Angiarsi addosso



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CAPITOLO 3

I disturbi alimentari secondo prepos

Molto spesso è difficile riconoscere, soprattutto nei primi tempi, un disturbo alimentare. La ragione sta nel fatto che alcune manifestazioni di questa patologia si mimetizzano facilmente nel vasto campionario di comportamenti stravaganti e spesso alterati che si possono assumere nei confronti dell’alimentazione. Non è difficile constatare come gran parte delle giovani donne (anche il sesso maschile comincia ad avere questi atteggiamenti in misura sempre maggiore) si sottopongono a diete ferree, mangino solo cibi integrali o salutistici, evitino cibi ritenuti dannosi perché grassi e ipercalorici, passino ore in palestra con ritmi e intensità più consoni a una preparazione agonistica piuttosto che al mantenimento della forma fisica, o presentino un comportamento alimentare caotico dove al pranzo composto da una insalata fa seguito un consumo eccessivo di dolci o di altri alimenti. Tutto questo avviene anche se le persone sono in buona salute e normopeso. Nessuno trova niente di strano in tutto ciò, né chi si comporta così si sente anormale o malato. Fortunatamente la maggior parte non svilupperà mai un disturbo del comportamento alimentare

A questo possiamo aggiungere che, abbastanza frequentemente, una difficoltà con il cibo e con il proprio corpo è un evento ricorrente nell’evoluzione di un’adolescente.

Il primo problema che si pone nel riconoscere un disturbo alimentare sta nello stabilire dove si trova il confine tra una condizione normale ed una patologica. Spesso la questione non è di facile risoluzione neppure per il medico e per l’esperto. Esistono situazioni che si collocano in una zona di confine e che pongono dubbi sull’opportunità di un intervento.

Di anoressia e bulimia si muore. Dall’anoressia e dalla bulimia si guarisce. Di anoressia e bulimia in Italia e nel mondo occidentale soffre un numero sempre crescente di persone, in massima parte ragazze e donne.

Sono disagi che sembrano riguardare l’appetito. È il cibo, l’ossessione del cibo che ingombra l’orizzonte delle persone anoressiche e bulimiche: il cibo respinto, il cibo fagocitato, il cibo vomitato, il cibo sempre presente. E accanto all’ossessione del cibo, quelle simmetriche del peso e del corpo: ogni pesata sulla ogni sbirciata allo specchio si trasforma in un giudizio di Dio.

Ma ciò che si vede, il sintomo invadente che occupa la vita e viene dato in pasto agli altri, equivale alle mura di una prigione in cui una persona anoressica o bulimica si è rinchiusa per nascondere la paura del rapporto con gli altri,e un disperato bisogno d’amore.

L’anoressia e la bulimia sono il sintomo tangibile di un dolore che non si vede, di un disagio psicologico lungamente incubato, segno di una crepa nella memoria e nella vita famigliare.

La persona anoressica e/o bulimica è come il gatto dei cartoni animati che inseguito dal grosso cane del quartiere si arrampica in cima a un albero, per cercare il rifugio e la protezione che non saprebbe trovare altrove. Da lassù guarda con sufficienza e sollievo ciò che dal basso lo minaccia. Da lassù è sicuro di avere un controllo totale del mondo sottostante. A un certo punto però il problema diventa scendere dall’albero: il gatto non sa più tornare a terra e deve stare sempre più attento a non perdere l’equilibrio perché la caduta potrebbe essere mortale. In più, se scendesse, dovrebbe anche fare i conti con ciò da cui si era messo al riparo.

Anche l’anoressia e la bulimia sono una scelta e perfino una cura: il rifugio nel sintomo permette di sfuggire ai pericoli, alle minacce, ai dolori che rendono intollerabile la vita, in nome di un ideale di purezza, di distacco, di autonomia assoluta. Chi riesce a non mangiare pensa di non aver bisogno di nulla, si illude di non aver bisogno di nessuno.

La cura si trasforma in fuga dalla realtà e il bisogno assoluto di controllare la propria vita, la propria sofferenza, il proprio mondo diventa una dipendenza simile a quella indotta dalla droga. Quando si comincia a mangiare e vomitare è come farsi di eroina, non si finisce più. Si resta impigliati nella rete di questa droga, una droga necessaria, legittimata, una droga per procurarsi la quale non è necessario infrangere la legge, una droga di cui non è vietata la pubblicità, una droga da cui siamo circondati, bombardati, soffocati. La persona che utilizza il sintomo anoressico – bulimico, come chi fa uso di sostanze stupefacenti, ha bisogno per qualche motivo di anestetizzarsi, di soffocare un dolore e lo fa con la bocca come se il cibo fosse un tappo: invece di urlare la sua disperazione, si chiude la bocca con il cibo per non dire la sua sofferenza.

Per uscire dal suo isolamento, per abbandonare la sua trincea, per scendere dall’albero che gli dà la precaria illusione della salvezza, questa persona ha bisogno di trovare qualcuno che riconosca il suo dolore e sia disposto ad ascoltarlo. Che non si lasci fuorviare da ciò che lei stessa mette sotto gli occhi degli altri (un sintomo così ingombrante con i suoi rituali così ripetitivi) e colga ciò che il sintomo ha il compito di occultare e di surrogare: una disperata fame d’amore, fame di rapporti autentici, fame di una vita più piene e più ricca di significato.

È paradossale che l’anoressia e la bulimia appaiano come fenomeni opposti quando si tratta di due facce della stessa medaglia, dei due poli di una logica fondata su un unico principio: tutto o niente. Poiché non ce l’ho fatta a non mangiare niente, allora cercherò di mangiare tutto. È così triste che i terapeuti dell’anoressia siano concentrati solo sull’aspetto alimentare e finalizzati al solo scopo di riguadagnare peso e non si rendano conto che otterranno il risultato di un cambiamento del segno del sintomo: trasformeranno le persone anoressiche in persone bulimiche senza intaccare minimamente la natura del loro disagio.

Dietro al sintomo si nascondono la sofferenza emotiva, la rabbia, la paura di vivere, la paura di morire paure che il soggetto non riesce a governare e cancella concentrandosi sul pensiero del cibo.

In questo triste quadro può fare la differenza l’intervento di un conselor relazionale, infatti, il suo compito è quello di rendere espliciti gli impliciti, di espandere la consapevolezza della coscienza, di rendere i clienti liberi, indipendenti e decisionali. A differenza delle terapie standard effettuate in comunità e/o in strutture ospedaliere, dove si mettono in atto delle vere forme coercitive nei confronti dell’alimentazione, il conselor lavorando sulla persona e non sul sintomo, riesce a vedere le relazioni sbagliate che hanno creato il disagio ma anche gli antidoti a tali relazioni.

Da quanto abbiamo detto, nella sommaria descrizione dei disturbi alimentari, è facile individuare gli idealtipi più soggetti ai vari disordini.

Possiamo associare ai 7 idealtipi i disturbi alimentari:

avaro

Sicuramente la sua ritualità, il suo bisogno di controllo per tenere a bada la paura lo rende un soggetto che facilmente può cadere nell’anoressia di tipo restrittivo e nell’ortoressia;



Ruminante

La forte attivazione e la rabbia che lo contraddistingue lo rendono un militante sensibile ai disturbi di alimentazione incontrollata e alla vigoressia



Delirante

La ricerca continua, la sua creatività associata ad un distacco dalla realtà lo rendono un buon soggetto per l’anoressia con atti di eliminazione;



Sballone

E' un emozionale sempre alla ricerca di emozioni intense e di piacere tanto da sfociare nella bulimia o nel disturbo di alimentazione incontrollata o nell’ortoressia;



Apatico

La necessità di quiete, la pigrizia in genere lo rende un candidato ottimale per l’obesità;



Invisibile

Anche esso può sviluppare anoressia non per il troppo controllo ma per la sua grande sensibilità per il suo senso di vergogna e di inadeguatezza



Adesivo

Il grande bisogno di affettività non soddisfatto lo espongono all’insorgenza di bulimia e obesità.

Analizziamo ora i vari disturbi associati agli idealtipi e le aree di intervento.

Anoressia


  1. L’anoressia è considerata patologia da un tempo relativamente recente ponendo fine al concetto che chi non voleva mangiare era poco sana di cervello e riconoscendo il fortissimo malessere che si nasconde dietro al sintomo. Dietro alla manifestazione dell’anoressia si nasconde un dolore talmente forte da non poterlo descrivere, tanto che diventa poca cosa non solo il disagio fisico ma anche la morte. Questo credo sia il punto focale, considerare la morte un concetto astratto, un qualcosa di cui l’anoressica è convinta di coglierne i segni e quindi riuscire ad allontanarla. L’essere più forte di lei nel suo delirio di onnipotenza; questa giostra attorno alla morte serve all’anoressica a darle la certezza di essere viva. Questa vicinanza con la morte conferisce un’illusoria conferma della propria vita.

Chi più dell’avaro ha in sé la paura del dolore e della morte? La sua necessità di controllo delle cose, della vita e dell’ambiente circostante lo conduce ad una rigidità che gli impedisce di evolversi

Abbiamo già detto che l’anoressia è data dalla malfidenza verso il cibo, cerchiamo ora di capire come si è instaurato questo stato. In genere le ragazze anoressiche hanno un rapporto simbiotico con la madre che mette in atto tutte le manipolazioni possibili per tenere la figlia legata a sé. La simbiosi nei rapporti umani non porta ad una crescita reciproca ma rende mutualmente dipendenti e ci si soffoca in un abbraccio mortale. È una condizione paradossale in cui ciascuno è prigioniero consenziente del desiderio dell’altro, è la negazione da parte della madre della sfera personale della figlia. Questa situazione si crea già nei primi anni di vita quando la madre provvede al nutrimento del figlio dandogli del cibo “avvelenato” dal suo grandissimo egoismo mascherato da amore. La manipolazione continua negli anni successivi: chi non ha mai sentito una madre lodare le feci del proprio bimbo eppure queste lodi nascondono il desiderio di togliere indipendenza al proprio figlio, di legarlo a sé espropriando il bimbo del primo prodotto veramente suo.

Nel periodo adolescenziale poi, le madri si inventano la peggior manipolazione possibile: essere amica della figlia. Ma, se un’adolescente può vantare una mamma come amica poi la mamma chi la farà, l’amica del cuore? I genitori non possono essere amici dei figli ma sostegno, forza e sicurezza, devono promuovere il distacco dalla famiglia nel corso dell’adolescenza con la consapevolezza che l’allontanamento fisiologico non significa una diminuzione dell’affetto, il distacco non taglia il legame d’amore anzi a volte lo rinforza.

Cosa può fare una povera figlia per uscire dalle grinfie della madre fagocitante? Da bambina cerca di essere la bambina perfetta che tutti vogliono, diventando bravissima a scuola, riuscendo in tutte le cose che fa, anche perché se non è sicura di riuscire non ci prova nemmeno. Si carica di regole ferree, di un’organizzazione estrema per essere conforme al desiderio della madre.

Il sintomo dell’anoressia si pone in questo quadro come il tentativo di una ragazza di esprimer il dolore per non essere stata lasciata crescere secondo i suoi bisogni, perché i suoi bisogni non sono mai stati riconosciuti. Il sintomo aiuta la figlia a prendere le distanze dalla madre.

Tenendo presente questo quadro, è logico che le terapie convenzionali non diano dei risultati soddisfacenti e duraturi nel tempo. Esse si basano soprattutto su schemi alimentari per recuperare peso, le classiche diete per intenderci, che non fanno altro che rinforzare il copione dell’avaro basato su regole precise e terapie cognitivo comportamentali che mantenendo il cliché della brava ragazza non affrontano il conflitto interno.

Secondo un conselor relazionale è necessario prima lavorare sulla crescita della ragazza e poi rafforzare le sue difese verso l’ambiente.

Il soggetto avaro deve essere destabilizzato, sorpreso e spostato sull’adesivo. Questo significa che per agganciare un avaro bisogna sorprenderlo con affermazioni fuori dalla sua logica e concentrarlo sul metodo che bisogna adottare per risolvere il problema. In pratica basta rifiutarsi di somministrare una dieta per destabilizzare l’avaro anoressico che in genere arriva dai terapeuti per compiacere la madre preoccupata. Non somministrare una dieta è un modo per non rinforzare il copione dell’avaro e stimolare la sua curiosità. Il passo successivo è quello di aumentare l’affettività della ragazza spostandola sull’adesivo; per fare questo è necessario che il terapeuta si ponga sull’apatico e la tranquillizzi facendole affrontare le sue paure. Per realizzare questo passaggio è possibile utilizzare anche dei gruppi facendo attenzione che il soggetto avaro sia posto in un gruppo di tipo apatico/adesivo che gli permetta di essere tranquillo e di sentirsi accettato e amato per se stesso.

Una volta che il sintomo anoressico si riduce bisogna affrontare il problema della manipolazione materna per evitare ricadute future. Alla manipolazione non c’è un comportamento unico che può bloccarla ma è necessario insegnare alla ragazza come difendersi, e questo può avvenire i due modi:


  1. Prendere le distanze dal manipolatore a volte anche fisiche allontanandosi; ciò non risolve il problema ma sicuramente è molto più difficile controllare una persona lontana che una vicina.

  2. Se il soggetto non ha la possibilità di allontanarsi per diversi problemi, bisogna insegnare a non dare informazioni importanti ma raccontare ciò che il manipolatore vuole sentirsi dire in virtù del fatto che tutto ciò che si dice il manipolatore lo userà contro di te.



  1. Logicamente il modo di presentarsi e di trattare il cliente cambia se il soggetto anoressico è del tipo bulimico eliminativo in quanto è più spostato verso l’idealtipo del delirante.

I meccanismi di fondo dell’instaurarsi della malfidenza verso il cibo sono uguali ma le manifestazioni della patologia sono diverse in quanto il soggetto delirante non è così rigido da mantenere il controllo sulla propria fame e sulla necessità di mangiare.

Questo è sicuramente un soggetto molto poco sensibile, sganciato dalla realtà, molto bravo nelle cose difficili ma molto imbranato nelle piccole cose. Egli necessita di contatto con la realtà, di sentire il proprio corpo, è necessario stargli vicino anche fisicamente.

Come si può aiutare un delirante? In due modi: sostenerlo facendosi invisibile o gratificandolo diventando adesivi.

È necessario, nella prima ipotesi, riconoscere il delirante, cioè capire la sua sensibilità, il dolore e la sofferenza che cerca di nascondere con il distacco che lo contraddistingue. Se il conselor si pone come un invisibile riesce a toccargli il cuore, ad indicargli la via della semplicità e ad insegnargli l’umiltà, l’umanità e a dargli concretezza e consistenza per fronteggiare la manipolazione di fondo.

Nell’altra ipotesi invece, è possibile creare una dialogicità affettuosa ponendosi come un adesivo. In questo caso la crescita avviene perché l’affettuoso amore dell’adesivo riesce a incollare i diversi pezzi dei pensieri del delirante. Infatti, l’irradiazione affettiva dell’adesivo lo rende cosciente del suo sé e del suo vero essere. Riuscirà così a identificare, riconoscere e accettare il suo malessere, la sua sofferenza e acquisterà fiducia in se stesso. L’importante in questo intervento è di non aver fretta ma di metterlo in contatto con il suo vissuto emotivo molto lentamente.

In questo caso è necessario fornire al delirante una dieta strutturata, stabilire degli orari precisi per i pasti ed essere ferrei nelle quantità proprio per confermare la concretezza che si cerca di inculcargli. È necessario che tutti gli interventi siano finalizzati allo stesso fine cioè ancorare il delirante alla realtà e alla concretezza.



  1. È ancora diverso il trattamento dell’anoressia quando il cliente è un invisibile. I sintomi sono sempre gli stessi, anche se l’invisibile a volte si lascia andare a qualche stravizio.

Chi è l’invisibile? È un percettivo, un animale sociale una persona che vive nella vergogna, si presenta timida e vive la sua anoressia in silenzio, di nascosto. L’individuo invisibile prova vergogna di aver provato piacere e cerca di adeguarsi alle norme della società per non ricadere in quello che considera un errore.

È difficile identificare i sintomi di anoressia in quanto questa persona vive riservata, è sempre discreta e finché non appaiono i segni evidenti di dimagrimento e di amenorrea i familiari non se ne accorgono o fanno finta di non vedere.

Il trattamento si compone di incontri ravvicinati e si cerca di spostare l’invisibile o sull’apatico insegnandogli o sull’adesivo incoraggiandolo.

Per aiutare questa persona è necessario che il conselor metta in atto un incontro trasmettendo coraggio come farebbe un ruminante oppure riconosce l’invisibile come farebbe un delirante.

Essere riconosciuto per un invisibile è sconvolgente in quanto esso sente di essere una persona sbagliata, non ha alcuna considerazione di sé per cui un semplice complimento diventa un fatto straordinario: qualcuno che comprende la sua sensibilità.

In tutti gli idealtipi la miglior metodologia di intervento è quella narrativa ma nel caso dell’invisibile è essenziale farlo raccontare di sé e puntare sull’autobiografia



Bulimia

Se alla base dell’anoressia c’è la malfidenza creata della manipolazione materna, nel caso della bulimia siamo in presenza di una pseudoconfidenza basata su un equivoco.

Abbiamo già detto che la pseudoconfidenza è la ricerca di un sapore appagante che si crede di ricordare ma che in realtà a volte non esiste, è un modo per colmare il vuoto interiore. L’equivoco che si crea è basato su una presunta memoria, su un sapore indefinito che porta alla ricerca di cibi complessi, i quali creano dipendenza inibendo i meccanismi di controllo e aumentando gli ormoni che producono benessere. Proprio la sensazione di benessere connessa ad un blocco del senso di sazietà, porta l’individuo a mangiare smisuratamente e quindi all’obesità nell’apatico e alla bulimia nello sballone e nell’adesivo.


  1. L’apatico, in genere non arriva alla bulimia perché è troppo pigro anche per vomitare, la sua vita è incentrata sul risparmio di tutto anche energetico: la sua attivazione e il suo aurosal sono quasi nulli. Egli è un convenzionale,, con frequenti cadute di motivazioni che lo portano facilmente a cercare conforto nel cibo preferibilmente cibo complesso, magari ricercando i sapori dei manicaretti della mamma. L’apatico è il classico obeso che arriva in studio aspettandosi grandi cose con poco sforzo da parte sua e per questo va continuamente incoraggiato e sorretto in quanto facilmente di fa abbindolare dalle seduzioni alimentari. Qualche volte si ottengono buoni risultati creando delle provocazioni che lo attivano.

Il difficile nell’apatico non è farlo dimagrire ma farsì che l’obiettivo raggiunto rimanga costante nel tempo e per questo bisogna continuare a seguirlo nel tempo per incoraggiarlo e mantenere attiva l’attivazione.

  1. L’adesivo, invece, è un animale relazionale, alla continua ricerca di affetto. È una persona accogliente che ama il contatto fisico, che ama prendersi cura degli altri perché spera di essere ricambiato e se non succede si affanna a cercare affetto fino a farsi strumentalizzare dagli altri. Con l’adesivo si è davanti al rapporto perverso di vittima e carnefice. Nel caso della bulimia il carnefice è il cibo, quell’ammasso alimentare amato ma nello stesso tempo odiato. Un adesivo che è sempre alla ricerca di amore con una madre magari avara ancorata a regole e divieti, rigida e fredda oppure sballona un po’ superficiale, magari anche lei con problemi alimentari, o ancora una bella ruminante concentrata sull’azione e che non tollera nulla che le sia attaccato; come potrà mai sentirsi saziato di amore?

Forse piccolino ricorderà il momento del mangiare come quello in cui la madre gli prestava più attenzione e ricorderà dei sapori inesistenti nei cibi ma per lui importanti perché legati a dei miseri gesti di considerazione nei suoi confronti: ecco nato l’equivoco che lo condurrà a cercare consolazione nel cibo.

Per aiutare un adesivo è necessario avere molta disponibilità, accoglierlo con affetto e instaurare una dialogicità. Infatti, con la disponibilità si permette all’adesivo di sperimentare persone ricche di emozioni che riconoscono il valore del suo attaccamento e lo si sazia ma con la dialogicità si riesce a farlo riflettere e ragionare ponendo dei confini tra sé e gli altri.



  1. Diversa è invece la pseudoconfidenza di uno sballone. Persona effervescente sempre alla ricerca del piacere, si fa affascinare dall’intensità delle sensazioni arrivando anche agli estremi. Infatti, egli diventa bulimico per piacere, perché mangiare senza controllo fino a sentirsi scoppiare per poi liberarsi vomitando è una sensazione forte, che gli produce un piacere perverso come fosse una droga. Si innesca così la ricerca non tanto dei sapori legati ai cibi quanto il piacere di riempirsi e poi espellere con violenza tutto ciò che si è mangiato.

È difficile individuare uno sballone bulimico perché è un grandissimo bugiardo, capriccioso poco inibito ma simpatico sempre al centro dell’attenzione con famiglie compiacenti che rinforzano il suo copione. Una volta individuato va spezzato il suo concetto di base: tutto o niente. Esso deve essere spostato sull’avaro per riportarlo alla realtà, dargli responsabilità e stabilità. A volte, essendo difficile convincerlo ad accettare aiuto, il conselor può incontrarlo anche a casa sua o in un qualsiasi altro luogo pubblico.

L’integrazione deve trasmettere allo sballone quella responsabilità che gli permetta di non cadere nell’angoscia quando finiscono le emozioni riempienti, deve capire che la vita non è fatta di emozioni forti ma che va vissuta intensamente.



Ortoressia

Il rapporto alla base dell’ortoressia è la diffidenza. Questa patologia figlia dei nostri tempi, è l’eccessiva attenzione alle regole alimentari, alla qualità del cibo e al suo contenuto tanto da diventare invalidante. Un ortoressico fa sempre il conto delle calorie per ogni pasto, conosce benissimo le tabelle nutrizionali segue in modo maniacale le buone regole alimentari e non si concede trasgressioni: a cena con gli amici, se non posso evitare, mi accontento di una insalata ma scondita.

Come nasce la diffidenza? Essa è la conseguenza di processi di proiezioni, negazione e scissione che creano stati di rabbia o ansia; è scontato che il conselor debba spegnere la tensione interna attraverso la comprensione che è necessaria per far emergere la narrazione della storia del cliente.

Anche qui l’instaurarsi della diffidenza avviene nei primi mesi di vita quando il cibo è presentato con troppo distacco oppure quando il momento del pasto corrisponde a momenti di tensioni e litigi. In genere dietro a persone diffidenti verso il cibo c’è una famiglia con conflitti interni molto evidenti, conflitti che nascono ogni volta che la famiglia si riunisce normalmente ai pasti. In questi casi il bambino si dissocia creando una diffidenza verso il cibo come se fosse proprio questo la causa delle tensioni, cerca così di controllare la sua assunzione di prendere il meglio dal cibo sperando di non far nascere ricordi e tensioni dolorosi ogni volta che si mette a tavola.

Gli idealtipi che più facilmente possono cadere nell’ortoressia sono l’avaro e lo sballone. Le motivazioni che spingono a questo disturbo sono diverse, l’avaro per una esasperazione di rigidità e una scissione da se stesso mentre lo sballone perché ritrova un piacere paradossale nel salutismo estremo.

I due idealtipi vengono affrontati come abbiamo riferito sopra, cercando di dare responsabilità allo sballone e facendo emergere la parte affettiva all’avaro.



Vigoressia

La vigoressia è la cultura ossessiva del proprio corpo e delle forme; è il palestrato che ragiona solo in funzione dei propri muscoli, il culturista portato agli eccessi. Tra tutti gli idealtipi quello più soggetto a questo disturbo è il ruminante che unisce una buona massa muscolare ad un’attivazione continua.

Anche in questo caso, c’è una bassa autostima che si cerca di compensare con la prestanza fisica puntando tutto sulla cultura del corpo che per quanto si cerchi di scolpirlo lo si vede sempre imperfetto. È grave che questo atteggiamento venga rinforzato dalla società che vede nell’uomo tutto muscoli l’incarnazione del modello maschile, quindi questo disturbo molto raramente è considerato una patologia e come tale sottoposto all’attenzione di terapeuti

I pochi casi che arrivano all’attenzione dei terapeuti sono quasi sempre persone arrivate al limite, con una vita sociale e affettiva inesistente; in questi casi è sempre bene sostenere e tranquillizzare il cliente che sicuramente si sente sempre fuori luogo e cerca di rafforzarsi mostrando un fisico imponente in modo da non passare inosservato. È molto importante con un ruminante impostare una relazione improntata alla mediazione per insegnargli il rilassamento e l’importanza del godere dei risultati raggiunti; infatti, è necessario imparare ad accontentarsi a capire che ulteriori obiettivi possono distruggere tutto il lavoro fatto.

Insegnare ad un ruminante il piacere della quiete e il giusto orgoglio per quanto si è realizzato, lo rende molto disponibile anche ad un incontro e ad una apertura verso il suo mondo interiore fatto di azioni, di energia e di poca meditazione.

Picacismo

Il disturbo del picacismo potrebbe essere associato all’idealtipo dello sballone. Egli, infatti, continuamente alla ricerca di emozioni intense, di sfide estreme può arrivare a mangiare di tutto pur di sentirsi vivo. Questo disturbo io lo associo a quelle persone che si inventano le cose più strane per stupire, per farsi notare tipo entrare nel guinness dei primati. Anche in questo caso, però non vengono considerati patologici, ma anzi a volte vengono lodati e premiati per cui non è possibile analizzare fino in fondo le problematiche relazionali che si nascondono dietro.

Gli unici casi trattati dai terapeuti, sono sempre associati a disturbi mentali, tipo la schizofrenia, ritardo mentale, ecc., soggetti che in genere non sono trattati da un conselor ma da psichiatri e da strutture ospedaliere.

L’unico intervento possibile è sui bambini sballoni con ritardo mentale e picacismo, ad esempio un down; in questo caso è possibile intervenire dando responsabilità e stabilità al bambino creandogli delle regole attraverso il gioco, usando una musica basata sulle marce, insegnando delle attività che devono essere fatte seguendo delle regole ben precise ad esempio cucinare e mangiare con forchetta e coltello.



Alimentazione incontrollata

L’alimentazione incontrollata secondo me ha diversi livelli di gravità. Chi, infatti, non si è mai lasciato andare ad abbuffate stratosferiche in momenti particolari della sua vita? Eppure non per questo è considerato un soggetto con disturbi alimentari. Il comune denominatore però è il vuoto affettivo che si cerca di colmare mangiando. Io penso che solo il vuoto lasciato da una madre anaffettiva dia luogo ad un vero e proprio disturbo, ad un bisogno patologico e senza freno di mangiare, tutti gli altri momenti di solitudine che la vita ci propone sono passeggeri.

Anche questo disturbo può passare inosservato perché è difficile stabilire il confine tra patologico e normale, volendo tutti potrebbero essere affetti da BED.

Nel modello prepos gli sballoni e i ruminanti sono gli idealtipi che potrebbero incappare in tale disturbo. Non è facile identificarli in quanto il ruminante è sempre attivo, mangia di corsa quello che capita e non è facile quantificare quanto mangia, lo sballone invece è un gran bugiardo che sa sempre mescolare le carte in tavola e “buttare fumo negli occhi”.

In questo caso da buoni risultati il diario alimentare il quale permette primo di valutare se effettivamente siamo davanti ad un BED e secondo da, al cliente stesso, una misurazione oggettiva del suo problema.

L’intervento poi è lo stesso che si è descritto sopra, in quanto le tematiche sono le stesse ma con manifestazioni sintomatiche diverse dovute a interferenza ambientali quali ceto sociale, meccanismi neuroendocrini, scuola, ecc.




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