Anno XLVI semestrale n. 1 maggio 2002



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La Sveglia

Anno XLVI – semestrale – n. 1 maggio 2002

Notiziario per gli Ex Allievi del Collegio Vescovile S. Alessandro in Bergamo e per le loro famiglie. Direttore Responsabile: mons. Achille Sana.

La redazione: Teresa Capezzuto, Giampietro Masserini, Alberto Pesenti Palvis. Segretario di redazione: Eugenio Donadoni. Progetto grafico di Luciano Doneda. Indirizzo per la corrispondenza: LA SVEGLIA c/o Biblioteca Collegio S. Alessandro Via Garibaldi 3, 24122 Bergamo tel. 035/218500 - Fax. 035/3886088. Internet: www.santalex.it - Email: biblioteca@santalex.it

Liceo musicale al Sant'Alessandro

Regalo di Natale

Il Liceo Scientifico a indirizzo Musicale è il regalo di Natale fatto dalla scuola alla città di Bergamo. E’ il primogenito di questa famiglia dove si unisce un corso quinquennale umanistico alle materie specifiche di un Liceo Musicale del futuro. L'organizzazione degli studi è possibile per la legge dell’Autonomia Scolastica (L. 275/99) che prevede un arrangiamento delle materie di un curricolo principale con altre discipline in risposta alla cultura del territorio e dell’epoca.

In ragione di ciò è stato studiato questo nuovo corso che accoglie allievi già avviati al suono e alla musica nella scuola inferiore o che presentino qualità spiccate nel test di ingresso. La prima informazione diffusa in città e provincia ha suscitato interesse e attesa. Molti sono i genitori che hanno visitato la scuola con il proposito di avviare il figlio a questo indirizzo.

Il Collegio Vescovile si servirà degli ambienti e degli strumenti della Scuola Musicale S. Cecilia che esercita la sua attività proprio all’interno dello stesso Collegio. La nota caratteristica consiste nel fatto che l’alunno può ogni anno presentarsi al conservatorio per l’esame dello strumento, ma il risultato, qualora fosse negativo, non determina la ripetenza del corso scientifico con risultati positivi.

L’alunno cioè può spendere gli anni del Liceo Scientifico per raggiungere il titolo finale senza avere l’obbligo di ottenere ogni anno un risultato positivo nell’esame dello strumento.

L’aspetto ancora una volta frenante è la somma della retta che sale a quasi dieci milioni delle vecchie lire italiane a causa del numero delle lezioni fatte a ogni singolo alunno per lo strumento. E’ vero che ci sono gli interventi della Regione e della Provincia con “Buono Scuola” o “Borsa di Studio” a sostegno della famiglia in scuola paritaria ma sarebbe auspicabile una sponsorizzazione di un ente esterno alla scuola che intervenisse a coprire in parte la spesa delle lezioni a tu per tu con lo strumento musicale.

Resto in attesa di questo tipo di stella sul presepio di Natale. Cari ex-allievi ho scritto queste notizie per segnalarvi il mio animo pieno di felice ricordo delle giornate vissute insieme nel clima di lavoro serio e sereno del Collegio. Unisco un augurio di Natale Santo e di Nuovo Anno a voi e alle vostre famiglie.

don achille sana

Mobilità studentesca internazionale

Convegno al Sant'Alex

Noi e gli altri, noi e le diversità, noi e l’Islam. Noi e le altre culture, i modi di fare scuola negli altri paesi. Alla base della complessità ci deve essere il confronto, la chiave di lettura scelta al convegno sulla “mobilità studentesca internazionale nelle scuole superiori” organizzato il 29 novembre dal collegio vescovile Sant’Alessandro per celebrare la dimensione interculturale, in collaborazione con l’associazione degli ex allievi e con il patrocinio di Ufficio scolastico regionale, Centro servizi amministrativi di Bergamo, Comune e Provincia. Com’è possibile capire le diversità? Al convegno si è data voce a rappresentanti del mondo religioso, politico e istituzionale, ma anche a ragazzi stranieri ospiti in alcune scuole bergamasche (attraverso i programmi di Intercultura) e a un gruppo di studenti australiani al Sant’Alessandro per 14 giorni di studio con l’insegnante Rosemary Kantor, secondo un progetto gestito dalla docente Milly Denti.

Se il rispetto delle diversità è un valore irrinunciabile, altrettanto lo è la valorizzazione delle nostre radici. Così dagli interventi sono usciti alcuni punti fondamentali per la scuola italiana: la necessità di realizzare la piena libertà di educazione che implica la parità anche economica, una maggiore valorizzazione della religione cattolica, l’importanza della mobilità studentesca per costruire un futuro di integrazione e di pace nel pianeta globale in cui viviamo.

“Il confronto è importante, in altri Paesi viene meglio rispettata la libertà di scelta dei genitori – rileva monsignor Vittorio Bonati, delegato vescovile per la scuola – E’ utile inoltre capire come in questi contesti venga coniugata l’educazione religiosa di fronte all’Islam”. E nella scuola italiana? “Si deve valorizzare meglio la dimensione religiosa in tutte le discipline, dando pieno valore scolastico e pari dignità all’insegnamento della religione cattolica e offrendo altre opportunità formative e di riflessione sulla cultura religiosa, sui diritti umani a chi non si avvale dell’ora di religione, per evitare che diventi l’ora del nulla”.

Un’altra sfida per l’Italia è quella di “attuare in pieno il liberalismo scolastico, sancito tra l’altro dai patti internazionali sui diritti dell’uomo, un principio che all’estero è già un dato assodato”, ha auspicato con forza monsignor Achille Sana, preside del Sant’Alessandro. Alla luce di un “accresciuto riconoscimento della funzione pubblica delle scuole non statali”, ha sottolineato il consigliere regionale Marcello Raimondi.

Quanto agli scambi, il Sant’Alessandro negli ultimi 15 anni ha ospitato decine di studenti stranieri e altrettanti ne ha mandati in scuole estere, anticipando tendenze: per l’anno 2003/2004 Intercultura registra infatti ben 1.400 domande di scambio a livello nazionale (+20%), una sessantina in Bergamasca, cifre che potrebbero lievitare ancora di un buon 30 per cento per le ulteriori domande che si attendono entro il 31 gennaio (ha rilevato Mietta Rodeschini, vicepresidente internazionale di Afs Intercultura). Ora sono 25 i ragazzi bergamaschi che stanno seguendo corsi all’estero e a breve ne partiranno quasi settanta. Tre gli studenti del Sant’Alessandro all’estero, negli Usa: Monica Chiesa, Annamaria Tucci e Guido Donato.

Ma gli scambi offrono anche la possibilità agli stranieri di scoprire la nostra città (a gennaio saliranno a quota 12) e tutto il Bel Paese (attualmente se ne contano circa 300). Senza contare che dagli anni Cinquanta a oggi i bergamaschi che hanno accettato questa offerta sono circa trecento e la nostra città ha ospitato in cinquant’anni oltre 150 studenti stranieri. Un risultato raggiunto grazie anche alla disponibilità delle famiglie dove i ragazzi sono ospiti e all’impegno dei volontari: oltre 20 in Bergamasca, diverse migliaia nei 120 centri locali italiani di Intercultura (ha precisato Giorgio Gherardi, presidente Sezione locale di Intercultura).

Insomma: Intercultura è uno strumento per entrare nella lingua e nella cultura di circa 60 paesi in tutto il mondo, ma anche per far conoscere l’Italia e la nostra città a studenti provenienti dai quattro angoli del mondo. In un panorama scolastico che cambia per rinnovarsi (ha precisato Guido Armando Fornoni, assessore provinciale all’Istruzione), in un contesto ricco di opportunità per i giovani (Maurizio Bonassi, assessore comunale alle Politiche giovanili), in un orizzonte normativo sempre più a favore della mobilità studentesca (ha precisato l’onorevole Giuliana Reduzzi).



teresa capezzuto

Dopo ventinove anni al Collegio Sant'Alessandro lascia l'insegnamento per motivi di salute

Caro don Arnoldi...

Il prof. don Giuseppe Arnoldi è stato ordinato sacerdote nel 1963. Dottore in Lettere e Licenziato in Sacra Teologia, ha insegnato nel Seminario di Clusone dal 1963 al 1968 e nel Seminario di Bergamo dal 1968 al 1973. Al Collegio Vescovile Sant'Alessandro ha insegnato dal 1973 al 2002: fino al 1980 Lettere, Storia e Geografia al Ginnasio, dal 1980 Italiano e Latino al Liceo Scientifico e Italiano al Liceo Classico. Da parte di tutti gli Ex Allievi gli facciamo gli auguri di un pronto recupero della salute.

Nonostante la fedeltà di una discreta proprietà di linguaggio e la precisione di ricordi appoggiati non troppo lontano, temo che ritrarre un personaggio come il professor Giuseppe Arnoldi non renderà giustizia alla sua singolarità.

Domandandomi che cosa, di lui, balzi per primo alla memoria, resto - come ai tempi del liceo - sempre impressionata di fronte al disaccordo ruvido e al tempo stesso clownesco tra il suo carattere imbronciato (in perfetta sintonia con la tonaca nera da prete vecchio stampo) e il suo colorito e grottesco linguaggio che lo rendeva particolarmente stravagante e curioso. Don Arnoldi, uomo di massima scienza e competenza, saprebbe stupire e ammutolire chiunque: non conosce freni nell'attacco, non tace il suo bollente giudizio di fronte a nessuno. Immagino che la sua sincera schiettezza e la sua poco cortese franchezza lo renda un prezioso nemico-amico con il quale inevitabilmente contrastare, ma del quale potersi senza dubbio fidare quanto a lealtà.

Incredibile e spassosa - oltre alla sua ostinata misoginia - è anche la sua esclusiva capacità di gonfiare i fatti e i discorsi fino a renderli del tutto inverosimili: penso alle presunte confessioni di talune suore, alle tragiche fini di coloro che non seguivano i suoi ammonimenti, a presunti dialoghi con surreali mamme impertinenti e superprotettive.

Tutta questa "irriverenza" si bilancia con la metodica e irriducibile precisione nelle sue cose: i fogli di protocollo con gli appunti della lezione (che adoperava da decenni) erano immancabilmente intatti, quasi li avesse redatti la sera prima; ordinati nella loro cartelletta, senza pieghe, senza orecchie. ÁE alla fine della lezione ritornavano intonsi al loro posto, per un altro anno. Ogni volta così, con rigore e costanza, come per altri insoliti atteggiamenti che un'indagine accurata mi permette di descrivere. Uno di questi consisteva nell'ordinaria pulitura degli occhiali, che di per sé non avrebbe nulla di bizzarro, se non venisse praticata con i polpastrelli dei pollici e senza panno. Un altro era la cosiddetta sindrome da orologio da polso, quello che, in un'ora di lezione, riusciva a togliere e ricaricare per almeno cinque volte. Tanti altri ne potrei riferire, come il suo rovistare nelle tasche, nelle quali scricchiolavano tutte le carte di caramelle che teneva gelosamente appresso per scorta…

Che dire infine di quella volta in cui, terminato l'anno scolastico lo vidi in bermuda dirigersi verso il corridoio che conduceva al suo appartamento? Libero da ogni rigore, senza allievi, spirito giovane e vivace - solitamente mascherato dalla sua scontrosità, - mi fece sorridere.

Quanti altri episodi si inframmettono nei mie pensieri mentre abbozzo queste poche righe, pensando a un uomo che forse non si è lasciato conoscere davvero da nessuno, un insolito prete, un grande studioso, un professore dal quale vorrei ancora sentirmi prendere in giro inesorabilmente riguardo alle mie poesie; al quale vorrei esprimere tutta la mia gratitudine, cosa che non ho mai fatto, forse per ottuso orgoglio. Mi auguro che questo periodo, certo duro, che sta attraversando, non gli tolga l'austera simpatia che me lo ha reso tanto caro e che lo fa ricordare a tutti noi con intenso affetto e nostalgia.

alice milani
Le Brigate di Pace Internazionali

Il mio pacifismo*

Di fronte agli attacchi alle libertà e alle democrazie occidentali che si materializzano in nuovi fondamentalismi e in dittature impermeabili, in atti di terrorismo globale e in perenni violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo, è legittimo domandarsi che senso abbia, oggi, essere pacifisti.

Il dibattito animato da giornalisti, esponenti della società civile, intellettuali e giuristi sull’opportunità di professarsi pacifisti è più che mai vivace e attuale di questi tempi, accompagnandosi di volta in volta alle discussioni riguardo l’intervento preventivo contro l’Iraq, l’invio degli alpini in Afghanistan, o le critiche di antiamericanismo rivolte alla Sinistra.

Si ha l’impressione che diverse voci si contendano la credenziale del ‘pacifista’.

C’è un pacifismo forte e assoluto, di cui si fa portavoce Gino Strada, che contrasta sempre e in ogni circostanza l’uso della forza. Lo slogan-appello di Emergency –‘Fuori l’Italia dalla Guerra’- ha ottenuto ampio consenso, e secondo le stime del sito web è stato sottoscritto da quasi trecento mila italiani.

A questo pacifismo si opporrebbe il pacifismo critico e ‘pensante’ di Giovanni Sartori o di Adriano Sofri.

Nelle parole dei suoi detrattori, il pacifismo oltranzista è antiamericanismo mascherato; per Giovanni Sartori, il pacifismo ‘alla Gino Strada’ –il pacifismo integrale per antonomasia- è ciecopacista, si copre gli occhi di fronte alla necessità di fermare con la forza intollerabili abusi e violazioni dei diritti umani. Il rischio, secondo alcuni commentatori, è che il pacifismo da posizione moralmente ammirevole ed eroica se predicato a livello apolitico e individuale, si trasformi in un atteggiamento perverso e moralmente ambiguo quando diventa scelta politica, che coinvolge centinaia di vite inconsapevoli e innocenti.

La passività di alcuni sedicenti nonviolenti era criticata dallo stesso Ghandi, il quale in diverse occasioni si servì di esempi illuminanti per illustrare il suo pensiero. Se un leopardo assale un villaggio, racconta Ghandi, solo un falso seguace della non-violenza se ne va, abbandonando la propria casa e i propri averi. Questa non è non-violenza, ma violenza del codardo. L’uomo che uccide il leopardo, almeno, dà prova di qualche coraggio.

Se l’autentica non-violenza professata da Ghandi non può e non deve mai significare codardia, o restare inermi quando si stanno consumando massacri, quale via d’uscita si dà per quanti senza rinnegare il supremo valore della pace e della vita umana hanno fede nel rispetto delle norme del Diritto Internazionale?

L’esempio citato da Ghandi, trasferito su scala mondiale, implica in primo luogo la necessità di distinguere tra guerra e operazioni di polizia internazionale: un non-violento si opporrà alle prime (tanto più alle guerre preventive) ma potrà essere favorevole alla creazione di una polizia internazionale armata, che intervenga nei conflitti a tutela delle parti lese, per disarmare l'aggressore e ristabilire il diritto.

L’idea ghandiana della non-violenza ci permette inoltre di definire lo spazio per una terza proposta pacifista concreta e qualificata, distinta tanto dal pacifismo assoluto quanto dal cosiddetto real-pacifismo.

Tale è il pacifismo portato avanti fattivamente e con coraggio da alcune organizzazioni che intervengono in maniera non-violenta per trasformare i conflitti in zone dove la violazione dei diritti umani e del diritto umanitario è una costante.

Tra queste, le Brigate di Pace Internazionali (PBI, Peace Brigades International) –un’organizzazione non governativa internazionale per conto della quale, a breve, parteciperò a un progetto per la promozione dei diritti umani in Colombia.

La mia aspirazione, e l’aspirazione di PBI, è verso un mondo nel quale le persone affrontino i conflitti in modo non-violento, dove i diritti umani siano rispettati e la giustizia sociale e il rispetto interculturale divengano una realtà.

Animato da una spinta ideale alta, il mio pacifismo, e il pacifismo di PBI, è tutto fuorché cieco e astratto.

Al contrario, i volontari di PBI agiscono concretamente per aprire uno spazio politico che favorisca il dialogo e la pace. Il pacifismo di Peace Brigades International punta alto, ma, allo stesso tempo, è concreto e pragmatico.

I volontari nei progetti (Colombia, Messico, Indonesia e Guatemala) tutelano tramite l’accompagnamento protettivo persone e organizzazioni impegnate localmente nella difesa dei diritti umani. Tale scorta non-violenta si realizza concretamente attraverso la presenza fisica costante dei volontari a fianco dei singoli attivisti locali minacciati di morte o violenze, oppure all’interno di sedi e strutture ugualmente sotto minaccia.

Oltre a ciò, i volontari PBI osservano in maniera neutrale e indipendente e distribuiscono informazioni sull’evoluzione del conflitto e sul rispetto delle norme del diritto umanitario; infine, svolgono attività di contatto e di mediazione tra le parti.

Il ‘mio’ pacifismo qualificato crede che una pace durevole non possa essere raggiunta attraverso l’uso della forza, se non, più faticosamente, solo attraverso un cammino di trasformazione del conflitto che valorizzi come momenti centrali il dialogo e la mediazione.

Visto in questa luce il dibattito sulla legittimità delle guerre umanitarie -ovvero degli interventi armati in difesa dei diritti umani- rischia sostanzialmente di allontanarci dal vero problema: prevenire l’esplosione della violenza.

Essere contrari a un intervento armato quando esso è inevitabile, o è già in atto, è inutile, e in alcuni casi può essere persino moralmente discutibile. Come si è visto lo stesso Ghandi, alla cui filosofia PBI si ispira, ammetteva che in alcuni casi la non-violenza assoluta non è né possibile né auspicabile.

La non-violenza tuttavia resta la strategia per i forti, non è fatta per i deboli. E’ per i coraggiosi, non per i codardi. Diceva Ghandi, è la legge della verità e dell’amore contrapposta alla legge della giungla.

L’esigenza, l’urgenza, è di lavorare innanzitutto per trasformare i conflitti verso la risoluzione non-violenta. Solo in questo modo l’aspirazione di Peace Brigades può diventare una realtà.



delia innocenti
* Delia Innocenti è Referente Progetto Colombia di Peace Brigades International –Italia. Le opinioni qui espresse sono quelle di chi scrive e non riflettono necessariamente la posizione o l’opinione di Peace Brigades International o Peace Brigades International - Italia.




Il fatto di essere diventato anestesista è legato a un momento o a un episodio particolare?
Che cosa direbbe a chi sta frequentando il liceo e sta pensando di diventare medico?



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