1989 - :” Ogni società nella quale non sia assicurata la garanzia dei diritti e determinata la separazione dei poteri, non ha Costituzione”).

Un altro elemento peculiare della costruzione dello “stato” è quello relativo all’incidenza della cultura di appartenenza nell’elaborazione delle categorie politiche, che stanno alla base della costruzione dei nuovo organismi istituzionali e sociali. Il processo infatti sfocia progressivamente, e seguendo percorsi non lineari, fino a far emergere l’idea di “nazione”: “Il principio di sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo, nessun individuo può esercitare un’autorità che non emani espressamente da essa” (art. 3 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo). Il termine nazione fa qui la sua comparsa con un significato diverso rispetto a quello con cui verrà usato nel corso del secolo successivo, ma è evidente che nel testo della Dichiarazione dell’89 è già implicita un’identificazione tra nazione, popolo e volontà generale, di cui la legge è espressione. La sovranità sta quindi nel popolo che manifesta la sua identità “nazionale” attraverso una volontà comune, vero fondamento di un governo democratico: nel Contratto sociale Rousseau [v. doc. 8: J. J. Rousseau, Contratto sociale, I, 6] delinea il modello di una democrazia in cui il popolo esercita direttamente le proprie prerogative. Di qui il rifiuto del principio della delega o rappresentanza tipico del liberalismo di Locke e Montesquieu:” Ogni legge, che il popolo in persona non abbia ratificata, è nulla, non è una legge.” Essendo la sovranità indivisibile, anche la divisione dei poteri non può sussistere, poiché “ o la volontà è generale, o non è tale; essa o è quella del corpo popolare, o solo d’una parte”. La volontà generale non viene intesa da Rousseau come la semplice somma delle volontà particolari – le “volontà di tutti” – ma come la volontà dei cittadini in quanto corpo comune, che si manifesta in modo unitario in rapporto al fine da raggiungere che è il bene pubblico, l’interesse collettivo e generale. E’ evidente che solo un corpo sociale educato alle relazioni civili e alla realizzazione della felicità nel rapporto con gli altri può configurarsi come volontà comune: Rousseau teorizza una pedagogia della formazione e della libertà in sostituzione delle vecchie pratiche normative ed erudite.

Alcune delle teorie del Contratto sociale trovarono una diretta applicazione nella Costituzione giacobina del 1793 - mai entrata in vigore - in cui, ad esempio, si legge:” La sovranità risiede nel popolo: è una indivisibile, impercettibile e inalienabile”. Essa infatti non può essere né alienata, né divisa, né rappresentata in quanto si fonda sul patto di associazione che ciascuno dei membri della comunità ha stipulato con l’intero corpo sociale, trasformandosi così in un io comune, in cui ogni differenza privata viene annullata nella garanzia della legge.

Verso l’800

Gli esiti di questo percorso critico attraverso la formazione dell’idea di Stato conducono, come si è visto, verso un nuovo soggetto politico e culturale: la nazione.



Stato e nazione – termini che nel parlare comune spesso usiamo come sinonimi – hanno avuto, come la storia passata ci insegna, percorsi e tempi di elaborazione e di realizzazione assai diversi, e assumono tuttora, come l’attualità testimonia anche drammaticamente, significati diversi. Lo stato è infatti un’entità giuridica che spesso ‘contiene’ al suo interno “nazioni” diverse, vale a dire gruppi che hanno coscienza di avere determinate caratteristiche che (prima fra tutte la lingua) lo distinguono dagli altri.

Il gruppo si identifica allora come popolo, non più inteso solo come l’insieme dei cittadini che, in quanto detentori della sovranità, danno fondamento giuridico allo stato, ma anche come espressione di un’unica appartenenza culturale, linguistica, religiosa. Il sentimento nazionale diventa un’idea politica proprio quando si rapporta allo stato: i movimenti e le lotte per l’indipendenza dell’Ottocento europeo fanno emergere prepotentemente alla ribalta della storia il popolo quale soggetto collettivo comprendente in sé individui che si sentono appartenenti ad una stessa nazionalità. Per questo i popoli rivendicano il loro diritto a costituirsi come stato sovrano entro confini territoriali coincidenti con quelli linguistici e culturali: ciò rappresenta ormai l’avvenuta trasformazione dello stato in stato nazionale. Quando successivamente a questi elementi di identità e appartenenza, per così dire culturali, si aggiungerà in modo evidente la componente etnico-razziale, già presente in alcune concezioni ottocentesche (v. Fichte), il sentimento nazionale condurrà inevitabilmente a quelle derive nazionalistiche che hanno prodotto le immani tragedie collettive del Novecento.



Durante la trattazione sono stati richiamati più volte principi e valori giuridici fondanti quali diritto/dovere, legge, sovranità, contratto sociale, società civile: essi possono diventare un’occasione utile per riflettere sulla condizione attuale dei rapporti tra società civile e stato, tra cittadini e legalità, tra diritti consolidati ed esigenze di nuove e più solide garanzie. Alcune considerazioni fin qui svolte si potrebbero anche collegare a problemi oggi di grande attualità quale, ad esempio, la questione assai complessa dell’allargamento del diritto di cittadinanza, che si configura al presente con modalità assai diverse dal passato poiché evidenzia ancor di più il passaggio cruciale del pactum: la nascita non è l’elemento vincolante per essere cittadini di uno stato, lo si diventa invece con l’accettazione delle regole comuni che lo ordinano, anche per uno straniero.

Breve glossario di riferimento:

  1. Giusnaturalismo (ius naturalis): teoria dell’origine dello stato, che si sviluppa tra XVII e XVIII secolo, in opposizione al modello aristotelico basato sulla concezione naturale dello stato - formatosi in modo graduale a partire dall’unità sociale primaria, la famiglia - e a quello della dottrina della sovranità per diritto divino. Tra i suoi sostenitori annovera Grozio, Hobbes, Spinosa, Pufendorf, Locke, Rousseau e Kant. I giusnaturalisti, ognuno con orientamenti e indirizzi politici e speculativi propri, adottano, per ricavare dalla natura umana i fondamenti universali dell’agire politico, il metodo razionale delle scienze geometriche. Denominatore comune di tutte le posizioni teoriche è che la convivenza umana può realizzarsi solo entro un ambito statuale e che la legge naturale razionale, preesistente alle norme positive, deve fungere da criterio ispiratore dell’opera legislativa e come criterio di verifica della sua legittimità etico-politica.

  2. Contrattualismo: corrente del pensiero politico, sviluppatasi tra il XVII e il XVIII secolo, di cui fanno parte Althusius, Hobbes, Grozio, Spinosa, Locke, Rousseau e Kant, sostenitore dell’esistenza di un contratto (pactum) quale momento di passaggio dallo stato di natura allo stato sociale. Per alcuni autori, il contratto si configura come una mera ipotesi logica, quale fondamento razionale della società civile e del potere politico, per altri esso assume un’effettiva storicità coincidendo con il passaggio dalle epoche pre-politiche a quelle della formazione delle prime civiltà.

  3. Sovranità: indica il potere supremo di comando che è caratteristico dello Stato. Il concetto di sovranità, teorizzato in modo esplicito da J. Bodin, si afferma in contrapposizione alle teorie medievali basate sulla subordinazione della “città terrena” all’autorità superiore della Chiesa, posto che la fonte del potere è divina. Al contrario, lo Stato moderno realizza la concentrazione e l’unificazione del potere e detiene il monopolio della forza su una popolazione e un territorio circoscritti: il concetto di sovranità fornisce la legittimazione giuridica di questo monopolio, escludendo dall’esercizio della funzione pubblica suprema ogni altro potere pari o superiore a quello dello Stato.



Altri testi da consultare per approfondire i temi del percorso:

  1. La Dichiarazione d’indipendenza americana del 1776

  2. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789

  3. La Costituzione francese del 1793


Le principali tappe di evoluzione dello stato in età moderna: due nazioni a confronto

Dal 1555, pace di Augusta, alla fine del settecento


SPAGNA FRANCIA

Filippo II (1555)
APPARATO BUROCRATICO

↓↓↓


nomina ministri e distribuzione uffici con creazione di

organismi consultivi

(CONSIGLI)

organizzazione di clientele politiche


guerra con Portogallo e Francia



crisi finanziaria


Filippo III (1598)

affidamento del governo al suo favorito

duca di Lerma(1598-1618)

risanamento del bilancio dello stato



e tregue militari con Francia e Inghilterra
1607

bancarotta finanziaria

conclusione conflitto con Province unite


Filippo IV (1621)

affidamento del governo al suo favorito

Gaspar de Guzman, conte duca di Olivares

taglio delle spese e investimenti militari dovuti alla Guerra dei trent’anni


aumento dell’apparato burocratico e centralizzazione amministrativa
anni ‘40

sconfitte militari e ribellione della Catalogna e del Portogallo

destituzione del conte duca di Olivares

Carlo II d’Asburgo (1665)

tracollo finanziario e declino dell’economia spagnola
morte di Carlo II (1700)

estinzione della casa regnante



guerra di successione spagnola


1712-1713

pace di Utrecht



re di Spagna Filippo V di Borbone, nipote di Luigi XIV

perdita dei domini italiani



Carlo III (1759-1788)

tentativi di riforme amministrative e progetto di liberalizzazione del commercio della terra

fallimento



Chiesa e aristocrazia mantengono intatto il potere economico e politico





1562-1598 (Editto di Nantes)
conflitti religiosi
Enrico IV(1598)
opera di risanamento economico e finanziario (Ministro duca di Sully)
1604

introduzione della paulette (tassa annua sugli uffici pubblici): ereditarietà degli uffici



accesso dei ceti non privilegiati alle cariche pubbliche (formazione di noblesse de robe)


elaborazione di un programma di politica economica di tipo mercantilistico
1610

assassinio di Enrico IV (da parte di un fanatico cattolico)



Luigi XIII (reggenza di Maria de’ Medici)
governo del favorito Concino Concini
debolezza del governo, crisi finanziaria e ribellione della nobiltà

convocazione degli Stati generali (1614)



divisione formale della popolazione francese in ceti (etats)


1624

primo ministro Richelieu

programma di drastica riduzione delle autonomie signorili



aumento delle spese militari (guerra dei trent’anni)

aumento della pressione fiscale



rivolte contadine contro la tassa sul sale

creazione degli INTENDENTI (funzionari dipendenti dal re, che sovrintendono all’amministrazione fiscale)

1642

morte di Richelieu e Luigi XIII



Re di Francia Luigi XIV (reggenza di Anna d’Austria)

governo di Mazarino



1648

Opposizione della nobiltà di toga alla politica fiscale del governo (fronda parlamentare) e conclusione della guerra dei trent’anni (pace di Westfalia)



1651

Fronda dei principi ed esilio di Mazarino

assunzione diretta del potere da parte di Luigi XIV



riforma della pubblica amministrazione e assunzione di nuovi funzionari provenienti dal III stato (Colbert Ministro delle finanze) → politica mercantilistica e tentativo di riduzione del debito pubblico

progetto assolutistico di Luigi XIV



1667-1672

    guerre europee di Luigi XIV→ aumento della necessità di risorse finanziarie



    aumento del deficit di bilancio



    1715

    Morte di Luigi XIV



    Re di Francia il pronipote Luigi XV

    governo del cardinale De Fleury → compromesso tra il centralismo regio e le forze antiassolutiste (aristocrazia e rappresentanti del III stato)



    1774

    Re di Francia Luigi XVI → nomina di Turgot a controllore generale delle finanze (progetto di liberalizzazione del commercio dei grani)

    !777-1781

    Ministro delle finanze Necker → nuovo tentativo di riforma amministrativa e fiscale



    dimissioni del ministro e fallimento della riforma

    1781-1788

    Enorme aumento del deficit dello stato e del debito pubblico

    1789

    Convocazione degli Stati generali











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