Amore Di Scimone Sframeli Un lavoro di Borghi Giulia Sara, Buraschi Stefania e Pulici Sara



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lunedì 11 e martedì 12 aprile, ore 10-13 + 14-17 | Laboratori delle Arti/Teatro “FARE TEATRO È COME FARE L’AMORE”  Laboratorio condotto da Spiro Scimone e Francesco Sframeli Partecipazione gratuita riservata agli 
studenti dell’Università di Bologna previa selezione

martedì 12 aprile, ore 18 | Laboratori delle Arti/Auditorium  DUE AMICI Un film di Spiro Scimone e Francesco Sframeli (Italia /2002 - 90’) | tratto daNunzio, di Spiro Scimone | alla proiezione saranno presenti Spiro Scimone, Francesco Sframeli e Gerardo Guccini | INGRESSO LIBERO

mercoledì 13 aprile, ore 21 | Teatro Arena del Sole/Sala Leo de Berardinis COMPAGNIA SCIMONE SFRAMELI AMORE Di Spiro Scimone | regia Francesco Sframeli | con Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Gianluca Cesale, Giulia Weber | scena Lino Fiorito | disegno luci Beatrice Ficalbi | produzione Compagnia Scimone Sframeli | in collaborazione con Théâtre Garonne – Tolosa

giovedì 14 aprile, ore 21 | Laboratori delle Arti/Teatro  COMPAGNIA SCIMONE SFRAMELI APRILE  NUNZIO  Di Spiro Scimone | con Francesco Sframeli, Spiro Scimone | regia Carlo Cecchi | assistente alla regia Valerio Binasco | scena e costumi Sergio Tramonti | produzione Compagnia Scimone Sframeli

venerdì 15 aprile, ore 21 | Teatro Arena del Sole/Sala Leo de Berardinis COMPAGNIA SCIMONE SFRAMELI  PALI Di Spiro Scimone | regia Francesco Sframeli | con Francesco Sframeli, Spiro Scimo- ne, Gianluca Cesale, Salvatore Arena | scena e costumi Lino Fiorito | disegno luci Beatrice Ficalbi | produzione Compagnia Scimone Sframeli | Espace Malraux, Scène Nationale de Chambéry et de la Savoie Carta Bianca Projet Alcotra | in collaborazione con Asti Teatro 31 | Premio Ubu 2009 - Nuovo Testo Italiano

sabato 16 aprile, ore 21 | Laboratori delle Arti/Teatro COMPAGNIA SCIMONE SFRAMELI  BAR 
Di Spiro Scimone | con Francesco Sframeli, Spiro Scimone | regia Valerio Binasco | scena Titina Maselli | produzione Compagnia Scimone Sframeli | Premio Ubu 1997 a Spiro Scimone -”Nuovo Autore”; Premio Ubu 1997 a Francesco Sframeli -”Nuovo Attore”

a seguire INCONTRO CON SPIRO SCIMONE E FRANCESCO SFRAMELI Coordina Gerardo Guccini
-Per l’occasione Scimone e Sframeli sono stati protagonisti di un’audio-intervista a cura di Audio Rai.TV:

Teatri in Prova, 11 aprile 2016: Scimone/Sframeli " fare teatro è come fare l'amore"

Andato in onda: 11/04/2016

2)Laboratorio con i ragazzi del “Teatro Sardegna”, in occasione delle repliche presso il Teatro Massimo di Cagliari, dal 22 al 24 gennaio 2016.

In un video pubblicato su You Tube il 20 gennaio 2016 a cura di EJA TV, vediamo come, nei giorni precedenti alla messinscena dello spettacolo, Spiro Scimone si è reso disponibile per guidare un laboratorio con i ragazzi del Teatro di Sardegna.

https://www.youtube.com/watch?v=xWjWqEs3pLQ


    1. Piani di significato simbolico


Amore è un dramma dalla forte carica simbolica, che si sprigiona dagli oggetti, dalle parole e dalle azioni dei personaggi.

Innanzitutto, densa di significati è l’ambientazione scenica stessa: l’azione, infatti, si svolge tutta in un cimitero, dove, ombreggiate dai cipressi dipinti sul fondale, troneggiano due sepolcri con tanto di lastra dotata di lumini a forma di croce. Su queste due tombe si sdraieranno, alla fine, le due coppie protagoniste, proprio come in un letto matrimoniale, si copriranno con un lenzuolo/sudario, e faranno uso dei lumini come di una sorta di abat-jour. La morte, dunque, viene paragonata al sonno, la tomba non è altro che il giaciglio dove i personaggi rimarranno coricati per sempre. Ma c’è di più: i tumoli sono due, non quattro, sono alcove, per così dire, a due piazze: i quattro vecchietti possono addormentarsi dolcemente nel sonno eterno abbracciati al loro innamorato, possono “scaldarsi sotto le lenzuola”, finalmente senza più paura, finché la morte non giungerà a sancire per sempre la loro unione.

Chiaramente simbolici, poi, sono i continui riferimenti alle fiamme che i due pompieri sono insistentemente chiamati a spegnere: si tratta delle fiamme del desiderio, che i protagonisti si sono sempre sentiti costretti a placare. In un primo momento, i vigili del fuoco si presentano come delle figure oniriche evocate dalle parole dei due vecchietti, e compaiono come una sorta di personificazione del loro blocco sessuale; il loro compito è impedire che divampi la bruciante passione tra marito e moglie. In effetti, il Vecchietto, ogni volta che sta per superare le sue esitazioni e assecondare il bisogno di intimità con la moglie, si frena per la paura che arrivino i pompieri; e loro, puntualmente, arrivano: “Siamo spuntati!...Siamo già spuntati!”19 Grida il Comandante, irrompendo sulla scena.

A poco a poco, poi, i due pompieri perdono la loro caratterizzazione di prosopopea dell’inibizione, e acquistano invece la fisionomia di personaggi veri e propri; le fiamme che devono assolutamente estinguere divengono le fiamme del loro amore, che per timore della società o per scrupolo personale non riescono a vivere. Solo alla fine dell’opera si convincono dell’assurdità di continuare a spegnere le fiamme, proprie ed altrui; e solo allora, l’amore sarà libero di prendere il sopravvento.

Dal punto di vista drammaturgico, può in un certo senso essere significativo il fatto che “amore”, la parola-cardine dell’intero spettacolo, nonché il titolo stesso dell’opera, venga pronunciata da un unico personaggio: la Vecchietta, ovvero la sola donna presente sulla scena, ma anche la prima attrice ad interpretare un ruolo nei testi di Scimone e Sframeli. Non che nelle opere precedenti fosse assente la figura femminile; tuttavia, non era mai stata incarnata nel corpo di una donna, mai aveva avuto la voce di una donna: o veniva solo evocata dagli altri personaggi, oppure veniva interpretata da un attore di sesso maschile. Il fatto che solo la Vecchietta riesca a dire, più volte e voce alta, “amore” è una scelta spiegata dallo stesso Spiro Scimone in un’intervista: “La donna è speranza, proprio per questo, nel nostro spettacolo, solo lei riesce a dire la parola ‘amore’”.20

Spesso, inoltre, anche i gesti compiuti dagli attori sono saturi di significato simbolico.

A cominciare dalla prima scena, dove il Vecchietto è intento a pulire minuziosamente il lumino della sua bara con uno straccio, ripercorrendone attentamente il perimetro: è consapevole della fine imminente, come ne è cosciente anche la moglie (“Tocca a noi, amore!...Oggi, amore, tocca proprio a noi!”21), e l’attende preparando il suo sepolcro, lavandolo con panno e spruzzino, proprio come se fosse un mobile di casa.

Nel frattempo, accanto a lui, la Vecchietta è impegnata a lavorare a maglia: sta cucendo una sciarpa per il marito, e infatti egli la indosserà nella scena successiva. È chiaramente un gesto che testimonia la costante e vigile cura che la donna riserva all’uomo che ama. Ancor più pregnante sarà l’impegno con cui, poco più avanti nell’opera, ella asciugherà i piedi al marito, in un atto dalle reminiscenze bibliche di assoluta devozione.

I giri nevrotici che compiono ossessivamente i pompieri nel loro camion-carrello del supermercato attorno alle tombe, poi, suonano come metafora di un’angoscia esistenziale, nata dalla straziante antitesi tra dolcezza del sentimento e impossibilità di viverlo realmente, immersi in una quotidianità sgangherata e priva di senso. Quest’inquietudine disarmante si può stemperare solo nel riso e nel nonsense: ecco allora la comicissima invenzione del carrello della spesa trasformato in camion dei pompieri, con tanto di sterzo maneggiato dal Comandante, o, ancora, le contraddittorie affermazioni dei vecchietti che odiano la neve, e al tempo stesso prediligono le vacanze tra le montagne innevate sopra ogni altra cosa:
IL VECCHIETTO: qual era il viaggio che ci piaceva di più?

LA VECCHIETTA: quello sulla neve. Il viaggio che ci piaceva di più, da giovani, amore, era quello sulla neve.

IL VECCHIETTO: Sei sicura?

LA VECCHIETTA: Sì, amore.

IL VECCHIETTO: Ma a me non è mai piaciuta la neve.

LA VECCHIETTA: Anche a me non è mai piaciuta la neve!22


Infine, potentemente simbolico è il gesto del Comandante, tra tutti il personaggio più restio ad abbandonarsi al sentimento senza riserve, che alla fine del dramma si lascia scivolare lentamente sotto il lenzuolo: finalmente ha trovato il coraggio di lasciarsi andare, di immergersi pienamente nel suo amore, di viverlo davvero, almeno l’ultima volta.
1.12 Scimone Sframeli e Beckett
Un discorso a parte meritano le molte reminiscenza dell’opera di Beckett. È chiaro, infatti, che alla base della composizione di Amore sta la fondamentale lezione drammaturgica e performativa beckettiana.

Un primo punto di contatto tra i due tipi di esperienze è la scelta di ridurre la storia messa in scena ad una successione minima di micro-eventi, senza uno sviluppo narrativo vero e proprio. La trama è ridotta all’essenziale, non ci sono peripezie, colpi di scena, grandi avvenimenti: solo quattro personaggi che attendono una fine imminente e intanto ripensano al proprio vissuto, e riflettono sulla propria esistenza. Difficile non pensare a Vladimiro ed Estragone che, aspettando Godot, meditano sulla loro vita, sulla loro condizione, su cosa significhi esistere ed essere uomini.

Se non vengono portati sulla scena grandi eventi, c’è tuttavia un’attenzione minuziosa a piccoli gesti ordinari, anche bassi, legati alla quotidianità: il cambio del pannolone, la pulizia della dentiera… Anche questo è un aspetto che si ricollega ai drammi beckettiani.

Altra caratteristica che tradisce il legame con Beckett è la fisionomia dei personaggi. I protagonisti dei drammi beckettiani si trovano spesso in una condizione limite; così, anche i due Vecchietti e i due pompieri si affacciano sul limitare della vita, in una zona di oscillazione tra la realtà e il nulla, sulla soglia del mistero. È proprio questa situazione straordinaria a costituire la molla dell’intera vicenda, a fornire ai personaggi la spinta per una riconsiderazione globale della propria vita e del miglior modo di concluderla.

Sono personaggi senza un’identità precisa, rappresentano una condizione universale, una meditazione esistenziale sulla morte e sull’amore che coinvolge tutta l’umanità.

Come in Beckett, poi, c’è una visione più ciclica che lineare del tempo: sospesi in una sorta di limbo, i protagonisti si svelano poco a poco dal buio e dal silenzio, rimuginano continuamente sugli stessi fatti e sugli stessi ricordi, per poi scivolare nuovamente nel silenzio e nelle tenebre da cui erano emersi. È un tempo che ritorna sempre su se stesso, si riavvolge, si chiude in una perfetta Ringkomposition.

Allo stesso modo, ritorna la beckettiana costruzione di uno spazio surreale ed immobile, isolato: i cipressi sul fondo, concretizzazione dell’accento funebre attorno a cui si sviluppa l’opera, richiamano lo spoglio salice piangente che si staglia sullo sfondo di Aspettando Godot, mentre i sepolcri polifunzionali che troneggiano in primo piano sono chiaramente un elemento destabilizzante e straniante, come tante delle scelte scenografiche di Beckett.

Medesimo è poi il ruolo svolto dalla parola e dal silenzio. Come nelle opere di Beckett, così in Amore il testo è sottoposto a una continua frammentazione, offerta da virgole e frasi brevi che spezzano la comunicazione. Spesso si assiste a dialoghi serrati, rapidi ed efficaci, quanto inconsistenti. Segmenti dotati di ritmo incalzante si alternano ad altri dove domina il silenzio. In Amore lo spettacolo si apre e si chiude con un vuoto, i personaggi sono in scena, ma la parola attende a lungo prima di essere pronunciata.

Altro tratto beckettiano è l’esibita difficoltà a comunicare: i personaggi parlano a lungo, ma spesso non c’è uno scambio costruttivo tra di loro, i dialoghi si trasformano in monologhi, le domande cadono nel vuoto, la continua ripresa di parole o frasi altrui sta anche a sottolineare la fatica della comprensione reciproca. Su di un tale sostrato, si moltiplicano i fraintendimenti e le richieste di spiegazioni, che accumulano tensione per poi sciogliersi nell’assurdo, dove il paradosso diviene paradigma di una distanza sofferta e combattuta tra i protagonisti. Il nonsense diviene l’unico sbocco effettivo a cui può portare una simile conversazione. Se nelle parole si insidiano relatività e punti di vista lontani, arrugginiti in posizioni differenti, nel silenzio si cela la verità. Il silenzio in Amore, così come in Beckett, è potentemente espressivo: evadendo dal cicaleccio assordante di battute martellanti ma fatue, i personaggi possono ritrovare un canale di contatto, un modo per dire quel che non riescono ad esprimere e per ascoltare quel che non riescono a sentire.

Se la ripetitività è una delle cifre stilistiche delle opere di Beckett (si pensi per esempio a Play, in cui la ripetizione è una delle idee chiave, tanto che a cinque battute dal finale il copione detta: “Repeat play”,e così avviene), lo stesso si può dire per Amore. Intere scene risultano essere esattamente speculari, giocano lo stesso ruolo all’interno dell’opera e presentano la medesima struttura. Anche la parola è ripetitiva ed ossessionante, pochi lessemi quotidiani vengono continuamente pronunciati, costituiscono il baricentro di brevi battute che si esauriscono nella parola stessa.



In ultimo, si può sottolineare come l’ironia tragica, contenuta in tante opere beckettiane, Finale di partita per citarne una, sia oggetto anche dell’operazione di Scimone Sframeli. In Amore si ride spesso, ma di una risata insieme tenera e triste. La vecchietta che ormai ha assunto a sua ragione di vita il controllare che il pannolone del marito sia asciutto, il vecchietto che pur comicamente manifesta di essere ormai il più grande nemico della sua sessualità, mostrano attraverso una lente umoristica delle esistenze che vanno ormai disfacendosi, una vecchiaia che avanza opacizzando ricordi, riducendo stimoli e possibilità di realizzare tutti quei progetti lasciati a metà. Tuttavia, se in Beckett il finale è sconsolato, qui il messaggio ultimo è positivo. Seppur nell’ultimo giorno prima del “grande viaggio”, le situazioni si risolvono, le coppie si ritrovano e possono “riscaldarsi fino al silenzio”.
2. ALLEGATI
2.1 FOTO
















2.2 RASSEGNA STAMPA


  1. Il Sipario, 07 novembre 2015, “AMORE” di Gigi Giacobbe

E' davvero una novità questo ottavo testo di Spiro Scimone titolato Amore, una delle parole più malate avrebbe detto il filosofo austriaco Ludwig Wittghenstein e con lui Moravia autore d'una pièce poco rappresentata, Il mondo è quello che è. Una novità perché nei sette precedenti lavori del drammaturgo di Messina, Nunzio, Bar, La festa, Il cortile, La busta, Pali, Giù, non compariva una presenza femminile in quanto tale, solo ne La Festa c'era una madre interpretata dallo stesso Scimone, poi più niente. Due tombe con un paio di crocette ai lati, che talvolta s'illuminano di rosso e quattro cipressi stilizzati impressi sul fondale compongono la scena minimale/essenziale di Lino Fiorito e quattro i personaggi senza nome, definiti come il vecchietto dello stesso Scimone, la vecchietta d'una brava Giulia Weber, integratasi benissimo nel gruppo, il pompiere di Gianluca Cesale e il suo comandante Francesco Sframeli pure regista dello spettacolo. Certamente anche in questo lavoro per un momento la mia mente vola a Beckett, al Pozzo di Aspettando Godot che ad tratto, rivolto ad Vladimiro e Estragone, dice... Partoriscono a cavallo di una tomba, il giorno splende un istante, ed è subito notte. Come dire che nello stesso momento che nasciamo moriamo pure, senza più avere la cognizione del tempo. Ma il mio pensiero dura solo un attimo, perché credo che il Teatro di Spiro Scimone ormai sia unico e facilmente riconoscibile, acquistando sempre più una propria autonomia, allontanandosi in modo deciso dai facili raffronti con Kafka, Ionesco e lo stesso Beckett, poggiando su una solida scrittura scenica fatta di dialoghi incalzanti, densi di aure metafisiche, ironiche, allusive, mai volgari, quasi sospese in un vuoto senza tempo in cui tutto è comprensibile e in cui le battute finali dell'uno vengono ripetute dall'altro quando riprende a parlare. Ecco dunque i due vecchietti, più arzilla lei più svanito lui, alle prese con pannoloni da cambiare e con dentiere da pulire, ritornare con la mente ad un passato felice condito da baci appassionati, di viaggi indimenticabili come quelli sulla neve e focosi amori in albergo sotto le lenzuola accanto al caminetto acceso. Ed ecco i due pompieri, in una prova ilare e di grande clownerie, che giungono sulla scena con un carrello da supermercato, fornito d'un piccolo sterzo martorizzato dal comandante Sframeli rannicchiato al suo interno e tirato dal suo subordinato Cesale, uniti d'un amore che vorrebbero quasi celare, pure loro a rivangare momenti indimenticabili, amarcord dietro un'autobotte, pannoloni da cambiare unitamente a creme da spalmare per evitare irritazioni, piccole gelosie e incendi da spegnere, tristi vacanze separate, col cruccio di non aver potuto vivere liberamente la loro intimità, per colpa ancora d'una società omofoba che non condivide di buon grado queste unioni. Una storia di due amori, uno etero uno omo, entrambi vissuti con toni poetici e gesti amorevoli, in cui l'Eros diventa Thanatos, sino a quando le due coppie adagiate sulle loro tombe non si copriranno con delle lenzuola bianche. Successo per questa prima mondiale al Teatro Vittorio Emanuele di Messina, in una produzione della stessa Compagnia Scimone-Sframeli in collaborazione col Théâtre Garonne Toulouse e salutata alla fine da infiniti applausi.
2. dramma.it, “Amore” di Paolo Randazzo
È vero: gli spettacoli di Scimone e Sframeli, nel loro ritmo misterioso e singolarissimo, trasudano di elementi di cultura teatrale novecentesca e contemporanea in ogni loro minimo segmento: l’ironia tagliente, la passione per il silenzio, lo spaesamento dei personaggi, l’attesa come dimensione esistenziale, la passione per l’inconoscibile, l’intelligenza critica (e politica) che tutto mette in discussione; eppure talvolta è bene non dimenticare che il teatro ha innanzitutto a che fare con la dimensione più autentica e profonda dell’umano e che quindi è alla saggezza umana che deve attingere ed è la saggezza che deve sollecitare. Così vien fatto di pensare dopo aver visto “Amore”,

l’ottava commedia di questo ensemble, al debutto nazionale nel Teatro “Vittorio Emanuele” di Messina dal 5 all’ 8 novembre. Il testo è di Spiro Scimone, la regia di Francesco Sframeli, la scenografia di Lino Fiorito (alla sua terza collaborazione, dopo “Pali” e “Giù”), mentre in scena, oltre agli stessi Scimone e Sframeli, ci sono Gianluca Cesale e Giulia Weber (una novità quest’ultima presenza, perché se è vero che in tutti i lavori di questa compagnia l’elemento femminile, anche in absentia,  è sempre centrale nelle dinamiche drammaturgiche, questo è il loro primo spettacolo che vede in scena un’attrice). È, in qualche modo, una poeticissima consapevolezza del limite, ovvero del corpo e della morte, il tema che si dispiega con coraggio in questo lavoro fino a scendere negli angoli più nascosti (teneri, patetici, tragicomici) dell’umano: ecco apparire quindi, nella scarna oscurità dello spazio scenico, in cui campeggiano soltanto due sepolcri marmorei, una coppia di vecchietti che, tra pannoloni da cambiare, creme da spalmare e dentiere da lavare, tra dialoghi surreali, ironia e amari motivi comici, si accudiscono ancora teneramente, dopo anni di convivenza; ed ecco ancora una coppia omosessuale, due pompieri che, dopo decenni di amore clandestino, di incontri segreti e mai soddisfacenti, si sono stancati di nascondersi. Si baciano allora, si abbracciano, fino a giungere insieme e con una nuova, sfuggente eppure luminosa, consapevolezza sulla soglia del silenzio. Il tempo all’improvviso si contrae, l’iniziale fragilità della drammaturgia scarta e il suo tessuto simbolico e allusivo viene alla luce, le due tombe diventano giacigli e addormentarsi insieme non è più morire ma vivere di vita vera. Dopo il debutto messinese lo spettacolo comincerà la sua tournee con repliche a Cagliari, nel gennaio 2016, e poi a Bologna (in aprile, all’“Arena del Sole”, nel contesto di un progetto monografico in collaborazione col Dams) e a Milano (in maggio, all’“Elfo Puccini”).


3. Controscena, “Se le fiamme della vita divampano in un cimitero”, 16 marzo 2016, di Enrico Fiore
RENDE – Lo dico subito. «Amore» – il nuovo testo di Spiro Scimone presentato ad Arcavacata nel Teatro Auditorium dell’Università della Calabria – è letteralmente impregnato di una comicità irresistibile e che, pure, si volge senza parere a una sofferenza tanto più tragica proprio perché non dichiarata. E costituisce, dunque, una lancinante verifica dell’affermazione paradigmatica di Beckett: «Non c’è niente da esprimere, niente con cui esprimere, niente da cui esprimere, nessun potere di esprimere, nessun desiderio di esprimere, insieme con l’obbligo di esprimere».
Infatti, i personaggi in campo sono una Vecchietta e un Vecchietto che parlano interminabilmente di qualcosa che non esiste più e forse non è mai esistito: «da giovani», è questa la specificazione che agganciano a tutti i loro ricordi, ciò che, naturalmente, serve a rimarcare il vuoto in cui adesso galleggiano. Non a caso l’«azione» è ambientata in un cimitero. E ancora non a caso alla Vecchietta e al Vecchietto si affiancano altri due personaggi, il Comandante e il Pompiere, che sono semplicemente dei loro «doppi» o, meglio, una loro appendice ineffettuale. Sentono odore di bruciato ma non riescono a fermare le fiamme perché si sono nascoste.
Eppure, il Comandante e il Pompiere dichiarano imperterriti che le fiamme le spegneranno tutte, anche quelle nascoste, anche quelle che non si vedono. E allora si capisce che le coppie Vecchietta-Vecchietto e Comandante-Pompiere sono – per tornare a Beckett – un equivalente del Vladimiro e dell’Estragone di «Aspettando Godot». E, in particolare, materializzano l’indomita constatazione di Vladimiro: «Non siamo dei santi, ma siamo venuti all’appuntamento».

Insomma, «Amore» è un testo tanto scorrevole quanto impegnativo, tanto leggero quanto profondo, tanto giocoso quanto potente. E per fermarci su quest’ultima ambivalenza, il gioco s’identifica col nonsense paradossale alla Ionesco (vedi, poniamo, il fatto che la Vecchietta e il Vecchietto affermano che il viaggio che gli piaceva di più era quello sulla neve e subito dopo aggiungono che la neve non gli è mai piaciuta), mentre a dire della non comune potenza qui dispiegata basta la frase che arriva alla fine e, perciò, risulta collocata in posizione fortemente icastica: «Riscaldiamoci fino al silenzio». È una battuta bellissima, una delle più belle che abbia mai sentito nei cinquant’anni che ho speso a teatro. E credo, davvero, che rappresenti non solo una riscrittura acuta ma anche una formidabile reinvenzione del paradigma di Beckett citato all’inizio. Così come i «doppi» costituiti dalle coppie Vecchietta-Vecchietto e Comandante-Pompiere rappresentano una non meno vertiginosa reinvenzione della Solange e della Claire protagoniste de «Le serve» di Genet: le sorelle delle quali, nel fondamentale saggio «Santo Genet, commediante e martire», Jean-Paul Sartre dice che «[…] ciascuna di esse non vede nell’altra che se stessa distante da sé». Una solitudine ontologica, quindi, avviluppa nelle sue spire questi personaggi di Scimone. E a tanto si collega l’intelligente ed efficacissima regia di Francesco Sframeli: che, in pari tempo, sottolinea il dato della comicità sostituendo all’autopompa un carrello del supermercato e moltiplica quello dell’angoscia esistenziale facendo compiere al carrello in questione nevrotici e inconcludenti giri intorno alle due (metaforiche e polifunzionali) tombe poste al centro della stilizzata scena di Lino Fiorito. Infine, la straordinaria recitazione degl’interpreti: gli stessi Spiro Scimone (il Vecchietto) e Francesco Sframeli (il Comandante), Giulia Weber (la Vecchietta) e Gianluca Cesale (il Pompiere). Danno luogo a un realismo che continuamente si nega nel ritmo lento conferito ai dialoghi: sicché questi ultimi si riducono, in fondo, a tormentati monologhi, allo stesso modo che i personaggi diventano nient’altro che ectoplasmi della vita. Di una vita che, per dirla con Campana, è «lontana» e «confusa di rumori / rauchi» ma insiste a gridare, pure «al morente sole / che insanguina le aiole».


4. La nuova Sardegna, 25 gennaio 2016,“L’amore, condizione estrema dell’anima”, di Walter Porcedda
CAGLIARI. Amore come condizione estrema dell'animo. Ed eterna. È sul filo tra teatralità e finzione, vita e trapasso, il nuovo testo di Spiro Scimone con la regia di Francesco Sframeli, coppia tra le migliori del teatro europeo, in scena con Giulia Weber e Gianluca Cesale, sabato (e ieri) in prima nazionale al Massimo per Sardegna teatro. Si intitola proprio "Amore", il finale di partita di due coppie di vecchietti, eterosessuale la prima, (Scimone e la Weber), omosex la seconda, un comandante e un pompiere (Sframeli e Cesale) che incrociano i destini in un cimitero (disegnato con efficacia da Lino Fiorito) con sepolcri che si trasformano in alcove e camion dei pompieri ricavati da un carrello della spesa di supermarket armato di sirene e lampeggianti. Pièce da teatro dell'assurdo, con dialoghi permeati da intelligente ironia che sottotraccia accentua un diffuso senso di straniamento, regalando tra comico e tragico situazioni al limite del paradossale. Dall'allagamento di una casa con salvifico intervento dei pompieri (che causa un blocco sessuale nella coppia) al racconto di incontri clandestini tra comandante e pompiere mai vissuti in libertà. Esattamente come quelli della coppia di vecchietti eterosessuali che, sulla soglia dell'eternità, improvvisamente capisce quanto tempo ha perduto rinunciando a vivere la sessualità e, quindi l'amore, senza infigimento alcuno.

Scimone e Sframeli, anche in questo allestimento hanno il dono della leggerezza parlando di temi e argomenti ingombranti che solo pochi anni fa avrebbero fatto storcere il naso o gridare allo scandalo. Ma un po' pure nei giorni nostri a giudicare dalle forze scese in campo in queste ultime ore, in Italia, per le unioni civili. Un tema che ha diviso tra Family day e piazze Arcobaleno, segno che quella auspicata e tanto pubblicizzata normalità da Paese europeo è ancora al di là da venire. Complice forse i ritardi culturali come una ingombrante e severa presenza della Chiesa. Scimone e Sframeli mettono così i piedi sul piatto, proprio in un momento che su coppie gay e diritti il termometro del confronto indica il rosso. Segno che il teatro di ricerca rimane sempre e comunque sul pezzo. A dispetto dei consolatori circuiti zeppi di allestimenti con eroi televisivi di cartapesta. Scimone e Sframeli invece, mettono a fuoco un tema appartenente al nostro quotidiano, solo apparentemente easy listening, come l'amore.

“Amore”, come recita l'ottavo testo di Spiro Scimone è elemento fondante della nostra dolente umanità, valido per tutte le età. E generi. Siano etero, omo, transgender etc… E invita così a ritrovare i propri sentimenti “sotto le lenzuola”, riconquistando quella intimità negata o perduta. Singolare che ciò avvenga nel momento del passaggio della vita. Quando cioè non c'è più niente da perdere. E' cioè l'attimo prima della fine, in cui giunge il redde rationem. E non si può più barare con se stessi.

Ecco la vecchietta che, finalmente libera di dire parolacce, scuote il compagno da remore e complessi per ritrovare l'aria libera della gioventù. Così, come in uno specchio, la coppia dei vigili del fuoco, comandante e pompiere, finalmente fanno outing ritrovando se stessi. Sotto le lenzuola.


5. ateatro.it, “L’Amore ai tempi dell’incendio”, 10 Novembre 2015, di Dario Tomasello 
Amore è uno spettacolo di svolta per la Compagnia Scimone-Sframeli. E non solo, e non tanto, per la presenza forte e arricchente di un corpo nuovo come quello di Giulia Weber, che mai dà l’impressione di apparire estraneo, ma anzi sin dal principio campeggia con la straordinaria, e sapiente, naturalezza di chi abbia fatto esattamente lo stesso percorso degli altri, con gli altri.
Qui la novità è determinata dal rarefarsi di ogni appiglio possibile, sia che esso possa venire dallo spazio scabro della lancinante partitura drammaturgica di Spiro Scimone, sia che esso venga dallo spazio della scena di Lino Fiorito che è, d’altro canto, ridotta all’essenziale sublime: qui, in particolare, a uno sfondo cimiteriale su cui campeggia il bric-à-brac tombale per due coppie, illuminato ora più nettamente ora in tralice, in un delirio chiaroscurale, da Beatrice Ficalbi.
Davvero, adesso, il Novecento è morto e non si può certo dire “W il Novecento!”, se l’oltranza di questo lavoro inquadra una fuga che si lascia alle spalle, nella dipintura allusiva del telone di Fiorito, il paesaggio italiano di Carrà, il ricordo larvato delle Cipressate della parodia crepuscolare di Eduardo (in Ditegli sempre di sì), il Pirandello di All’uscita. Tutto questo costituisce, per il lavoro, nervi e sangue, ma, soprattutto, campitura di un’operazione che, più che mai, pretende la cancellazione di ogni punto di riferimento: niente trama, niente diegesi al di là dell’incrocio, in limine mortis, delle due coppie senili: quella eterosessuale e quella omosessuale dei due pompieri che spuntano in un’esplosiva mistura di festosa jonglerie e psichedelico funerale.
Cosa c’è, allora, in questa nuova fase della compagnia? Abbandonata l’urgenza politico-civile del messaggio corrosivo contenuto nella Busta e in Pali, e, forse, addirittura, l’enfasi di Giù, resta la lezione più alta di un teatro che non ha bisogno di nulla, se non del corpo degli attori e che si ri-vela nelle dinamiche relazionali della Compagnia, in un gioco onestissimo di dissimulazione, destinato a dire come il vero teatro civile stia, e non possa che stare, oggi come allora, nella Civiltà del teatro. Una funzione rilevante, in questa prospettiva, è quella di Gianluca Cesale, il cui ruolo di “spalla” assume sempre di più i connotati di un apprendistato, gravido di promesse, a contatto diretto con l’esperienza magistrale incarnata da un attore superbo quale Francesco Sframeli. La tradizione trascina con sé i propri contrassegni e la propria fine latente. Pertanto, anche in questo caso, ritornano come inventario disincantato ma coerente, tutti gli stilemi privilegiati della Compagnia, tutti gli indicatori più probanti di quel corpo in disfacimento (che coincide con la «disperazione» che Scimone e Sframeli si ostinano a dire): dalle «dentiere» all’incontinenza dei «pannoloni» che rivendica accudimento e ristoro materno. Come sempre, però, l’essenziale rimane tacitato, nell’occultamento abissale che produce sgomento, nel silenzio che resta sotto le lenzuola (come “il buio in fondo al sacco” del Cortile), nelle fiamme di un incendio invisibile e perciò tanto più fatale, nella croce che, da segno manifesto (come nell’incipit di Nunzio), diviene lepida dottrina nel gesto iniziale, semplice ma misterioso, di Scimone che tratteggia la sagoma spenta del lumino sepolcrale. Già, in quel momento inaugurale, arriva, inavvertita quasi, la liberazione, l’assoluzione che il grande teatro consegna a chi sappia coglierne il segno e il senso.

E chi se lo sarebbe aspettato che la catarsi per questa Compagnia avvenisse nella misura traumatica della morte che somiglia al sonno? E se il sonno della ragione genera mostri, non c’è prodigio più grande dell’occasione perduta e del sogno immemore come un rimpianto dolce e lubrico. Lo spettacolo rinasce, ogni volta, nei gesti e nelle intenzioni di Francesco Sframeli che è la scaturigine più autentica della limpida vocazione drammaturgica di Spiro Scimone. Nelle sere messinesi del debutto dello spettacolo – per la prima volta nella propria città (è anche questo un segno?) – abbiamo creduto di rilevare quel gesto di Sframeli, prima comandante circense dei pompieri (poi comunque, al di là dell’allegoria contingente scelta per questa pièce, fondamentale capocomico in scena), nel lasciarsi scivolare lungo la testiera del letto/tombale per immergersi malizioso, e incredulo quasi, nel proprio vissuto. Più di una volta, questo grande attore messinese, facendo riferimento a un insegnamento di Peter Brook, ricevuto direttamente da Yoshi Oida, ha ricordato una massima di quel «segreto» del grande demiurgo inglese: “tienti forte e lasciati andare con dolcezza”. Ecco, per questa Compagnia, il tempo di “tenersi forte” è forse concluso e, nel “lasciarsi andare con dolcezza”, quell’antico rigore diventa solenne levità, libertà che non ha bisogno di orpelli per imporsi.


6. succede oggi.it, “Rivoluzione Amore” di Simona Negrelli
Scimone e Sframeli per la prima volta portano in scena un donna con uno spettacolo intitolato semplicemente "Amore". Due coppie intrecciano tabù, paure e passioni

È una commedia più intimista che surreale, più malinconica che di denuncia sociale, l’ultima scritta da Spiro Scimone e diretta da Francesco Sframeli. EppureAmore, visto al Teatro Auditorium dell’Università della Calabria, all’interno della stagione curata dal Centro arti musica e spettacolo, mantiene lo sguardo puntato sulla marginalità, tanto esistenziale quanto fisica, in continuità con la poetica della compagnia Scimone Sframeli.

Le due coppie protagoniste, il vecchietto e la vecchietta, il comandante e il pompiere, si muovono in un cimitero, tra due tombe che sono anche giacigli, con le croci illuminate come fossero delle abat-jour (le scene sono di Lino Fiorito). Il loro amore è fatto di piccoli gesti quotidiani, di rituali intimi e ordinari, i loro dialoghi surreali trovano nell’iterazione la propria ragione d’essere. Ripetersi per durare. Le due coppie, una etero (Giulia Weber e Spiro Scimone), l’altra omosessuale (Francesco Sframeli e Gianluca Casale), ricordano il passato, si confidano desideri finora inespressi, si comunicano richieste non ancora esaudite. Sono una speculare all’altra, accomunate dal limite che ha impedito loro di vivere il sentimento fino in fondo, in maniera totale, ossia la paura. Quella che entra in gioco ogni volta che ci si rapporta col proprio contesto sociale, ogni volta che s’intromette il giudizio altrui ad ammonire sul comune senso del pudore. Allora l’amore, quello autentico, è un atto rivoluzionario, estremo, perché (quasi) sempre in dissidio con la convenienza. Sarà per questo che in passato i due pompieri sono sempre intervenuti a spegnere le fiamme divampate dopo un eccesso di passione dei vecchietti, quando erano giovani? Gli stessi pompieri che poi si scambiavano effusioni di nascosto e in tutta fretta. Sarà per questo che ora, deposta la minaccia della paura, le due coppie decidono di amarsi fino in fondo nei loro letti funebri, come a dire che eros coincide con thanatos.

Amore è il primo spettacolo della compagnia in cui la figura femminile, altrimenti solo evocata, è presente sul palco. La donna portatrice della vita che si rinnova, la donna come speranza, tanto che, nello spettacolo, il personaggio femminile è l’unico che riesce a pronunciare la parola “amore”. Tra simbolismi e un linguaggio ossessivo, a tratti monocorde, l’azione è ridotta all’osso, tutto è già avvenuto e viene solo ricordato, con una leggerezza comica e una sospensione spazio-temporale sostenute dalla forza espressiva degli attori.

Spiro Scimone, scrittore e attore, e Francesco Sframeli, regista e attore, hanno da poco compiuto i vent’anni di attività, nel corso della quale hanno lavorato insieme a grandi artisti, a cominciare  da Carlo Cecchi. Hanno fatto incetta di premi e sono amatissimi in Francia, tanto da aver collaborato con la Comédie Française. La loro forza sta nell’aver inventato una rappresentazione del presente surreale e visionaria, rielaborando in chiave originale le esperienze drammaturgiche che hanno segnato il Novecento, come il teatro dell’assurdo di Beckett e Pinter, e utilizzando un linguaggio che affonda le proprie radici nella cultura e nel dialetto siciliano, accostandosi, in questo, a Emma Dante e al recentemente scomparso Franco Scaldati.


7. L’Unità, 18 Aprile 2016, “Per amore, solo per amore” di Maria Grazia Gregori


8. Il Manifesto, 19 marzo 2016, “Lo smarrimento oscuro dell’eros” di Gianfranco Capitta




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