Anpi duisburg – testo pubblicato



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Un … “tavolo di lavoro”
Il guaio – precisa De Magistris – deriva dal fatto che «questo sistema ha bisogno di inglobare anche pezzi di istituzioni deputate al controllo e infatti, indagando, ci siamo trovati di fronte a situazioni di commistione tra controllori e controllati che il conflitto di interessi di Berlusconi fa quasi ridere».

Ma la gente si rende conto che in questo modo si calpestano interessi generali che il denaro pubblico, i soldi pagati da tutti i cittadini vengono rubati o sperperati? La verifica degli intrecci è alla portata di tutti. «Basta fare una semplice visura camerale – spiega il magistrato – per vedere chi sono i soci, i consiglieri di amministrazione: si scopre che abbiamo il figlio del politico, il nipote, il figlio e il parente del magistrato, e poi del poliziotto, del carabiniere». E la ragnatela viene subito a galla quando si parla «di rifiuti, di informatizzazione, di acqua o di sanità. Ci sono addirittura società che si occupano di tutti questi settori contemporaneamente».

Nessuna meraviglia, dunque, di fronte alla notizia di un’inchiesta “Fortugno bis” che, relativamente ai mandanti, punta ad un “livello politico superiore”.

«Per questo – è stata la conclusione di Boemi – la soluzione del problema non può che venire dalle indagini sulla borghesia mafiosa, quella interna alle cosche e quella esterna dei colletti bianchi che favoriscono l’impresa ndranghetista e agevolano il passaggio da un’economia criminale ad una economia pulita».


Verità scomode
Un problema di facile soluzione? «Se vogliamo parlare seriamente della ndrangheta dopo la strage di Duisburg – osserva Giuseppe Lumia, vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia – allora conviene dire anche verità scomode. La ndrangheta è l’organizzazione mafiosa più potente, più ricca, e più estesa sul territorio europeo e mondiale. E le democrazie sono impotenti. Con i loro apparati penali insufficienti, con il loro controllo dei mercati e dell’economia debolissimo. Così riusciremo al massimo a contenere il fenomeno. La sconfitta è lontana. L’Italia, ad esempio è il Paese delle norme antimafia non applicate. Due esempi rendono chiara l’idea: primo, la Legge Mancino del ’94 che prevede che tutti i trasferimenti di proprietà registrati vengano contestualmente trasmessi alle questure. Una norma inapplicata nella sostanza, visto che il materiale non è informatizzato, non lo conosciamo e non abbiamo a disposizione una mappa per capire come si muovono le ricchezze della mafia. Poi c’è la questione dell’anagrafe dei conti e dei depositi bancari che non è nelle disponibilità degli investigatori e dei magistrati antimafia, eppure parliamo di lotta al riciclaggio. Come si vede, siamo all’antimafia del giorno dopo».


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