Anno XLVI semestrale n. 1 maggio 2002


Ho fatto il dentista a Kathmandu, Nepal



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Ho fatto il dentista a Kathmandu, Nepal


«Che ne diresti di fare il dentista in Nepal?» Sembra una frase un po' più gentile ma dallo stesso significato di: «Vai a quel paese!» E invece eccomi qui, a Kathmandu. Mi è stato chiesto più volte perché proprio il Nepal, con tante destinazioni esotiche più rinomate. La risposta più sincera è che, dopo aver preso la decisione di partire, il Nepal è stata la prima destinazione propostami! Già, voler partire! Che cosa mi ha spinto ancora non lo so; forse un mix tra spirito umanitario, voler cambiare aria e conoscere gente e luoghi nuovi o forse una scommessa con me stesso, non ritenendomi capace di una tale decisione.

Ma ormai mi sono ben adattato al modo di vivere nepalese in questo sobborgo della città, ove la vita quotidiana si svolge per strada e gli animali (fonte di reddito vitale), ignari del codice della strada (come del resto i nepalesi), hanno la precedenza sui mezzi guidati dagli umani.

Kathmandu una città non molto popolosa ma enorme, caotica e inquinatissima, che dietro ogni angolo meraviglie architettoniche quali Durbar Square (dichiarata dall'Unesco patrimonio dell'umanità) ma che attira dalle campagne schiere di mendicanti che si accaniscono su quei pochi turistiche in questo periodo si vedono in città. Il popolo nepalese è sempre gentile e sorridente, depositario di una cultura millenaria, diviso tra buddisti e induisti (ma mi è difficile stabilire la linea di demarcazione).

Un popolo pieno di contraddizioni, che pur essendo povero ritiene le vacche sacre e quindi intoccabili ma in occasione di alcune cerimonie sgozza centinaia di bufali o che ancora preferisce dare da mangiare a una vacca piuttosto che al mendicante lì vicino. Cultura in cui gli uomini si tengono per mano senza suscitare scalpore ma il contatto fisico tra uomo e donna è ritenuto sconveniente.

Ma l'elemento fondamentale del paesaggio, e secondo me vero tesoro della nazione, sono i bambini, tantissimi, di tutte le taglie, perfetti nelle loro uniformi scolastiche o seminudi che sguazzano nel fango; sempre disposti a regalarti un «hallo» o un «namastè».Ora passiamo alla vita in ospedale, che in effetti è una grossa parola per cinque sgabuzzini arroventati dal sole. Il n. 5 è il mio regno e, grazie alle attrezzature non recentissime possiamo fornire un servizio di base; comunque l'afflusso di pazienti è notevole e grazie alla mia più che valida assistente mi destreggio tra vecchiette che si vogliono maritare (mia quotazione attuale tre bufali, sette capre e quattro papere!) e bimbi in preda a crisi di pianto.Purtroppo la mentalità è quella: «Se fa male va tolto!» ed è difficile convincere i pazienti che la situazione è ricuperabile. A volte invece, soprattutto nei bambini, la noncuranza e alcuni vizi di certe culture "più avanzate", portano a situazioni irreversibili.

Comunque è sempre una grossa soddisfazione vedere entrare in studio un bimbo con il volto impaurito e vederlo uscire sorridente. É vero anche il contrario, ma si sa, i bambini sono creature imprevedibili! E tutto questo senza percepire un euro!E il sabato, mio giorno libero, inforco la mia fida mountainbike di costruzione indiana e mi dirigo verso le campagne circostanti, dove, tra risaie e grano steso sulla strada per essere diviso dalla pula, la strada diventa dapprima una ragnatela di asfalto che circonda una miriade di buche rattoppate alla bell'e meglio e poi uno sterrato più o meno fangoso a seconda della clemenza del tempo.

A proposito di tempo ho rivalutato l'importanza sociale della pioggia visto che durante le soste forzate per evitare gli acquazzoni mi sono ritrovato nel nulla nepalese a vedere una partita dei Mondiali con perfetti sconosciuti oppure ad imparare come si tornisce un vaso in terracotta! Il Nepal, poi, è un paradiso per i naturalisti come me, in pochi chilometri si passa dalle foreste abitate da elefanti, rinoceronti e tigri ai picchi innevati della catena himalayana ove dimora lo splendido leopardo delle nevi e, si dice, lo yeti.

edoardo mocchi

Assemblea degli Ex Allievi, maggio 2002

Il discorso del Rettore

1. Indirizzo del Rettore

L’incontro annuale degli ex-allievi dà occasione di sentirci spinti a tornare al Collegio per rivedere i docenti, i compagni e gli amici e quell’ambiente che ha vissuto insieme tempi di soddisfazione, di timore, di crescita nell’esperienza scolastica passata qui.

A voi e agli ex.allievi che rappresentate rivolgo il saluto e il benvenuto. La nostra riunione annuale ha la caratteristica dell’incontro semplice, familiare, senza troppi impegni culturali o sociali. In questo modo è più facile scambiarsi parola e rinnovare i sentimenti della memoria e renderci confermati nell’impegno quotidiano familiare e professionale.

2. Una considerazione sulla vita del Collegio.

Il Collegio, dopo la chiusura dell’esperienza degli alunni in convitto, ha dato cura alla parte strettamente scolastica. Alla Scuola Media che si allarga ormai a tre corsi, è unito il Ginnasio-Liceo Classico (un solo corso) e il Liceo Scientifico (due e tre corsi). L’anno scorso è stato aperto il corso delle elementari, che prosegue con il secondo anno. L’istituzione scolastica presenta le sue qualità a livello culturale e di attenzione educativa come programma ideale dal piano dell’offerta formativa.

Si sono verificati due eventi politici che hanno aperto un’epoca di speranza:

2.1. la legge sulla parità scolastica ha portato la scuola non statale, già legalmente riconosciuta a far parte del sistema nazionale dell’istruzione con condizioni di pari trattamento giuridico dell’istruzione (sede d’esame con commissari interni, diritti e doveri pari alla scuola statale…). La scuola ha pari dignità con la scuola statale;

2.2. i provvedimenti economici della Regione Lombardia e della Provincia di Bergamo a favore dei genitori che iscrivono i figli nelle scuole non statali. Le somme disposte non raggiungono il tetto della retta attuale come si verifica nelle province a statuto speciale come Trento e Bolzano, tuttavia segnano una direzione di marcia che senz’altro avrà il suo termine con la parità economica. E’ una visione ingenua forse osservando alcune posizioni radicali ideologiche radicali, ma nel prospetto di una maturazione sociale delle idee di libertà educativa e di giustizia distributiva la mèta è da attendere con fiducia.

E’ in atto la riforma della scuola italiana che produce più incertezza che soddisfazione: l’incertezza riguarda la struttura dei settori scolastici in merito ai quadri dell’età e ai tipi di formazione e di istruzione, ma riguarda anche i contenuti dei curricoli.

Tutto ciò produce minor legame con il piano dei programmi culturali del passato, una maggior forzatura data alla metodologia di insegnamento e di apprendimento e a una debole cura data ai risultati. E’ nel desiderio degli operatori della scuola che l’autonomia possa essere sviluppata con indicazioni più chiare in particolare in merito ai curricoli dei corsi scolastici e dei livelli di preparazione degli alunni.

3. Intenzioni dell’Opera S. Alessandro

In merito alla scuola del Collegio è suggerito lo studio delle condizioni per attuare un nuovo corso di studi superiori che utilizzino le attrezzature della Scuola musicale S. Cecilia già presente negli ambienti del Collegio. Potrebbe essere il liceo musicale della riforma. Tutto è da organizzare: dall’idea alla richiesta di base, allo sbocco finale per sistemare il piano dei programmi.

4. Le occasioni di oggi.

Si vogliono ricordare due avvenimenti:

. i 30 anni di vita del Liceo scientifico del Collegio: sono qui presenti gli alunni maturati in quel lontano 1972 come simbolo della nuova vita spuntata e cresciuta in modo positivo nel Collegio.

La riconoscenza va agli alunni e ai docenti e dirigenti che hanno creato le condizioni per il nuovo corso di studi.

. I 25 anni della permanenza dell’attuale Rettore del Collegio. L’augurio è per la salute necessaria al lavoro sempre più assiduo e febbrile e per il buon senso di cui essere fornito per ben guidare la scuole nel tempo della riforma.

5. L’augurio finale.

A nome dei docenti e degli alunni attuali, del personale amministrativo e non docente rivolgo l’augurio di felice continuazione delle esperienze personali in atto pensandole senz’altro umane e positive.

Molti ex-allievi si sono fatti presenti con la via del telefono, del telegramma, del passa-parola per porgere il loro complimento a questo incontro. Lo comunico a voi. Mi faccio un augurio sul conto di tutti gli ex-allievi: portino la ricchezza personale, culturale e spirituale maturata nella scuola presso la comunità sociale dove vivono e svolgono il loro impegno di lavoro. Il Signore con la sua provvidenza ci accompagni là dove vuole.

don achille sana

Il sito web degli Ex Allievi ha un aspetto grafico nuovo ed elegante

Finalmente siamo in rete: www.exsantalex.it

Incontrando in un giorno piovoso di marzo il nostro stimatissimo professor Donadoni per approvare l'ultima stesura del regolamento del concorso ©La mia scuola in uno spotª, è nata l'idea di affiancare al tradizionale sito della scuola un ©web siteª completo per gli ex allievi. Un modo per mantenere i rapporti con la scuola e con gli ©ex compagni di sventuraª. Tanti sono infatti gli ex allievi che hanno contatti in un modo o nell'altro con la scuola o scrivono sul mensile degli studenti. Ho letto articoli di Cortesi e Salimei, ad esempio, due compagni dei ©miei tempiª. Perché allora non creare uno strumento che ci possa aggregare o farci rincontrare?

L'idea ci ha entusiasmato a tal punto che la prima bozza completa del sito è stata presentata nei primi giorni di giugno. Il tempo di trovare le soluzioni informatiche più efficaci, di registrare il dominio, di prenotare l'hosting ed eccoci in rete. La fantasia non ci è mancata: www.exsantalex.it.

Una pagina di benvenuto (per ora solo in italiano) ci invita ad entrare e a scoprire cosa questi ©demoniª dell'Associazione degli Ex Allievi ci hanno riservato.

Un menù completo che ci invita non solo a leggere l'organizzazione, gli obiettivi e i progetti in essere dell'Associazione, ma anche sfogliare i numeri della Sveglia e perfino trovare lavoro (rubrica da approntare). Accanto al ©biglietto da visitaª dell'Associazione si propongono le news dalla scuola, la galleria del buon umore e alcune pagine personali di ex allievi che vogliono proporre le ©case-historyª della propria vita (per ora ce ne solo due: una già on line e l'altra in fase di sviluppo). Inoltre chi vuole incontrare i professori o qualche suo ex compagno di cui ha perso le ©tracceª può farlo aiutato dalla scoppiettante e sempre pronta redazione del sito. Chi vuole organizzare incontri ludici (quali rimpatriate a base di salame, cotechino e stinco) può farlo comunicando a tutti le coordinate dell'incontro. Chi verrà vedrà.

Vorremmo anche inserire dei link (con tanto di marchio) di ex allievi che hanno realizzato un sito personale o attinente l'attività svolta.

Ma non solo. Aspettiamo anche articoli che possano stimolare una discussione fra gli ex allievi (e non solo).

Gli ex allievi che cercano personale per la propria attività o che cercano un lavoro, uno stage, possono farlo inviando la propria richiesta o un recente curriculum vitae. ©L'annuncioª, debitamente studiato con l'interessato, verrà pubblicato per un certo periodo di tempo e monitorato.

Il sito ha un aspetto grafico nuovo e crediamo elegante. E' stato realizzato dal sottoscritto e viene aggiornato settimanalmente (al sabato).

Aspettiamo critiche ma soprattutto complimenti. Crediamo di aver fatto un buon lavoro. C'è tuttavia ancora tanto da fare. A proposito se qualcuno vuole partecipare scrivendo testi interessanti o vuole inviarci materiale per creare una pagina personale o inviare richieste particolari o ancora proporre nuove rubriche o inviare il proprio marchio e link si faccia avanti. L'invito è aperto agli ex allievi, agli insegnati (anche ex), agli studenti e a tutti coloro per i quali il buon Collegio Sant'Alessandro è stato o è ancora molto importante.

Per informazioni scriveteci: info@exsantalex.it. Vi risponderemo. Buone Feste a tutti.

fabio colombo
“La Sveglia” intervista Tino Martino Valetti, medico anestesista agli Ospedali Riuniti

Obiettivo: un mondo senza dolore

Di medici nella vita ne abbiamo incontrati tanti. Quello che ci ha fatto nascere, di cui forse non ricordiamo nemmeno come si chiamava; il pediatra con la faccia burbera di cui avevamo così paura, poi il medico di famiglia e probabilmente tanti altri: la guardia medica che ci ha consigliato per telefono quando tutti erano in vacanza, lo specialista dal quale siamo andati pieni di timori e che ci ha detto che non avevamo nulla di serio, il dottore straniero che ci ha tolto dai guai a mille chilometri da casa e che forse non rivedremo mai più. Non foss’altro che perché è soprattutto a loro che dobbiamo il fatto di essere qui, di esserci ancora, vivi e in discreta salute, quasi mai quello con i medici è un incontro banale. Le loro facce, i loro modi, le loro parole le ricordiamo bene, le ricordiamo tutte: certe volte perché ci hanno confortato, certe altre perché ne avremmo volute ascoltare di meno allarmanti.

Il dottor Tino Valetti è uno di quei medici che, da pazienti, non vorremmo incontrare troppo spesso e che potremmo perfino augurarci di non vedere mai. Il motivo è solo che lavora agli Ospedali Riuniti di Bergamo, Unità operativa Anestesia e Rianimazione I, e che se abbiamo bisogno di lui significa di solito che stiamo per affrontare un intervento chirurgico di una certa entità, o che ci troviamo in condizioni critiche in seguito ad un trauma o a una malattia. E tuttavia l’onestà intellettuale e la serietà con cui il dottor Valetti mette a fuoco le nostre domande e risponde, senza schivare nodi e asperità, ci fanno pensare a quanto uno come lui possa riuscire ad infondere fiducia e serenità, per quanto possibile, anche in momenti in cui neppure le funzioni vitali rappresentano più il più scontato degli automatismi.

La biblioteca del “Sant’Alessandro” – dove lo incontriamo un sabato d’ottobre – vent’anni fa doveva essergli assai più familiare di oggi. L’aspetto fisico decisamente da trentenne non riesce a smentire il fatto inconfutabile che sono trascorsi vent’anni esatti da quando Tino Martino Valetti, classe 1963, conseguiva la maturità scientifica. E proprio dai ricordi di allora gli chiediamo di iniziare a ripercorrere la strada che dai banchi della sezione “B” del liceo lo ha portato al suo ruolo di oggi, importante, difficile, delicato.

“Sono arrivato al “Sant’Alessandro” per frequentare il triennio, dopo aver studiato due anni al Liceo Scientifico di Alzano Lombardo. Alzano è vicino alla città, ma per me era la prima volta che andavo a studiare in un ambiente diverso da quello delle scuole del mio paese. Lì ci si vede tutti i giorni anche fuori dell’aula, si frequentano gli stessi ambienti, si coltivano interessi simili, si finisce per crescere insieme fin dall’asilo e non ci si perde più di vista; in città poteva essere molto diverso.

In Collegio ho trovato una classe con sue dinamiche interne ben consolidate, compagni già affiatati tra loro fin dal primo anno di liceo, se non da prima, ma anche la possibilità di inserirmi abbastanza bene e di vivere momenti di aggregazione, legati per esempio alle pratiche sportive come i tornei di calcio e pallavolo. Tutto sommato penso di essere riuscito a stabilire un buon rapporto con la stragrande maggioranza dei miei compagni: un rapporto fatto di reciproco rispetto e in molti casi anche di ammirazione, perché molti si sono dimostrati anche in seguito persone di grosso spessore, sia a livello umano sia per quanto riguarda la riuscita nella loro vita. Alcuni sono arrivati a posizioni di grande prestigio – per dirne uno Marco Taschini, oggi amministratore delegato della Nolan, azienda leader nel settore dei caschi per motociclisti – altri hanno sviluppato attività già avviate in ambito familiare – parecchi per esempio sono diventati farmacisti – con molta capacità e impegno.

Dopo il liceo, inevitabilmente, ognuno ha preso la sua strada – qualcuno è andato a Pavia in Università, qualcuno a Milano, qualcun altro è rimasto a Bergamo – e quindi si è andati inevitabilmente a polverizzare un po’ quelle comunanze di idee e quell’amicizia che si erano stabilite durante quei tre anni. So che alcuni sono rimasti più uniti, o per questioni di studio, o per amicizie che avevano già da prima: abitando fuori città io non avevo tanto questa possibilità… poi molti si conoscevano già dalle scuole medie e quindi avevano più “cemento” per stare uniti.

I miei anni al Sant’Alessandro sono stati abbastanza belli, tutto sommato: nel senso che avevamo la serenità necessaria per studiare e per crescere, e poi si riusciva a interloquire abbastanza anche con gli insegnanti. Avevamo per esempio il professor Donadoni che era all’inizio della sua esperienza di docente, quindi era un po’ “uno di noi” nel senso che come età non c’era quel “gap” che c’è normalmente tra un professore e un allievo, e questo ci aiutava.

In generale la nostra classe ha avuto dei docenti caratterizzati, oltre che dalla professionalità, anche da uno spessore umano non indifferente: ricordo le professoresse Lussana di lettere, Corona di inglese, Maisano di matematica, Arrigoni di scienze, e i professori Doneda di disegno e storia dell’arte – una persona squisita, ma anche molto concreta nell’aiutarti ad affrontare i problemi di vita – e Rossi di educazione fisica. Sapevano quando dovevano chiedere ed esigevano dei risultati, ma sapevano anche capire i momenti più o meno difficili, le situazioni in cui ci si trovava”.

Quando è nata e com’è maturata in lei la scelta di diventare medico?

“Mio padre è medico, mia madre ostetrica, per cui in un certo senso anche per me era la scelta più logica. Un po’ perché da ragazzi si vede il proprio padre in un determinato modo, come un eroe o almeno come un esempio, e un po’ perché dai ragionamenti che la gente faceva in casa nostra sembrava che non avrei potuto fare… nient’altro che il medico.

Paradossalmente però questo contesto ha influito ben poco sulla mia scelta, che è stata spontanea e quasi naturale: grazie al Cielo nostro padre ci ha lasciato libertà assoluta, e così io sono diventato medico, ma ho una sorella che fa la ricercatrice universitaria a Genova e un fratello avvocato.

E’ stata la cosa migliore, perché penso che chiunque venga indirizzato o comunque “spinto” a fare qualcosa che non gli piace o non riuscirà a concludere niente o in seconda istanza, se mai arriverà a concludere qualcosa, lo farà in modo mediocre e senza convinzione.

Ho frequentato l’Università a Milano, e anche quello tutto sommato è stato un periodo positivo, sia come esperienza, sia perché – pur con qualche intoppo ogni tanto, legato a questo o a quell’altro esame – tutto è andato abbastanza bene. Si cercava di apprendere più che si poteva, di “rubare il mestiere” a chi dimostrava di averne di più, ai professori che si rivelavano più disponibili e più capaci. All’epoca si correva magari il rischio di non capire bene quanto “peso” uno aveva dal punto di vista professionale: però da qualche intuizione più geniale di altre, dai metodi diagnostici utilizzati e vedendo l’approccio con il malato (che poteva essere più o meno distaccato, più o meno “umano”) si capiva chi, fra i tanti docenti, valesse la pena di scegliersi come riferimento.

Già allora cominciavo a mettere a fuoco alcune idee guida che mi accompagnano anche oggi. Per esempio il fatto che, quando si parla di salute, propria o di un proprio caro, il paziente si trova sempre in una posizione di debolezza e di soggezione nei confronti del medico. La “debolezza” è legata al fatto che chi ha un problema di salute si trova a dipendere dal medico che lo deve curare e spesso sembra che la sua principale preoccupazione debba essere quella di non disturbarlo troppo o di non suscitare irritazione facendogli domande o chiedendo troppe spiegazioni.

Secondo il mio punto di vista questo è il metodo più sbagliato per interloquire con il paziente, nel senso che è giusto il rispetto delle figure professionali, ma ci deve essere da parte del medico, oltre che la professionalità, anche l’umanità. Va bene essere un buon medico, ma secondo me bisogna anche essere “uomini” e persone di un certo tipo: bisogna cioè soprattutto essere corretti, non enfatizzare troppo i problemi, esprimersi in modo chiaro e comprensibile. Soprattutto quando dobbiamo parlare ai parenti, o ai pazienti stessi, dobbiamo farlo nel modo più semplice possibile, più diretto possibile e al tempo stesso più umano possibile. Vorrei aggiungere anche “il più cristiano possibile”, tra parentesi però, perché questo accento – se c’è – deriva dalla cultura che ognuno di noi può avere e dalle scelte che può fare”.

Insomma aveva deciso fin dai tempi del liceo?

“Si, la cosa era già abbastanza definita: non so se fosse per i discorsi che sentivo anche in famiglia, ma la medicina mi aveva sempre interessato. Naturalmente non avevo ancora chiaro “che cosa” concretamente avrei fatto, di cosa mi sarei occupato, che tipo di medico sarei stato.

All’epoca eravamo in un periodo difficile dal punto di vista occupazionale, e si parlava già di “pletora dei medici” in rapporto alle possibilità di impiego. Anche a livello universitario si era arrivati a un certo lassismo, perché di medici se ne continuavano a sfornare tanti, e molti erano un po’ spaesati per iniziare una professione che così aveva finito per svalutarsi.

A un certo punto, soprattutto da parte di certi ambienti, si è poi voluta accreditare la figura del medico come quella di una sorta di impiegato che passa il suo tempo soprattutto a scrivere ricette e il ventisette del mese prende lo stipendio: lasciando quindi in ombra tutto quello che c’è dietro in termini di professionalità, ma anche di umanità e di dedizione, e che secondo me è ciò che più conta. Nonostante tutto, ancora oggi sono convinto che sia stata una decisione saggia”.



Non se n’è mai pentito?

“No, il problema per me non è stato decidere di fare il medico, semmai è venuto dopo. Mi spiego: la nostra è una professione che protrae molto in là nel tempo l’inizio dell’attività, nel senso che per finire il liceo, fare sei anni di medicina (che alla fine tra una cosa e l’altra diventano almeno sette) e poi eventualmente la specializzazione, l’età incomincia a salire e trovare un posto di lavoro non è così semplice come può sembrare. Qualche anno fa si poteva magari stare per qualche tempo in una condizione di sottoccupazione, facendo un po’ qua e un po’ là: ma era una soluzione contingente, che non ti consentiva di progettare nulla e alla fine ti lasciava insoddisfatto.

Le idee che possono venire, come per esempio fare cardiologia piuttosto che un'altra specializzazione, ti portano a scontrarti con tutta una serie di vincoli e di rigidità: nel senso che, se vuoi arrivare a quel risultato, devi passare una certa quantità di tempo in università, devi seguire questo e quell’altro corso, e tutto ciò comporta che un medico termini la sua formazione a trentaquattro-trentacinque anni e poi debba pensare ancora a trovare il posto di lavoro. Ciò significa anche una dipendenza completa dalla famiglia dal lato economico: una cosa che va bene a diciott’anni, incomincia ad andare un po’ meno bene a venticinque e a trenta non va più bene.

Così viene il momento di valutare anche “che cosa offre il mercato”, nel senso di capire quali figure professionali in quel frangente sono carenti e quali invece “sature”, e considerare che anche in ambito ospedaliero c’è margine per crescere e sviluppare determinati discorsi. Magari, se col senno di poi dovessi tornare a ragionarci sopra, direi: un anestesista ha il suo ruolo e sono soddisfatto della mia scelta, ma se facevo il cardiologo, l’ortopedico o qualcos’altro, avevo – se vogliamo vedere – sia la parte ospedaliera sia la possibilità della libera professione; ma sono considerazioni che secondo me non hanno grande valore”.




Il fatto di essere diventato anestesista è legato a un momento o a un episodio particolare?
Che cosa direbbe a chi sta frequentando il liceo e sta pensando di diventare medico?



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