Anno XLVI semestrale n. 1 maggio 2002


Il fatto di essere diventato anestesista è legato a un momento o a un episodio particolare?



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Il fatto di essere diventato anestesista è legato a un momento o a un episodio particolare?

“Ho avuto la fortuna di “sistemarmi” molto velocemente dal punto di vista lavorativo. Guardandomi un po’ in giro, avevo visto che ad Alzano c’era un bando di concorso per cardiologo, ma tra le altre possibilità aperte c’era anche un incarico in anestesia, una supplenza di sei mesi. Avevo un amico che faceva l’anestesista e questi mi ha detto: prova, è una professione interessante, anche perché vedrai che l’anestesista non è più quello che arriva, mette il “tubo” e lascia il campo al chirurgo per la parte importante dell’intervento…. E così ho iniziato.

In una realtà come gli Ospedali Riuniti di Bergamo l’anestesista si occupa oggi di compiti abbastanza importanti: nel senso che la parte specificamente anestesiologica ha la sua valenza, ma ci sono anche una parte di rianimazione e una parte di soccorso. Diciamo quindi che il medico anestesista è paradossalmente il medico che un paziente potrebbe vedere più di tutti gli altri, nel senso che l’anestesista è presente quando un bambino nasce, se ci sono problemi o se si fa un cesareo: segue il paziente se deve sottoporsi a degli interventi, è presente se questi va in rianimazione, si occupa di lui anche se ci sono problemi di terapia del dolore.

Quella dell’anestesista è insomma una professione “giovane” che sta sempre più prendendo sostanza e contenuti. Non è più la persona che semplicemente “pratica l’anestesia”, ma l’anestesista rianimatore è colui che gestisce il paziente nella fase post-operatoria e segue il paziente critico, e ha affinato delle competenze cliniche che magari prima potevano essere sottovalutate.

Tutto questo accade in determinati enti ospedalieri, di solito i più grandi e specializzati; non in tutti, nel senso che in alcune realtà l’anestesista ancora “fa l’anestesia”: ma anche l’anestesia non è una cosa così semplice da fare, implica una manualità abbastanza raffinata e anche delle conoscenze non banali. Bisogna avere davanti a sé l’interezza del paziente: nel senso di dover tenere sotto controllo, contemporaneamente, sia la componente cerebrale, sia quella respiratoria, sia quella circolatoria; e, se si vuole vedere, non è una capacità che tutti i medici hanno. Mi spiego: un chirurgo può anche permettersi di essere un mediocre, fuori dal suo ambito specifico; un ortopedico dovrebbe sapere tutto di anestesia, però quando c’è un problema respiratorio sul suo paziente non sa più pesci prendere, e così via per la maggior parte delle figure.

Se molti anni fa la medicina era una disciplina a largo respiro, dove il medico sapeva fare tante cose, adesso si sta andando sempre più verso una medicina specialistica, dove tutto diventa molto “settorializzato”: abbiamo cioè il chirurgo che sa fare molto bene soltanto una cosa, mentre l’anestesista è ancora uno che riesce a prendere tutta la situazione nel suo complesso. Rispetto ad altre figure professionali è quindi – come dire? – “polivalente” e conserva un’attenzione per l’insieme; nel senso che in un reparto come il nostro abbiamo sì consulenze per quanto riguarda la parte prettamente chirurgica, ma ne abbiamo meno per la parte internistica, che viene gestita da noi. Se poi succede qualcosa, un peggioramento o problemi particolari, le consulenze vengono fatte con specialisti esterni per avere un quadro più preciso del problema clinico che si presenta”.



Sono tante le domande che chiunque, pensando di poter essere un paziente, vorrebbe porle. La prima è forse: andiamo verso un mondo senza dolore, senza dolore fisico perlomeno?

“Una volta si diceva: il dolore fa parte della dinamica dell’uomo. Secondo me sostenerlo ancora oggi è masochismo. Certo: il dolore fisico esisterà sempre, non si potrà sopprimere del tutto. Però adesso che le conoscenze si stanno accumulando, l’obiettivo preciso è cercare di non fare soffrire la gente, e arrivare a questo è preciso compito del medico. Oggi ci sono delle conoscenze approfondite sul come e perché nasce il dolore, e su come il dolore viene integrato, e sono conoscenze che la farmacologia ha applicato molto bene. Se non arriviamo a togliere il dolore alle persone andiamo incontro a una sconfitta, come medici e come persone.

Non è vero che il soffrire fa parte della malattia: la frase “sono malato quindi soffro” non è logica e non è ammissibile. Quando uno è malato, chi lo cura deve fare in modo che non soffra, perché se no si perde la dignità della persona. Non siamo a questo mondo per soffrire. E chi dice che uno soffre per il male che ha commesso non fa un ragionamento, per quanto assurdo, ma del completo oscurantismo.

Lasciar soffrire una persona è dunque sempre scorretto: se un paziente si lamenta perché sente dolore non posso liquidare il problema dicendo che è conseguenza della malattia, devo invece capire “perché” ha dolore e devo muovermi nel senso di potergli risolvere questo problema. L’aspettativa del paziente verso il medico è sempre quella di vivere il meglio possibile, anche nel caso del malato neoplastico in stadio avanzato. Ci sono medici che fanno terapia del dolore e ottengono risultati importanti, l’hospice esiste per questo e i progetti che sono stati portati avanti fanno sì che la persona che ha dolore possa vivere dignitosamente la sua malattia senza la sofferenza.

Insomma concettualmente non esiste che uno “debba” soffrire: poi è vero che non si riesce ad arrivare al top della situazione, ma se non si parte nemmeno con l’idea che dobbiamo togliere il dolore, e che tutti dobbiamo lavorare per questo scopo, vuol dire che non stiamo crescendo né come persone né come società”.

C’è ancora nei medici l’idea che il fine primario della terapia sia “la guarigione” e la mancanza di dolore sia solo un fine secondario, desiderabile quanto si vuole, ma insomma da subordinare al primo?

“Le due aspettative vanno di concerto. Quando una persona si rivolge al medico, compito del sanitario è innanzitutto di inquadrare il problema, poi di arrivare a una diagnosi seguendo un iter preciso, e da qui muoversi per fare i passi che servono. E’ un processo che coinvolge più figure professionali, inizia di solito dal medico di base o in pronto soccorso ed è diverso a seconda che il paziente sia di tipo medico o di tipo chirurgico. Prendiamo per esempio un paziente chirurgico neoplastico: viene seguito, gli viene fatto lo screening diagnostico, poi viene portato all’intervento, e quindi affidato agli oncologi per un’eventuale terapia di supporto. Naturalmente la prima cosa che il paziente chiede è di guarire, ma è vero anche che in tutta questa fase il paziente soffre: soffre perché deve sottoporsi a degli esami, soffre dal punto di vista psicologico, soffre dal punto di vista fisico. Secondo me abbiamo ancora una carenza soprattutto nel fare fronte alla sofferenza psicologica, una carenza che solo adesso probabilmente si sta cercando di colmare. Come? Soprattutto cercando di “capire” il paziente, di non considerarlo come uno che “rompe le scatole” ma una persona che ha bisogno anche di un supporto psicologico. Sono convinto che anche il rapporto con il medico debba essere improntato a un certa attenzione psicologica: chiamiamola pure, se vogliamo, “umanità”.

In conclusione: devo seguire il paziente nel percorso diagnostico e terapeutico, “supportarlo” dal punto di vista psicologico e – terza cosa – all’interno di tutta questa situazione il dolore deve essere tolto. Se io riesco a fare queste tre cose, ho un paziente che sto curando, che psicologicamente mi sta seguendo e che non sta soffrendo. Ho raggiunto uno scopo importante, perché questo paziente ce l’ho sotto controllo.

Però ci sono pazienti che vanno bene e ci sono pazienti che vanno male. E per questi ultimi arriva un punto in cui non si può fare più niente dal punto di vista della guarigione. Il medico deve capire quando è ora di fermarsi. E’ un problema di dignità della persona: io non posso usarla come una cavia, non posso usarla per fare cose che magari mi interessano ma sicuramente non la faranno mai guarire. Questa non è terapia, non è cura, è puro e semplice esercizio medico o chirurgico. Il cosiddetto “accanimento terapeutico” esiste.

Quando la possibilità di guarigione c’è, bisogna perseguirla con tutti i mezzi; quando la guarigione non è possibile perché i parametri chirurgici e medici dicono che questa non possibilità non c’è, allora bisogna cominciare a lavorare sulla “restante parte”. Questo vuol dire anche supporto psicologico: in primo luogo parlando chiaramente ai parenti, perché l’informazione nei loro confronti dev’essere chiara, onesta e precisa. In quel momento il parente è molto coinvolto dal punto di vista affettivo ed emotivo, e quindi bisogna rivolgersi a lui in modo chiaro, semplice, per fargli capire il problema.

In seconda istanza bisogna dire anche al paziente come stanno le cose, ma cercando di non essere così sfrontati e così sfacciati nel buttargli davanti la sua situazione, e di dargli sempre una via d’uscita, una speranza. Pur sapendo che questa in realtà non c’è, bisogna pur dire qualcosa per cercare di sostenerlo, di aiutarlo: ed ecco che rientra la parte psicologica, ecco che rientra la parte sulla terapia del dolore”.



La distinzione fra “cura” e “accanimento terapeutico” è sempre chiara, oppure ci sono incertezze e “zone grigie”?

“Il discorso è questo: tante volte i dati sono abbastanza chiari, ma quando l’approccio al paziente è di tipo multidisciplinare, spesso è difficile riuscire a “ragionarli” con tutte le figure coinvolte arrivando alla stessa conclusione. Ci sono pazienti che – almeno secondo i parametri di alcuni medici – non hanno più chance; però ci sono colleghi che vedono solo la loro parte, e magari dicono che, per quanto li riguarda, alcune chance ci sono ancora.

Queste sono le situazioni più difficili. Se si conviene che il paziente non ha chance, e tutta l’équipe di persone che lo curano arriva alla stessa conclusione, la cosa è molto più semplice, nel senso che uno non si deve prendere tutta la responsabilità di dire: no, basta, non si può fare più niente. Questa è una decisione difficile, che si deve invece cercare di prendere collegialmente perché ognuno ha le sue esperienze, i suoi campi di specializzazione, i suoi percorsi culturali, e quindi insieme si possono vedere più aspetti.

In ospedale sono presenti i Comitati etici, organi composti da varie figure professionali di esperti, medici e non medici. Su alcuni problemi molto importanti, per esempio la sperimentazione dei farmaci e delle terapie, il Comitato etico dà dei pareri vincolanti nel senso che dice: la sperimentazione si può fare, o non si può fare, o si può fare nel rispetto di queste norme, e poi fa da supervisore a quanto viene fatto. Ma la funzione dei Comitati etici è anche quella di dire “fino a dove” si può arrivare: devono cioè dare delle linee guida – ed effettivamente le danno – sul rispetto della persona, sul rispetto della malattia, sul rispetto del paziente.

Credo che questi profili vadano tutti ben valutati, perché dobbiamo aver sempre presente che la persona che stiamo curando è un essere umano prima di tutto, solo dopo è un paziente e serve per la ricerca e per tutto quello che ne consegue”.

Il ruolo più conosciuto dell’anestesista resta però legato all’intervento chirurgico, un’evenienza che nei pazienti è sempre fonte di apprensione e di paura. Che cosa fate per aiutarli in questi momenti?

“Secondo me il problema nasce essenzialmente dal fatto che il paziente, nel momento di sottoporsi all’intervento, si trova in una situazione di difficoltà e di bisogno. Quando una persona è bisognosa di qualcosa, e tanto più quando questo si riferisce alla sua salute, è debole anche psicologicamente: vorrebbe delle certezze e queste certezze noi medici dobbiamo cercare di trovarle e di dargliele in qualche modo.

E’ anche vero che in questi anni il modo di gestire un intervento chirurgico è cambiato: nel senso che prima il paziente veniva trattato sostanzialmente come una marionetta, gli si diceva lo stretto necessario, lui non doveva dire né fare assolutamente niente, veniva preso e portato in sala operatoria, e c’era tutta una corrente di pensiero che sosteneva che così era meglio per tutti. Attualmente la situazione è molto diversa. Ci sono una Società italiana di Anestesia e una Società italiana di Rianimazione, ci sono i Comitati etici, è nato il “Tribunale dei diritti del malato”. E’ giusto coinvolgere tutte queste realtà, perché tante volte sono riuscite a far nascere e a portare in superficie dei problemi che magari prima non venivano neanche considerati.

Quello che voglio dire è che la collaborazione è essenziale, però nel rispetto dei ruoli e delle varie professionalità. Se manca il rispetto delle professionalità, incominciamo a non andare bene: io non credo affatto che il medico debba avere lo scettro del comando, si discute con tutti, si è sempre pronti al confronto, però che non succeda mai che qualcuno prevarichi il proprio ruolo.

Le faccio un esempio molto noto per quanto riguarda i prelievi d’organo. C’è un’associazione, la cosiddetta “Lega italiana contro la predazione di organi”, che secondo me compie proprio questo tipo di prevaricazione. Senza far polemica con nessuno: mi sembra ci sia una legge dello Stato che dice determinate cose, mi sembra ci siano delle situazioni in cui viene dichiarata la morte cerebrale e ci sono a questo proposito dei criteri che sono stati unanimemente accettati. A questo punto ci sono criteri definiti e c’è un protocollo medico legale assolutamente vincolante, nel senso che il medico non ha margini di discrezionalità o scappatoie, deve agire secondo legge e non secondo coscienza. Anche se penso che la coscienza di una persona stia sopra la legge, il protocollo va rispettato e lo rispettiamo alla lettera.

Con questa associazione nascono invece sempre dei problemi, che secondo me derivano solo dal fatto di non voler interpretare alcune regole che invece sono ben chiare e codificate. Non si può entrare e denunciare la gente così, per il solo gusto di denunciare: è giusto invece se c’è qualcosa che è stato fatto in modo sbagliato, e siamo noi i primi che lo vogliamo, perché è nostra premura, nostra coscienza, nostra professionalità agire in un determinato modo.

L’altro aspetto che vorrei sottolineare è che la collaborazione deve avvenire “tra figure” e non tra persone o tra “poteri” all’interno di un ospedale: così è importante che quando una figura professionale appare “dominante” rispetto alle altre, la situazione venga riportata alla normalità ridimensionando magari certi ruoli, proprio perché l’idea è che le scelte devono essere fatte collegialmente. Quello della collegialità è un principio che sta prendendo sempre più piede: nel senso che – se più persone studiano e lavorano insieme su un problema, ognuno per la propria parte professionale – si riesce a dare quell’aiuto che magari una sola persona non riusciva a dare. Mi spiego: prima si poneva molta enfasi sulla figura del medico, si diceva che il medico “deve comandare”. E' sbagliato, nel senso che il medico potrà fare la sua parte, però anche l’infermiere può fare la sua parte, il fisioterapista la sua parte e così via”.

Mi sembra che si confrontino una concezione “antica”, con il paziente in qualche modo “oggetto” dell’attività terapeutica, e una concezione più moderna con la collaborazione di più figure e un maggior ascolto del paziente…

“Il paziente è sempre da capire nei suoi atteggiamenti, nelle sue situazioni. Il fatto che il paziente parli con una figura, con un’altra, con un’altra ancora, può servire anche a noi come scambio di opinioni: ad esempio un’infermiera in terapia intensiva, che sta a contatto col malato per molto tempo perché ha solo due pazienti da gestire, vede determinate cose che al medico con dodici malati da seguire possono sfuggire. Quindi lo scambio tra queste figure professionali ha la sua importanza, stando sempre nell’alveo delle rispettive competenze.

Quanto ai diritti del malato, e in primo luogo a quello di avere una corretta informazione, oggi i Comitati etici hanno elaborato modelli di “consenso informato” con riguardo a determinate metodiche più o meno invasive. Al paziente dev’essere spiegato che cosa andiamo a fare: non gli si può dire semplicemente “dobbiamo fare un esame”, ma cos’è quest’esame, come si svolge e a che cosa serve. Un paziente messo al corrente di quello che dobbiamo fare è di solito un paziente più tranquillo e anche più soddisfatto. Anche i parenti devono essere sempre informati della situazione. A volte però da certe frasi che vengono dette in modo più o meno chiaro (e soprattutto interpretate più o meno bene) si scatena il putiferio: “ma insomma… ma perché di qua, perché di là, perché fate questo…” e ne nascono dinamiche non sempre serene.

A me sembra che siamo passati in questi ultimi tempi da una situazione in cui il medico aveva diritto di vita e di morte sul paziente a una situazione quasi opposta, in cui l’operatore sanitario viene in un certo senso “messo in croce”. Il paziente, cioè colui che viene oggi visto – ma in sé è il termine corretto – come “utente” di un servizio, adesso pretende, provoca, vuole nei confronti del medico: ma “vuole” in forme che talvolta mettono anche un po’ a disagio.

Mi spiego: posso capire che le liste d’attesa per certe prestazioni siano inaccettabili, però dobbiamo cercare di comprendere anche perché queste liste d’attesa ci sono. Non è solo un problema dei medici o delle strutture. Non è che magari molti di noi vogliono fare degli esami di cui non hanno veramente bisogno, e comunque non con l’urgenza con cui li si chiede? Non mi pare che ci poniamo molto spesso questo problema. E’ inutile andare allo sportello, alzare la voce e dire: “voglio che sia fatto domani!”. Certo che dobbiamo trovare il modo di soddisfare anche questi pazienti, e risolvere il problema della loro attesa di diagnostica e prestazioni sanitarie in un lasso di tempo ragionevole: però al tempo stesso è necessario anche che ci sia rispetto verso i medici e tutte le figure professionali che lavorano in ospedale.

Secondo me non è possibile continuare né ad avere questo livello di conflittualità, né a stare sempre con la spada di Damocle sopra la testa, nel senso che per chi lavora in ospedale ormai l’avviso di garanzia rappresenta uno spauracchio costante. Oramai l’utente “vuole”, punto e basta. Io posso capire quando ci possono essere dei disservizi: e allora arriva la protesta, si va dalla direzione sanitaria… è giusto. Ma bisogna anche rendersi conto che noi facciamo di tutto per risolvere queste situazioni.

E quando accade qualcosa di veramente grave, e si perde un paziente, non ci si rende mai conto che anche il medico e l’infermiere una cosa del genere la vivono male, malissimo, perché anche loro hanno una coscienza e un sentimento. E’ vero, i parenti perdono una persona cara, mentre l’operatore sanitario non ha e non deve avere questo livello di coinvolgimento affettivo: però guardi, non fa tanto piacere perdere un paziente, perché un’implicazione, un coinvolgimento umanamente nascono sempre”.

Vorrei tornare al paziente che sta per subire un intervento chirurgico. La sua paura è dovuta sia al dover affrontare qualcosa di traumatico, sia anche al fatto che per qualche ora perderà la coscienza di sé. Quanto è ragionevole questa paura?

“E’ vero: la gente ha paura dell’anestesia, ma ha paura dell’anestesia perché non la conosce, è questo il concetto. Un discorso del tipo “il paziente non s’è svegliato dall’anestesia” si fa soltanto perché l’anestesista è sempre stato considerato come una persona accessoria della sala operatoria, quello che ti “fa dormire” e poi non lo vedi più.

Ciò che manca molto a noi anestesisti è il fatto di “vedere” il paziente, soprattutto dopo l’intervento. Noi normalmente lo vediamo “prima”: facciamo una visita pre-intervento, raccogliamo l’anamnesi, facciamo firmare i consensi, poi vediamo il paziente il giorno dell’intervento, lo svegliamo e può darsi che non lo vediamo più. Non sappiamo mai come vada a finire il nostro paziente, che magari ci incontra per il corridoio e il più delle volte non ci riconosce.

Umanamente fa un po’ male, anche perché alla fine si dice sempre che ci ha salvato il chirurgo, si parla del chirurgo che ha fatto questo e quest’altro: non lo dico per invidia di altri professionisti, ma perché la figura dell’anestesista viene vista come un “buco nero”, un qualcosa che si vuole rimuovere. La ragione è che la sua figura è legata a una situazione di pericolo: il fatto che l’anestesista mi addormenti, mi mandi in coma, mi faccia andare vicino alla morte è qualcosa che la gente non riesce a evidenziare, a capire, non perché sia ignorante, ma perché è di per sé abbastanza complessa; e anche perché l’ospedale, il reparto, tutto quello che gira intorno al paziente non la mettono in luce.

In sostanza l’idea è che tu vieni in sala operatoria per “fare un femore”, “la colecisti”, “le tonsille”, poi l’atto dell’anestesista è qualcosa sì di misterioso ma anche di scontato, di normale: come ti do da mangiare così c’è anche l’atto dell’anestesista. E per spiegarlo ai pazienti bisogna sempre vincere una riluttanza, una certa difficoltà di approccio, delle barriere, perché la domanda è sempre quella: “ma io mi sveglierò?”. E’ un interrogativo che mi fa cadere le braccia perché nessuno chiede a un altro medico: “andrà bene l’intervento chirurgico?”, “ma lei mi garantisce che guarirò?”; all’anestesista invece si chiede sempre “mi sveglierò?”. “Tutto funzionerà – è il discorso – deve funzionare per farti svegliare dall’intervento chirurgico, ma cerca di capire quello che io ti sto dicendo: che ti farò questo, ti farò quest’altro, ti farò dormire oppure ti farò l’anestesia locoregionale piuttosto che…”. Se uno riesce a capire e fa delle domande, l’anestesista è sempre disponibile a rispondere: anche perché un paziente che va via soddisfatto dal colloquio è un paziente che arriverà in sala operatoria più tranquillo, che arriverà all’intervento più rilassato; e in fase di risveglio sarà più tranquillo e quindi darà meno problemi.

Purtroppo il tempo a disposizione è sempre poco: tante volte tra una seduta operatoria, un’anestesia e tutto il resto stiamo in ospedale anche quattordici-quindici ore, e uno non ce la fa più, perché ad un certo punto gli sembra di non avere più nemmeno una vita…”.



Mi scusi se mi soffermo ancora sul colloquio pre-intervento: che altre domande le fanno?

“Le domande sono normalmente: “quanto tempo dura l’intervento?”, “avrò il vomito dopo l’intervento?”, “lei dove andrà durante l’intervento?”. Una bella situazione sarebbe invece quella di arrivare, sedersi, parlare cinque-dieci minuti su quello che dobbiamo fare, e poi andare via più sereni. E’ anche vero che molte volte si vogliono dare delle spiegazioni, ma l’interlocutore non riesce a capirle: non perché si vuole sminuire la persona che si ha di fronte, ma perché a volte queste spiegazioni comportano delle conoscenze che non tutti possono avere. Prima di fare l’anestesista alcune cose non le sapevo neanch’io, per questo comprendo benissimo che una persona che nella vita fa l’elettricista, o anche il dirigente d’azienda, a maggior ragione non le possa capire.

La cosa che non mi piace è che con l’elettricista qualcuno abbia un comportamento sbrigativo, e con l’altro un atteggiamento magari più premuroso e servile: in quel momento la dignità della persona è uguale, che sia il presidente della Repubblica o l’ultimo barbone sulla faccia della terra. Però questa sensibilità è insita nella persona: uno la sente e qualcun altro no.

E’ vero comunque che questo colloquio tante volte è un po’ troppo rapido: ci sono magari dieci pazienti in attesa e, dopo cinque minuti che si parla, quello dopo entra e uno comincia già ad essere stanco di parlare. Il più delle volte l’anestesista arriva, non è conosciuto e pensa: “vado a raccontare qualcosa anche a quest’altro, tanto non è un problema…”. Non è stato l’anestesista che ha inviato la persona dal medico, non è stato l’anestesista che l’ha ricevuto in reparto. E quindi tante volte si sentono reticenze, diffidenze, non si riesce ad instaurare un buon rapporto di partenza perché il problema del paziente è quello di vedere l’anestesista come una persona che può creargli problemi, soprattutto se gli capita uno che non è in grado di fare bene il suo lavoro.

Altra cosa succede invece in rianimazione: quando si vedono i parenti dei pazienti tutti i giorni, per più giorni, si riescono a dare notizie più dettagliate, si può instaurare un rapporto, far nascere una fiducia reciproca. E questo permette di poter apprezzare tutto quello che c’è intorno, il fatto di poter parlare con calma, il fatto che le persone possono rivolgersi al medico senza timori: si rispiega, si cerca di far capire, si può stare più tempo con loro”.

Che cosa apprende un anestesista dalla frequentazione delle persone in momenti il più delle volte molto difficili, di sofferenza e di pericolo? Che tipo di conoscenza antropologica sviluppa?

“Davanti alla sofferenza delle persone non esiste più la differenza di censo, di posizione sociale o di cultura. La sofferenza è qualcosa che unisce tutte le persone perché non c’è più distinzione di ricco, povero o quant’altro, non cambia niente: la sofferenza è sofferenza.

Molte volte uno non si aspetta che un uomo o una donna abbiano una dignità così alta per il modo con cui si presentano: incontri persone che in prima battuta tu dici “è un semplice” – espressione che vuol dire tante cose, anche “povero martire”! – ma che hanno al loro interno un’umanità, un’attenzione, una delicatezza eccezionali. Sono persone che ti danno una lezione di vita, ti dicono come soffrire in silenzio, come non salire mai sopra le righe, come essere discreti, persone che alla fine uno dice “non me lo sarei mai aspettato, non avrei pensato che qualcuno potesse essere così”, e che anche nelle situazioni più estreme rivelano una dignità pazzesca.

Tante volte si ha difficoltà a dire ai parenti che il loro congiunto è deceduto: stanno molto sulle loro, si chiudono, oppure urlano e si mostrano aggressivi; a un certo punto è anche giusto, è comprensibile. Qualche settimana fa ho visto i genitori di un ragazzo di 25 anni rimasto coinvolto in un incidente d’auto: quando ho dovuto dire che era deceduto e ho chiesto se acconsentivano all’espianto degli organi hanno risposto semplicemente “che possano andare a persone che ne hanno bisogno”. Una dignità allucinante, un dolore interiore vissuto in modo estremo, proprio da libro, mai sopra le righe, mai aggressivi: ho detto loro “grazie per l’esempio che mi avete dato”.

Poi è anche vero che si può esteriorizzare un sentimento in modo diverso: uno magari dentro ha un fuoco e fuori si contiene, oppure vive la situazione gridando e sbraitando. Ecco, allora uno capisce che molte volte la faccia esterna dell’uomo è molto diversa rispetto a quello che effettivamente ha dentro. Non hanno importanza l’estrazione, la cultura, il grado di istruzione o di educazione, ma è proprio l’animo, l’animo interno dell’uomo che esce”.

Come medico lei ha spesso a che fare con situazioni delicate, al confine della vita. Che cosa sappiamo davvero della morte? Aveva ragione Epicuro quando diceva che non esiste perché quando lei arriva noi non ci siamo già più?

“Nel mio lavoro la morte è una cosa che si prende in esame quando arriva e basta. Ne vedo molti di pazienti critici, pazienti complessi… però il primo pensiero che io faccio non è tanto “può morire?” ma “cosa posso fare per farlo campare?”. Per me insomma la visione è rovesciata: se parto dal presupposto che il mio paziente deve morire, che senso avrebbe il mio lavoro?

Potrà anche morire, questo paziente, però prima di tutto cerchiamo di farlo uscire da questo problema. Poi magari morirà, non è detto – se avessimo tutti salvi saremmo la rianimazione più bella del mondo – però il presupposto è: vedo un paziente, ho un problema, come faccio per farlo uscire? Prima lo curo.

Durante una riunione mi è stato detto: “ma insomma, voi anestesisti, utilizzate farmaci in quantità, stressate il cuore…”. Ed io mi sono alzato e ho risposto: “scusate, se un paziente viene in rianimazione il primo compito nostro è quello di salvarlo. Poi il fatto che possa morire e possa fare una donazione d’organi è una cosa secondaria. Lo so che può essere importante ad un certo punto, ma prima c’è la vita della persona: forse poi dovremo arrivare anche a questo, e vedremo se è possibile trapiantare per il bene di qualcun altro”. Però prima io devo prendere il mio paziente e devo far sì che questo in tutta coscienza si possa salvare: dopo potrò prendere in considerazione le altre possibilità. Però dopo: se no, sono già perdente come ragionamento, parto male come approccio.

Non per conteggiare quanti si salvano, però… se uno ci mette dell’impegno, ci mette la sua professionalità, le sue conoscenze, perdere un paziente è sempre un po’ una sconfitta, nessuno è soddisfatto. Certo, si cerca sempre di mettere tra noi e quello che è successo uno sbarramento per non “saltare” di testa nel senso che, una volta che uno è morto, non si resta a pensare più di tanto. Ma anche quando un paziente muore, si riprende la sua cartella; non si dice: “si, è morto, pazienza”, si guarda se si poteva fare qualcosa d’altro. Si cerca di ragionare: non si poteva far nient’altro? Non perché si è sbagliato, ma perché tra tutte le cose che si sono tentate si poteva fare magari qualcosa d’altro, e può servire per un altro caso, per altre situazioni. Se una malattia ha una certa percentuale di mortalità, ogni persona salvata ha una valenza: sarà una, ma è una persona, ha un’importanza allucinante. La vita è unica, non ce ne sono tante”.



Che cosa direbbe a chi sta frequentando il liceo e sta pensando di diventare medico?



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