Anche la geografia ha una storia



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ANCHE LA GEOGRAFIA HA UNA STORIA

(MA POCHI LA CONOSCONO

PERCHE’ POCHI LA INSEGNANO)
"Ho in mente un´idea: racchiudere in un´opera

tutto il mondo materiale, tutto ciò che oggi sappiamo

delle apparizioni della volta celeste e della vita sulla Terra"

Alexander von Humboldt

Premessa. Anche la geografia ha una storia…
Osserviamo l’immagine sovrastante… E’ un quadro del pittore tedesco, dell’Ottocento, Friedrich Georg Weitsch, attualmente conservato conservato presso il Preußischer Schlösser und Gärten Berlin-Brandenburg di, Potsdam. L’interesse dell’opera, e dunque il motivo per cui l’abbiamo qui utilizzata, non è tanto di natura artistica (Weitsch non fu un grandissimo pittore, il suo stile rea piuttosto retorico e celebrativo, anche se in questo particolare quadro mette a frutto la lezione del paesaggismo naturalistico tedesco del XVX secolo che trovò la sua massima espressione nell’opera pittorica di Caspar David Friedrich) bensì per il soggetto che rappresenta. Si vede, sullo sfondo, una elevata montagna, la cui tipica forma conica ce la fa riconoscere come un vulcano. Lo scenario circostante richiama un paesaggio non europeo, più selvaggio di quello caratteristico del Vecchio Continente e a una ambientazione non europea fanno pensare anche quasi tutti gli esseri umani rappresentati. Però di forma europea sono chiaramente gli abiti indossati da uno dei due personaggi situati sul lato destro e anche il suo aspetto fisico è quello di un europeo. Egli, infatti, è il tedesco Alexander von Humboldt, il fondatore della geografia moderna, colui che Charles Darwin definì “il più grande viaggiatore-scienziato di tutti i tempi”.

Accompagnato dal medico e botanico francese Aimé Bonpland, nel 1799 von Hunboldt salpò da La Coruna a bordo della nave "Pizarro", portando con sé sestanti, quadranti, telescopi, cronometri, teodoliti, inclinometri, cianometri, igrometri, barometri e termometri, per effettuare il maggior numero di misurazioni possibili in quella terra americana verso cui era diretto. Fecero sosta a Tenerife, ove scalarono il vulcano Pico del Teide ed effettuarono alcune ricerche climatologiche. Dopo una traversata durata ventidue giorni approdarono, il 16 luglio 1799 a Cumaná in Venezuela. Da lì, si addentrarono nell’interno dell’America Meridionale, per esplorare il sistema fluviale del Rio delle Amazzoni. Il loro avventuroso viaggio durò quattro mesi e li portò ad attraversare 2.775 km di territori selvaggi e inesplorati e mostrò i legami fra il fiume Orinoco e il Rio delle Amazzoni. La ricerca delle sorgenti di tale fiume li portò poi a Lima, in Peru, ove rimasero affascinati dalla moltitudine delle specie botaniche e animali. Da lì si recarono a Cuba e poi tornarono sul continente: traversarono le Ande, recandosi in Ecuador e qui scalarono il vulcano Pichincha, 4960 metri, e cercarono di scalare il vulcano Chimborazo, 6310 metri, all’epoca considerato il monte più alto della terra. Giunsero fino a 5975 metri, poi rinunciarono per mancanza di ossigeno ma restarono a lungo i due esseri umani che erano saliti più in alto, scalando una montagna. Si recarono poi in Messico, per studiare il calendario azteco, e quindi negli USA, ove furono ricevuti con tutti gli onori dal presidente Thomas Jefferson. Infine, carichi di informazioni, di misurazioni, di appunti, tornarono in Europa. Di von Humboldt diremo ancora qualcosa, nelle pagine successive di questo nostro scritto dedicato alla storia della geografia, ma qui vorremmo chiederci: quanti dei ragazzi che frequentano la scuola italiana sanno chi sia Alexander von Humboldt, il più grande viaggiatore-scienziato del mondo, secondo Darwin (che di viaggi e di scienza si intendeva alquanto)? E perché non lo sanno (salvo che non l’abbiano appreso da un libro regalatogli dai genitori o dalla televisione, ma certamente non a scuola)? Perché nessuno, a scuola, parla loro della storia della geografia, così rendendo questa meravigliosa disciplina orfana, più difficilmente comprensibile e più noiosa di quel che meriterebbe.



Orfana, perché ai ragazzi viene illustrata come una serie di informazioni e conoscenza che non hanno mai un padre e una madre (né una data di nascita: come, appunto, se la geografia non avesse una storia, fosse una scienza paradossalmente atemporale).

Più difficilmente comprensibile perché una scienza (qualunque scienza, non soltanto la geografia) risulta arida come un elenco telefonico se a chi la va studiando viene presentata come un elenco di informazioni e acquisizioni già organizzate e preconfezionate invece che come il risultato continuamente cangiante di tentativi, ipotesi, esperimenti spesso falliti ma non perciò meno interessanti, scontri teorici tra i sostenitori di un punto di vista e quelli di un punto di vista opposto, discussioni anche accese tra quegli uomini ed quelle donne (appunto con nome e cognome) che sono coloro che hanno fatto la scienza. Insomma, non si capisce e ama davvero una scienza se non se ne coglie quella che potremmo chiamare l’intelaiatura epistemologica che le sta sottesa e l’intelaiatura epistemologica di una scienza è fatta, oltre che della sua “filosofia” (ipotesi e teorie, appunto, nonchè tentativi ed esperimenti), della sua “storia” (ovvero di ciò che, nel corso del tempo, gli scienziati hanno fatto e pensato per rispondere a domande e problemi la verità delle cui soluzioni non è, alfine, loro piovuta dal cielo).

Infine, meno divertente (e dunque meno appassionante nell’apprenderla) di quel che meriti: infatti, senza sapere quante avventurose imprese di esseri umani stiano dietro le scoperte e le verità geografiche esse appaiono necessariamente più noiose, e dunque meno appassionanti, agli occhi (alla mente e al cuore, anche) dei ragazzi. Eppure, la maggior parte dei manuali scolastici di geografia, ignorano la storia della geografia stessa ma “Geoviaggi” ha cercato di andare in un’altra direzione…


La geografia antica
Secondo Fabrizio Bartaletti autore di uno dei pochi libri di geografia che parlino anche della storia di questa disciplina, “…la prima descrizione del mondo conosciuto è la ‘Periegesi’ (in due libri: Ruropa e Asia) di Ecateo di Mileto (560-480 a.C., a commento di una sua carta della terra che integrava quella andata perdita di Anassimandro, prima rappresentazione consapevole del mondo su una carta… (Bartaletti, 2006). Ecateo era di Mileto, ci dice Bartaletti e Mileto era (così come Efeso, ove nacquero Eraclito ed Erodoto eppoi anche Artemidoro) una colonia greca situata in Asia Minore, crocevia di sapienza non soltanto greca ma anche orientale e non a caso luogo ove sono nate contemporaneamente la geografia, la storia, la filosofia (di Mileto erano anche Talete, che della filosofia è considerato il più antico padre, e Anassimene e Anassimandro, che, come ci ricorda Bartaletti, fu non soltanto il filosofo dell’”apeiron” e lo scienziato che inventò lo “gnomone” ma anche il primo geografo a disegnare una carta della Terra: “…è probabile – afferma di lui Leon Robin nella sua magistrale “Storia del pensiero greco” – che egli abbia avuto per primo l’idea di una carta della terra…e quel che interessa la storia del pensiero è…il suo sforzo per costruire una rappresentazione sistematica del mondo…”, Robin, 1951). Insomma, la geografia nacque grande, a stretto contatto con la storia e la filosofia, a cavallo tra l’Occidente e l’Oriente. Conviene farlo sapere ai ragazzi, nel loro apprestarsi a studiare questa meravigliosa disciplina. Erodoto la arricchì con le tante storie scoperte durate i suoi viaggi in Egitto, Libia, Persia, Scizia e Artemidoro, alla fine del II secolo prima di Cristo fu autore di una monumentale Geografia in undici libri che contiene, tra l’altro, la prima descrizione della penisola iberica.



Ricostruzione moderna dell’Atlante di Anassimandro

La prima, grande sintesi delle conoscenze geografiche del mondo antico fu la “Geografia”, in tre libri, di Eratostene di Cirene (276-194 a.C.) che faceva il bibliotecario nella celeberrima, immensa biblioteca di Alessandria, a lungo, finchè non fu distrutta da un incendio, il vero tempio di tutto il sapere antico. Eratostene fu anche il primo a calcolare, con sorprendente esattezza, la lunghezza dell’equatore (secondo lui era di 39.690 Km: oggi sappiamo che è di 40.009 Km). Una seconda grande sintesi fu, in epoca già dominata dalla potenza romana, quella di Strabone (58 a.C./25 d.C.) che era greco ma, ammirando la romanità, si trasferì a Roma e qui si dedicò a scrivere i suoi diciassette “Gheographika Biblia”, che descrivevano l’Europa, l’Asia, l’Africa e, più particolareggiatamente, l’Italia.





Strabone in un’incisione del XVII secolo:

il globo che tiene in mano raffigura

i continenti di cui egli trattò
A Strabome si rifece poi Pomponio, il cui “De situ orbis” (noto anche come “Chorographia”) è un manuale scolastico, di carattere compilatorio, peraltro assai ben fatto e molto preciso, soprattutto nel descrivere il Mediterraneo e le sue coste. Anche geografo, oltre che naturalista (ma, al’epoca, le due cose erano spesso affiancate) fu poi Plinio il vecchio, autore di una monumentale “Naturalis Historia” che era anche un vero e proprio trattato geografico (egli, come si sa, morì nel 70 d.C. sommerso dalla lava uscita dal Vesuvio, in quanto, per studiare i caratteri di un’eruzione vulcanica, si era ad essa troppo avvicinato). L’ultimo grande geografo dell’Antichità fu Claudio Tolomeo (100-179 d.C.), astronomo (a lui si deve il cosiddetto “sistema tolemaico”, eliocentrico, che restò un punto di riferimento basilare per la cultura occidentale fino alla rivoluzione copernicana e galileiana) e geografo (pubblicò una “Geografia” consistente soltanto di carte: valutò assai più piccoli di quel che fossero in realtà gli oceani, così inducendo sia colombo che Magellano a ritenere assai più breve di quanto pii non risultasse davvero la loro navigazione verso le “Indie”). Ispirandosi a Ipparco di Nicea, un Greco vissuto due secoli prima di Cristo, approntò il metodo delle proiezioni coniche, che cercava di suddividere la superficie terrestre in paralleli e meridiani, così avviando quella ricerca sulla definizione della latitudine e della longitudine che durerà molti secoli (la questione della longitudine sarà risolta soltanto nel XVIII secolo) in quanto essenziale al viaggiare e all’esplorare, oltre che al commerciare e conquistare, della civiltà occidentale nel mondo.
La geografia medievale
Col termine Medioevo si indica tradizionalmente un periodo durato oltre mille anni, se si accetta come data iniziale quella della caduta dell’Impero Romano di Occidente (476 d. C.) e come data finale quella della scoperta dell’America (1492). Si tende anche a dare, di tale “evo”, un’immagine negativa, come d’un’era di regresso culturale, di oscurantismo religioso, di arresto e stagnazione del progresso umano. E’ però chiaro che, in mille anni, cambiano molte cose e quindi dare di questo lunghissimo periodo storico un’immagine omogenea conduce necessariamente a fornire chiavi interpretative, anche a livello scolastico, assai stereotipate. Certamente, l’Alto Medioevo, nei secoli immediatamente seguenti al crollo del potere imperiale di Roma, precipitò l’Europa in un’epoca di drammatica stasi culturale, di ritorno dell’analfabetismo diffuso (mentre il cittadino romano, anche il semplice “miles”, sapeva leggere e scrivere) e dunque anche di caduta complessiva delle conoscenze geografiche. Come scrive Bartaletti: “Nell’Alto Medioevo si assiste a un generale regresso delle conoscenze geografiche e cartografiche, che porta a dimenticare la stessa geografia di Tolomeo e a perdere la conoscenza di arcipelaghi precedentemente noti come le Canarie, che saranno riscoperte nel 1336 da Niccoloso da Recco e Lancelotto Malocello, navigatori genovesi al servizio del Portogallo…”(Bartaletti, 2006). Peraltro, anche nel campo della geografia così come sugli altri campi del sapere e del vivere civile, il Medioevo presenta un volto bifronte: a partire dall’espansione araba, dalla riforma carolingia, dal riattivarsi di viaggi e commerci collegati alla svolta economica, religiosa e latamente culturale del XII e XIII secolo, gli scambi, i viaggi, l’innovazione cognitiva e sociale tornano fiorenti, preparando quella che poi sarà la rivoluzione umanistica e rinascimentale, che proprio nel Basso medioevo trova le proprie più profonde radici. A caratterizzare positivamente, dal punto di vista delle conoscenze geografiche, questo secondo periodo del cosiddetto Medioevo sono vari aspetti:


La Via Francigena, da Canterbury a Roma


  • l’intensificarsi dei pellegrinaggi religiosi, in direzione dei luoghi sacri della cristianità (non soltanto Gerusalemme ma anche e forse soprattutto, in Europa, Roma e Santiago di Compostela: ciò rese celebri, assai frequentate e quindi man mano arricchite di luoghi di sosta, di ristori, di preghiera e assistenza, alcuni percorsi che, nei secoli, si sono poi mantenuti quali “strade d’Europa”, come la “Via Francigena” e il “Cammino di Santiago”, così favorendo la comunicazione e lo scambio di conoscenza tra popoli diversi e lontani);




Itinerario della prima crociata


  • le crociate, che ebbero varie, più o meno nobili, motivazioni e portarono anche tanta violenza e tanto sangue persino inutilmente versato, ma rappresentarono anche un riaprirsi dell’Europa cristiana verso Oriente e un momento intenso di scambio con le culture islamiche, pur combattute (fino alla nascita di una vera e propria "arte crociata", risultato di influssi e contaminazioni reciproche fra Oriente e Occidente in una Terrasanta già ricca di tradizioni artistiche paleocristiane e musulmane);




Le rotte commerciali di Genova e Venezia


  • l’affermarsi, e il percorrere in lungo e in largo il Mediterraneo, delle Repubbliche Marinare: Amalfi, Pisa, Genova e Venezia. Esse costruirono intensi scambi, lungo le loro rotte commerciali, con l’intero mondo mediterraneo e fecero tesoro di molte conoscenze apprese nei loro rapporti col mondo arabo e orientale in genere (presto il ruolo di Amalfi e Pisa decadde di fronte alla potenza genovese e veneziana, però furono proprio Pisa e Amalfi a introdurre in Europa due grandi scoperte, che segneranno il futuro della cultura occidentale: i cosiddetti numeri arabi, fatti conoscere in Occidente dal commerciante e matematico pisano Leonardo Fibonacci, e la bussola, che, inventata o reinventata o forse semplicemente riadattata – su un modello cinese- dagli amalfitani, creò le condizioni di nuovo orientamento geografico che resero poi possibili le grandi esplorazioni del XV e XVI secolo (alla bussola dedicheremo un’attenzione particolare in pagine successive di questo stesso scritto);




Il viaggio di Marco Polo


  • l’apertura, da parte di viaggiatori europei, del cammino verso la Cina, lungo l’antica “via della seta”: per motivi religiosi e missionari, come nel caso del frate francescano umbro (di Magione sul Trasimeno, all’epoca detta Pian del Carpine) Giovanni da Pian del Carpine, che nel 1245 si recò in Mongolia, o commerciali, come il veneziano Marco Polo, che nel 1271 si recò in Cina, rimanendoci 17 anni e dettando poi le sue “memorie cinesi” – ricche anche di preziose informazioni geografiche – in un libro, “Il Milione”, che resta tuttora uno dei grandi libri di viaggio dell’umanità tutta (ne parleremo quando, in questo stesso volume, tratteremo del rapporto tra grandi viaggi e grandi libri);




La “Carta Pisana”


  • la ricca produzione, a partire dal XIII secolo e come conseguenza della rinata voglia di viaggiare e curiosità di conoscere il mondo del Basso Medioevo (dopo la stagnazione e spesso regressione di tale voglia e di tale curiosità che aveva caratterizzato l’Alto Medioevo), di carte nautiche e portolani, frutto dell’esperienza dei navigatori europei e strumento indispensabile per l’ampliarsi, il diffondersi, l’affermarsi di un’arte europea della navigazione che troverà poi il suo apice nelle grandi scoperte geografiche dei primi secoli dell’Era Moderna.

Sulla cartografia nautica, data la sua importanza storica e scientifica, vale la pena di soffermarsi con qualche ulteriore considerazione, prima di chiudere il nostro ragionamento sulla geografia del Medioevo, dedicando la dovuta attenzione alla geografia araba. La cartografia nautica è l'insieme di conoscenze scientifiche, tecniche e artistiche finalizzate alla rappresentazione, appunto su carta, di informazioni geografiche legate alla navigazione. La totale assenza di simili carte nei secoli precedenti il XIII ha sempre suscitato molte perplessità in chi si interessa di simili cose: possibile che navigatori instancabili quali i Fenici e i Greci, eppoi i Romani, che se ne andavano in giro per mare colonizzando l’intero Mediterraneo, lo facessero senza usare carte nautiche? C’è chi ha ipotizzato un loro deperimento dovuto al fatto che tali carte fossero ritenute strumenti operativi non degni d’essere conservati e chi ha invece ipotizzato che esse esistessero eccome ma siano andate distrutte, per naufragio, incendio e altri fortunali del genere. Il mistero, comunque, resta…Tornando alla produzione di carte e portolani iniziata nel XIII secolo, va detto che l'Italia è stata la terra d’origine di tale nuova espressione del sapere geografico. Per vari motivi: per esempio, la sua posizione centrale all'interno del bacino del Mediterraneo nonché il suo essere all’epoca, grazie alle Repubbliche Marinare, all’avanguardia nell’arte del navigare (non a caso, anche quando saranno altre potenze politiche e commerciali – come la Spagna e il Portogallo - a inaugurare la nuova era delle grandi scoperte geografiche globali, molti navigatori resteranno italiani: Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci, Giovanni da Verrazzano e altri ancora). La più antica carta nautica giunta ai giorni nostri è la Carta Pisana, anonima e non datata ma probabilmente del XII secolo, così chiamata perché originariamente rinvenuta a Pisa (oggi è conservata alla Bibliothèque nationale de France di Parigi). La buona produzione di carte nautiche divenne, tra il XIII e il XV secolo, un’attività così preziosa che i cartografi erano corteggiati e lautamente pagati dalle diverse potenze marinare, affinché restassero a disegnare per loro e non andassero a farlo per qualche potenza concorrente (il che, peraltro, avveniva spesso: un celebre cartografo come Pietro Vesconte, per esempio, si spostò da Genova a Venezia, ove veniva pagato meglio). Una importante scuola cartografica si sviluppò ad Ancona, di cui era originario un certo Grazioso Benincasa, che fu provetto autore di almeno ventidue carte. In seguito, altra sede importante di produzione cartografica divenne Messina, soprattutto per effetto dell'immigrazione di cartografi ebrei e maiorchini.



La geografia araba

Finchè lo spostamento dell’asse della storia mondiale non finì col relegare il Mediterraneo a un mare strategicamente, sia in senso commerciale che militare, di scarso rilievo, una delle maggiori potenze economiche e culturali della storia appunto mediterranea fu quella araba, che conobbe una grande espansione soprattutto nei quattro o cinque secoli che videro l’espansione della civiltà araba fino ai confini occidentali dell’Europa (Sicilia e Spagna comprese). Il contributo arabo al sapere del tempo, anche a quello europeo, è stato notevolissimo un po’ in tutti i campi dello scibile umano: dalla filosofia alla medicina, dalla matematica alla geografia (chi volesse saperne di più può utilmente consultare il bel libro di Ahmed Djabbar “Storia della scienza araba”, Djabbar, 2002). Un grande geografo arabo fu, nel X secolo, Ibn Hawqal, nato a Bagdad, che fu anche mercante e viaggiatore oltre che uomo di scienza. Fece il commerciante nella sua città ma una grave perdita patrimoniale lo indusse nel 943 a mettersi in giro per tutte le terre dell’Islam (Sicilia compresa, ove soggiornò nel 973 e sulla quale lasciò scritti ancor oggi suggestivi: “Isola…lunga sette giornate [di cammino], larga quattro giornate; montuosa, irta di rocche e di castella, abitata e coltivata per ogni luogo. Essa non ha altra città famosa e popolosa che…Palermo, capitale dell'isola. Sta [proprio] sulla spiaggia, nella costiera settentrionale…. “). Tornato nella natia Bagdad nel 976, raccolse tutte le memorie del suo lungo e attento girovagare in un’opera intitolata “Libro delle vie e dei reami”.





Mappa del Mediterraneo disegnata da Ibn Hawkal

Geografo e viaggiatore ancor più celebre di Ibn Hawkal (anzi, probabilmente il maggior geografo medievale di cultura islamica) fu Ibdn Idrisi Abū, nato a Ceuta (in Andalusia) nel 1099, studiò a Cordova, all’epoca centro luminoso di cultura araba e internazionale. Viaggiò in tutti i paesi del mediterraneo, stabilendosi poi in Sicilia, a Palermo, ove fu consigliere di corte del re normanno Ruggero II, il quale aveva dato vita a una civiltà siculo-normanna assai tollerante, aperta al dialogo con l’Islam, fervidamente interessata al sapere e alla cultura, anche geografica. Nel 1154 realizzò un planisfero, inciso su una lastra d'argento, purtroppo andato distrutto. Scrisse anche un famoso libro di geografia (una vera e propria enciclopedia geografica), “La gioia per chi si diletta di girare il mondo”, noto anche come “Il libro di Ruggero”, essendo stato scritto su sollecitazione del re normanno. Tale opera rappresenta un'eccezionale testimonianza della cultura geografica del XII secolo e dimostra come le conoscenze geografiche di Ibn Idrīsī fossero, per l’epoca in cui visse, davvero notevoli. Fu anche esperto di botanica e di medicina, occupandosi soprattutto della classificazione e della raccolta delle piante officinali. Morì nell’amata Palermo nel 1164.



Il mappamondo di Idrisi presente nel “Libro di Ruggero”

Altro geografo arabo di rilievo fu Al-Muqaddasi (cioè "il Gerosolimitano", essendo nato a Gerusalemme nel 945). La sua opera, scritta nel 985, s’intitola "La migliore divisione per la conoscenza delle regioni") e descrive i tanti Paesi da lui visitati nel suo instancabile peregrinare per le vie del mondo. Particolarmente suggestive sono le descrizioni della Palestina e della Sicilia, così precise e dettagliate da essere tuttora citate nelle moderne guide turistiche. Più tardo, rispetto a quello dei viaggiatori/geografi arabi fin qui rammentatai, fu il girovagare e lo scrivere di Ibn Battuta, nato in Marocco nel XIV secolo. Per trent'anni girò il mondo, avventurandosi in Africa, India, Sud-Est asiatico e Cina. Iniziò le sue peregrinazioni nel 1325, partendo da Tangeri alla volta della Mecca, dove studiò legge. Poi si recò in Kenia e nello Yemen, per dirigersi verso l'India attraversando Siria, Russia meridionale e Afghanistan, fino a giungere a Delhi. Nella città indiana fu nominato giudice dal sultano e da lui poi inviato come suo ambasciatore in Cina. Fece però naufragio e, rifugiatosi alle Maldive, vi sposò sei donne isolane, per poi ripartire per Ceylon, la Malesia, Giava, Sumatra, fino a Pechino, finalmente raggiunta. Tornato in Africa, si recò poi in Mali e nel Sahara, ove soggiornò tra i Tuareg, i nomadi del deserto. Morì infine, ormai vecchio e pago d’una vita da vero avventuriero curioso di tutto, nel suo Marocco.






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