Anisn – news 09 del 23/05/06


Un forum per gli intrecci tra la scienza e la letteratura, la filosofia, la poesia e l’arte



Scaricare 151.01 Kb.
Pagina6/18
29.03.2019
Dimensione del file151.01 Kb.
1   2   3   4   5   6   7   8   9   ...   18
Un forum per gli intrecci tra la scienza e la letteratura, la filosofia, la poesia e l’arte

Di Luigi D’Amico


Gli interventi presentati nel corso del Forum di Napoli hanno offerto notevoli spunti per una introduzione, un po’ sui generis, degli argomenti presentati. I brani, i versi, le foto scelte sono frutto di veloci e soggettive incursioni in campi diversi del sapere che hanno avuto l’ambizione di dare un tocco di colore ai lavori presentati, la presunzione di aggiungere una premessa leggera, un preambolo efficace al rigore e alla precisione della trattazione scientifica. Prendendo spunto dalla dimensione ludica, filo conduttore di tutti gli interventi, si è ricordato la premessa al libro di Pier Aldo Rovatti e Davide Zoletto La scuola dei giochi, Tascabili Bompiani,2005.

Per poter riconoscere che insegnare ed apprendere hanno sempre a che fare con il gioco e con la sua paradossale ingovernabilità, o per riconoscere che quando si entra in classe, incomincia una vera e propria partita, occorre per così dire smontare il giocattolo, cioè scavare al proprio interno le idee normali di gioco e di scuola, modificare un bel po’ di abitudini e di pregiudizi correnti”.

Lo studio dell’ambiente, nella sua accezione più ampia, con le sue turbolenti manifestazioni, i suoi precari equilibri resta sullo sfondo di tutte le comunicazioni. L’ambiente è termine di lotta, di uso, di conquista progressiva da parte dell’uomo che si fa signore del pianeta(Ritter, Huboldt) e che vi realizza il suo spazio vitale, (Ratzel,Kjellen) e la sua stessa personalità naturale e morale (Spranger). L’ ambiente che accoglie e protegge, ma che è capace, improvvisamente,di andare in collera fino a distruggere le stesse creature che ha allevato e protetto. Alla fine di quell’epoca erano tutti morti…“ Tutti, tranne me, precisò Qfwfq,perché anch’io per un certo periodo sono stato un dinosauro: diciamo per una cinquantina di milioni di anni; e non me ne pento: allora essere dinosauro si aveva la coscienza d’essere nel giusto, e ci si faceva rispettare” (Italo Calvino - I dinosauri in: Le cosmicomiche, Oscar Mondadori).

E’sicuramente impegnativo educare i piccoli allievi ad un metodo rigoroso di osservazione e di studio della natura. Illustri maestri hanno, in tempi lontani, avuto la lungimiranza di indicare la strada giusta, scevra da dogmi e false credenze.“Purtroppo fallaci sono gli umani concetti ogni volta che non sono derivati dall’insegnamento della Natura, onde in cambio di fidarsi di ciò, che ne’ libri volgarmente si legge, era assai meglio cercarlo negli animali e nei cadaveri.” Marcello Malpighi (1628-1694).

E nella ricerca delle leggi della natura, la mente deve essere sgombra da timori e pregiudizi, come ci ricorda Seneca nelle Naturales quaestiones, Libro II,59-I. “Quando ci inoltriamo nei segreti della natura, quando indaghiamo le cose divine, bisogna liberare la mente dai suoi mali e poi confortarla.

Un’atmosfera magica si crea nel racconto dei segreti della natura, ed è questa magia che trasfonde immaginazione e curiosità nel bambino. Un bosco allora diventa il luogo incantato dove “ l’immaginario cammina sottobraccio alla conoscenza scientifica”. Impegnativo resta il mestiere del docente di scienze, specie se ha di fronte a sé il piccolo dell’uomo assetato di domande che spesso hanno risposte troppo difficili per lui. Ma con questa difficoltà deve cimentarsi il bambino e l’adolescente se vuole crescere, e cercare di capire, per quanto possibile, il mondo. E’ difficile fare/ le cose difficili: parlare al sordo/ mostrare la rosa al cieco. Bambini, imparate fare cose difficili: dare la mano al cieco,/ cantare per il sordo, liberare gli schiavi che si credono liberi.

Gianni Rodari “ Parole per giocare” 1979.


Torna su

Un forum per le atmosfere della canzone classica napoletana e degli antichi posteggiatori

Di Vincenzo Boccardi
Perché un intervento musicale sulla canzone classica napoletana e sulle sue origini a partire dalla tradizione popolare campana in un forum dedicato al come fare scienza ai bambini e ai ragazzi?

Sicuramente perché durante un evento che si è svolto in prossimità di Napoli, ad Arco Felice, nella terra flegrea, non poteva mancare uno degli ingredienti fondamentali della cultura partenopea, un aspetto centrale della “napoletanità” che ha fatto conoscere e resa famosa questa città in tutto il mondo.



Ma forse anche perché in un certo qual modo la storia di questo genere musicale, dalle sue origini popolari nel corso del Quattrocento, fino alla vera e propria canzone napoletana, la cosiddetta “canzone napoletana classica d’autore”, che va via via affermandosi nel corso dell’Ottocento, è in qualche modo isomorfa al cammino della scienza. Come ha sottolineato la recente epistemologia post-popperiana1 (Kuhn, Feyerabend, Lakatos), il percorso della scienza è oggi concepito come un continuo modificarsi ed avvicendarsi di teorie e paradigmi. Le teorie scientifiche, proprio come le specie, non sono fisse e immutabili, ma si modificano continuamente nel tempo. Molte volte accade poi che alcune idee, considerate fino a quel momento come vincenti, vengano messe da parte per abbracciarne altre fino a quel momento in ombra perchè ritenute poco convincenti. Tutto ciò in una sorta di selezioniamo darwiniano tra le diverse teorie, dove non esistono però “specie” che si estinguono in modo definitivo.

Qualcosa del genere è avvenuto per la canzone napoletana. Viene da pensare ad un evoluzione di tipo rettilineare, caratterizzata dalla modifica progressiva di un carattere (o di una serie di caratteri) senza emissione di rami filetici collaterali o ritorni indietro.

Un esempio classico è quello della modificazione della zampa degli Equidi, dall’Eophippus, tri e tetradattilo, all’attuale cavallo (Equus), unidattilo, un percorso caratterizzato dalla riduzione progressiva delle dita degli arti, tranne il terzo dito che è andato sempre più specializzandosi, ma anche da altre tendenze, come l’aumento di taglia, l’aumento relativo della lunghezza del muso, i cambiamenti nella dentatura.

Ma la storia evolutiva della canzone napoletana – proprio come la storia biologica – è stata costellata anche da vere e proprie estinzioni, come è avvenuto per le villanelle che, dopo un periodo di grande notorietà durante il ‘500, finirono con l’estinguersi, perché la loro evoluzione aveva intrapreso una direzione sbagliata.

Anche qui il paragone con la storia naturale è d’obbligo, e viene da pensare al fenomeno dell’ipertelia, caratterizzato dalla esasperazione di un carattere che si è andato progressivamente affermando lungo la storia evolutiva di un gruppo tassonomico, ma che alla fine, proprio perché troppo specializzato, finisce con il diventare dannoso, controproducente, “disgenico”, determinando spesso l’estinzione della specie che ne è portatrice.

Un esempio classico è quello della Smilodon, la famose tigre con i denti a sciabola, nella quale la selezione naturale a favore della lunghezza dei due canini superiori, aveva prodotto delle enormi zanne, vere e proprie mostruosità dal punto di vista biologico, che hanno condannato la tigre alla sua scomparsa quando la selezione naturale ha favorito specie con dentatura meno specializzata2.

I musicisti ambulanti, i cosiddetti “posteggiatori”, hanno avuto un ruolo importante e poco conosciuto in questa storia. Ecco che cosa afferma a riguardo Mimmo Liguoro: “I posteggiatori sono figure inscindibili della storia e della cultura di Napoli: per sette secoli menestrelli, musici e cantori hanno vissuto tra il Vesuvio e il mare… Le origini e lo sviluppo della canzone napoletana sono legati a filo doppio con l’arte “di strada” dei posteggiatori, umili e sconosciuti propagatori di poesie e melodie non di rado destinate all’immortalità”.3

Di qui l’idea di far rivivere, alla fine di un importante giornata del forum, l’atmosfera dei posteggiatori napoletani con il gruppo “I Cantori Popolari”, costituito da Umberto Gison, che di mestiere fa il tecnico dell’acquedotto napoletano e nel tempo libero il posteggiatore nei più noti ristoranti dell’area flegrea, Rino Di Bonito, tenore e componente del Coro “Exultate Deo”, e Vincenzo Boccardi, mandolinista.

L’esibizione dei Cantori Popolari ha avuto inizio col brano “Dduje Paravise”, del poeta E. A. Mario, una canzone che ha come protagonisti proprio due “professori di concertino”, cioè due posteggiatori, due suonatori ambulanti. Le parole sono note a tutti: “Dduje viecchie prufessure ‘e concertino / nu juorno nun sapevano che fa… / Pigliaieno ‘a chitarra e ‘o mandulino / e ‘n paraviso jettero a sunà…”.

Tra i brani eseguiti tra i tavoli il suggestivo “ ‘O Marenariello” (G. Ottaviano - S. Gambardella - 1893), un brano che bene esprime il legame inscindibile della canzone napoletana con quella cultura popolare da cui trae origine. Accanto a canzoni napoletane scritte e musicate da musicisti colti, si trovano infatti spesso splendide canzoni, come questa barcarola, scritte da musicisti non professionisti: i suoi versi sono di Gennaro Ottaiano, un garzone di vinaio, e la musica di un musicista semianalfabeta, Salvatore Gambardella, fattorino di un negozio di ferramenta. Eppure Mascagni considerò la struttura musicale della sua introduzione “degna di Beethoven” e Puccini e volle per questo donare un pianoforte all’autore...

E ancora è risuonata tra i tavoli la struggente pena d’amore di “I te vurria vasà” (V. Russo - E. Di Capua - 1900), una delle liriche più delicate della canzone napoletana, scritta nel 1900 da Vincenzo Russo, un operaio figlio di un ciabattino. L’autore, cagionevole di salute, la dedicò a “Rosa Mia” per la quale nutriva un amore ardente. Ma l’amata andò sposa ad un altro pretendente e il Russo si lasciò morire a soli 28 anni!

E poi le tarantelle che, per la loro ritmicità gioiosa e l’evidente allusività erotica, venivano ballate dai ceti popolari urbani, marinari e contadini nei momenti di svago e di distrazione. Spesso il loro ritmo, sotto forma di tamurriata, accompagnava anche le feste religiose.

Per questa particolare caratteristica di fondere insieme il colto con il popolare, tra la fine dell’Ottocento e la prima guerra mondiale, la canzone napoletana subirà una sorta di “radiazione adattativa”, che la diffonderà in tutto il mondo.

L’esibizione si è conclusa con la “ ‘Ndrezzata”, un canto ischitano che era eseguito in occasione della festa di San Nicola accompagnato da una danza durante la quale i ballerini utilizzavano dei bastoni coi quali eseguivano ardite coreografie. Anch’esso è una testimonianza dell’uso della tarantella e della tamurriata in contesti di religiosità popolare.

Ma il canto popolare e la canzone napoletana possono diventare anche uno strumento per “fare scienza e didattica”, presentando in musica alcuni concetti chiave della scienza.

Ciò è stato fatto con “ ‘O Canto ‘e Monte Nuovo” (V. Boccardi - 1995), le cui parole sono fedeli ai testi delle cronache storiche che descrivono l’eruzione di Monte Nuovo (Campi Flegrei, 1538). La musica si rifà alla tipica tradizione popolare campana: tamurriata, tarantella, “fronna”. L’ultima strofa fa riferimento all’importanza di una corretta gestione del rischio in un area geologicamente attiva come quella flegrea.

Il brano è stato eseguito al termine dei lavori di sabato, dopo la pièce teatrale “La scienza nella favole, nei canti e nelle filastrocche”.


Torna su




Condividi con i tuoi amici:
1   2   3   4   5   6   7   8   9   ...   18


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale