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Andreotti: non mafia ma … “criminalità organizzata”



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Andreotti: non mafia ma … “criminalità organizzata”
Fra la rappresentanza tedesca e quella italiana – precisò la Sterling, dopo aver «interpellato fonti tedesche, inglesi, francesi, belghe e naturalmente italiane» – si verificano però «divergenze e contrasti». Come mai? «Giulio Andreotti, presidente del Consiglio e Gianni De Michelis, ministro degli Esteri, “hanno puntato i piedi” perché nei documenti ufficiali non risultasse la parola mafia. Il cancelliere Kohl e altri governanti hanno invece insistito perché il problema fosse messo in agenda nel successivo summit di giugno, usando esplicitamente questa parola. La mafia, dunque, per la prima volta, è stata argomento di un vertice CEE nel giugno del 1990», nel quale fu «espresso questo timore: se non verranno prese misure di sicurezza adeguate, con il mercato unico la mafia potrà realizzare in tutta Europa quello che ha fatto in Italia».

L’allarme si rivelò profetico, perché non si può certo dire che i provvedimenti finora adottati siano stati adeguati alla pericolosità delle varie organizzazioni. Ma quella volta – come tenne a ribadire la giornalista americana – Andreotti e De Michelis «volevano che più genericamente si parlasse di “criminalità organizzata”».

Motivo di tanta … “resistenza”? Semplice: già nel 1976 l’apposita commissione parlamentare d’inchiesta aveva precisato che «sin dalle origini, la connotazione specifica della mafia è sempre stata costituita dall’incessante ricerca di un collegamento con i pubblici poteri». La stessa tendenza la criminalità organizzata può metterla in atto attraverso la corruzione, ma occasionalmente, non in modo sistematico e continuativo come le varie mafie. E Andreotti e De Michelis, stando alle personali esperienze giudiziarie relative a vicende di quegli anni, conoscevano bene la differenza fra i concetti racchiusi nelle due espressioni.
Summit internazionali mafiosi
Mentre nelle alte sfere si persevera con la “politica dello struzzo” la criminalità internazionale si dà da fare fissando precise strategie in alcuni summit che, guarda caso, si svolgono soprattutto in Germania: a Berlino Est appena un mese dopo, nel giugno del 1990, a Varsavia nel 1991, a Praga nel 1992, ancora a Berlino nel 1993.

In verità – ricorda Clara Sterling – «anche prima della disintegrazione dell’Unione Sovietica, le mafie siciliana, americana, colombiana ed asiatica stavano collegandosi con la mafia russa, fino a formare un cordone criminale clandestino, senza confini, in grado di stringersi attorno al globo». Poi, il cambiamento delle condizioni di operatività della criminalità italiana consente il “salto di qualità” della ndrangheta.

«A seguito dei colpi inferti a Cosa Nostra, dopo la stagione stragista del ’92 e del ’93 – spiega Francesco Forgione, presidente della Commissione parlamentare antimafia – la ndrangheta è riuscita a conquistare il primato mondiale nel traffico degli stupefacenti, gestendo gran parte delle porte d’ingresso della cocaina in Europa. E in questa scalata tra le organizzazioni criminali mondiali, è stata favorita dalla sua natura di organizzazione a struttura chiusa, dalla solidità di legami famigliari che l’hanno resa impermeabile al fenomeno dei “pentiti” che, per Cosa Nostra e la Camorra, ha avuto un effetto deflagrante in tutti gli anni Novanta». I “collaboratori di giustizia” della ndrangheta, stando ai dati ufficiali, fino all’aprile scorso, erano infatti appena 100, contro i 243 della mafia siciliana e i 251 della camorra.



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