Anno XLVI semestrale n. 1 maggio 2002


Che cosa direbbe a chi sta frequentando il liceo e sta pensando di diventare medico?



Scaricare 156.69 Kb.
Pagina4/4
22.05.2018
Dimensione del file156.69 Kb.
1   2   3   4

Che cosa direbbe a chi sta frequentando il liceo e sta pensando di diventare medico?

“Penso che uno dev’essere contento del proprio lavoro, deve viverlo positivamente; perché se non è così è finita. E’ vero, la parte economica ha la sua valenza, perché alla fine il lavoro serve anche per poterci campare; però bisognerebbe che quando uno fa un lavoro – e specialmente un lavoro a contatto con la gente che soffre – ci mettesse del suo, umanamente intendo dire: uno deve trovare soddisfazione nel vedere il sorriso di una persona, deve essere contento quando un padre può riportare a casa il proprio figlio.

Penso che uno debba prendere vigore anche dalla sofferenza degli altri, perché quando vedi qualcuno che soffre capisci che devi cercare di aiutarlo maggiormente, e ammirare le persone che hanno pazienti cronici in casa, pazienti con malattie neurologiche tipo la SLA (sclerosi laterale amiotrofica), pazienti in coma vigile…. Tutto questo deve far parte del tuo bagaglio professionale, perché devi sapere che al mondo c’è gente capace di livelli eccezionali di solidarietà.

E poi devi guardare ai colleghi, i migliori, e prenderli come punto di riferimento, non tanto perché sono arrivati professionalmente, ma perché hanno un’umanità pazzesca, hanno un cuore grosso, una generosità incredibile: devi cogliere le cose importanti di queste persone e farle tue, in modo tale che tu riesca anche a crescere, perché se pensi di essere a posto vuol dire che non hai più margine di crescita.

Insomma: cercare di prendere il buono da tutti e lasciar perdere il resto; non essere mai disfattisti, non guardare mai il negativo delle cose, perché se si guarda il negativo nella vita c’è da spaventarsi. Se uno non “pensa positivo” secondo me è finito”.

Come dovrebbe essere un ospedale ideale, o comunque un ospedale il migliore possibile?

“Direi subito “un ospedale umano”: ma un momento, prima di tutto un ospedale dove ci sono delle professionalità di alto livello, perché l’ospedale è e deve restare un luogo di cura. In parte alle professionalità ci vuole però anche il “fattore umano”: inteso come umanità, come attenzione per il paziente, per quello che prova, per quello che vive. Spesso invece si va a cercare solo la persona che sia qualitativamente valida: però, se non è “umana” nel senso che abbiamo detto, avrà sempre difficoltà nei rapporti.

Ci stiamo comunque avviando un po’ tutti su questa strada; certo, veniamo da anni e anni di medicina concepita in un determinato modo, non si può pensare che in tre mesi si cambi il mondo. Ci vorranno anni, però le iniziative che vengono prese oggi hanno da un lato l’obiettivo di migliorare la qualità delle prestazioni, delle strutture, dei rapporti interni, dall’altro quello di umanizzare l’ospedale. Fino a non molti anni fa l’ospedale era ermeticamente chiuso a tutte le polemiche, le proteste, i dibattiti; adesso invece accetta lo scambio con i degenti, accetta lo scambio con il Tribunale del malato, accetta lo scambio con determinate figure in un modo che prima era impensabile, è diventato insomma un ospedale in cui si può parlare.

E’ vero che ci sono anche dei problemi: quelli legati alla carenza di personale, al fatto di dover sempre far quadrare i bilanci, al fatto che l’ospedale pubblico debba garantire “tutto” – questo non vuol essere un accenno polemico – e la clinica privata possa invece fare, se crede, solo determinate cose e badare di più al suo utile. Noi siamo sotto organico da tutte le parti, e chi lavora in ospedale fa straordinario gratuito e non dice niente; però vorrebbe anche essere rispettato per questo, non sempre messo in croce perché ci sono centomila casi risolti e per un problema si parla di “malasanità”! E’ facile, facilissimo sbattere in prima pagina il caso di malasanità… il problema è che fa notizia, mentre non fa notizia uno che salva una persona perché questo è, e deve essere, la normalità”.



Un’ultima domanda, dottor Valetti. Chi è veramente il medico secondo lei?

“Io penso che il medico dev’essere una persona che sappia ascoltare, sappia capire e che abbia un grosso bagaglio di conoscenze personali. E poi in ultima analisi – oltre al grosso bagaglio di conoscenze inerenti la medicina – abbia anche una grossa umanità: perché se no, se ha solo un bagaglio culturale, è finito; sarà rispettato per quello che è, ma non sarà rispettato come uomo. Le qualità professionali è più facile trovarle, è più facile costruirle; le qualità umane è più complesso: uno può essere un buon medico e anche un pessimo uomo”.



alberto pesenti palvis
Aiuto, mi brevettano!

Non so se avete mai fatto caso a quanti prodotti portino in bella evidenza la dicitura "marchio depositato", "marchio registrato" o, più cripticamente riportino quei simbolini tipo © TM o ® che sono ormai così diffusi che non sei più padrone di scrivere una "c" tra parentesi senza che il correttore ortografico di Microsoft® Word® per Windows® provveda a correggertelo. (A proposito come si fa a scrivere una "c" tra parentesi se davvero ce ne fosse la necessità?)

Ora, non è che questo sia un problema su cui perdere il sonno, ma non so poi quanti problemi valgano la perdita del sonno, anche perché se non dormi come fai poi a risolvere il problema che ti sei rimbambito del tutto, ma la frequenza con cui queste frasette e simbolini si inseriscono nella vita quotidiana iniziano a darmi un poco sui nervi. Ma come, direte voi, c'è anche qualcosa che non ti darebbe sui nervi? Eccome! Prima o poi mi verrà in mente.

La questione è che ormai il marchietto te lo schiaffano dappertutto, anche su cose che noi stessi ci siamo inventati, ma stupidamente ci siamo dimenticati di depositare, anche su parole e nomi di uso comune, su pezzi di noi stessi (presente quello che ha brevettato un pezzo di DNA?)

Ma insomma, dico io, che veramente dico di peggio ma non voglio essere censurato, vada che la sottiletta non è un nome comune di formaggio ma un marchio depositato, vada che se hai la febbre o il mal di testa dovresti chiedere l'acido acetilfrastaglitico o come caspita si chiama perché se chiedi un'aspirina salta fuori un tedesco della Bayer che ti chiede 5 centesimi di diritti, vada che il bel Paese lo distingui dal Bel Paese solo per una maiuscola che a parlare è difficile beccarla, insomma vada che è meglio perché da questa frase non esco più se non con un bel punto.

Ma il "nomi cose"! Quel giochino tanto semplice quanto appassionante in cui si stabiliscono le categorie e poi si estrae una lettera e bisogna scrivere una parola per ogni categoria. Quello che da piccoli ha le categorie tipo nomi, cose (da cui il nome), animali, capitali e poi invece da grandi le ha tipo sigarette, cognomi di insegnanti di italiano, scrittori cinesi contemporanei e simili. Quello che si fa sempre la figura degli scemi perché per capitali con la "R" tutti vanno a pensare ai più assurdi staterelli dell'Africa nera e poi quello che ha scritto "Roma" fa il punteggio più alto.

Sì, proprio il "nomi cose" campo di epiche battaglie tra me e l'Alberto che vinceva sempre perché si studiava di notte le capitali con la "U" e con la "Q" (Ulan Bator, Quezon City e Quito per chi volesse approfittare) e anche perché barava iniziando a contare prima di avere finito di scrivere, il tutto rigorosamente durante le ore di italiano e di latino.

Ma è mai possibile che dopo vent'anni i tuoi figli ti trascinano in un negozio di giocattoli e ti rendi conto che l'intera tua infanzia è stata inscatolata e, soprattutto, brevettata e stampigliata come se per giocare a girotondo bisognasse pagare pegno al titolare del marchio?

Vi rendete conto che più che assurdi androidi che li compri interi e poi si fanno a pezzi che neanche un fabbro te li rimette insieme e bambole che cantano, mangiano e fanno altro cose che tanto se le scrivo l'Eugenio me le cancella il progresso pisco-tecnologico altro non ha portato che all'inscatolamento dei giochi più elementari di cui tutti siamo proprietari, perché tutti abbiamo concorso alla creazione delle regole?

Fosse almeno un ritorno ai bei tempi passati della semplicità e della spontaneità, ma che siete gonzi? Qui si lavora per guadagnare e se abbiamo messo sotto uno stuolo di scienziati, psicologi e ingegneri che ci hanno detto che quanto di meglio per l'infanzia è una bella partita a "pacca" o a nascondino o a guardie e ladri, mica possiamo permettere che tutti ci copino l'idea! Dovremo pure tutelarci in qualche modo?

E poi dopo che l'industria ha saccheggiato la mitologia, la storia, la geografia e ogni altra branca (nota: vi ricordo che branchia è una parte dell'apparato respiratorio dei pesci) del sapere umano per affibbiare nomi accattivanti ai propri prodotti, non vorrai stare a prendertela se brevettiamo qualche giochino da nulla!

Detta così, che è l'equivalente di "se tutti rubano vuoi proprio rompere le scatole solo a me", potrebbe anche suonare logica: in fondo se costasse un tanto a parola l'uso di termini brevettati o depositati nel corso di una conversazione potremmo solo esprimerci a gesti o finire sul lastrico.

Sì, ma il "nomi cose" ridatemelo, che mi sento come se mi avessero brevettato un pezzo della mia vita di liceale.

E ora scusate, l'articolo non ha né capo né coda, ma non ho tempo di rivederlo: devo correre a depositare il mio nome prima che qualcuno me lo freghi e lo appioppi a un minestrone in scatola.



masse

Intervista a Mietta Rodeschini vicepresidente di Afs Intercultura

Conoscere per convivere

Conoscere il mondo è il primo passo sulla strada della convivenza tra più culture. Tradotto in casa Italia: vivere all’estero o decidere di ospitare studenti stranieri fa bene all’intera società chiamata (vedi il fenomeno immigrazione) a una cultura della convivenza propositiva, capace di non chiudere le porte alle differenze. La mobilità studentesca vuol dire anche questo. Integrazione e pace vanno di pari passo. Questa è la direzione seguita dal “Board of Trustee”, cioè il consiglio di amministrazione internazionale di Intercultura e in particolare dall’American Field Service (Afs) di cui la bergamasca Mietta Rodeschini è vicepresidente dal febbraio 2002 e inoltre, unica italiana, è stata appena riconfermata per il prossimo triennio nel consiglio internazionale, nella sede di New York.

“Le nostre strategie? Stiamo sostenendo sempre più l’apertura ai Paesi islamici”, annuncia Mietta Rodeschini. “Da sempre nel nostro circuito vi sono paesi dove la componente islamica è molto forte, ora l’Afs si è posta in prima linea per ottenere i fondi americani di 10 milioni di dollari da destinare agli scambi fra i paesi islamici e l’occidente”. A breve in Italia sarà anche possibile vedere convivere palestinesi e israeliani nella stessa città durante i programmi di Intercultura. Per quanto riguarda infatti il vecchio continente, sempre l’Afs è stata scelta quale associazione capofila per gestire i fondi stanziati dall’Unione Europea da destinare agli scambi internazionali fra paesi islamici e quelli del Mediterraneo. “Già sotto l’egida dell’Afs un gruppo di giovani americani sta vivendo l’esperienza dello scambio internazionale, grazie all’ospitalità offerta da famiglie dell’Arabia Saudita”.

Afs Intercultura è un’associazione di volontari nata da un’idea che alcuni intellettuali americani ebbero a Parigi allo scoppio della prima guerra mondiale. Da principio offrirono una serie di ambulanze e nacque l’American Field Service. Dall’assistenza sanitaria per le truppe scaturirà l’esigenza di conoscere nuove culture per comprendere e superare i dissidi, così nel 1946 l’esperienza di scambio interculturale iniziata fra le due guerre riprende, questa volta però su scala mondiale e viene allargata agli studenti più giovani. Già nel 1950 si costituiscono numerose associazioni e si precisa l’intervento preferenziale nelle scuole superiori. Nel 1955 nasce quindi in Italia Afs Intercultura. Da allora a oggi gli scambi sono sempre più frequenti e il network si è allargato fino a comprendere circa 60 Paesi, con una forte presenza anche dell’est europeo.



teresa capezzuto

Dall'Australia al Sant'Alessandro

Dall’Australia al Sant’Alessandro, dall’estate vacanziera all’inverno bergamasco alla scoperta delle proprie radici e della lingua parlata dai propri genitori o nonni italiani. Nove studenti australiani della scuola cattolica Mazenod di Melbourne hanno passato due settimane nella nostra città, accompagnati dalla professoressa Rosemary Kantor, tra lezioni e tour in diverse perle d’arte e di cultura del Nord Italia. Un progetto pensato e realizzato dalla docente d’inglese Milly Denti, referente per i progetti internazionali del Sant’Alessandro, anche “per potenziare sul campo l’educazione alla mondialità, fare incontrare i nostri alunni con altre nazioni e culture”. Da sempre un must per il collegio, che nei suoi programmi curricolari e nelle attività integrative opera in tal senso, all’avanguardia per giunta nella certificazione delle competenze linguistiche, rilasciate agli alunni da enti accreditati e riconosciuti a livello internazionale.

Ma se la scuola e le famiglie del Sant’Alessandro hanno aperto le porte agli australiani, gli studenti di Melbourne hanno portato un po’ del loro paese qui da noi, protagonisti al convegno e “turisti” non certo per caso anche nelle sedi istituzionali, grazie a un faccia a faccia con il presidente della Provincia di Bergamo, Valerio Bettoni, durante un incontro organizzato per loro nella sala consiliare di via Tasso. L’esperienza ora è finita, ma i legami d’amicizia restano. Rosemary Kantor: “Sono sicura che l’amicizia con voi durerà nel tempo e speriamo che un giorno noi potremo ricambiare l’ospitalità”. Magari proprio nelle case dei nove ragazzi di Melbourne, dai nomi ormai familiari: Daniel Mastrolembo, Marco Sassone, Adrian Di Pietro, Joshua Ottobre, Dean Kelly, Fabian Satragno, Justin Balmes, Callum Bryant, Michael Depta.



teresa capezzuto
Studenti del S. Alessandro alla scoperta del mondo

Alcune storie d'intercultura

“Eravamo al Rockfeller Chapel, nel centro del Campus universitario di Chicago: salgo sul pulpito con la toga, ricevo il diploma e poi lancio il cappello. Tutt’intorno risuonava la musica d’organo”. Marina Rodeschini ricorda la cerimonia organizzata a fine corso dall’high school (nell’Illinois, Usa) dove approdò nel ’91 e che lasciò dopo un anno di studio. Tra i pionieri del Sant’Alessandro a cogliere l’opportunità di Intercultura, Marina, 28 anni, con un lavoro in azienda dove si occupa anche degli acquisti in Estremo Oriente, non dimentica l’esperienza vissuta da diciassettenne.

“Ero in una classe mista: bianchi, neri, gialli, una cosa nuova per me. Anche la mia famiglia ospitante non era la classica famiglia americana, perché il padre era nato in India, mentre la madre era nata in America però da genitori delle Indie Occidentali. Chicago è davvero un puzzle e questo mi ha insegnato tanto”. Ecco la sua giornata tipo: sveglia alle 6,30, due miglia di corsa per raggiungere la scuola, fino alle 8 allenamento di nuoto, lezioni fino alle 15, ancora nuoto, poi i compiti, cena con la famiglia e nel weekend in giro per la città. Marina era la delfinista di punta della squadra di nuoto e l’allenatrice di una squadra di calcio. “Un giorno fui anche relatrice al circolo economico per presentare il mio paese davanti al sindaco”. Ricordi che non si cancellano. Così lo scorso giugno Marina è tornata a Chicago per una rimpatriata con i compagni di un tempo.

Altre storie, altre esperienze. Racconta Carlomaria Setti, 18 anni (terza classico al Sant’Alessandro), reduce da undici mesi trascorsi a Dallas (Oregon, Usa): “C’erano meno compiti ma più sport, persino la lotta greco-romana. Ricordo con piacere le feste danzanti organizzate a scuola”. Sara Belotti, 3B scientifico al Sant’Alessandro, con alle spalle due mesi in Nuova Zelanda: “E’ una terra verde, la popolazione è cordiale, a scuola ti può capitare anche di preparare scenografie e spettacoli teatrali”. Federico Rossi, 4C al Sant’Alessandro, due mesi in Giappone: “Là sei sempre a scuola: anche d’estate il ripasso lo fai proprio in classe”.

Ricchi anche i momenti che stanno vivendo nella nostra città alcuni studenti stranieri, pronti durante il convegno a presentare il sistema scolastico del loro paese: meno compiti, tante prove scritte e pochi orali, più sport, materie anche a scelta. Per il Canada Justine Dupuis Sauliere (di Montreal), per la Colombia Andres Urbina (di Cucuta), per il Giappone Arisa Ueno (di Tokyo): tutti stanno frequentando il Sant’Alessandro. Per la Germania Janik Pfeiffer (di Brema), allo scientifico “Maironi da Ponte” di Presezzo e per la Nuova Zelanda Jessica Blackwood (di Auckland), ora al liceo artistico di via Tasso, in città.

Dall’altra parte, le famiglie cosa dicono? Giorgio Gherardi (presidente sezione locale Intercultura, nonché presidente di Comitato genitori e Associazione genitori del Sant’Alessandro) due anni fa ha mandato la figlia Gaia in Usa e ora sta ospitando la giapponese Arisa Ueno, in passato invece accolse una ragazza finlandese: “Gaia è tornata dall’estero più matura – racconta – La nostra ora è una famiglia allargata, dando ospitalità si condividono anche esperienze di vita formative”.

teresa capezzuto
Un identikit di Afs Intercultura

Chi può iscriversi

Per il 2003/2004 possono iscriversi tutti gli studenti delle superiori con un’età compresa tra i 15 e i 17 anni, interessati a frequentare un intero anno scolastico (o parte di esso) all’estero, scegliendo fra circa 60 Paesi.



Le scadenze

Chi si è iscritto entro il 10 novembre 2002 può beneficiare di una delle oltre 400 borse di studio messe a disposizione, con riduzione della quota in base al reddito familiare. Chi invece deciderà di iscriversi entro il 31 gennaio 2003 parteciperà all’assegnazione dei posti residui pagando l’intera quota (variabile in funzione della situazione economica della famiglia)



Le selezioni

Prima di poter affrontare l’esperienza all’estero, i ragazzi vengono selezionati nel centro Intercultura più vicino attraverso un test scritto psicoattitudinale. Sono previsti anche colloqui con i volontari di Intercultura oltre a un incontro con i genitori dei candidati. A Bergamo i test si svolgono al collegio vescovile Sant’Alessandro.

La destinazione

Bisogna indicare tre preferenze che Intercultura cerca di rispettare nei limiti della disponibilità di ogni Paese. In ogni caso il valore dell’esperienza all’estero non dipende dal Paese in cui si svolge, ma dal fatto di potersi confrontare con una cultura diversa dalla propria. Fissata la destinazione, i ragazzi seguono un corso di orientamento per poter affrontare al meglio l’esperienza interculturale.

Il soggiorno

Il soggiorno prevede l’ospitalità presso famiglie selezionate che si offrono per accogliere i ragazzi senza alcun interesse economico. Qui si frequenterà una scuola del luogo, per inserirsi al meglio nel paese ospitante.



Il ritorno

La normativa consente l’iscrizione di giovani provenienti da un corso all’estero senza perdere l’anno, previa un’eventuale prova integrativa su alcune materie indicate dal consiglio di classe che acquisisce dalla scuola straniera i risultati degli studi compiuti.



Per informazioni

Intercultura di Bergamo risponde al numero 035/345266. Sito Internet: www.intercultura.it



teresa capezzuto

Stefano Savoldelli, dal Sant'Alessandro al mondo delle vignette

La matita irriverente di Songavazzo

Stefano Savoldelli ha quella che si di­ce “la faccia del bravo ragazzo”. Dietro la sua aria composta, il tratto gentile, la parlata calma ed equilibrata è però in agguato l’anima di un dise­gnatore satirico e di un vignettista so­praffino. Che già fa parlare di sé e si è segnala­to a concorsi internazionali importanti. Come “Spirito di vino” la manifesta­zione internazionale di Udine a cui nel­lo scorso ottobre parteciparono ben 200 vignettisti provenienti da tutto il mondo. Difficile emergere, anche perché il concorso prevede una sorta di doppio sbarramento prima di arrivare in finale. Inizialmente, infatti, i disegni vengono spediti all’Istituto del Design di Mila­no per essere valutati. Ne vengono poi scelti 30 che parteci­pano alle eliminatorie, soppesati da una commissione formata da esperti del calibro di Forattini, Giannelli e Krancjic.



Ospiti per due giorni della città i vinci­tori vengono festeggiati nello splendi­do Salone del Parlamento del castello di Udine. Tra i segnalati del 2002 pure il nostro Stefano che ha ricevuto i complimenti di Giannelli, ma non si è portato a casa il premio per colpa di… un equivoco. Siccome il tema del concorso è sempre il vino aveva disegnato una bottiglia piena di politici di centro destra e cen­tro sinistra con al posto del tappo Azelio Ciampi e sull’etichetta della bottiglia la scritta “vino italiano”, mentre il sottotitolo era “...speriamo che sappia di tap­po”. Qualcuno, ricordando una vi­gnetta simile degli anni ‘70, aveva pensato l’avesse forse copiata, ma in quel periodo Stefano era ancora un bambi­no. Il giovane laureando in leg­ge, infatti, non ha ancora trent’anni e vive con la fami­glia a Songavazzo. “Non importa - commenta - son cose che succedono, io comunque non l’avevo mai vista prima. La segnalazione già mi rende felice, in mezzo a tanti disegnatori importan­ti”. La passione di disegnare Ste­fano se la portava già dentro sin da bambino, ma è scop­piata durante lo Scientifico, quando uno dei suoi professori del Liceo Sant’Alessandro, Eugenio Donadoni, gli ha proposto di disegnare per il gior­nalino di classe. Da allora non ha più smesso. Ora collabora al periodico Arabera e nell’ambiente dei disegnatori satirici si dice un gran bene di lui. “Io penso che la satira sia una rifles­sione che sfocia in un’intuizione - spie­ga - un modo di porsi davanti alla realtà ed interpretarla. Non mi ispiro a nessuno in modo par­ticolare. Il problema vero è quello di riuscire a far capire nel modo essenziale, in for­ma disegnata, ciò che si sente di dover dire”. E Savoldelli chiarisce che ama però, soprattutto, la satira politica. “Vauro, per esempio, non nasconde la precisa passione politica: la sua è una satira militante, se così si può dire, ma anche l’ultimo Forattini è schierato, anche se non l’ha mai dichiarato” Bruno Bozzetto gli piace moltissimo, con la sua feroce satira attraverso il cartone animato, ma crede di non riu­scire ad emularlo. “La rinascita dell’Italia a livello satiri­co - dice - è avvenuta con Forattini e Repubblica negli anni ‘70. Tutti i giornali oggi ospitano un vi­gnettista, ma, purtroppo, sul nostro ter­ritorio il rapporto con la sa­tira non è ottimale”. E Savoldelli si affanna a spiegare che purtroppo an­che il maggior quotidiano orobico lascia poco spazio al tema, aggiungendo: “...quando manca la satira non esiste quel pungolo che tiene all’erta il potere ed an­che il giornalismo, se non si serve di tutte le sue armi, di­venta meno efficace nei confronti della società. “Sono convinto – afferma che - se i politici della Berga­masca non hanno molto po­tere nelle stanze romane e anche perché il giornalismo locale non ha fatto il suo dovere nel diffondere una mentalità più pretenziosa nei confronti delle istituzioni”. E racconta una storiella di vita orobica che riguarda la vignetta più cattiva da lui mai fatta. La vicenda parte da lontano. Da 15 mesi non si riesce ad eleggere il presidente di una comunità montana bergamasca.

Dopo vari licenziosi giochetti interni i candidati si sfidano per l’ultima volta, ma nessuno riesce a raggiungere il quorum. “Una vergogna per tutti - racconta Savoldelli - allora ho preso la matita in mano e per far capire tutto lo sconcer­to e l’indignazione degli abitanti della zona ho disegnato la classica poltrona con braccioli del potere con sopra un forziere aperto e sotto c’era la scritta “Comunità della Valle..” come a dire chiaro e netto che del bene dei cittadi­ni a quei politici proprio non importa­va nulla, ma dei soldi si”’. Qualche problema - chiediamo - quando la matita colpisce troppo a fondo? “Faccio l’arbitro di calcio in 2a catego­ria -dice ridendo - e anche in questo ca­so si tratta di un’ attività dove bisogna imparare a sopportare con senso del­l'umorismo...”.



Si sente però che “il ragazzo” ha mol­to da dire. “La gente non si deve accontentare della brodaglia che viene propinata dai quotidiani. Penso che troppo spesso i fatti siano riportati con un’ oscura pau­ra di perdere il lettore o, al contrario, in modo troppo sensazionalistico. Il gior­nale invece è un punto di riferimento per la crescita delle realtà locali, sia a livello economico sia di costruttivo in­contro-scontro, e deve poter esprimere la sua criticità, quando è il caso. Pur­troppo, oggi si pensa che è vivo e rea­le solo quello di cui si parla e se la stampa non parla dì un fatto è come se la cosa fosse morta o mai esistita. La satira è una cassa di risonanza a cui non si può rinunciare. Chi non ricorda la vignetta di Forattini su Craxi in spiaggia con gli stivaloni neri? Aldilà dell’ideologia, si è stam­pata nella mente di tantissimi italiani in modo indelebile”. Savoldelli sostiene che la vignetta è giornalismo, forse anche in una delle sue forme più coraggiose. Criticare il potere non fa mai male. An­zi. Quando si analizza il grado di libertà degli Stati nel mondo la cartina di tor­nasole per definirli veramente liberi e democratici infatti è proprio quella ve­dere se c’è libertà di satira. Stefano lo sa bene e non è difficile co­gliere il suo impegno umano e civile, ma lui si schernisce dicendo “..sono un tipo assolutamente normale, amo mol­to gli animali e mi piacciono le favole. Sono un’autodidatta completo e nono­stante ci siano molti vignettisti che considero dei maestri, credo sia neces­sario fare di tutto per superarli”. La laurea in legge a Pavia con la tesi “La Tetrarchia di Diocleziano” è ora­mai a portata di mano, ma far vignette è un hobby che, come afferma lui stes­so, non verrà mai meno. “Non smetterò mai, perché anche pri­ma di collaborare ai giornali disegnavo per me ed i miei amici. É un’esigenza espressiva a cui non posso rinunciare”.

nicoletta prandi da la voce di bergamo n. 44

Il fatto di essere diventato anestesista è legato a un momento o a un episodio particolare?



1   2   3   4


©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale