Anno della vita consacrata



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CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA

E LE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA

ANNO DELLA VITA CONSACRATA


Scrutate

Ai consacrati e alle consacrate

in cammino sui segni di Dio 2

«Sempre in cammino

con quella virtù

che è una virtù pellegrina:

la gioia! »

Papa FRANCESCO 3 4


Carissimi fratelli e sorelle,

1. Continuiamo nella gioia il cammino verso l’Anno della vita consacrata affinché i nostri passi siano già tempo di conversione e di grazia. Con la parola e la vita Papa Francesco continua ad indicare il gaudio dell’annuncio e la fecondità di una vita vissuta nella forma del Vangelo, mentre ci invita a procedere, ad essere «Chiesa in uscita»,1 secondo una logica di libertà.1

Ci sollecita a lasciare alle nostre spalle «una Chiesa mondana sotto drappeggi spirituali o pastorali» per respirare «l’aria pura dello Spirito Santo, che ci libera dal rimanere centrati in noi stessi, nascosti in un’apparenza religiosa vuota di Dio. Non lasciamoci rubare il Vangelo! ».2

La vita consacrata è segno dei beni futuri nella città umana, in esodo lungo i sentieri della storia. Accetta di misurarsi con certezze provvisorie, con situazioni nuove, con provocazioni in processo continuo, con istanze e passioni gridate dall’umanità contemporanea. In tale vigile pellegrinare essa custodisce la ricerca del volto di Dio, vive la sequela di Cristo, si lascia guidare dallo Spirito, per vivere l’amore per il Regno con fedeltà creativa e alacre operosità. L’identità di pellegrina e orante in limine historiae le appartiene intimamente.

Questa lettera desidera consegnare a tutti i consacrati e le consacrate tale preziosa eredità, esortandoli a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore (cf At 11,23) e a proseguire in questo cammino di grazia. Vogliamo leggere insieme in sintesi i passi compiuti negli ultimi cinquant’anni. In questa memoria il Concilio Vaticano II emerge come evento di rilevanza assoluta per il rinnovamento della vita consacrata. Risuona per noi l'invito del Signore: Fermatevi nelle strade e guardate, informatevi sui sentieri del passato, dove sta la strada buona percorretela, così troverete pace per la vostra vita (Ger 6,16).

In questa statio ciascuno può riconoscere sia i semi di vita che, messi a dimora in cuore buono e generoso (Lc 8,15), sono venuti a fecondità, sia quelli che caduti lungo la strada, sulla pietra o fra i rovi non hanno dato frutto (cf Lc 8, 12-14).

Si apre la possibilità di proseguire il cammino con coraggio e vigilanza per osare scelte che onorino il carattere profetico della nostra identità, «speciale forma di partecipazione alla funzione profetica di Cristo, comunicata dallo Spirito a tutto il popolo di Dio»3, affinché sia manifestata nell’oggi «la preminente grandezza della grazia vittoriosa di Cristo e l'infinita potenza dello Spirito Santo che opera nella Chiesa».4

Scrutare gli orizzonti della nostra vita e del nostro tempo in vigile veglia. Scrutare nella notte per riconoscere il fuoco che illumina e guida, scrutare il cielo per riconoscere i segni forieri di benedizioni per le nostre aridità. Vegliare vigilanti e intercedere, saldi nella fede.

Corre il tempo di dare ragione allo Spirito che crea: «Nella nostra vita personale, nella vita privata – ricorda Papa Francesco - lo Spirito ci spinge a prendere una strada più evangelica. Non opporre resistenza allo Spirito Santo: è questa la grazia che io vorrei che tutti noi chiedessimo al Signore; la docilità allo Spirito Santo, a quello Spirito che viene da noi e ci fa andare avanti nella strada della santità, quella santità tanto bella della Chiesa. La grazia della docilità allo Spirito Santo».5

Questa lettera trova le sue ragioni nella memoria della grazia copiosa vissuta dai consacrati e dalle consacrate nella Chiesa, mentre con franchezza invita al discernere. Il Signore è vivente e operante nella nostra storia, e ci chiama alla collaborazione e al discernimento corale, per nuove stagioni di profezia al servizio della chiesa, in vista del Regno che viene.

Rivestiamoci delle armi della luce, della libertà, del coraggio del Vangelo per scrutare l’orizzonte, riconoscervi i segni di Dio e obbedirgli. Con opzioni evangeliche osate nello stile dell’umile e del piccolo. 6 7


In esodo obbediente
Per tutto il tempo del loro viaggio, quando la nube si innalzava e lasciava la Dimora, gli Israeliti levavano le tende.

Se la nube non si innalzava, essi non partivano, finché non si fosse innalzata.

Perché la nube del Signore, durante il giorno, rimaneva sulla Dimora e, durante la notte vi era in essa un fuoco, visibile a tutta la casa di Israele, per tutto il tempo del loro viaggio

(Es 40,36-38) 9


IN ASCOLTO

2. La vita di fede non è semplicemente un possesso, ma un cammino che conosce passaggi luminosi e tunnel oscuri, orizzonti aperti e sentieri tortuosi e incerti. Dal misterioso abbassarsi di Dio sulla nostra vita e le nostre vicende, secondo le Scritture, nascono lo stupore e la gioia, dono di Dio che colma la vita di senso e luce e trova pienezza nella salvezza messianica realizzata da Cristo.

Prima di focalizzare l'attenzione sull’evento conciliare e i suoi effetti ci lasciamo orientare da una icona biblica per fare memoria viva e grata del kairòs postconciliare, nei valori ispirativi.

La grande epopea dell'esodo del popolo eletto dalla schiavitù dell'Egitto verso la Terra promessa, diventa icona suggestiva che richiama il nostro moderno stop and go, la pausa e l'avvio, la pazienza e l'intraprendenza. Questi decenni sono stati proprio un periodo di alti e bassi, di slanci e delusioni, di esplorazioni e chiusure nostalgiche.

La tradizione interpretativa della vita spirituale, in varie forme strettamente connessa con quella della vita consacrata, ha spesso trovato nel grande paradigma dell'esodo del popolo d'Israele dall'Egitto, simboli e metafore suggestivi: il roveto ardente, il passaggio del mare, il cammino nel deserto, la teofania sul Sinai, la paura della solitudine, il dono della legge e dell'alleanza, la colonna di nube e di fuoco, la manna, l'acqua dalla roccia, la mormorazione e le nostalgie.

Riprendiamo il simbolo della nube (in ebraico 'ānān),6 che guidava misteriosamente il cammino del popolo: lo faceva ora sostando, anche a lungo, e quindi suscitando disagio e rimpianti, ora alzandosi e muovendosi e così indicando il ritmo della marcia, sotto la guida di Dio.

Mettiamoci in ascolto della Parola: Per tutto il tempo del loro viaggio, quando la nube si innalzava e lasciava la Dimora, gli Israeliti levavano le tende. Se la nube non si innalzava, essi non partivano, finché non si fosse innalzata. Perché la nube del Signore, durante il giorno, rimaneva sulla Dimora e, durante la notte, vi era in essa un fuoco, visibile a tutta la casa di Israele, per tutto il tempo del loro viaggio (Es 40,36-38).

Apporta qualcosa di interessante e di nuovo il testo parallelo dei Numeri (cf Nm 9,15-23), in particolare sulle soste e le riprese: Se la nube rimaneva ferma sulla Dimora due giorni o un mese o un anno, gli Israeliti rimanevano accampati e non partivano; ma quando si alzava, levavano le tende (Nm 9,22).

Appare evidente che questo stile di presenza e guida da parte di Dio esigeva una continua vigilanza: sia per rispondere all’imprevedibile movimento della nube, sia per custodire la fede nella presenza protettiva di Dio, quando le soste si facevano lunghe e la meta sembrava rimandata sine die.

Nel linguaggio simbolico del racconto biblico quella nube era l'angelo di Dio, come afferma il libro dell’Esodo (Es 14,19). E nell'interpretazione successiva la nube diventa un simbolo privilegiato della presenza, della bontà e della fedeltà attiva di Dio. Infatti le tradizioni profetica, salmica e sapienziale riprenderanno spesso questo simbolo, sviluppando anche altri aspetti, come per esempio il nascondersi di Dio per colpa del popolo (cf. Lam 3,44), o la maestà della sede del trono di Dio (cf. 2Cron 6,1; Gb 26,9).

Il Nuovo Testamento riprende, a volte con linguaggio analogo, questo simbolo nelle teofanie: la concezione verginale di Gesù (cf. Lc 1,35), la trasfigurazione (cf Mt 17,1-8 e par.), l'ascesa al cielo di Gesù (cf. At 1,9). Paolo usa la nube anche come simbolo del battesimo (cf 1Cor 10,1) e la simbolica della nube fa sempre parte dell'immaginario per descrivere il ritorno glorioso del Signore alla fine dei tempi (cf. Mt 24,30; 26,64; Ap 1,7; 14,14).

In sintesi la prospettiva dominante, già nella simbologia tipica dell'esodo, è quella della nube come segno del messaggio divino, presenza attiva del Signore Dio in mezzo al suo popolo. Israele dovrà essere sempre pronto a proseguire il cammino se la nube si mette in cammino, a riconoscere la propria colpa e detestarla quando si fa oscuro il suo orizzonte, a pazientare quando le soste si prolungano e la meta appare irraggiungibile.

Nella complessità delle molteplici ricorrenze bibliche del simbolo della nube, si aggiungono anche i valori della inaccessibilità di Dio, della sua sovranità che tutto veglia dall'alto, della sua misericordia che squarcia le nubi e scende a ridonare vita e speranza. Amore e conoscenza di Dio si imparano solo in un cammino di sequela, in una disponibilità libera da paure e nostalgie.

A secoli di distanza dall'esodo, quasi a ridosso della venuta del Redentore, il sapiente ricorderà quell'avventurosa epopea degli Israeliti guidati dalla nube e dal fuoco con una frase lapidaria: Desti loro una colonna di fuoco come guida di un viaggio sconosciuto (Sap 18,3).
COME GUIDATI DALLA NUBE

3. La nube di luce e di fuoco che guidava il popolo, secondo ritmi che esigevano totale obbedienza e piena vigilanza, è per noi eloquente. Possiamo scorgere, come in uno specchio, un modello interpretativo per la vita consacrata del nostro tempo. La vita consacrata per alcuni decenni, spinta dall'impulso carismatico del Concilio, ha camminato come se seguisse i segnali della nube del Signore.

Coloro che hanno avuto la grazia di ‘vedere’ l’inizio del cammino conciliare hanno nel cuore l’eco delle parole di San Giovanni XXIII: Gaudet Mater Ecclesia, l'incipit del discorso di apertura del Concilio (11 ottobre 1965).7

Nel segno della gioia, gaudio profondo dello spirito, la vita consacrata è stata chiamata a continuare, in novità, il cammino nella storia: «Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa […] occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione. Va data grande importanza a questo metodo e, se è necessario, applicato con pazienza […]».8

San Giovanni Paolo II ha definito l'evento conciliare «la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX: in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino».9 Papa Francesco ha ribadito che «è stato un’opera bella dello Spirito Santo».10 Possiamo affermarlo anche per la vita consacrata: è stato un passaggio benefico di illuminazione e discernimento, di fatiche e gioie grandi.

Quello dei consacrati è stato un vero «cammino esodale».11 Tempo di entusiasmo e di audacia, di inventiva e di fedeltà creativa, ma anche di certezze fragili, di improvvisazioni e delusioni amare. Con lo sguardo riflessivo del poi, possiamo riconoscere che davvero vi era un fuoco nella nube (Es 40,38), e che per vie "ignote" lo Spirito ha di fatto condotto la vita e i progetti dei consacrati e delle consacrate sulle strade del Regno.

Negli ultimi anni lo slancio di tale cammino sembra svigorito. La nube pare avvolga più di oscurità che di fuoco, ma in essa abita ancora il fuoco dello Spirito. Anche se a volte possiamo camminare nell'oscurità e nella tiepidezza, che rischiano di turbare i nostri cuori (cf Gv 14,1), la fede risveglia la certezza che dentro la nube non è venuta meno la presenza del Signore: essa è bagliore di fuoco fiammeggiante durante la notte» (Is 4,5), oltre l’oscurità.

Si tratta di ripartire sempre di nuovo nella fede per un viaggio sconosciuto (Sap 18,3), come il padre Abramo, che partì senza sapere dove andava (cf. Ebr 11,8). È un cammino che chiede un’obbedienza e una fiducia radicali, cui solo la fede consente di accedere e che nella fede è possibile rinnovare e consolidare.12
MEMORIA VIVA DELL’ESODO

4. Non v’è dubbio che i consacrati e le consacrate al termine dell’assise conciliare abbiano accolto con ampia adesione e fervore sincero le deliberazioni dei Padri conciliari. Si percepiva che la grazia dello Spirito Santo, invocato da San Giovanni XXIII per ottenere alla Chiesa una rinnovata Pentecoste, era in atto. Nel medesimo tempo si avvertiva una sintonia di pensiero, di aspirazioni, di fermenti in itinere da almeno un decennio.

La Costituzione Apostolica Provida Mater Ecclesia, nel 1947, riconosceva la consacrazione vivendo i consigli evangelici nella condizione secolare. Un «gesto rivoluzionario nella Chiesa».13 Il riconoscimento ufficiale, giunse prima che la riflessione teologica delineasse lo specifico orizzonte della consacrazione secolare. Attraverso questo riconoscimento veniva in qualche modo espresso un orientamento che sarebbe stato al cuore del Concilio Vaticano II: la simpatia per il mondo che genera un dialogo nuovo.14

Questo Dicastero nel 1950, sotto gli auspici di Pio XII, convoca il primo Congresso Mondiale degli Stati di Perfezione. Gli insegnamenti pontifici aprono la strada per una accommodata renovatio, espressione che il Concilio fa propria nel decreto Perfectae caritatis. A quel Congresso seguirono altri, in vari contesti e su vari temi, rendendo possibile negli anni Cinquanta e all'inizio del decennio successivo una nuova riflessione teologica e spirituale. Su questo campo ben disposto, l’assise conciliare ha sparso a profusione il buon seme della dottrina e la ricchezza di orientamenti concreti che ancora oggi viviamo come preziosa eredità.

Siamo a circa cinquant’anni dalla promulgazione della Costituzione dogmatica Lumen gentium del Concilio Vaticano II avvenuta il 21 novembre 1964. Una memoria di alto valore teologico ed ecclesiale: «La Chiesa intera appare come ‘il popolo radunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo'».15 Si riconosce la centralità del popolo di Dio in cammino fra le genti, redento dal sangue di Cristo (cf. At 20,28), riempito dello Spirito di verità e di santità e inviato a tutti gli uomini come luce del mondo e sale della terra (cf. Mt 5,13-16).16

Si delinea così una identità saldamente fondata su Cristo e il suo Spirito, e allo stesso tempo si propone una Chiesa protesa verso tutte le situazioni culturali, sociali e antropologiche: «Dovendosi essa estendere a tutta la terra, entra nella storia degli uomini, benché allo stesso tempo trascenda i tempi e i confini dei popoli, e nel suo cammino attraverso le tentazioni e le tribolazioni è sostenuta dalla forza della grazia di Dio che le è stata promessa dal Signore, affinché per la umana debolezza non venga meno alla perfetta fedeltà, ma permanga degna sposa del suo Signore, e non cessi, con l'aiuto dello Spirito Santo, di rinnovare se stessa, finché attraverso la croce giunga alla luce che non conosce tramonto».17

La Lumen gentium dedica l'intero capitolo VI ai religiosi.18 Dopo aver affermato il principio teologico della «vocazione universale alla santità»,19 la Chiesa riconosce fra le molteplici vie alla santità il dono della vita consacrata, ricevuto dal suo Signore e custodito in ogni tempo con la sua grazia.20 La radice battesimale della consacrazione, sull’insegnamento di Paolo VI, viene evidenziata con gioia, mentre si indica lo stile di vita vissuto alla sequela Christi come permanente ed efficace ripresentazione della forma di esistenza che il Figlio di Dio ha abbracciato nella sua esistenza terrena. La vita consacrata, infine, è indicata come segno per il Popolo di Dio nel compimento della comune vocazione cristiana e manifestazione della grazia del Signore Risorto e della potenza dello Spirito Santo che opera meraviglie nella Chiesa.21

Queste affermazioni hanno dimostrato nello scorrere degli anni un’efficacia vigorosa. Un cambiamento di cui si può oggi gustare il frutto è l’accresciuto senso ecclesiale che delinea l'identità e anima la vita e le opere dei consacrati.

Per la prima volta nei lavori di un Concilio ecumenico la vita consacrata è stata identificata come parte viva e feconda della vita di comunione e di santità della Chiesa e non come ambito bisognoso di "decreti di riforma".

Pari intento ha guidato anche il decreto Perfectae caritatis, di cui ci prepariamo a celebrare il cinquantesimo di promulgazione, avvenuta il 28 ottobre 1965. In esso risuona univoca la radicalità dell’appello: «Poiché norma ultima della vita consacrata è la sequela di Cristo come viene insegnata dal Vangelo, essa deve essere considerata da tutti gli istituti come la regola suprema».22 Sembra un’affermazione ovvia e generica, di fatto essa ha provocato una purificazione radicale delle spiritualità devozionali e delle identità ripiegate sul primato di servizi ecclesiali e sociali, ferme sulla imitazione sacralizzata dei propositi dei fondatori.

Nulla si può anteporre alla centralità della sequela radicale di Cristo.

Il magistero conciliare avvia altresì il riconoscimento della varietà delle forme di vita consacrata. Gli Istituti apostolici vedono riconosciuto con chiarezza, per la prima volta ad un livello così autorevole, il principio che la loro azione apostolica appartiene alla natura stessa della vita consacrata.23 La vita consacrata laicale appare costituita e riconosciuta come «uno stato in sé completo di professione dei consigli evangelici».24 Gli Istituti secolari, emergono con la loro specificità costitutiva della consacrazione secolare.25 Si prepara la rinascita dell’Ordo Virginum e della vita eremitica come forme non associate di vita consacrata..26

I consigli evangelici vengono presentati con accentuazioni innovative, quale progetto esistenziale assunto con modalità proprie e con una radicalità particolare ad imitazione di Cristo.27

Ancora due temi spiccano per il linguaggio nuovo con cui sono presentati: la vita fraterna in comune e la formazione. La prima ritrova in pieno l’ispirazione biblica degli Atti degli Apostoli, che per secoli ha animato l’aspirazione al cor unum et anima una (At 4,32). Il riconoscimento positivo della varietà dei modelli e di stili di vita fraterna costituisce oggi uno degli esiti più significativi del soffio innovatore del Concilio. Inoltre, facendo leva sul dono comune dello Spirito, il decreto Perfectae caritatis spinge al superamento di classi e categorie, per stabilire comunità di stile fraterno, con uguali diritti e obblighi, eccettuati quelli che scaturiscono dall’Ordine sacro.28

Il valore e la necessità della formazione sono posti a fondamento del rinnovamento: «L’aggiornamento degli Istituti dipende in massima parte dalla formazione dei loro membri».29 Per la sua essenzialità, questo principio ha funzionato come un assioma: da esso si è snodato un itinerario tenace ed esploratore di esperienze e discernimento, in cui la vita consacrata ha investito intuizioni, studi, ricerca, tempo, mezzi.


GIOIE E FATICHE DEL CAMMINO

5. A partire dalle sollecitazioni conciliari la vita consacrata ha percorso un lungo cammino. In verità, l’esodo non ha spinto unicamente alla ricerca degli orizzonti indicati dal Concilio. I consacrati e le consacrate s’incontrano e si misurano con inedite realtà sociali e culturali: l’attenzione ai segni dei tempi e dei luoghi, il pressante invito della Chiesa ad attuare lo stile conciliare, la riscoperta e re-interpretazione dei carismi di fondazione, le rapide mutazioni nella società e nella cultura. Nuovi scenari che chiedono nuovo e corale discernimento, destabilizzando modelli e stili ripetuti nel tempo, incapaci di interloquire, come testimonianza evangelica, con le nuove sfide e le nuove opportunità.

Nella costituzione Humanae salutis, con cui San Giovanni XXII indiceva l’assemblea conciliare del Vaticano II, si legge: «Seguendo gli ammonimenti di Cristo Signore che ci esorta ad interpretare i segni dei tempi (Mt 16,3), fra tanta tenebrosa caligine scorgiamo indizi non pochi che sembrano offrire auspici di un’epoca migliore per la Chiesa e per l’umanità».30

La lettera enciclica Pacem in terris, indirizzata a tutti gli uomini di buona volontà, introduceva come chiave teologica i “segni dei tempi”. Tra essi San Giovanni XXIII riconosce: l’ascesa economico-sociale delle classi lavoratrici; l’ingresso della donna nella vita pubblica; la formazione di nazioni indipendenti;31 la tutela e la promozione dei diritti e dei doveri nei cittadini consapevoli della propria dignità;32 la persuasione che i conflitti devono trovare soluzione, attraverso il negoziato, senza il ricorso alle armi.33 Egli include fra questi segni anche la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata dalle Nazioni Unite.34

I consacrati hanno abitato e interpretato questi nuovi orizzonti. Hanno annunciato e testimoniato in primis il Vangelo con la vita, offrendo aiuto e solidarietà di ogni genere, collaborando nei compiti più diversi nel segno della prossimità cristiana, coinvolti nel processo storico in atto. Lungi dal limitarsi a rimpiangere la memoria di epoche passate, hanno cercato di vivificare il tessuto sociale e le sue istanze con la vivente traditio ecclesiale, testata nei secoli sul crinale della storia, secondo l’habitus della fede e della speranza cristiana.

L’impresa posta innanzi alla vita consacrata dall’orizzonte storico sul finire del XX secolo ha richiesto audacia e inventiva coraggiosa. Per questo, tale passaggio epocale va valutato come dedizione profetica, religiosamente motivata: molti consacrati hanno vissuto con serio impegno, e spesso anche con grave rischio personale, la nuova coscienza evangelica di dover stare dalla parte dei poveri e degli ultimi, condividendone valori e angosce.35

La vita consacrata si apre al rinnovamento non perché segue autonome iniziative, né per mero desiderio di novità, e tanto meno per ripiegamento riduttivo sulle urgenze sociologiche. Ma, principalmente, per obbedienza responsabile sia allo Spirito creatore, che "parla per mezzo dei profeti" (cf Credo apostolico)36, sia alle sollecitazioni del Magistero della Chiesa, espresso con forza nelle grandi encicliche sociali, Pacem in terris (1963), Populorum progressio (1967), Octogesima adveniens (1971), Laborem exercens (1981), Caritas in veritate (2009). Si è trattato - per richiamare l'icona della nube - di una fedeltà alla volontà divina, manifestata attraverso la voce autorevole della Chiesa.

La visione del carisma come originato dallo Spirito, orientato alla conformazione a Cristo, segnato dal profilo ecclesiale comunitario, in dinamico sviluppo nella Chiesa, ha motivato ogni decisione di rinnovamento e progressivamente ha dato forma a una vera teologia del carisma, applicata per la prima volta in modo chiaro alla vita consacrata.37 Il Concilio non ha riferito esplicitamente questo termine alla vita consacrata, ma ne ha aperto la strada facendo riferimento ad alcune attestazioni paoline.38

Nell’esortazione apostolica Evangelica testificatio, Paolo VI adotta ufficialmente questa nuova terminologia,39 e scrive: «Il Concilio giustamente insiste sull’obbligo, per i religiosi e per le religiose, di esser fedeli allo spirito dei loro fondatori, alle loro intenzioni evangeliche, all’esempio della loro santità, cogliendo in ciò uno dei principi del rinnovamento in corso ed uno dei criteri più sicuri di quel che ciascun istituto deve eventualmente intraprendere».40

Questa Congregazione, testimone di tale cammino, ha accompagnato le varie fasi di riscrittura delle Costituzioni degli Istituti. È stato un processo che ha alterato equilibri di lunga data, mutato pratiche obsolete della tradizione,41 mentre ha riletto con nuove ermeneutiche i patrimoni spirituali e collaudato nuove strutture, fino a ridelineare programmi e presenze. In tale rinnovamento, insieme fedele e creativo, non possono essere taciute talune dialettiche di confronto e di tensione e perfino dolorose defezioni.

La Chiesa non ha fermato il processo, ma lo ha accompagnato con un Magistero puntuale e una sapiente vigilanza, declinando, sul primato della vita spirituale, sette temi principali: carisma fondazionale, vita nello Spirito alimentata dalla Parola (lectio divina), vita fraterna in comune, formazione iniziale e permanente, nuove forme di apostolato, autorità di governo, attenzione alle culture. La vita consacrata nell’ultimo cinquantennio si è misurata e ha camminato su tali istanze.

Il riferimento alla lettera del Concilio consente di «trovarne l'autentico spirito», per evitare interpretazioni errate.42 Siamo chiamati a fare insieme memoria di un evento vivo in cui noi Chiesa abbiamo riconosciuto la nostra identità più profonda. Paolo VI a chiusura del Concilio Vaticano II affermava con mente e cuore grati: «La Chiesa si è raccolta nella sua intima coscienza spirituale, (…) per ritrovare in se stessa vivente ed operante, nello Spirito Santo, la parola di Cristo, e per scrutare più a fondo il mistero, cioè il disegno e la presenza di Dio sopra e dentro di sé, e per ravvivare in sé quella fede, ch’è il segreto della sua sicurezza e della sapienza, e quell’amore che la obbliga a cantare senza posa le lodi di Dio: cantare amantis est, dice S. Agostino (Serm. 336; PL 38, 1472). I documenti conciliari principalmente quelli sulla divina Rivelazione, sulla Liturgia, sulla Chiesa, sui Sacerdoti, sui Religiosi, sui Laici, lasciano chiaramente trasparire questa diretta e primaria intenzione religiosa, e dimostrano quanto sia limpida, fresca e ricca la vena spirituale, che il vivo contatto col Dio vivo fa erompere nel seno della Chiesa, e da lei effondere sulle aride zolle della nostra terra».43

La medesima lealtà verso il Concilio come evento ecclesiale e come paradigma di stile, chiede ora di sapersi proiettare con fiducia verso il futuro. Vive in noi la certezza che Dio si pone sempre a guida del nostro cammino? Nella ricchezza delle parole e dei gesti, la Chiesa ci orienta a leggere la nostra vita personale e comunitaria nel quadro dell’intero piano di salvezza, a capire verso quale direzione orientarci, quale futuro prefigurare, in continuità con i passi compiuti fino ad oggi ci invita a una riscoperta della unità di confessio laudis, fidei et vitae.

La memoria fidei ci offre radici di continuità e perseveranza: una identità forte per riconoscerci parte di una vicenda, di una storia. La rilettura nella fede del cammino percorso non si ferma ai grandi eventi, ma ci aiuta a rileggere la storia personale, scandendola in tappe efficaci.
In vigile veglia
Elia salì sulla cima del Carmelo; gettatosi a terra, pose la sua faccia tra le ginocchia...

«Ecco, una nuvola, piccola come una mano d’uomo, sale dal mare»

(1Re, 18,44) 21




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